Ancora sulla lingua italiana – l’opinione di un grande linguista: Tullio De Mauro

30 Dicembre 2016 2 commenti
  • 14LUG 201617.45

È irresistibile l’ascesa degli anglismi?

Tullio De Mauro
, linguista

Non è un fatto nuovo: da alcuni decenni impetuose ondate di anglismi si riversano nell’uso di chi parla e scrive le più varie lingue del mondo. Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. Come si vedrà meglio qui più oltre, le ondate di anglismi non riguardano solo l’italiano. In italiano come in altre lingue l’afflusso di parole inglesi dagli anni ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami (parola che si può forse considerare maschile in latino, attratta da maris motus): imponenti ondate che movendo dal mare più profondo investono improvvisamente le acque costiere e i tranquilli porti dei più lontani paesi. È possibile trovar riparo? E come? Quasi a un tempo sul tema delle possibili difese vedono la luce un comunicato stampa dell’Accademia della Crusca, un grosso libro pubblicato dall’editore Reverdito di Trento e gli atti di un convegno della Crusca (La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, goWare 2016).

Incipit Crusca nova
Il comunicato stampa della Crusca contiene varie notizie importanti. La prima, che già aveva circolato, è che dentro l’Accademia si è costituito il gruppo Incipit. Del gruppo fanno parte valenti studiosi di linguistica italiana (Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni) cui si aggiunge Annamaria Testa, copy o copywriter come lei stessa si definisce, ben nota ai lettori di Internazionale anche per le sue preziose note e impegnata da tempo nella campagna Dillo in italiano. Secondo il comunicato stampa, Incipit “si occupa di esaminare e valutare neologismi e forestierismi ‘incipienti’, scelti tra quelli impiegati nel campo della vita civile e sociale, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana”.

Come informa il comunicato, “il gruppo Incipit ha osservato che nel sistema universitario italiano è presente una forte disponibilità a impiegare termini ed espressioni provenienti dal mondo economico-aziendale, per designare o descrivere momenti della valutazione relativi alla didattica e alla ricerca, o per indicare fasi burocratico-organizzative previste nella vita ordinaria dell’istituzione”. Incipt “segnala alcuni di questi termini, scelti tra quelli di uso più frequente, e rammenta l’esistenza di vari equivalenti italiani perfettamente adeguati, i quali eviterebbero di accentuare quell’immagine aziendalistica dell’università che sembra oggi imperante, ma che in realtà non riscuote consensi incondizionati”. Quella di Incipit vuol dunque essere una linguistique d’intervention: individua gli anglismi e propone per ciascuno alternative di vocaboli italiani, ma l’intento è più che linguistico, è combattere la visione aziendalistica dell’università. Questo è un obiettivo condivisibile, anche se, forse, non specifico della veneranda Accademia e anche se difficilmente basteranno i sostituti italiani di parole inglesi per combattere l’aziendalismo o, meglio, le aspirazioni aziendalistiche delle politiche universitarie in Italia (presenti purtroppo anche altrove). A ogni modo ecco l’elenco delle parole e locuzioni inglesi stilato da Incipit con l’indicazione, per ciascuna, di un possibile equivalente italiano.

  • analisi on desk -> analisi preliminare o analisi a tavolino
  • benchmark -> parametro di riferimento
  • benchmarking -> confronto sistematico o analisi comparativa
  • tool (per esempio: learning tool, teaching tool) -> strumento
  • student (o clientsatisfaction (es.: monitoraggio della student satisfaction) -> soddisfazione dello studente (dell’utente)
  • debriefing -> resoconto
  • executive summary -> sintesi
  • distance learning -> apprendimento a distanza (distinto da e-learning -> teleapprendimento o apprendimento online)
  • peer review -> revisione tra pari
  • public engagement -> impegno pubblico
  • valutazione della performance -> valutazione dei risultati

Qualche dubbio
Se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto. Internet documenta parecchie riprese giornalistiche del comunicato, a volte pubblicate bizzarramente, sotto il titolo anglizzante Stop all’inglese (ma gli evitabili anglismi degli antianglisti, a cominciare dall’insistente uso di anglicismo, parola che per l’appunto è un anglismo, meriterà una volta un discorso a parte). Dal punto di vista dello studio del fenomeno e delle conseguenti proposte per limitarlo, resta però qualche dubbio. La promessa di Incipit è, come già detto, cogliere parole ed espressioni “di uso incipiente”, quelle cioè che stanno appena affiorando nell’uso, per poterne suggerire l’abbandono prima che si affermino. Ma in buona parte quelle dell’elenco, se si fa una breve ricerca in Google, o anche solo nel Gradit o nel Dizionario di Internazionale, risultano in uso da tempo. Eccole rielencate con la data di prima attestazione: analisi on desk 1998, benchmark 1978, benchmarking 1980, tool 1977, executive 1959, distance learning 1997, peer review 1980, performance 1895.

Forse valeva la pena di fare un po’ di analisi preliminare dei dati disponibili, un po’ di analisi on desk. Si sarebbe visto che la fonte prima della fortuna di parecchi degli anglismi in questione non è un aziendalese improvvisato e posticcio, come il comunicato dice e fa credere al giornalista frettoloso. La coppia analisi on desk/analisi on field o field analysis (questa in gara con la più diffusa analisi o ricerca sul campo) non nasce nelle aziende, ma nasce e vive in lavori di metodologia della ricerca. Di benchmark e di benchmarking e peer review hanno cominciato a parlare lavori di fisica teorica e sperimentale. L’uso di distance learning (e del coevo insegnamento a distanza) nasce nelle scienze dell’educazione. Quanto a performancecircola con successo dagli ultimi anni dell’ottocento negli ambiti più diversi, arte e spettacolo, ovviamente, e poi scienze dell’educazione, fisica dei materiali, ingegneria, teoria economica. Se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto. Un fatto, la visione aziendalistica dell’università, che resterebbe e resta grave anche se direttori amministrativi e affini evitassero parole di trasparente origine straniera.

Conoscere l’inglese per “dirlo in italiano”
Resta certamente il fatto fastidioso per la sua insistenza. Un caso che pare ancor più clamoroso e che si potrebbe segnalare a Incipit è quello di summer school. L’equivalente italiano, scuola estiva, antico e di consolidata tradizione, ha ancora una sua prevalenza nelle pagine italiane di internet e in Wikipedia italiana. Forse Incipit poteva spendere una parola a suo favore per rinsaldarne l’uso. Nel caso della Sapienza di Roma anni fa con la collega Emanuela Piemontese cercammo di opporci alla dizione anglizzante. Ci fu detto che l’espressione inglese giovava a richiamare gli studenti stranieri. Lo studente indiano, cinese, senegalese, tedesco, svedese, statunitense, britannico eccetera che vuol venire a Roma alcune settimane a sentire lezioni in italiano di storia, letteratura e storia dell’arte italiane e per seguire un corso accelerato di italiano per fini specialistici, verrebbe volentieri grazie al cappello summer school, non verrebbe con l’intitolazione scuola estiva. Questa tesi ci fu esposta non da un bieco direttore amministrativo aziendalista e anglizzante, ma da nostri colleghi archeologi e filologi illustri. Purtroppo il caso di Roma non è isolato e summer school dilaga da Palermo a Padova, da Milano a Siena e Firenze.

C’è però un’isola di resistenza. Se si fa un po’ di field analysis, ci si accorge che fisici, matematici e logici italiani chiamano scuola estiva e non summer school le loro scuole estive. Il caso a prima vista può stupire: ma non sono proprio questi i tre settori disciplinari in cui l’inglese è più di casa? E come mai la dizione italiana di buon conio vive tranquilla per loro e tra loro? Parecchi anni fa, all’inizio della diffusione dei pc in Italia, studiando con Paola Manacorda il fenomeno, apparve con evidenza un fatto: gli anglismi lussureggiavano nei dépliant commerciali, apparivano più raramente nei manuali di istruzione, scomparivano nei trattati scientifici di teoria dei sistemi e di informatica. Il caso suggerì un’ipotesi: dietro tutti gli usi linguistici c’è una questione di “densità della cultura”, come Ascoli insegnava centocinquanta anni fa. A chi conosce a fondo una lingua straniera non viene nemmeno in mente di esibirla fuori tempo e luogo come faceva l‘“americano” di Sordi e di Carosone e come fanno troppi ignoranti. Correggere il grave, persistente analfabetismo nazionale in materia di lingue straniere, inglese compreso, è una via più lunga, ma forse più produttiva di qualche ukaz contro i mali anglismi.

Contro gli anglismi, dalla Spagna con amore
Per combattere gli anglismi e a difesa dell’italiano scende nell’arena, accanto alla Crusca, l’autore del libro di Reverdito cui si accennava all’inizio. Lo ha messo insieme non un’accademia intera ma un lupo solitario, Gabriele Valle. Se ha senso dire (qualcuno ne dubita) che si ama una lingua, Gabriele Valle ci offre una vivace prova del fatto che sì, si può. E addirittura, come mostrano questo suo libro e la sua biografia intellettuale, Valle di lingue ne ama due: la lingua della sua infanzia e giovinezza peruviana, lo spagnolo, e l’italiano, la lingua degli avi genovesi ritrovata appieno rientrando in Italia, dove vive stabilmente dal 2007. In nome dell’amore per entrambe le lingue propone in un suo sito, Italiano urgente, e ora nell’omonimo libro di Reverdito, una raccolta di osservazioni, ordinate come un vocabolario, sul diverso comportamento dei parlanti ispanofoni e italofoni nei confronti di circa cinquecento anglismi affermatisi degli ultimi decenni. Come si è detto qui all’inizio lo tsunami ha investito e investe tutte le aree linguistiche del mondo.

L’inglese e i suoi incroci
Nelle aree in cui l’ondata anglizzante è più intensa e pare non ritrarsi il fenomeno è stato variamente etichettato ricorrendo a parole macedonia, parole che fondono il nome della lingua locale e le parole che vogliono dire “inglese”. Un elenco di questi glottonimi, anche succinto, non è breve, ma è utile ad avviare la riflessione sulla natura globale dello tsunami anglicus. Su queste “interlingue” l’informazione di una grande fonte come Ethnologue è in genere avara, mentre Wikipedia, soprattutto nella versione inglese e delle altre lingue coinvolte, è spesso ampia e accompagnata da ricche bibliografie. Ecco di seguito l’elenco:

  • chinglish, parola usata genericamente per i pidgin o creoli anglocinesi, più spesso per l’inglese quando è interferito, specie foneticamente, dal cinese; viene parlato da comunità di nativi cinesi immigrati negli Stati Uniti, a Hong Kong e a Singapore (qui pare preferito il termine singlish); chinglish designa anche il semilinguismo scolastico di apprendenti cinesi;
  • czenglish, l’inglese (britannico) parlato da cechi;
  • denglish (anche germish), tedesco con influenze inglesi, deformazioni grafiche di parole inglesi o pseudoanglismi molto diffusi anche in Germania (slip, body ecc.);
  • dog latin, latino maccheronico anglizzante (analogo al latin de cuisine francese o, appunto, al latino maccheronico italiano); un esempio storico è la seguente descrizione di una cucina: camera necessaria pro usus cookare; cum saucepannis, stewpannis, scullero, dressero, coalholo, stovis, smoak-jacko; pro roastandum, boilandum, fryandum, et plum-pudding-mixandum… ; altro esempio è lo pseudobrocardo illegitimi non carborundum “don’t let the bastards grind you down”; variante di dog latin è l’hiberno-latin (chiamato anche hisperi latin), usato per scherzo da monaci irlandesi;
  • Elfe, English as Lingua Franca in Europe, inglese dell’Unione europea, inglese come realmente usato dagli europei;
  • engrish, l’inglese di giapponesi e cinesi (incapaci di distinguere r e l);
  • franglais, dal 1959 designazione polemica del francese farcito di anglismi più o meno ben importati; in inglese frenglish;
  • goleta english (o inglés goleta in spagnolo, detto anche jibaro english), l’inglese tendenziale di portoricani, relativamente stabilizzato;
  • hinglish, l’hindi anglicizzato, per il quale lo scrittore Baljinder Mahal ha scritto un dizionario, The queen’s hinglish: how to speak pukka; si stimano a centinaia di milioni gli indiani che lo praticano;
  • konglish, coreano interferito da inglese americano, spesso da black english, affermatosi dopo la guerra di Corea;
  • namlish, inglese parlato (come lingua seconda, dunque con una certa stabilità) in Namibia, con interferenze e calchi da oshiwambo, ma anche da afrikaans, damara, herero e altre lingue minori;
  • poglish, l’inglese di immigrati polacchi negli Stati Uniti, con molti calchi lessicali e sintattici dal polacco;
  • portenglish, portoghese brasiliano con molti prestiti dall’inglese;
  • runglish, designa sia un pidgin anglorusso, per esempio di astronauti russi e d’altra lingua nello spazio o di ebrei russi a Brooklyn, sia un inglese fortemente influenzato dal russo (soppressione degli articoli, people con verbo al singolare eccetera) nelle comunità immigrate negliStati Uniti;
  • spanglish, parola coniata dal linguista portoricano Salvador Tiò per lo spagnolo anglicizzato distinto dall’inglañol, che è l’inglese ispanizzato;
  • swenglish o swinglish (in svedese svengelska), inglese con forti interferenze svedesi o, come il franglais, svedese con molti prestiti dall’inglese;
  • taglish (o anche englog), forma interferente di inglese e tagalog o filippino, relativamente stabilizzata in loco e tra i nativi filippini negli Stati Uniti e in Gran Bretagna;
  • tinglish (anche thenglishthailish o thainglish), inglese con forti interferenze thai usato in Thailandia;
  • yeshivish, yiddish (dialetto tedesco ebraizzante) parlato negli Stati Uniti con influenze inglesi da ebrei ashkenaziti ortodossi nell’ambito di scuole talmudiche;
  • yinglish, l’inglese di comunità ebraiche in paesi anglofoni.

Tutte queste formazioni interlinguistiche non sono sullo stesso piano. Alcune per massa di parlanti che le adoperano appaiono stabilizzate e in qualche misura accettate, come l’hinglish o il namlish, e ormai tendenzialmente creolizzate (si apprendono nativamente). Altre sono formazioni forse passeggere. In alcuni casi siamo in presenza di un inglese soggetto a interferenze di sostrato, come l’Elfe o il tinglish, in altre invece è la lingua locale che subisce l’influenza di superstrato dell’inglese. Questo è il caso del franglais o, in parte, delle deformazioni scherzose del latino de cuisine (ma l’influenza dei sostrati romanzo-germanici sul latino colto d’età tardo medievale e moderna è un problema diverso, che esige altro discorso). Ed è, come Valle concorre a mostrare, il caso dell’italiano quando venga usato con abbondanza di anglismi.

Contro gli anglismi l’ispanofono è il più bravo
Valle è un colto insegnante e, anche se non è un linguista, sa bene di non essere il primo a fermarsi sul fenomeno italiano e a etichettarlo. A parte più antiche manifestazioni linguistiche di anglomania e correlata anglofobia, segnalate già in diverse pagine della Storia linguistica dell’Italia unita (1963), il ricorso a vocaboli inglesi nell’uso comune, anche fuori di ristretti ambiti tecnici (banche, finanza), è diventato sempre meno raro a partire dagli anni sessanta del novecento. È da allora che significativamente appaiono etichette di condanna o scherno, spesso “parole d’autore”, coniate cioè da studiosi o scrittori come Primo Levi o Roberto Vacca (mascherato sotto lo pseudonimo di Giacomo Elliot, nel volume Parliamo itang’liano. Ovvero le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuole fare carriera): italieseitalese (1966), itang’liano (1977), itanglese (1999), anglitaliano (2010). Valle propone un’altra etichetta ancora, itanglish (oppure il già nato e noto itanglese), e si unisce a quanti intendono combattere il fenomeno, come già vollero fare Paolo Monelli e gli Accademici d’Italia in età fascista, poi un valoroso filologo come Arrigo Castellani col suo scritto già ricordato sul morbus anglicus, e come vanno facendo in anni più recenti il capitano Paolo Cappelli, dal 2008 per conto del ministero della difesa (nomen omen), per conto invece dell’editore Manni gli storici della lingua italiana Riccardo Gualdo e Claudio Giovanardi (Inglese-Italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?), dal 2010 l’Agenzia Agostini Associati (con la campagna Stop itanglese) e infine dal 2015, come abbiamo ampiamente detto prima, Annamaria Testa e, da questa stimolata, l’Accademia della Crusca col gruppo Incipit e il convegno già ricordato. Nell’impresa Valle è guidato anzitutto dal suo duplice amore per l’italiano e per lo spagnolo.

Rispetto agli italiani, ma anche a molte altre comunità linguistiche, gli ispanofoni sono più cauti nell’accettare anglismi nell’uso corrente. A Valle gli italiani appaiono invece inclini assai di più all’accettazione e questo gli fa temere lo stravolgimento della stessa amata lingua italiana. Sempre più spesso, teme Valle, gli italiani abbandonano le parole del loro patrimonio storico nazionale e usano parole inglesi. Questo non è più italiano, egli dice addolorato, è itanglish. L’itanglish gli appare ormai imperversante senza freni: questa specie di pidgin diventerà un vero creolo coloniale angloitaliano, i bimbi lo impareranno nella culla, l’italiano vero finirà nella soffitta degli usi dotti e letterari. Per amore delle due lingue Valle da tempo sostiene che chi parla italiano farebbe bene a osservare il comportamento cauto di chi parla spagnolo.

L’accostamento delle due lingue e la proposta dello spagnolo come possibile modello di scelte linguistiche italiane non sono basate solo sull’esperienza soggettiva di Valle, ma anche su un dato linguistico oggettivo. Se ricorriamo alla nozione tecnica di distanza linguistica occorre dire che il castigliano e, quindi, lo spagnolo da una parte e, dall’altra, i dialetti toscani centrosettentrionali e, quindi, il fiorentino e l’italiano sono, insieme al sardo logudorese, gli idiomi romanzi che meno si sono allontanati dalla matrice latina e protoromanza. Di conseguenza, la distanza linguistica tra loro è molto minore della distanza che ciascuno ha con il francese, il ladino o il romeno. Di qui l’interesse che per gli italofoni possono avere le soluzioni adottate dagli ispan0foni per fronteggiare gli anglismi.

Il contributo di Valle sollecita diverse riflessioni. Come ha mostrato già anni fa un ampio studio di Manfred Görlach (A dictionary of european anglicism. A usage dictionary of anglicisms in sixteen european languages, Oxford University Press 2001) sono circa quattromila gli anglismi insediatisi in modo non occasionale nell’uso comune di molte lingue europee. Essi sono dunque quegli anglismi non occasionali (come il choosy della ministra Elsa Fornero) candidati a entrare nella categoria degli internazionalismi. È una categoria di parole geneticamente composita in cui, sul sempre dominante fondo grecolatino, si sono aggregati nei secoli arabismi, francesismi, italianismi, ispanismi, tedeschismi, giapponesismi e, più rari, specie se siguarda ai significanti, ebraismi, e ancora russismi e sinismi. I gruppi intellettuali dei diversi paesi e le tradizioni d’uso delle varie lingue hanno differenti atteggiamenti nei confronti degli internazionalismi. Una linea di comportamento diffusa e spesso consapevolmente programmata dai gruppi intellettuali è quella, già latina nei confronti di grecismi, del ricorso a calchi semantici: con materiali del patrimonio lessicale tradizionale si creano parole ricalcate sul modello alloglotto e si introduce nella lingua una nuova parola di forma indigena ma di “anima”, come diceva Leo Spitzer, cioè di significato inzialmente straniero. Così, ad esempio, una diffusa famiglia di internazionalismi risale alla parola latina conscientia, ma questa parola è un calco dal greco, ha un’anima greca. Il calco, dovuto a Cicerone e diffuso poi dal linguaggio del cristianesimo, riprende la parola greca syneídesis, composta di syn “con”, in latino cumcom- , e di eídesis “sapere, conoscenza”, in latino scientia. In altri casi invece gli internazionalismi sono adattati non solo alle diverse abitudini fonetiche nazionali (pronunciamo all’italiana l’anglismo tunnel, alla seminglese clubsurf), ma anche alla fonematica e ortografia e morfologia desinenziale (così beaf-steak è stato adattato in bistecca), operazione che in italiano è facilitata dalla natura di “cavallo di ritorno” (diceva il grande indimenticabile Bruno Migliorini) dei molti anglismi di origine latina o neolatina (così, senza difficoltà, sentimental nel settecento fu reso con sentimentale).

Gli anglismi suscitano impressione negli osservatori, specie digiuni di studi linguistici scientifici, per il numero e la rapidità con cui hanno fatto e fanno irruzione nelle diverse comunità linguistiche. Le autorità governative francesi da diversi decenni si sono impegnate in una difficile impresa, una mission impossible direbbero gli anglizzanti più corrivi: l’impresa di difendere l’antica posizione dominante della francofonia e di frenare l’uso della lingua inglese come lingua internazionale della diplomazia, delle scienze, delle tecnologie d’avanguardia, dello spettacolo. Sullo slancio di quest’impegno una legge varata dal ministro Jacques Toubon nel 1994 pensò di trasferire dalla politica estera alla politica interna lo stesso atteggiamento combattivo e quindi si propose di limitare l’uso degli anglismi nella comunicazione pubblica. Nell’informazione i risultati non sono brillanti come può vedersi ad esempio leggendo un giornale dallo stile sorvegliato come Le Monde.Sfogliando qualche numero recente del grande quotidiano si trovano nei titoli e negli articoli anglismi presenti anche in italiano e altre lingue, come boom, budget,football, marketingmatchmeeting (standard per “comizio”, come fu in italiano a fine ottocento, quando circolava anche meetingaio “comiziante”), tory, week end, ma anche anglismi che l’uso italiano ignora, come biopic,sextape o il semiadattato footballeur,les gamers, la polirematica narrative designer eccetera. In qualche caso generosi sforzi di calco coesistono nello stesso articolo con l’anglismo grezzo: toriesconservatives, la polirematica Parti du travaille e Labourtravailliste e labouriste.

Se contrastare l’uso di anglismi è una virtù, il lavoro di Valle offre larga messe di esempi virtuosi nel contemporaneo uso dello spagnolo sia europeo sia americano. Così, per esempio, resumen è preferito ad abstract (che Incipit sembra ritenere inevitabile in italiano), cuenta vince su account, dopaje e antidopaje paiono prevalere su doping e antidoping,antimonopolio su antitrust,bloguero su blogger e si potrebbe continuare a lungo con le decine e decine di voci per le quali l’uso spagnolo ha preferito optare per equivalenti autoctoni che Valle suggerisce come modello agli italofoni.

Resistenza, ma non sempre
Occorre però dire che proprio la maggior resistenza ispanofona all’uso degli anglismi rende particolarmente interessante il manipolo di anglismi che gli ispanofoni hanno tuttavia adottato sia nella loro forma grafica “cruda”, come diceva Bruno Migliorini (salvo anche in tal caso lo sviluppo di ovvi adattamenti fonetici non registrabili nell’ortografia rispetto alle pronunzie inglesi), sia in una forma grafica leggermente adattata alle consuetudini fonologico-ortografiche dello spagnolo, per esempio indicando un accento (come in búnker), scrivendo –i e non –y in fine parola o ritoccando più decisamente la forma grafico-fonica (estándar o filme, meno usato però del calco película). L’elenco degli anglismi affermatisi anche nello spagnolo è ricavabile dal lavoro di Valle e non è brevissimo. Si tratta, come già si è accennato, di anglismi sia grezzi sia più o meno tenuemente adattati: bar,barmanbeisbol,blog,bodiboomerangbox,brandi,budget (nello spagnolo degli Stati Uniti), búnker, baipás,casting,catering,Ceo,chat (che pare alternare con cibercharla), clic,club,cluster,cocktailcloset (nello spagnolo d’America), curridandi,detective,disc jockey (alternante a volte con pinchadiscos), drinqueestándarfile (nello spagnolo cubano e centroamericano), filme e microfilme (accanto a película), flash o flas,freezer (nell’America ispanofona), frizer (in Spagna, accanto a congelador), gang,gángster,gay,hacker,hall,holding,hot dog (nello spagnolo d’America), jeans e blue jeans (nello spagnolo d’America), jetlagkiller (nello spagnolo degli Stati Uniti), líderliving room,managermanspreading (alternante con despatarre masculíno “spaparanzamento maschile a cosce divaricate”)_, marketing_ o anche márquetin, mailok (in molte nazioni ispanofone), performance,puzle (convivente con rompecabezas), racket (nello spagnolo degli Stati Uniti), relax,roundsándwichselfi, sexi,slipstock,stop,stress,test e testar, web,wéstern , zombi,zum.

Agli esempi ricavabili dal lavoro di Valle qualche altro anglismo ben attestato nello spagnolo si potrebbe aggiungere, come córner o fútbol. Insomma la certa propensione ispanofona a frenare l’entrata degli anglismi non porta a una chiusura ermetica. Nella coscienza linguistica degli ispanofoni la presenza di modelli inglesi è chiara e forte se, per fare ancora un esempio, Brexit ha suggerito, come si legge in questi giorni nel País, Spexit e Catexit (a *Padexit in Italia per ora non si è ancora pensato). Tuttavia è indubbio: quel che altrove è uno tsunami appare invece ed è una fronteggiabile ondata sui lidi ispanici, specialmente quelli europei (non altrettanto vale per gli assai più esposti lidi ispanici americani).

Anglismi nell’uso italiano più recente
Senza dubbio lo tsunami anglizzante va guadagnando terreno nell’uso italiano. Non è rilevante tanto il numero di lessemi di origine inglese registrabili in un grande dizionario. Sulla scala dei grandi dizionari da molti anni ho cercato di mostrare e precisare un dato che non dovrebbe essere privo di interesse per chi vuole accostarsi alla questione dell’interscambio linguistico cercando di capire prima di brandire la spada delle crociate. Nei grandi dizionari inglesi, subito dopo i latinismi e i francesismi che hanno invaso la lingua mettendo ai margini le parole di origine germanica comune, il nucleo genetico della lingua, vi è una percentuale di italianismi e di ispanismi paragonabile alla percentuale di anglismi presenti nel Gradit e ora nella versione online del dizionario Treccani, bruscamente e senza troppe spiegazioni arricchitosi rispetto alle versioni cartacee di pochi anni fa. Chi ha parlato e parla l’inglese nelle isole britanniche e negli Stati Uniti ha aperto e continua ad aprire generosamente le porte alle lingue di origine latina. L’ondata anglizzante in questi anni più recenti si segnala non per la percentuale di parole nel lessico, ma per altri aspetti relativi piuttosto all’uso: l’adozione di anglismi in locuzioni formali e ufficiali (educationjobs act,question time,spending review,spread,welfare e via governando); l’ampiezza dei campi semantici investiti dall’uso di anglismi, da quelli tecnico-scientifici alla politica, dallo sport alla quotidianità; e, infine, l’eccezionale frequenza con cui l’uso comune ricorre negli anni più recenti ad alcuni anglismi. Per stabilirlo possiamo riprendere un confronto già avviato in Storia linguistica dell’Italia repubblicana (1a ed., 2014, p.159). È il vocabolario di base dell’italiano redatto nel 1980 sulla scorta di testi (di complessive 500.000 occorrenze di parole) risalenti per lo più a testi scritti degli anni cinquanta e sessanta del novecento e la nuova versione o meglio il radicale rifacimento elaborato con Isabella Chiari su una massa di testi enormemente maggiore (18 milioni di occorrenze), anche trascritti dal parlato, risalenti ai nostri anni dieci. In ogni lingua, non solo in italiano, le poche migliaia di vocaboli del vocabolario di base hanno una frequenza incomparabilmente maggiore delle parole anche comuni e sono così frequenti da coprire oltre il 90 per cento di ciò che diciamo, scriviamo, ascoltiamo. Nel vocabolario di base italiano del 1980 figuravano solo pochi anglismi, bar, film, sport, tennis, tram, whisky. Oggi si affolla invece un ben più folto manipolo. Elenco qui di seguito per ordine di uso decrescente anglismi ora entrati a far parte delle fasce d’alta frequenza:

  • parole in gran parte già comuni, ma soltanto comuni intorno alla metà del novecento, salite ora di frequenza ed entrate quindi nelle fasce di più alto uso del vocabolario di base: ok e okay, design, copyright, software, designer, gay, sexy, hobby, band, share, killer, slogan, hobby, sexy, software, test, quiz, brand, designer, baby, bit, boss, box, detective, fax, fan, fiction, flash, global, gossip, home, jeans, killer, leader, link, live, look, marketing, menu, monitor, monitoring, network, news, offline, online, party, poker, pop, privacy, pub, pullman, record, rock, set, share, shopping, show, single, software, spot, stress, style, tag, team, top, tour, trend, weekend;
  • parole nuove (rispetto alle precedenti) o non ancora comuni, entrate ora nel vocabolario fondamentale: email, euro “moneta”, web, internet, post, digitale “numerico, discreto”, cliccare.

Torneremo a presentare più diffusamente il nuovo vocabolario di base in questo Gran mare delle parole (già nel Dizionario online si è provveduto ad assegnare nuove etichette, nuove marche d’uso dei lemmi se variate rispetto al vecchio vocabolario di base). E si vedrà che l’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni.

A voler bandire l’uso degli anglismi dalle lingue del mondo e dall’italiano c’è lavoro, se non gloria, per tutti.

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Io non ci sto!

18 Dicembre 2016 6 commenti

Probabilmente una delle cose buone fatte dal Parlamento italiano è la normativa che regola l’elezione dei sindaci, affidata alla libera volontà dei cittadini. Quando l’operato dei sindaci è corretto, onesto, costruttivo ed ispirato al miglioramento delle condizioni delle città e dei paesi, questi vengono rieletti, in caso contrario se ne sceglie un altro.

Il sindaco può essere costretto a dimettersi o può essere esautorato solo quando vi siano a suo carico manifeste dimostrazioni di incapacità e di colpevolezza tali da costringere l’intervento della Magistratura, cui segue quello dello Stato che dopo averlo esautorato nomina al suo posto un commissario straordinario. Un sindaco può quindi cessare di essere tale solo per: dimissioni volontarie, intervento della magistratura o delle istituzioni, mancata rielezione da parte del popolo.

Non ho mai avuto alcuna particolare simpatia per i vari Masaniello (che in genere fanno una pessima fine) o per i potenti burattinai che si arrogano il diritto di giudicare se un sindaco possa o meno continuare a svolgere le proprie funzioni. Io quindi non ci sto, non concordo con il fatto che il barbuto Masaniello grillesco sia autorizzato a decidere se il sindaco Virginia Raggi debba o meno dimettersi. Questi sono compiti che spettano a lei stessa, alla magistratura, alle istituzioni e, soprattutto, al popolo romano che l’ha eletta.

È ora che il signor Grillo e la Casaleggio associati la smettano di assumersi compiti e funzioni non di loro competenza, è ora che gli insipidi bercianti membri del cosiddetto direttorio la smettano di ergersi a paladini della libertà e dell’onestà, senza averne le competenze, la capacità e la preparazione. Già è difficile amministrare una famiglia, difficilissimo amministrare un’impresa, immaginiamo quali siano le difficoltà nel voler amministrare una città importante o addirittura uno Stato. Occorrono anni ed anni di preparazione culturale, di capacità imprenditoriali, di onestà e di competenza morale e sociale. Chi senza godere di alcuna di queste caratteristiche se ne arroga il diritto o è un arrivista sfrenato o quanto meno un presuntuoso.

Se Virginia Raggi dovrà o meno dimettersi sarà lei stessa a sceglierlo o, se ve ne sarà il motivo, saranno le Istituzioni a poterlo fare senza l’intervento di alcun Mangiafuoco di Collodiana memoria.

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Ho fatto un test

25 Novembre 2016 5 commenti

Scopri che liberale sei con il test della FLE

100%

Che liberale sei?
Sei un Liberale Classico

Credi nel libero mercato e nella competizione, ma ritieni che lo Stato debba fare da arbitro. Sai che l’arbitro può essere talvolta corrotto, quindi non vuoi affidagli troppi poteri. Sei pragmatico e non ti piace fare troppa ideologia.

Ritieni che il liberalismo debba essere soprattutto un metodo e che ci si debba focalizzare sui singoli problemi. Hai idee precise, ma ami rimetterle in discussione. Diffidi di coloro che dicono di avere la libertà in tasca. Credi che, per essere liberali, si debba essere anche liberisti; ma pensi anche che essere liberisti non basti per essere considerati liberali: è condizione necessaria ma non sufficiente.

Sei un liberale vecchio stile. Se non indossi gli occhiali pince-nez alla Cavour è solo perché il tuo ottico non li vende più.

Lettura consigliata: Storia d’Europa nel secolo decimonono - Benedetto Croce

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Scontri Dimenticati: La Georgia e la Battaglia di Didgori (1121)

21 Novembre 2016 Commenti chiusi

Marzo 27, 2012 Scritto da Zweilawyer

battaglia-didgori-1121

La Georgia è uno di quei paesi la cui conoscenza, da parte di molti storici occidentali, è piuttosto fumosa. Lo stesso dicasi per l’evento particolare rappresentato dalla Battaglia di Didgori.

Molto tempo fa vi avevo parlato della Battaglia di Avarayr, facendo un breve riassunto della situazione armena nel V secolo. Poco più a nord, nello stesso periodo, stava crescendo un’altra realtà politica, quella georgiana.

Semplificando la reale situazione, la Georgia di quel periodo era divisa fra i Regni di Lasica (la vecchia e ben più famosa Colchide) e di Iberia, entrambi pressati dall’Impero Romano e da quello Sasanide. Fu proprio un re d’Iberia, Vakhtang I, a tentare una prima unificazione della Georgia. Vakhtang, molto vicino a Roma, riuscì ad aumentare la zona di influenza dell’Iberia, ma dopo la sua morte e quella del figlio, l’Iberia tornò ad essere una provincia sasanide. Analogamente a quanto accadde per l’Armenia, anche la Georgia fu costretta a subire il traumatico passaggio dal mondo greco-romano-persiano a quello arabo.

Georgian_States_Colchis_and_Iberia_(600-150BC)-en.svgUna mappa della situazione geopolitica “georgiana” fra 600 e 150 a.C. (fonte: wikipedia)

L’invasione di Marwan Ibn Muhammad, del 735, fu devastante. Gli arabi rasero al suolo villaggi e città e gran parte della popolazione cercò rifugio nelle fortezze montane. La resistenza georgiana fu strenua, le perdite del futuro califfo molto pesanti. La crudeltà di Marwan divenne leggendaria, anche a causa della tortura e condanna a morte di due principi Argveti che avevano rifiutato la conversione all’Islam.

Attorno al 750 venne fondato l’Emirato di Tbilisi, ma la resistenza georgiana continuò a prosperare, grazie soprattutto alla famiglia Bagration. Re Ashot il Grande riuscì a strappare dalla mano araba molte terre ed il Regno di Tao-Klarjeti divenne una importante enclave indipendente stretta fra Bisanzio e Islam.

Rimanevano anche altri stati indipendenti, come l’Imereti e l’Abkhazia, e fu proprio la famiglia Bagration ad unificarli, sotto Bagrat III (978), in un unico Regno di Georgia.

Come avrete notato, sono partito da fatti molto anteriori alla data citata nel titolo. Questo breve riassunto è stato però necessario a evidenziare i momenti più rilevanti che portarono allo scontro di Didgori.

Nonostante l’unificazione, in Georgia continuarono le guerre intestine fra Bagration e altre famiglie. Le cose precipitarono nella seconda metà dell’XI secolo, quando i Selgiuchidi di Alps Arslan attaccarono  la Georgia. Attorno al 1064, quasi tutta la Georgia orientale era in mano turca. Le forze militari dei due avversari erano troppo differenti perchè i georgiani potessero respingere i Alps Arslan e, dopo la Battaglia di Manzikert (1071), i Turchi ebbero la strada spianata per l’ingresso in massa anche nella Georgia Occidentale (e in tutta la regione caucasica).

L’evoluzione della situazione dall’inizio del IX all’inizio dell’XI secolo.

Chiunque abbia un poco di dimestichezza con gli studi storici, avrà notato che proprio in questi momenti di difficoltà estrema emergono spesso dei grandi leader. Le Georgia ne ebbe uno molto particolare, visto che salì al trono a 16 anni.

Davide IV successe al padre, Giorgio II, nel 1089, per delle ragioni non ancora appurate in maniera completa. Grazie alle sue buone doti di statista (e, immagino, grazie a dei consiglieri navigati) riuscì, nell’ultimo decennio dell’XI secolo, a rosicchiare buona parte del dominio turco nella Georgia orientale.

Fra il 1092 ed il 1103 eliminò la minaccia interna rappresentata dal ducato di Kldekari, che da oltre un secolo era in guerra con la casa dei Bagration (ed era giunto ad invocare l’aiuto dei Selgiuchidi); nello stesso periodo si rifiutò di pagare il tributo ai Turchi e non accettò un titolo onorifico concessogli da Bisanzio (che non aveva perso il vizio di seppellire i potenti locali sotto una montagna di sebastos, protosebastospanhypersebastos, ecc.).

In sostanza, Davide IV si liberò del giogo turco e, dall’altro lato, si pose di fronte a Bisanzio in condizioni di parità. Dopo l’appello di Urbano II, che portò alla prima Crociata, Davide (nel 1097) smise di pagare anche il tributo diretto al Sultano.

Grande sostenitore della Chiesa, Davide IV pose le più importanti cariche religiose sotto il controllo della corona, ma le fece partecipare in maniera concreta alle decisioni fondamentali per la vita del paese. Costruì chiese e monasteri, che divennero fondamentali per la rinascita culturale del paese (il Monastero di Gelati è il più famoso) assieme all’educazione dei giovani. Riguardo a questi ultimi, Davide ne selezionò un certo numero per mandarli a studiare a Costantinopoli, in modo da poter tornare in patria con un buon bagaglio di conoscenza storiche, scientifiche ed artistiche.

Nel frattempo (parliamo sempre dei primi due decenni dell’XI secolo), Davide riuscì ad arrestare tutti i contrattacchi dei Selgiuchidi e ad ampliare ulteriormente il suo dominio. Non ci furono scontri campali, ma battaglie minori e assalti alle numerose fortezze sparse per la Georgia (Samshvilde, Dzerna, Rustavi, Kaladzori, Lore,  Aragani, ecc.).

Il monastero di Gelati

Uno dei problemi più importanti che Davide fu costretto ad affrontare fu quello militare. Il suo dominio non aveva una grande estensione e buona parte delle sue forze militari provenivano dai feudatari del regno. Come ben sappiamo, gli eserciti feudali erano soggetti a grandi difficoltà organizzative, e spesso il sovrano aveva una conoscenza solo sommaria dell’effettivo numero di soldati di cui poteva disporre.

Oltre a questo, parte della popolazione si era rifugiata nelle foreste o sulle montagne per sfuggire alle grinfie turche.

La questione fu risolta in modo brillante. Come dice Alexander Mikaberidze, della Louisiana State University:

The Georgian crown possessed the monaspa royal troops [guardia reale] of some 5,000 men, but it was dependent militarily on the troops supplied by feudal lords — who often defied the king. To solve this problem, King David came up with a brilliant solution. He married the daughter of the leader of the powerful Cuman-Qipcaqs residing in the northern Caucasus, and in 1118 he invited the entire Cuman-Qipcaq tribe, which was engaged in a bitter war with rising Russian principalities, to resettle in Georgia

Between 1118 and 1119, King David moved some 40,000 Qipcaq families (approx. 200,000 men) from the northern Caucasus steppes to Kartli (central Georgia) and, to accelerate their assimilation into the Georgian population, they were dispersed over a number of places while retaining their clan structure. They were outfitted by the crown and granted lands to settle. In turn, they provided one soldier per each Qipcaq family, allowing King David to establish a 40,000-man strong standing army in addition to his royal troops

(Il Re della Georgia poteva disporre delle truppe reali monaspa [Guardia Reale] composte da circa 5.000 uomini, ma era militarmente dipendente dalle truppe forniti dai feudatari – che spesso avevano sfidato il re. Per risolvere questo problema, il Re Davide ideò una soluzione brillante. Sposò la figlia del leader del potente Cuman-Qipcaqs residente nel Caucaso settentrionale, e nel 1118 invitò l’intera tribù Cuman-Qipcaq, che era stata impegnata in una dura guerra con degli emergenti principati russi, a reinsediarsi in Georgia.Tra il 1118 e il 1119, il re Davide mosse circa 40.000 famiglie Qipcaq (circa. 200.000 uomini) dalle steppe del Caucaso al nord di Kartli (Georgia centrale) e, per accelerare la loro assimilazione alla popolazione georgiana, esse furono assegnate a numerose diverse località, pur mantenendo la loro struttura clan. Esse furono equipaggiate dal Re e furono concesse le terre. A loro volta, esse fornirono un soldato per ogni famiglia Qipcaq, consentendo al Re Davide di costituire un esercito permanente, forte di 40.000 uomini in aggiunta alle sue truppe reali)

Un modo brillante, dicevo, ma rischioso. I Qipcaqs, o Kipchaks, conducevano una vita nomadica ed erano abituati a servire come mercenari presso diversi regni. Dar loro un gran numero di terre per convertirli al sedentarismo fu una mossa audace, che gli diede senza dubbio più vantaggi che svantaggi.

Trascinare nel proprio territorio un simile numero di uomini in età da guerra avrebbe potuto condurre all’autodistruzione della Georgia. Evidentemente, Davide IV era davvero un uomo fuori dall’ordinario, capace di gestire e conciliare le esigenze della popolazione, della chiesa e dei soldati.

I suoi continui successi militari portarono i turchi a considerare Davide la minaccia principale per il loro dominio, superiore quindi a quella rappresentata dai Crociati e da Bisanzio.

Il Sultano Mahmud II decise che era finito il tempo delle scaramucce. Bisognava annientare la Georgia una volta per tutte.

battaglia di didgoriAttorno al 1120, Davide IV era pronto alla guerra

L’incarico di portare a termine l’impresa fu affidato al generale Ilghazi, il quale aveva annientato un esercito crociato solo due anni prima, nella famosa Battaglia dell’Ager Sanguinis. Ighazi fu dotato di un esercito enorme, uno dei più imponenti nella storia militare medievale, ma le stime di alcuni cronisti (400.000-600.000 uomini) sono assolutamente esagerate. Diciamo che una cifra attorno ai 100.000 (contando cuochi, fabbri, falegnami, operai, ecc.) mi sembra più plausibile.

Il 10 Agosto 1121, l’armata turca era accampata in una piana ai piedi del Monte Didgori, 40 km a ovest di Tbilisi. Ilghazi non aveva trovato alcuna resistenza, poiché Davide aveva fatto evacuare tutti gli abitanti sulla linea di marcia dei turchi.

L’esercito georgiano era composto da quasi 60.000 uomini, ma le fonti non concordano sul numero complessivo dei guerrieri Kipchaks (15.000-40.000) . Al grosso dell’armata si aggiunsero 500 Alani e 200 Crociati furiosi per le sconfitte subite in Terra Santa.

La strategia elaborata da Davide era semplice: creare un diversivo e attaccare il nemico di sorpresa.

Conoscendo l’importanza di quella che sarebbe stata ricordata come la Battaglia di Didgori, si dice che Davide abbia fatto ammassare tronchi d’albero sulla strada dietro l’esercito georgiano, in modo che nessuno potesse battere in ritirata. Secondo uno dei soldati franchi, prima della battaglia Davide pronunciò queste parole:

Soldati di Cristo! Se combattiamo con totale dedizione, difendendo la fede nel Nostro Signore, non solo annienteremo gli infiniti servi di Satana, ma Satana stesso. Aggiungerò solo una cosa che aumenterà il nostro onore e la nostra impresa: alziamo le mani al Cielo e giuriamo al Nostro Signore che in nome dell’amore che proviamo per Lui, moriremo sul campo di battaglia piuttosto che fuggire via.

Decise dunque di mandare 200 cavalieri pesanti come messi, che Ilghazi accettò di incontrare. I 200 cavalieri erano però il diversivo. Caricarono i comandanti turchi andati loro incontro e affondarono una carica nel campo nemico. Allo stesso tempo, un contingente dell’esercito di Davide (guidato dal figlio Demetrio) si era inerpicato sulle alture intorno alla valle.

Il grosso dell’esercito attaccò mentre i turchi tentavano di riorganizzarsi e i soldati di Demetrio giunsero dall’altro lato.

Purtroppo le descrizioni della battaglia non sono abbastanza particolareggiate, ma sappiamo che fu un massacro.

I georgiani inseguirono i turchi in fuga per 3 giorni, lasciandone in vita solo poche centinaia. La Battaglia di Didgori era stata vinta. A detta degli storici dell’epoca, fiumi e colline furono coperti dai cadaveri dei nemici, tanto che Davide venne definito “La Spada del Messia”.

Per la differenza delle forze in campo e la presunta imbattibilità dei turchi, i georgiani definirono quella battaglia dzlevai sakvirveli, “una vittoria miracolosa”. In tempi recenti è stato eretto sul luogo della battaglia un monumento (enormi spade in pietra infisse nel terreno) in onore degli eroi che vi presero parte.

Negli anni successivi alla battaglia di Didgori, Davide cacciò definitivamente i turchi dalla Georgia. Tiblisi, capitale dell’omonimo emirato, cadde nel 1122, ma Davide fu capace di allargare la sua sfera d’influenza all’Armenia, dove inflisse altre sconfitte ai Selgiuchidi.

Le conquiste di Davide IV

Incredibile a dirsi, molti musulmani rimasero all’interno del Regno di Georgia. Sembra infatti che Davide attuasse una politica di grande tolleranza nei confronti di ebrei e musulmani, e, cosa da non sottovalutare, che fosse riuscito a mitigare in maniera notevole la pressione fiscale sulla popolazione.

Il generale Ilghazi, che aveva sempre avuto problemi di alcolismo, morì l’anno dopo.

(tratto da un post di Isabel Giustiniani)

https://www.facebook.com/isabel.giustiniani?fref=nf

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Un “tema” di 5 elementare del 1944

13 Novembre 2016 2 commenti

(girellando per il Web, mi sono imbattuto in questa notizia). E’ troppo bella per cadere nel dimenticatoio e la riporto qui:

Un tema di quinta elementare del 1944 fa deprimere un professore

Enrico Galiano, un professore che cura una sezione sul sito Scuolazoo, ha scritto in un post che mentre navigava in Rete si è imbattuto nella pagina facebook di un sito, quaderniaperti.it, che raccoglie i temi fatti da bambini italiani dal 1900 fino ai giorni nostri.

Mentre li leggeva si è stupito di quanto fossero scritti bene, con un italiano forbito e senza alcun errore di consecutio temporum.

Il suo stupore è stato talmente tanto che ha deciso di pubblicare interamente il tema composto da una bambina di Clusone nel 1944, quando la stessa frequentava la quinta elementare.

Titolo: rovistando in solaio

Giorni or sono non sapendo cosa fare salii in solaio e mi posi a guardare tutte le antichità tra cui molti abiti. Vi erano anche dei vecchi mutandoni della nonna! Svelta me li provai. Mi arrivavano sino ai piedi. Scoppiai in una risata continuando a vestirmi. Sopra ad ogni cosa misi un grande abito da sera, certo della nonna.

Mi guardai allo specchio e esclamai con gioia: “Sembro proprio una piccola dama dell’800!”. Presi una borsa e infilatami un paio di guanti corsi giù. Per la scala però constatai con rabbia di non essermi messa le scarpe. Risalii.

Per fortuna c’era un paio di scarpe lunghe quanto me e me le misi: “Ora si che sono antica” esclamai. Di sotto la gonna mi si vedevano oltre ai mutandoni due scarpe lunghe che facevano veramente ridere.

Scesi in cucina e mi presentai come una dama inglese. Tutti mi riconobbero e risero della mia burla. Quando mi smascherai affermarono che ero veramente irriconoscibile e che quell’acconciatura mi si addiceva a meraviglia.

Salii di nuovo e mi divertii più di prima. Aprii una cassa e che meraviglia: una divisa da garibaldino con la sciabola mi incantò.

Toltami i panni da dama dell’800, indossai la divisa garibaldina stringendo nel pugno la lunga spada con la quale scansai un quadro. Non l’avessi mai fatto! Uscì fuori una frotta di sorci, ed io che fino al momento mi ero immaginata di essere in un campo di battaglia, al solo veder quel brulicar di topi, fuggii e inciampando da tutte le parti ruzzolai fino in fondo alle scale. Mi vergognai di aver dimostrato una viltà del genere, pur indossando una divisa garibaldina».

Come lo stesso professore scrive, nel leggere i temi, è stato assalito da diverse emozioni e alla fine il risultato è stato che si è depresso fortemente.

A conclusione della sua riflessione il professore afferma di aver capito che il problema risiede non tanto nei ragazzi di oggi, quanto nel metodo educativo che è cambiato. 

credo di aver capito di chi sia la colpa, se i nostri studenti delle superiori oggi non sarebbero in grado di scrivere come una bambina di quinta elementare del 1944: è nostra. È solo colpa nostra.”

Il punto, continua il professore, è che a un certo punto si è cercato di agevolare gli studenti, semplificando i concetti, il problema è che si è andati oltre. Se si confronta, secondo lui, un sussidiario delle medie degli anni 80 e un libro di testo attuale, si nota che il sussidiario risulta essere molto più dettagliato, ricco e complesso, mentre quello di oggi è molto ricco di “immagini, schemi e mappe”.

La colpa è stata quella di aver cercato di aiutare troppo i bambini, e quindi loro hanno smesso di fare da soli. E’ per questo motivo, quindi, che secondo lui la scuola deve tornare ad essere difficile.

“se una ragazzina di quinta elementare del 1944 scrive molto meglio di un ragazzo di seconda superiore di oggi, direi che non ci sono dubbi” conclude Galliano.

E voi unimamme cosa ne pensate?

Converrete con me nel dire che, purtroppo, il professore ha proprio ragione. L’ho provato sulla mia pelle, l’unità d’Italia, una delle pagine più belle della storia d’Italia, ridotta in sole tre pagine ricche di immagini e di didascalie…e mia figlia fa la terza media!

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Ancora due parole sulla “lingua”

26 Ottobre 2016 14 commenti

Gli “orrori” della lingua.
Sì, lo so. Il termine “ministra” è stato usato anche dal padre Dante e da Boccaccio, tuttavia sono passati oltre cinquecento anni e alle mie orecchie stride e suona male. L’assonanza con “minestra” è comica e inevitabile. Ministressa? sindachessa? Peggio che peggio! Ma che cosa ci sarebbe stato di male nel continuare a dire e a scrivere: il ministro Maria Rosaria? o il sindaco Giuseppina Rossi? Maschilismo? ma quando mai? solo buon senso. E ancora, altro uso balordo è quello di usare male gli articoli determinativi. Abbiamo soppresso il “loro”? Va bene, era antiquato e pedante, infatti se scriviamo: “entrarono Carlo e Vincenzo, e dissi loro di andar via” vi piace? A me no, puzza di stantio. Molto meglio scrivere “e gli dissi di andar via”… ma… se invece entra Marialuisa? gli dico di andar via? NO! a parte che per educazione il gentil sesso non si manda via, resta il fatto che se proprio non possiamo fare a meno di scacciarla occorre usare “le”.
“entrò Marialuisa e le dissi di andar via”.
Il discorso è infatti diverso. Trovo purtroppo spesso l’uso di “gli” al posto di “le”e mi si drizzano i capelli (almeno i pochi rimasti) in testa!
Non è solo un errore, è un ORRORE!

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Una lunga poesia di G.Pascoli

23 Ottobre 2016 8 commenti

Questa poesia di Giovanni Pascoli, (oggi così ignobilmente dimenticato) la recitava, sia pure in parte e con qualche errore, mia madre. E’ talmente lunga e poco conosciuta che persino la Fondazione Pascoli ne conosceva solo un piccolo brano iniziale. Con un po’ di fatica e molte ricerche sono riuscito a ricomporre la versione integrale e può anche darsi che ne esista qualche altra versione con qualche lieve variante. Qualche erudito pedante potrà anche obiettare che alcuni versi sono zoppicanti, o che altri non sono del tutto chiari, io credo invece che si tratti di un raro gioiello che non merita l’oblio nel quale è precipitata, e quindi la ripropongo sperando  che qualcuno l’apprezzi. Se così non sarà, sarò comunque contento di averla ritrovata anche se solo per me.

          Pierino

(Il nonno e il nipotino)

Giovanni Pascoli

 

il bimbo nacque, sua madre morì.

La morte nel suo cammino

com’è distratta a volte

dimenticò di prendere il bambino.

Un anno dopo il padre

riprese moglie, e il bimbo

aveva il torto d’esserci.

Un buon vecchio l’esserino

accettò ch’era di troppo.

Chiusi gli occhi

tenea nella sua culla

e la boccuccia mezza

aperta al sonno,

il vecchio in braccio

si recò quel nulla

caldo, e divenne madre;

Era suo nonno.

 

Quando si resta al mondo,

un po’ di più, che c’è di meglio a fare

ch’essere mite e buono?

Essere quello che, via,

via che passa,

gente ne spera il piccoletto dono?

Quello che gente picchia alla sua porta

ed ei s’affaccia col pio capo bianco?

Quello che prende su ciò che ha lasciato

di sé la madre morta?

Quello che al bimbo che ricerca il petto

di mamma e annaspa con le sue manine,

porta la capra che lascia il capretto

sopra le balze alpine?

 

Dunque Pierino nacque,

fu povero orfanello, ebbe gli occhioni

di cielo col riflesso

del latte, e poi, bel bello

quel solitario balbettio sommesso

che par la boschereccia d’un uccello:

fu l’angelo ch’è l’uomo

avanti d’esser uomo: ed il suo nonno

lo contemplava al mo’ che si contempla

un cielo che si dora:

e quel tramonto amava quell’aurora.

Il nonno lo portò nella sua casa

antica e grande in mezzo a un gran giardino.

Oh! quanto verde! Intorno c’erano peri e meli

un tremolar di steli,

frulli di foglie e d’ale

un gridio di cicale

nel greve mezzogiorno,

e poi tra lusco e brusco

i pigolii sommessi dei nidi sui cipressi

e cinguettii di polle,

e lo sdrucciolo molle

dell’acqua in mezzo al musco;

era per l’angioletto un paradiso

quell’antico giardino!

Al Paradiso s’avvezzò Pierino.

 

Sua balia era una capra,

suo fratello di latte era un capretto

e il caprettino, adesso, già faceva

le sue corse ed i suoi balzi

e l’omettino anch’esso

volle incignare i suoi piedini scalzi

e fece il primo passo

e fatto il primo volle farne un altro…

un altro, un’altro.

E via, col capo avanti

e con le braccia avanti,

trempellando, nuotando, vacillando

fra le tremule mani del buon avo,

che gli era intorno e gli dicea

“Vieni oh! non ti tengo più…

là… là… là… bravo

 

Oh! bei giorni sereni

com’erano contenti!

S’udian due risatine a quando a quando

ch’eran tutte e due la gentil cosa

ch’erano tutte e due color di rosa

senza biancor di denti.

Egli era il re, suo nonno

era il suo servo: “Babbo aspetta!”

il nonno aspettava

“No vieni” egli veniva

“Ridi” rideva

“Canta” cantava.

O Famigliuola

fra i nidi e l’ombre,

sola, sola, sola.

L’uno due anni, l’altro sugli ottanta

l’uno dicea le ultime parole,

l’altro le prime

ed erano le stesse.

Dicea il nonno al bimbo le più care

le meglio che sapesse

per farlo compitare.

Dicea: “Pierino, core del mio core”

e lui: “Pielino, cole del mio cole”.

Li benediva il sole.

 

E suo padre? Suo padre

Vivea con l’altra moglie: e nella casa

Intanto era un novello essere entrato:

a Pierino era nato

un fratello, e vagìa nella sua culla,

Pierino non sapeva,

e non vedeva nulla;

avea suo nonno, e molto era beato.

Altro per lui non c’era.

E suo nonno, una sera,

morì….Non se ne accorse

Pierino; non capì. Spesso suo nonno

Gli avea detto: “Pierino,

presto, domani forse,

morrò: questo tuo povero nonnino

che ti voleva tanto, tanto bene,

non rivedrai mai più….”

Sì; ma Pierino

non lo capiva un sonno

che non ha un caffè e latte al suo mattino!

 

Un prete andava innanzi mormorando

Le sue preghiere. Verde era e fiorita

La campagna, odoravan le siepi.

Alcuni vecchi raccogliean la voce

Del prete con un brontolio discorde.

Una vacca aggiaccata sopra un greppo

Li guardò coi suoi grandi occhi materni.

Dietro l’umile cassa era il piccino.

Si giunse al camposanto solitario

Cinto d’una marèa verde di felci,

senza cipressi, senza monumenti,

pieno solo di croci e di fiorranci.

S’entrava da un cancello, che la notte

Si chiudeva. Alle verdi aste di legno

S’attorcigliava un’edera. Pierino

(perché mai?) si fermò con gli occhi fissi

A riguardare il tremulo cancello.

 

Dopo due mesi…- “Brutto!

Sudicio! Sporco! Non ti si può guardare!

Via! Non lo voglio a tavola. Oh! Ecco

Io non ci reggo più! Mangia lui tutto!

Domani acqua e pan secco!

Lèvati, brutto! Vattene, cretino!

Nato male! –  A chi parla ella…? A Pierino.

O povero Pierino!

Dopo portato il nonno al camposanto,

venne un uomo (suo padre) ed una donna

con un bambino, l’altro. E quella donna

l’aborriva, e Pierino non capiva.

Ma pianse, e quanto! Quanto!

 

S’addormentava a sera

con gli occhi pieni zeppi del suo pianto;

li riapriva a giorno

con una meraviglia nera nera.

“O dov’è?” –non appena era veduto,

“che fai costì?” – gli si diceva, ed esso

a poco a poco s’appartò nell’ombra:

Era come una culla

Che si affonda nell’acqua a poco a poco.

Non rise più: gli presero i balocchi

suoi, per darli a quell’altro. Non un giuoco

più: non parlava più: solo con gli occhi

grandi cercava intorno.

 

Il cocchino d’un tempo

diventò l’appestato, il maledetto.

Suo padre non vedeva: egli vedeva

con gli occhi della moglie!

Oh! Era stato un angioletto; ed ora?…

era di troppo.

Gli si diceva: “Al diavolo…” La cosa

Però finiva in baci ed in carezze….

Oh! Non a lui – “Mio bottoncin di rosa!

mia gioia e luce! Vita mia! Cuor mio!

Io v’ho lassù rubato

Il più bello dei vostri angioli, o Dio!

Io porto il vostro paradiso in collo!”

 

Pierino in terra, muto, in un cantuccio,

si ricordava un po’…Quelle parole

Non gli eran nuove. Non piangeva. Il viso,

Lo smunto suo visino,

voltava in là. Guardava fiso fiso

all’uscio del giardino.

senza cipressi, senza monumenti,

Una sera…una sera

lo cercano: non c’era

più. Dov’era? D’inverno!

per una nottataccia orrida e buia!

La neve avea coperte

Le tracce dei suoi piedi. Ecco, e Pierino

Si ritrovò soltanto

sul fare del mattino.

Qualcun nella nottata

avea creduto di sentir per aria

Una voce di pianto,

Una voce di vento solitaria:

“Papà! Papà! Papà!” Tutto il villaggio

Cercò di qua, cercò di là. Pierino

era nel camposanto.

Egli era steso, freddo come pietra,

avanti quel cancello.

Com’era giunto per la gran pianura,

dentro la notte scura,

Sino all’entrata? Delle sue manine

una toccava un’asta del cancello.

Avea voluto aprire.

Lì dentro era qualcuno che l’amava!

Avea chiamato tanto! Tanto! Tanto!

“Papà! Papà! Papà!”

Era caduto alfine,

rimpetto al camposanto.

Pierino s’era anch’esso addormentato

a quattro passi dal suo vecchio amico.

L’avea chiamato: il nonno

non si destava: e allor gli pigliò sonno.

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La lingua italiana – parte seconda.

10 Ottobre 2016 5 commenti

Queste riflessioni di una intelligente e preparata ex insegnante sono talmente condivisibili che non ho esitato a rubarle dal suo Blog e a riportarle qui..

LINGUA ITALIANA IN AGONIA
Una spietata, ahimè inesorabile, agonia sta consumando la lingua che i nostri padri ci hanno consegnato, limandola e perfezionandola nel tempo.
L’italiano è ormai giunto ad uno stadio terminale. Secoli di salvaguardia, di ripetizioni e di coniugazioni, di segni rossi sui compiti in classe, buttati nel gabinetto.
È stato sufficiente che qualcuno dicesse che scrivere un messaggio sulla tastiera di un telefonino, limitato nei numeri e nei caratteri, fosse più importante che una sana e corretta ortografia, per dare inizio alla fine. Alla fine della lingua italiana.
Come se per dire “sto bene, arrivo” fosse necessario accoppare un numero di inconsapevoli vocali, beffandosi di qualunque segno di interpunzione.
E ai messaggi sul cellulare hanno fatto seguito quelli sulle bacheche virtuali dei social.
Le storture hanno avuto il sopravvento, ci si è sentiti improvvisamente autorizzati a scavalcare, quasi con orgoglio, le regole basilari che hanno fatto illustre la nostra lingua.
Come per sortilegio malvagio, sono sparite le lettere maiuscole, non giustificate da alcun segno di punteggiatura. Sì, fare una pausa nel discorso ormai è diventata azione obsoleta.
In compenso hanno fatto irruzione sulla scena numerosi altri segni che, fino a questo tempo, avevano ricoperto un ruolo marginale nell’economia della costruzione delle parole. Le cappa, per esempio.
Così tanti altri simboli strani, comparsi di recente ed assurti a ruolo legittimo di #accompagnatori di parole.
La mostruosità non concerne soltanto l’uso dell’ortografia ma si è allargata anche a coinvolgere l’aspetto propriamente sintattico della questione.
Chi ha detto che i soggetti devono essere sempre concordati con i verbi o che i complementi meglio che siano presenti ed appropriati?
Forse un tempo ma non oggi.
Ora si scrive l’essenziale, cosa volete che interessi degli inutili complementi? Lo spazio è poco, il numero delle lettere limitato. Non si può strafare.
Se l’estensione a disposizione per l’espressione scritta è ristretta, tanto vale restringere pure le proposizioni, lasciandole esigue, ridotte all’osso.
Tutto ciò mi provoca dispiacere, ancor di più se si considera che questo stravolgimento non è da imputare unicamente a “penne giovani”, vale a dire alla maniera di scrivere che si sta affermando tra le nuove generazioni. No, il rammarico è aumentato dal fatto che fra i sovvertitori della lingua ci sono pure tanti adulti, tra cui persone acculturate, insegnanti, insomma proprio chi dovrebbe difendere a spada tratta la conservazione del nostro idioma.
A questi dico: vi costa tanta fatica scrivere con giudizio? È troppo impegnativo lasciar scorrere qualche virgola ogni tanto?
Che coscienza avete a piantare in giro tutte quelle cappa? E come acconsentite al sacrificio delle vocali?
Proprio voi che avete l’obbligo di insegnare vi permettete di sgarrare? 

Concetta D’Orazio
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Uno vale uno? ma chi idiota l’ha detto?

29 Settembre 2016 2 commenti

I vari “galletti cedroni” del M5S dovrebbero solamente vergognarsi. Io condivido in pieno il seguente post:
Francesco Guarino
16 h ·
Nel giorno in cui il cittadino portavoce Bartolomeo Pepe – portato in parlamento da quel “partito” lì – cerca di pubblicizzare a nome e in aule di competenza del Senato la proiezione del docufilm #Vaxxed di Andrew Wakefield (il gastroenterologo autore della più grande truffa medica della storia: non vi faccio perdere tempo, era stato pagato per dimostrare che esiste una correlazione tra vaccini e autismo. Lo ha dimostrato falsificando i dati e sottoponendo bambini autistici a punture lombari e altre terapie invasive non necessarie. Radiato, ovviamente…), ma il Presidente del Senato Pietro Grasso gli chiude la porta in faccia (grazie), la senatrice di Scelta Civica Ilaria Capua si dimette dal Parlamento.

Perché la cosa dovrebbe interessarci?
Perché Ilaria Capua è una virologa di fama mondiale, nota per i suoi studi sui virus influenzali e, in particolare, sull’influenza aviaria. Nel 2006 – leggete bene, eh – la Capua decise di rendere pubblica la sequenza genetica del virus dell’aviaria, invece di brevettarla o cederne i diritti di sfruttamento ad una casa farmaceutica dietro lauto compenso. Il suo gesto ha dato il via ad una campagna scientifica di libero accesso ai dati sulle sequenze genetiche dei virus influenzali. La rivista Seed l’ha eletta “mente rivoluzionaria” ed è entrata fra i 50 scienziati top di Scientific American.

Perché se n’è andata?
Perché il 4 aprile 2014 un articolo sul settimanale l’Espresso riporta che Ilaria Capua è stata iscritta nel registro degli indagati per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso di ufficio e traffico illecito di virus. Roba da ergastolo, per intenderci.
Appena esce la notizia, il solito “partito” inizia il linciaggio preventivo.
Il cittadino portavoce Gianluca Vacca, dall’alto della sua laurea in Lettere, la aggredisce verbalmente in Commissione Cultura http://www.corriere.it/…/finisce-calvario-ilaria-ma-ora-mi-…
La cittadina portavoce Silvia Chimienti, che dubito abbia fatto anche solo un esame di chimica quando si è laureata in Filologia e Letterature dell’antichità, sul suo sito personale tira fuori un bel post di accusa (cancellato dopo la sentenza definitiva) con tanto di fotomontaggio della Capua, su cui appare la scritta molto poco garantista “TRAFFICO DI VIRUS? NEL DUBBIO DIMETTITI” http://www.ilfoglio.it/…/ilaria-capua-prosciolta-m5s-gogna_…

Una settimana dopo la notizia, arriva una pacata richiesta di dimissioni da parte del solito “partito”, con un post sul solito blog, altrettanto pacatamente intitolata “LA GRANDE TRUFFA DEL TRAFFICO DI VIRUS PER VENDERE VACCINI”
http://www.movimento5stelle.it/…/la-grande-truffa-del-traff…
Se conoscete un pochino Facebook e Twitter di questi tempi, vi lascio immaginare con quale tipologia di commentatori si sia dovuta interfacciare la dottoressa Capua per 2 anni.

In compenso in questi 2 anni Ilaria Capua non è stata mai ascoltata dalla giustizia. Né dal procuratore aggiunto di Roma, né dagli altri magistrati competenti. Nel luglio del 2016 viene prosciolta da tutti i capi di accusa, perché “il fatto non sussiste”. Assoluzione piena.

Oggi si è dimessa dal Parlamento, annunciando allo stesso tempo il trasferimento della sua intera famiglia in America. Sarà Direttore di un Centro di Eccellenza all’Università della Florida.
Questa una parte delle sue motivazioni: “Ho deciso di trasferire la mia famiglia negli Stati Uniti per proteggerla dalle accuse senza senso, ma nel contempo infamanti che mi portavo sulle spalle. Perché una mamma ed una moglie deve farsi carico anche di questo. Proteggere. E, aggiungo, una donna di scienza nel quale questo Paese e l’Europa hanno investito ha il dovere di non fermarsi. Ha il dovere di continuare a condurre le proprie ricerche nonostante tutto, perché la scienza è di tutti ed è strumento essenziale per il progresso”.

Ve la riassumo così: invece di mandarci legittimamente affanculo, ha detto “Scusate se me ne vado, ma non riesco a lavorare serenamente se ancora mi insultano. Continuerò a mandare avanti la ricerca per tutti voi”.

Io sto scavando un fosso per seppellirmi dalla vergogna. Se qualcuno vuole farmi compagnia, ditemelo che lo allargo.

http://www.corriere.it/scuola/universita/16_settembre_28/ilaria-capua-ecco-perche-oggi-lascio-parlamento-6968d308-856c-11e6-be66-7ada332d8493.shtml

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La lingua (parte prima)

14 Settembre 2016 1 commento

Questa volta vorrei fare qualche considerazione sul linguaggio. La lingua è di notevole importanza; anche se non mi riferisco a quella degli innamorati (usata nei modi più svariati, e tutti piacevoli), e neanche della buonissima “lingua salmistrata”, un tempo famosa nel Veneto (oggi non so), con la quale si cucinava un gustoso manicaretto. Mi piacerebbe, anche,  intrattenervi sulla meno nota, “lingua” che preparano nell’isola di Procida. Tuttavia l’argomento non è questo, anche se vi consiglio, qualora visitaste quell’isola, di provare quella “lingua”: è un dolce gradevolissimo.

Voglio invece trattare un argomento che, a prima vista, può sembrare pedante e noioso, ma che invece è importantissimo e anche divertente: la lingua italiana.

Ai tempi del fascismo, che sembrava avere a cuore il nostro idioma, non solo si arrivò a eccessi ridicoli, ma si misero al bando dall’alfabeto diverse consonanti, (dimenticando che non si trattava di vocaboli estranei alla nostra cultura, della quale facevano parte a pieno titolo perché derivanti dalla lingua greca).  L’alfabeto che si studiava alle elementari era di sole 21 lettere, erano state estromesse la k, la y, la x e persino la w e la j, considerate contaminazioni straniere. Ancora oggi, le persone di una certa età. hanno qualche difficoltà a individuare nel dizionario la posizione di queste consonanti.

Ovviamente, più passava il tempo, più  si arrivava all’ assurdo; si cambiarono molti cognomi e anche i nomi di alcune località. Persino Courmayeur  divenne Cormaiore e l’intraducibile paradiso degli scapoli (e non solo): la garçonniere  fu grottescamente ribattezzata “giovanottiera”.

Alcune trasformazioni di vocaboli di origine straniera, entrati nell’uso comune, furono accettabili perché suggerite da linguisti di buon senso, come “avanspettacolo” al posto  di “lever de rideau”, oppure “circolo” al posto di “club”; altre, invece, furono aberranti e volgarucce, come ad esempio l’imposizione di chiamare “puttanambolo”  il ”tabarin”.  Persino al famoso comico Renato Ranucci, che aveva scelto come nome d’arte quello di Rachel (poi  modificato in Rascel) fu imposto, secondo le direttive fasciste di Achille Starace , di cambiare in “Rascele”. Ovviamente il comico si fece una risata e non ne tenne conto.

Oggi, dopo i ridicoli eccessi di quell’epoca, si sta cadendo nella grottesca esagerazione opposta; anglicismi e barbarismi invadono sempre più il nostro parlato e la nostra scrittura. Migliaia di persone, che con queste provinciali e servili abitudini hanno ben poco a che fare,  o non le conoscono, si guardano in giro, smarriti e perplessi, e si domandano: “ma che accidenti significa?”

Dal “politichese” al “burocratese” al bombardamento giornalistico e   televisivo di termini ridondanti, inutili, incomprensibili e spesso errati, è una continua insopportabile tempesta di superflue idiozie.

Il tributo (ahimè sempre più pesante) che il cittadino deve pagare, per accedere alle prestazioni sanitarie, ha cambiato nome e si chiama “ticket”, forse sperando che questa misteriosa terminologia intimidisca il povero tartassato paziente. Ebbene, questo termine non solo è astruso, ma è anche totalmente errato! In inglese, il ticket non è altro che il “biglietto”, ossia quel rettangolino di carta che si paga per poter accedere al cinema, al concerto, o per poter viaggiare sui mezzi pubblici o sul treno. Qualcuno sa spiegarmi che cosa c’entri con il contributo al servizio sanitario?

Quante volte si legge, o si sente  dire (sbagliandone tra l’altro la pronuncia)  che: il manager , dopo aver esaminato il trend aziendale, ne modifica il target?  È il trionfo becero della più squallida esterofilia. Non sarebbe più semplice e chiaro dire che: l’imprenditore, esaminato l’andamento aziendale, ne ha modificato gli obiettivi?

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