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Archivio per la categoria ‘Antiche e nuove storie’

Un lungo racconto del mio amico Angelo: I folletti dentro di noi

7 Maggio 2016 Nessun commento

I FOLLETTI DENTRO DI NOI 

 ” Si metta comodo, se ci riesce!”

Il tono suonava fra l’invito, la presa in giro e la scusa, e la poltroncina metallica con braccioli ma senza cuscino era bianca, fredda e poco invitante. La guardai e mi ci avviai con passo tutt’altro che entusiasta. Mi poggiai sulle ginocchia il soprabito, che da due giorni mi seguiva senza scopo per Napoli, e mi sedetti accavallando le gambe. Attraverso l’ampia finestra di fronte a me potevo vedere, oltre la cima degli alberi di delimitazione del piazzale dell’Ospedale, la sagoma inconfondibile del Castello di S. Martino e, più in basso, quella del Mastio Angioino con le banchine del porto. L’orizzonte si perdeva nella bruna del calore estivo, lasciando soltanto una pennellata d’azzurro dove sapevo che si trovava Capri.

La primavera inoltrata e calda si precipitava nella stanza attraverso la bocca spalancata della finestra, portando con se il fine pulviscolo del polline ed i rumori delle auto che giravano senza posa in attesa di trovare un buchetto ove parcheggiare. Da un centinaio di metri giungeva sin li la voce cantilenante di un venditore ambulante di Dio solo sa cosa e, di tanto in tanto, si potevano udire strilli di scugnizzi che si rincorrevano, con una palla rimediata in qualche modo, fra le auto in sosta strette fra loro come mattoni in un muro.

“Gradisce un caffè?” la voce del dr. Morelli mi scosse dalla leggera ipnosi in cui stavo per cadere. Mi volsi verso di lui e vidi che si era a sua volta seduto nella altrettanto scomoda poltroncina metallica dietro la scrivania; dietro gli eleganti occhiali d’oro, i suoi occhi penetranti mi ricordavano che non era solo un medico e un primario del più prestigioso ospedale napoletano,  ma anche uno psicologo di fama internazionale, un uomo dalla cultura ampia ed eclettica che avevo incontrato casualmente poche sere prima al Circolo dell’Unione, il selettivo quanto esclusivo circolo dell’aristocrazia partenopea, e con il quale avevo scambiato le opinioni sulla conferenza – accalorata quanto disordinata ed inconcludente – di un nuovo Socio appena immigrato dalla Sicilia. Solo dopo qualche minuto il Principe  Ferdinando A….., che avevo conosciuto a Francoforte durante una sua visita al Direttore Generale della più grossa Compagnia di assicurazioni tedesca, ci aveva presentati invitandoci a cenare al suo tavolo. La conversazione era continuata ben oltre la fine della cena, fino a che avevamo deciso di concludere in itinere mentre mi avrebbero accompagnato al mio albergo sulla poco distante via Caracciolo. Arrivati al mio albergo, li avevo invitati entrambi a prendere con me il bicchiere della staffa e la conversazione era continuata intorno al tavolino del bar, accompagnata dalle antiche canzoni in dialetto che un giovane capellone suonava al piano. Solo verso le due, quando il giovane smise di suonare e chiuse il coperchio della tastiera, ci accorgemmo che il tempo era passato piacevolmente in fretta, ma che era ora di lasciarci. Ci si era promesso di rinnovare presto il piacere della conversazione e ci si era salutati nella hall con calorose strette di mano.

Il pomeriggio del giorno dopo, il dr. Morelli – che era anche il quattordicesimo Barone di B…- mi aveva telefonato in albergo ed aveva esordito col raccontarmi che il centralinista, nel ripetergli lettera per lettera il mio cognome,  aveva commentato ” ‘O tedesco!? Dottò, chillo è cchiù nnapulitano ‘e me!” Aveva continuato rammentandomi che avevo accennato di sfuggita, la sera prima, ad alcune esperienze curiose – degne di Carl Gustav Jung – che nel campo del paranormale mi erano occorse durante i miei viaggi. Ne volevo fare una nuova ed inedita? Avevo risposto  di si e lui mi aveva dato  appuntamento per la mattina seguente, e cioè ora, nel suo studio all’Ospedale Cardarelli.

In Italia un caffè non si rifiuta mai ed a Napoli il farlo suona quasi di offesa. Accettai di buon grado quello che il dottor Morelli mi offriva e, dopo qualche minuto trascorso a chiacchierare del magnifico maggio napoletano, delle  incredibili luci di cui  esso  inonda anche i vicoli più oscuri della Vecchia Città spagnola, del mare che sembra un lago e di mille altre cose che entrambi conoscevamo ed amavamo, il caffè era arrivato per entrambi, servito da un’infermiera in divisa.

Sorbimmo entrambi in silenzio il nero e bollente nettare dalle preziose tazzine in porcellana cinese che certo non potevano figurare nell’inventario dell’Ospedale  e, quando posai la mia nel  vassoio il dottor Morelli assunse un’aria seria e cominciò a parlare.

“Caro Conte, come Le ho accennato al telefono, ho un caso realmente fuori dell’ordinario di cui io ed il mio staff ci stiamo interessando , anche se senza cavare ancora un ragno dal buco. Io non Le chiedo certo di risolvermelo, ma Le sarei molto grato se – alla luce della sua esperienza di casi strani – potesse almeno indirizzarci nella giusta direzione per una comprensione del fenomeno. Le dico subito di che si tratta. Tre – no, quattro – giorni fa, verso sera la Polizia ha portato al Pronto Soccorso dell’Ospedale una donna di poco più di quarant’anni, ricoperta di lividi un po’ in tutte le parti del corpo. Presentava ematomi estesi specialmente sui fianchi e sulla schiena, ed alcuni persino sul ventre e sul pube. I segni erano quelli che un grosso bastone avrebbe potuto procurare, ed in qualche punto la pelle era anche – seppur per brevi tratti – lacerata, probabilmente a causa di qualche rugosità od irregolarità del corpo contundente. Le radiografie non rivelarono fratture od altre lesioni interne, né emorragie più profonde di quelle superficiali degli ematomi. La Polizia parlò di probabile aggressione, anche se nessuna denuncia fu presentata nei confronti di alcuno; la donna venne curata e trattenuta in osservazione. Il responsabile del Pronto Soccorso, dottor Pietrafesa, dando prova delle sua ormai nota professionalità, cercò di capire le cause delle condizioni in cui la paziente si trovava, ma ricevette solo silenzi e pianti sommessi. Negò di essere caduta così come di essere stata aggredita da alcuno. Disse solo che, mentre stava dormendo, aveva sentito una gragnola di colpi raggiungerla da tutte le parti, che si era girata e rigirata sotto quell’infernale scarica di violenza, ma non aveva  visto nessuno intorno a se.

Il figlio della donna, un quattordicenne esile e timido che viveva con lei, era accorso alle sue grida dalla stanza vicina e l’aveva vista contorcersi e gridare senza alcuna causa apparente. Nessuno era entrato nella casa, le finestre erano chiuse come la porta d’ingresso ed una vicina, svegliata dalle grida della donna, aveva successivamente dichiarato alla Polizia di esser assolutamente certa di non aver visto nessuno entrare od uscire. Nella casa non v’era traccia di bastoni od altri oggetti abbastanza grossi da giustificare gli ematomi e le abrasioni. L’unico testimone era stato il figlio adolescente, che era stato trovato in lagrime al fianco della madre dal  personale dell’ambulanza chiamata dalla vicina .”

Fece una breve pausa per accendersi uno dei profumatissimi sigari che portava nel taschino dell’immacolato camice bianco, dopo avermene offerto uno che rifiutai.

“Il giorno dopo, il mio collega responsabile del Pronto Soccorso andò a visitarla al Reparto Ortopedico cui era stata destinata, e …. – fece una breve pausa ad effetto soffiando una nuvola di fumo – …. e rimase di stucco riscontrando che tutte le abrasioni, contusioni ed ematomi che segnavano la sua pelle liscia e regolare si stavano risolvendo con velocità superiore al normale. La donna fu dimessa, ovviamente, ed il mio collega venne a trovarmi per riferirmi quel caso inconsueto, ben sapendo che uno dei fenomeni che più profondamente mi incuriosisce sono i fenomeni… non normali.”

Emise una nuova nuvola di fumo che s’illuminò dei raggi solari fino a sembrare una fitta nebbia, e si appoggiò allo schienale della poltroncina.

Poiché taceva, cambiai posizione accavallando le gambe in modo più comodo e lo guardai con aria interrogativa.

“Lo stesso pomeriggio di ieri telefonai alla donna, e la feci venire qui in ambulatorio per sottoporla ad una visita neurologica approfondita e, subito dopo, ad una intervista – non ancora una seduta – di natura psicanalitica. Venne di nuovo col figlio, che lei disse di non sapere dove lasciare, e la intrattenni per oltre tre ore. Mi narrò che il marito – defunto da ormai due anni – era stato un uomo di alta statura e robusta corporatura, portato alla violenza anche per inezie, e che per i dieci anni del loro matrimonio ella aveva dovuto subire frequentissime scenate, specialmente di gelosia anche se immotivate, ed innumerevoli episodi di pestaggio in ogni parte del corpo.  Avrei potuto accertarmene presso i Pronto Soccorso dei due ospedali vicini alla sua abitazione, presso i quali ogni volta era stata ricoverata per uno o due giorni, ed ai quali aveva rifiutato di accusare il marito delle contusioni ed abrasioni riportate, dichiarando al poliziotto di turno di essere caduta dalle scale, di aver sbattuto contro mobili, finestre ed altri oggetti, e comunque di essersi procurata da sé, accidentalmente, i danni riscontrati su di lei. Il figlio, che l’aveva accompagnata ogni volta in ospedale, aveva ogni volta confermato piangendo le dichiarazioni della madre, ed amorevolmente l’aveva riaccompagnata a casa appena dimessa.  In effetti, ho chiesto conferma delle dichiarazioni di Rosa – così si chiama la donna – e tutto concordava con quanto ella mi aveva dichiarato. ”

“Ed ora entra in ballo Lei!” mi disse guardandomi dritto negli occhi dopo aver emesso un’altra pigra e voluminosa nuvola di fumo del suo sigaro.

Credo di avere avuto, in quel momento, un’aria abbastanza stupida e sorpresa, perché si affrettò a soggiungere “No, caro Conte, non credo affatto che sia stato Lei a picchiarla, ma penso invece che si tratti di un caso di manifestazioni paranormali, occulte, o come meglio Le pare definirle, di cui io sono completamente ignorante e Lei invece, a quanto dice il Principe A…., ha avuto delle sorprendenti esperienze. Se vuole sapere la mia impressione, è che non di fronte ad un caso normalmente spiegabile ci si trovi, ma a qualcosa come i poltergheist o loro stretti parenti. Che ne dice?”

“Beh,” cominciai dopo essermi schiarito la voce. “Vede, non è facile così, di botto, esprimere un’opinione… Certo che la cosa mi incuriosisce, come ben può immaginare, ma a prima vista non saprei proprio che dire…”

Tacqui imbarazzato, ed il dottor Morelli, con aria furbesca  si piegò verso di me attraverso la scrivania e poggiandomi una mano sull’avambraccio commentò:

” Lo avevo immaginato. E’ perciò ho avvertito telefonicamente la signora Rosa, fin da ieri sera, che oggi avrebbe potuto ricevere una nostra visita. Si, ha capito bene, una nostra visita a casa sua; io e Lei, se oggi dispone di un’oretta, andremo a trovarla a casa, lì dove l’episodio della sua aggressione inspiegabile si è verificato. Se Lei, caro Conte, è curioso di questi fenomeni, io non lo sono da meno. Da decenni cerco di capirli, ma tutto ciò che riesco ad ottenere è soltanto una raccolta massiccia di aneddoti e storie che non recano in sé un briciolo di spiegazione, e che è addirittura difficile catalogare: apparizioni, sparizioni, piogge di sassi, rane, pesci e sa Dio cos’altro, combustioni spontanee, apparizioni spettrali, poltergheist…..un guazzabuglio senza capo né coda che deve – dico deve – avere un senso ed una spiegazione, no?”

Gli occhi gli brillavano quasi di furore represso, e mentre parlava le sue mani tradivano la sua napoletanità agitandosi freneticamente a sottolineare quel che diceva.

Pensai che tanto fervore meritasse un premio, sicché aspettai qualche secondo che si calmasse, e quindi, con voce più grave e suadente del mio solito tono, cominciai.

“Ebbene, la cosa mi stimola molto, e sono disposto a venire con Lei da questa …Rosa ha detto?” Feci una breve pausa “Sono libero oggi dopo le sedici, quindi potrei incontrarLa verso le diciassette all’indirizzo della sua… paziente. D’accordo?”

Il dottor Morelli scribacchiò l’indirizzo su uno dei  foglietti che si trovavano sulla scrivania, me lo consegnò, ed io ripresi.

“Innanzi tutto, caro Dottore, Le do assolutamente ragione – esordii mentre mettevo in tasca il foglietto  – quando dice che tutti i fenomeni che Lei ha ricordato, e molti altri ancora di cui non è neanche a conoscenza, debbono avere un senso ed un significato. E ce l’ hanno, ne sia sicuro, ce l’ hanno, anche se non credo di essere in grado di spiegarglielo, né  forse Lei di afferrarlo a causa della formazione razionalistica e pragmatica che come tutti ha ricevuto. Se questo può consolarLa, quel che io sono riuscito a capire negli ultimi trenta anni, usando strumenti fisici, matematici, filosofici, etnologici, archeologici e di natura interdisciplinare difficilmente classificabile, rappresenta solo una scalfittura sulla superficie di un monolito enorme e durissimo, un graffio sulla Luna e niente di più. Molto probabilmente, e non sarebbe una novità, non riuscirò a capire nulla di quel che accade a questa Rosa, ma verrò con Lei e cercherò di darLe una mano a risolvere il problema. Ma badi bene, non si aspetti nulla, e soprattutto non faccia nascere inutili speranze in quella povera donna!”

Si passò una mano sui capelli con aria perplessa.

“Senta, Conte” propose “Non sarebbe possibile rinviare il Suo appuntamento e darmi la chance di invitarLa a colazione con me? Avremmo modo di parlare di questi argomenti, che per me sono affascinanti più di quanto Lei non creda, e darebbe a Lei una chance di gustare alcuni piatti assolutamente poco noti della cucina tradizionale napoletana. Che ne dice?”

La sua proposta mi allettava molto e gli chiesi se potevo usare il suo telefono per provare a rinviare all’indomani il mio appuntamento delle quattordici. Acconsentì e, per darmi la necessaria riservatezza, mi lasciò solo per una decina di minuti nel suo studio, per andare – od almeno così disse – a controllare rapidamente  le terapie prescritte ai pazienti e consegnate  il giorno prima alla caposala.

Differire il mio appuntamento fu cosa rapida, sicché – posato il telefono – detti uno sguardo in giro ai libri che, numerosi, stipavano gli scaffali della libreria tutt’intorno alla stanza.

Naturalmente, la maggior parte dei libri era di carattere medico, psichiatrico, psicologico e clinico. Ovviamente, erano presenti le opere complete di Sigmund Freud e di Carl Gustav Jung, oltre a decine di Annali delle più prestigiose Associazioni mondiali di Psicanalisi ed agli Atti di altrettante decine di Convegni Internazionali di psicanalisi e psicologia dell’inconscio.  Due o tre scaffali erano invece dedicati a libri e pubblicazioni sui fenomeni paranormali. Vidi una copia del Rhine, il Dizionario enciclopedico del paranormale, alcuni vecchi lavori di Talamonti e Inardi, nonché una vecchia edizione in inglese del Complete Book  di Charles Forte e numerose altre opere , sia note che pressoché sconosciute, sulla parapsicologia ed il paranormale. Si, Morelli aveva detto la verità nell’asserire di essere curioso in materia di eventi paranormali.

Ma quanta elasticità mentale poteva celarsi dietro tale curiosità, perché riuscisse a capire il fascino che l’abisso della spiritualità esercita anche sulle menti più evolute e più preparate? Sarei riuscito ad innescare in lui la scintilla che porta alla crescita interiore indispensabile per intuire la Verità senza perdere l’equilibrio fra buon senso e misticismo? In ogni caso, valeva la pena di provare.

Ero assorto in questi ragionamenti, quando Morelli rientrò, i capelli in disordine ed un graffio sul viso, con il camice bianco sbottonato e qualche bottone mancante.

“Mi scusi l’aspetto, ma ho dovuto anche visitare un paranoico in piena crisi di esaltazione, e Lei può immaginare….”

Gli comunicai il successo nella posposizione del mio appuntamento, ed il suo viso s’illuminò. Si rimise rapidamente in ordine nel piccolo bagno contiguo allo studio ed indossò una giacca di tweed.

Uscimmo dallo studio e, dopo aver attraversato lunghissimi corridoi in penombra, sempre più ingombri di lettini e pazienti man mano che ci si avvicinava all’uscita, sbucammo nell’abbagliante sole del piazzale.

Dopo poche decine di minuti, eravamo giunti, attraverso scorciatoie note solo a lui, che dalla collina ci portarono fino alla Riviera di Chiaia, a un ristorante la cui insegna sull’angolo della strada indicava il primo piano di un edificio anonimo.

Il pranzo fu all’altezza delle meraviglie decantate dall’anfitrione: il ménu comprendeva molte portate che mi erano praticamente sconosciute e ne scelsi alcune che si rivelarono squisite quanto inconsuete, come le melanzane al cacao, il sartout di riso ai polpi “veraci”, e altro, che il dr. Morelli suggerì di annaffiare con un vino rosso celebre quanto antico, il “Falerno” invecchiato, che solo una volta in vita mia avevo già gustato. Color rosso sangue ed altrettanto denso, discendeva lentamente dalla bottiglia e lasciava spessi e carichi depositi sulle pareti dei bicchieri, rilasciando nell’aria un profumo delizioso.

Fu alla fine del pranzo, quando il cameriere ci lasciò soli con una bottiglia di limoncello di Sorrento, che il dottor Morelli riprese il tema interrotto nel suo studio all’Ospedale.

“Le dicevo – iniziò – che in un primo tempo avevo pensato a fenomeni di poltergheist, ma ho dovuto scartare l’ipotesi per l’assenza, nella casa della paziente, di alcun oggetto o corpo contundente capace di lasciare sul corpo i segni che abbiamo riscontrato.” Sollevò gli occhi dal bicchierino di limoncello e mi fissò in silenzio in attesa di un mio commento.

“Beh, vede – gli risposi -  in linea di massima sono d’accordo con Lei, dottore, ma non sempre il fatto che gli oggetti non siano materialmente presenti sul posto è sufficiente a scartare a priori tale ipotesi. In realtà, come documentato ampiamente da Charles Forte – dei cui lavori ho notato la presenza nel Suo studio – sono numerosi i casi in cui i più strani oggetti si materializzano e smaterializzano subito dopo essersi fatti vedere. Piuttosto, vi è da chiedersi se la paziente, oppure suo figlio, abbiano  visto qualcosa muoversi per una frazione di secondo nell’aria e colpire le varie parti del corpo. E’ così?”

“No, né l’una né l’altro hanno visto nulla. Ma, visto che ci siamo, può darmi un’idea, anche se approssimativa e minimale, di come possa accadere che gli oggetti si possano materializzare e smaterializzare?”

Non era una domanda facile cui rispondere, e mi ci volle un po’ per spiegargli il significato matematico di “dimensione” e fargli immaginare cosa sia un “iperatto” od un “ombelico” in più di quattro dimensioni; fortunatamente aveva discrete  nozioni di  matematica e non ci volle molto a portarlo a comprendere come l’universo in cui viviamo non sia che una sezione in quattro dimensioni – tre spaziali ed una temporale – di un universo molto più complesso che esiste al di fuori di esso in qualcosa come dieci od undici dimensioni, di cui almeno quattro spaziali, tre temporali e  due energetico-spirituali, un supersolido a stento concepibile e quasi impossibile da immaginare per chi non abbia speso quasi tutta la vita a cercare di comprenderne la portata ed il senso. Più facile mi riuscì invece richiamare alla sua mente quanto poco ancora si sappia delle funzioni del cervello umano e quante altre esso ne possa svolgere, sia pure inconsciamente, mettendo in moto meccanismi estremamente più grandi di lui o facendo da catalizzatore o punto d’incontro fra realtà sovra-dimensionali.

Alla fine della mia lunga chiacchierata, che egli seguì con gli occhi sgranati e con concentrazione totale, mi guardò fisso e mi chiese :

“Ma come cavolo… mi scusi, volevo dire come ha raggiunto una concezione così lucida ed allo stesso tempo inestricabile….?”

Ritenni doveroso a questo punto spiegargli anche che è indispensabile saper coniugare la conoscenza con la spiritualità, e la scienza con la ricerca dell’armonia della realtà, superando ogni visione divisionistica per raggiungere una concezione olistica dell’esistente. Gli accennai il significato della comprensione della Vita e della Non-Vita e del velo immateriale che le separa, l’intersecarsi nel tempo e nello spazio delle esistenze, la falsità del concetto fisico di nascita e di quello di morte, finché non mi accorsi che il suo sguardo vagava vacuamente nell’aria e che stavo per mandarlo in tilt. Mi fermai ed attesi che si riprendesse da quello stato di quasi-trance in cui vedevo la sua mente arrancare per afferrare intuizioni che – inevitabilmente – erano nate nel suo subconscio ma non avevano ancora un barlume di chiarezza o di coerenza.

” Ho studiato, senza praticarlo, lo yoga – mi disse con aria di grande perplessità dopo qualche minuto – sia lo Hata Yoga che l’Atarva-Yoga, e credo ora di capire che molte delle cose che consideravo soltanto vuote parole o metafore puramente astratte vanno reinterpretate in chiave più moderna, più… scientifica se vogliamo. E’ così?”

Annuii versandomi un altro po’ di limoncello e, sorseggiando lentamente quel fresco nettare, gli spiegai a chi rivolgersi , a Napoli, tra i miei Fratelli più preparati nella ricerca esoterica e più avanzati sul sentiero della spiritualità. Gli dissi anche di quale Grande, antica e prestigiosa Famiglia facessi umilmente parte insieme alla persona che gli avevo indicato, di quali fossero gli scopi che essa persegue, e della disinformazione che in Italia aleggia intorno ad essa.

Mi ringraziò e mi chiese se poteva presentarsi a quella persona a mio nome, cosa che gli assicurai di buon grado ed anzi, ritenni di aggiungere, avrei preannunciato la sua telefonata e l’interesse che egli rivestiva verso i grandi temi della spiritualità.

Con evidente emozione mi ringraziò di nuovo, poi dette un’occhiata al Rolex che portava al polso ed osservò che il tempo, in mia compagnia, era davvero volato. Dovevamo affrettarci, disse, per non far tardi all’appuntamento con la sua paziente.

Come appresi dalla targhetta accanto al campanello che egli premette affianco ad un portone vecchio e consunto in un vicolo presso Via Duomo, la sua paziente si chiamava Esposito. Un nome tanto comune a Napoli che almeno il dieci per  cento degli abitanti lo porta. Un nome che profuma ancora di antiche illegittimità, di peccatucci sconvenienti che un secolo fa avevano indotto una, cento, mille ragazze-madri a depositare il frutto di una relazione clandestina nella “ruota” di uno dei tanti monasteri della città, e cioè a trasformarlo in un “esposto” alla carità di questo o quell’altro Ordine religioso. Sentire quel nome, e nel meridione d’Italia capita di frequente, ha sempre evocato alla mia mente l’immagine della “ruota degli esposti” ancora presente, anche se cigolante e – credo – ormai non più utilizzata, nei pressi dell’ ingresso dello stupefacente  Monastero di Santa Chiara.

Una voce femminile chiese al citofono chi fosse e, subito dopo, il portone si aprì allo schioccare di un apri-porta elettrico. Salimmo a piedi tre piani di scale in pietra serena, dagli scalini lucidi e consunti, e ci trovammo dinanzi ad una porta socchiusa che dava su un ballatoio ad arcate molto ampie prospiciente il grande cortile del palazzo. Una bella donna sui trenta o trentacinque anni fece capolino da dietro il battente e, con un inconfondibile accento partenopeo, ci invitò ad entrare; dopo una rapida presentazione ci invitò a seguirla in salotto. Nel precederci, i suoi fianchi pieni e sodi si muovevano in modo quasi provocatorio, oscillando di quasi cinque centimetri  rispetto alla spina dorsale; la gonna, aderente alla figura, accentuava l’oscillazione e creava l’impressione che tutta la parte inferiore del corpo fosse snodata ed indipendente da quella superiore alla vita. Era uno spettacolo degno di essere visto e notai che il dottor Morelli , al mio fianco, non se ne perdeva neanche un secondo.

Con le pupille ancora oscillanti, entrammo nel salotto e seguimmo l’invito della signora Rosa a sederci. Prendemmo posto, il dottor Morelli ed io, su due poltrone rivestite in broccato e dall’aria almeno secolare, mentre la signora Rosa si sedeva nel divano fra le due poltrone.

Il dottor Morelli spiegò che aveva chiesto la mia presenza al colloquio in quanto casi simili al suo facevano parte del mio bagaglio di esperienze insolite, e vidi che gli occhi della signora Rosa si riempirono di rispetto e di stupore quando si posarono su di me. La guardai più attentamente e, nella luce che generosamente inondava la stanza, notai anche che il suo viso, perfettamente ovale, recava segni ancora freschi di un pestaggio degno di uno scaricatore di porto; uno zigomo era tumefatto e, nell’altra metà del viso, un occhio violaceo e contornato di giallo testimoniava di una incredibile volontà di far male da parte di chiunque fosse stato a procurarlo. Se queste erano le condizioni in cui era ridotto il viso, figuriamoci il resto! pensai.

Non avevo torto, perché quando la donna suggerì al dottor Morelli di far vedere – di nuovo per lui, ma la prima volta per me – le ecchimosi, le abrasioni e le contusioni che in quella occasione, ultima di una serie iniziata due anni prima, vidi una strana luce sfottente accendersi negli occhi dello psichiatra, il quale candidamente fece notare che forse sarebbe stato il caso di andare nella camera da letto , dove la signora avrebbe potuto stendersi più comodamente.

Ci spostammo di nuovo in una delle stanze adiacenti; la signora Rosa chiese permesso un attimo e si recò a spogliarsi nel bagno. Ne tornò drappeggiata in un accappatoio di spugna ed andò direttamente a stendersi sul grande letto matrimoniale che troneggiava su una delle pareti della stanza.

La pregammo di voltarsi sullo stomaco per esaminare il dorso e, scostandosi i lunghi capelli corvini che portava sciolti, ella si rigirò ed aprì l’accappatoio sul lato anteriore. Il posteriore della signora Rosa si ergeva – colle dolcissimo e perfetto – di parecchi centimetri rispetto alle gambe ed al tronco. Con lentezza sadica, il dottor Morelli sollevò su uno dei fianchi l’accappatoio, e scoprì la parte inferiore di un fianco fino alla caviglia.

In un altro momento, e se non avessi visto quel che vidi, avrei apprezzato in ben altro modo la superficie morbida e bianca che si rivelò ai miei occhi. Ma in quell’occasione notai immediatamente soltanto le strisce violacee che ancora attraversavano trasversalmente la pelle della parte di dorso che riuscivo a scorgere. Le ecchimosi erano lunghe almeno venti centimetri ciascuna ed avevano già assunto il classico colore giallino ai margini, mentre verso il centro erano prima violacee e poi rossastre. Erano circa una quindicina e si sovrapponevano in più punti. Due di esse recavano nella parte centrale piccole escoriazioni, come se l’oggetto con cui erano stati inferti i colpi fosse stato ruvido, probabilmente di legno grezzo. Facendo uso di una lampadina tascabile e di una lente d’ingrandimento che Morelli  aveva con sé, esaminai la pelle da vicino per verificare se vi fossero schegge infitte nell’epidermide, od altri indizi e segni, anche piccoli, che – anche se a distanza di tre giorni – potessero suggerire soluzioni all’enigma del “corpo contundente” con cui la donna era stata colpita.

La donna era immobile e di tanto in tanto emetteva piccoli gemiti di dolore. Ricopersi la parte scoperta di quel magnifico corpo e dissi che mi bastava. Morelli mi chiese se volevo vedere i segni presenti anche sulla parte anteriore della signora Rosa, ma mi schernii e, con tristezza (debbo ammetterlo) ma anche con galanteria,  commentai che avevamo già disturbato la signora abbastanza: non era il caso di farlo ulteriormente.

Mi guardai intorno mentre la signora richiudeva l’accappatoio e si alzava rapidamente per tornare in bagno a rivestirsi. Il mobilio era scuro e pesante; su un comò settecentesco troneggiava una splendida Madonna Addolorata dell’Ottocento napoletano coperta da una campana di vetro; accanto ad essa una fotografia in una cornice d’argento e con un lumino elettrico acceso dinanzi mostrava a colori il volto di un uomo sulla quarantina. Un viso tutt’altro che ordinario, pensai nel guardarlo; un uomo il cui sguardo attento e vivace sembrava prendere in giro chi lo cogliesse. Perfettamente sbarbato, il viso sovrastava un immacolato colletto di camicia chiuso da una splendida cravatta dall’aria costosa.

“Era il marito” disse sottovoce il dottor Morelli che aveva seguito il mio sguardo “è morto circa due anni fa. Lavorava alla Banca… a dieci metri dal portone. Ha anche un figlio…”

“Si, me lo aveva detto – commentai – e potrebbe essere interessante conoscere anche lui. C’è?”

“Ora lo chiediamo” mi rispose.

Tornammo nel salotto senza attendere la signora Rosa, che ci raggiunse qualche minuto dopo completamente rivestita con la stessa gonna provocante di prima. Il ragazzo era in casa, impegnato, disse la signora Rosa,  nei compiti per l’indomani.

“E’ molto bravo a scuola, e l’anno venturo intendo mandarlo a scuola pubblica, ora che mio marito non c’è più. Fino alla fine del Ginnasio ho preferito tenerlo come prima dai Gesuiti. Mio marito Vincenzo ci teneva tanto…” I suoi occhi si inumidirono. Si scosse e chiamò ad alta voce: “Roberto!”.

“Si mammà” sentimmo dopo un attimo rispondere.

La voce apparteneva ad un adolescente pallido e sottile che emerse dalla penombra di una grossa poltrona, con la spalliera rivolta verso il salotto, nell’angolo opposto della stanza. Lentamente e con l’aria goffa e dinoccolata propria di tutti gli adolescenti  longilinei, il ragazzo si fece avanti verso la parte della stanza ove eravamo seduti.

Osservandolo da vicino, mentre impacciato ci guardava a turno con le mani dietro la schiena ed il capo abbassato, mi accorsi che era più esile ed ossuto di quanto già non mi fosse apparso a distanza. Aveva i polsi e le caviglie sottili, ed i suoi capelli lisci e lunghi fino quasi al colletto del maglione gli conferivano un’aria debole e malaticcia. La pelle era di un bianco quasi diafano, come se raramente trascorresse del tempo all’aria aperta. Portava le spalle quasi curve e piegate in avanti, frutto probabilmente delle lunghe ore trascorse da solo allo scrittoio.  Lo sguardo, invece, era fiero e teso: quello di un ragazzo ambizioso e testardo, difficile da educare e perfino da aiutare, senza prima averne conquistato l’assoluta fiducia. Il soggetto ideale, mi dissi, per fenomeni di poltergheist; sarebbe stato bene tenerlo presente durante le lunghe riflessioni che avrei dovuto certamente fare per aiutare Morelli a venire a capo della storia. In compenso, ricordai, non avevo avuto nessuna impressione, entrando nella casa, di presenze  o di negatività: meno male!

“Ciao, giovanotto, come va lo studio?” chiese il dottor Morelli  al ragazzo.

“Come sempre” rispose quello in modo asciutto.

“Abbiamo chiesto di te, io ed il mio amico dottor Von Walddreihausen, perché volevamo farti alcune domande su quanto è accaduto giorni fa. Ti spiace sederti con noi ed aiutarci ad aiutare la mamma?”

“Certo che non  mi dispiace” – rispose Roberto – “anche se non so proprio come la si possa aiutare. Quel che è accaduto è assolutamente illogico, irrazionale e spaventoso; neanche nel film L’esorcista  c’è niente del genere.”

Si voltò verso di me e guardandomi fisso negli occhi mi chiese: “Lei non è per caso un esorcista, vero?”

“No” mi affrettai a rispondere, e soggiunsi “solo che quello che è capitato a tua madre è sorprendente; in forme diverse, di cui ho visto e conosco vagamente le manifestazioni, ciò è già accaduto e continua ad accadere in molte parti del mondo. Per puro caso ho incontrato il dottor Morelli l’altro ieri ed ho accettato di  venire di persona per capire se è la stessa cosa, che può risolversi abbastanza facilmente e presto, oppure no. Ma il solo modo di capirlo è rendersi conto di come siano esattamente andate le cose. Ti va di parlarne con me?”

“Sarà – mi rispose – ma secondo me si tratta del fantasma di mio padre che ha ripreso anche dopo morto a picchiare la mamma!”

Rimasi sconcertato. “Perché, il tuo compianto padre la picchiava?” gli chiesi. Con la coda dell’occhio vidi la signora Rosa arrossire e piegare il capo per nascondere il  viso.

La voce del ragazzo suonò dura: “Tanto per cominciare, mio padre è morto, ma non compianto se non dalla mamma. Era stupidamente geloso della mamma, ed ogni sera la sottoponeva ad interrogatori del terzo grado; peggio dell’ Inquisizione: cos’ hai fatto, dove sei andata, con chi sei stata? e tante altre domande del genere, e se lei non rispondeva o gli dava rispostacce, erano schiaffi e bastonate. Aveva il bastone da passeggio del nonno, grosso quanto un pollice e nodoso, e con quello giù botte! E se vuole saperlo, i lividi che le faceva da vivo sono gli stessi che ha visto, e che ho visto anch’io; solo che ho fatto chiudere il bastone nella bara, quando lo hanno portato via: non potevo più vederlo!”

La donna piangeva ora sommessamente, e Roberto le si avvicinò, s’inginocchiò dinanzi a lei e le prese il capo sulla esile spalla.

“E quante volte ne ho prese anch’io, di botte, per difenderla! Ora i segni si sono cancellati, ma certe volte ero viola sulle braccia, sulla schiena e sulle gambe, come una melanzana! E sono sicuro che prima o poi me lo rifarà, quel disgraziato, muorto e bbuono!

“Non parlare così di tuo padre” gli intimò la donna con voce tremante.

“Vedete – riprese, rivolta a me e Morelli – sono nata e cresciuta in un basso (abitazione classicamente napoletana al piano-terra degli edifici) ad una decina di metri dal portone. Mio padre era violinista, ma i reumatismi gli consentivano soltanto di fare il posteggiatore (suonatore ambulante). Quel che guadagnava bastava si e no per pagare l’affitto, e da ragazza ho preso tanta di quell’umidità da procurarmi una scoliosi che non sono più riuscita a curare. E’ quella la causa del mio modo di camminare, lo sapete? Ed invece, sin da quando ero giovane tutti pensavano che lo facessi apposta, ad ancheggiare, per attirare l’attenzione. Anche mio marito, il povero Vincenzo, sebbene sapesse che non ero io a voler ancheggiare, riteneva che fossi poco seria e cercassi l’attenzione degli uomini. Era geloso, incredibilmente geloso, ed anche se il suo ufficio, la banca, era a pochi metri dal portone di casa, voleva sempre sapere se dovevo uscire, dove e con chi dovessi andare, e faceva domande, domande, una tortura…”

Grossi lacrimoni ripresero a scivolarle lungo le gote, mentre la voce era divenuta quasi lamentosa; con un fazzolettino, che aveva tenuto fin li chiuso nel pugno, cominciò ad asciugarsi il viso e riprese:

 

“E la sera…. se non gli rispondevo come si aspettava, se avevo incertezze sull’esattezza al minuto di quel che avevo fatto o sul dove ero andata, era come ha detto Roberto… botte, bastonate…” le lacrime scendevano ormai copiose sul suo viso e, dopo pochi secondi, mormorò una scusa e fuggì via verso il bagno.

Roberto sedette sul divano accanto al posto occupato una attimo prima dalla madre, accavallò le ossute estremità inferiori e ci guardò entrambi con durezza. Ora capite perché ce l’ ho con lui.” esclamò “Cristo, ma è possibile che anche dopo morto…”

“Smettila! ” gli dissi seccamente ” e comportati da uomo. Che tu ami tua madre è giusto e naturale, ma che senza sapere o capire nulla di ciò che accade tu condanni ora, dopo anni dalla sua morte, l’uomo che ti ha dato la vita ed ha posto le basi del tuo futuro, mi sembra indegno del ragazzo serio  che vuoi sembrare. E questo, fra l’altro, certo non aiuta tua madre a dimenticare o ad accettare quel che accade.”

Alzò gli occhi, e vidi che le mie parole lo avevano scosso.

“Si, d’accordo, ma cos’è che sta accadendo? Perché forse non sa che è già successo altre due volte, solo che in quelle due altre occasioni non avevamo dovuto andare in ospedale! Ai vicini abbiamo detto che era caduta dalla scaletta mentre lavava i vetri, e forse lo hanno creduto. Ma questa volta non si poteva trovare una scusa, visto che è successo di notte e che la donna delle pulizie era venuta quello stesso mattino. Allora, se non è lui  a perseguitarla ancora, cosa diavolo sta accadendo? E Lei, dottor Frankenstein, è o no un esorcista?”

” Non mi chiamo Frankenstein, e non sono un esorcista. Ma dato che sei curioso, ti dirò che sono uno studioso di fenomeni strani chiamati paranormali, quale quello che sta capitando a te e tua madre. Ora, piuttosto, rispondi a qualche domanda che ti farò; fallo senza esitare e soprattutto non mentirmi neanche una volta!”

“Non è un medico, non è un esorcista, e ne ha approfittato per vedere nuda la mia mamma! Bel maiale! Mi stupisco di Voi, dottor Morelli, che vi siete prestato a questa sporca recita!”

Morelli si sentì punto sul vivo, perché gli rispose piccato: “Roberto, io sono un neurologo, e sono una persona seria. Se ho ritenuto necessario che il dottor Walddreihausen vedesse coi suoi occhi i lividi e tutto il resto delle ferite di tua madre, vuol dire che non ho alcuna idea di quel che è successo né di come sia successo: se preferisci, possiamo pure andarcene, ma dì pure a tua madre che ho già abbastanza clienti, e abbastanza donne anche, senza bisogno di fare lo sporcaccione come tu stupidamente credi. E’ chiaro? Ed ora, penso che sia il caso di andarcene!…”

Stava finendo la sua filippica, quando la signora Rosa riapparve sulla porta.

“Che succede?” chiese allarmata all’udire la voce secca con cui Morelli aveva pronunciato le ultime parole.

Morelli le spiegò che Roberto si era espresso nei nostri riguardi in modo ingiurioso insinuando che la nostra venuta potesse essere una specie di intrusione a scopi libidinosi , e non una visita volta a cercare soluzioni e risposte al suo problema. Ma forse, aggiunse, Roberto cercava in quel modo provocatorio soltanto di  eludere le mie domande.

“Tu sei matto come… ” iniziò la donna rivolta al figlio. Si corresse subito “come un cavallo. Come puoi pensare..!?  Chiedi subito scusa! ”

Roberto era impallidito a causa della sfuriata della madre, e chinò il viso.

“Io… – iniziò – mi spiace; davvero non so… io voglio bene a mammà, e l’idea che… ecco, ero infuriato e non sapevo quel che dicevo. Mi dispiace…”

“… di essere diventato geloso anche tu senza ragione.” completai per lui la frase iniziata. “Vedi Roberto, amare qualcuno comporta naturalmente una certa dose di gelosia: la persona che amiamo è nostra, e niente e nessuno deve trattarla o considerarla meno di quanto noi stessi la consideriamo. Per te la mamma è tutto, ed è naturale così; e almeno fino a quando, fra qualche anno, non incontrerai la donna della tua vita, per te lei sarà madre, sorella, amica e fidanzata. Ma credimi: sia il dottor Morelli che io la consideriamo con il massimo rispetto. Per lui, lei è una paziente che lui non sa come aiutare e curare, e per me, oltre che una padrona di casa eccellente ed una madre tenera e premurosa, ella è un essere umano in difficoltà, che soffre soprattutto dell’incertezza – o dell’ignoranza, se credi – di quel che le è capitato. Se a te capita di conoscere qualcuno in difficoltà, pensi di approfittartene, o non piuttosto di fare del tuo meglio per aiutarlo a superare i suoi problemi?”

Roberto arrossì, questa volta, e guardandomi con palese imbarazzo mi chiese “Cosa voleva sapere, dottor Walddreihausen?” Così, ora lo ricordava, il mio nome!

Mi rilassai nella poltrona, mentre la signora Rosa tornava a sedere sul divano accanto al figlio.

“Cominciamo così. Quella sera tu eri in casa, visto che è successo di notte. Eri nella tua stanza, o…?” chiesi.

“Si, non ho mai dormito nella stanza dei miei genitori, e tanto meno ora dormirei in quella di mia madre.”

“Dormivi?”

“Non ancora. Anche se era già molto tardi ero ancora sveglio per finire di prepararmi a una interrogazione per l’indomani”.

“Hai sentito rumori, o strilli della mamma e sei corso…?”

“No, ho solo sentito dei lamenti sommessi, quasi un pianto, della mamma, e sono andato con calma a vedere.”

“E che cosa hai visto?”

“Nulla di particolare, solo la mamma che si muoveva nel letto e si rigirava. Poi, qualche secondo dopo, lei ha gridato e si è svegliata, ed io le sono corso accanto. L’ ho abbracciata, e le ho chiesto se si sentisse male, ma lei ha continuato a strillare di dolore ed a contorcersi tutta, e ho capito che si stava verificando la stessa cosa di due anni fa. Solo che due anni fa dormivo, e quando sono arrivato tutto stava per finire.”

“Durante quale stagione è successo due anni fa, ricordi il mese?”

“Si, era di agosto e faceva un gran caldo; il balcone era aperto e tutto il vicinato ha sentito gridare; dopo due minuti la gente ha cominciato a bussare alla porta per chiedere se serviva qualcosa, ed io e la mamma ci siamo vergognati da morire”.

“Ma non siete andati all’ospedale neanche il giorno dopo, vero?”

“No, c’erano meno lividi, e meno grandi di tre giorni fa. Dicemmo ai vicini che mamma aveva avuto un incubo perché aveva mangiato qualcosa di pesante a cena. E tutto finì li. Non come questa seconda volta, che dopo la fine dei colpi la mamma continuava a gridare dal dolore ed era viola dappertutto. ”

“Roberto, ora devo farti qualche domanda strana; non ti stupire, ma rispondimi con la stessa sincerità con cui l’ hai fatto finora, ti prego.”

“Va bene.”

“Roberto, mentre stavi accanto alla mamma, ed i colpi continuavano, ricordi di aver visto qualcosa muoversi dentro il letto, o le coperte sollevarsi ed abbassarsi ogni volta che la mamma gridava, o qualsiasi altro movimento, lento o veloce prima di ogni grido di mamma?”

“No, nulla del genere. La mamma strillava e basta.”

“Ed hai visto se qualche oggetto nella stanza si muovesse da solo, che so, un lume, una sedia, un quadro , qualsiasi cosa?”

“No, anche se non mi guardavo certo intorno, abbracciavo la mamma stretto stretto, ed i miei occhi potevano vedere almeno metà della stanza. E avevo acceso la luce, pure.”

“Ricordi di aver trovato qualcosa fuori posto l’altrieri, dopo che siete tornati dall’ospedale? E Lei, signora, ricorda qualcosa del genere?”

“No” mi risposero insieme madre e figlio.

“Posso tornare da solo nella stanza da letto? chiesi. Fecero per alzarsi, ma li fermai con un gesto: “Conosco la strada, grazie.”

Tornai sulla soglia della camera  e mi ci fermai per qualche minuto affinando al massimo le “antenne della mente” per cercare di percepire quelle strane sensazioni che più volte ho provato in luoghi in cui fenomeni di poltergheist si erano verificati, ma non avvertii nulla, nemmeno il più piccolo brivido né rizzarsi di peli sulla nuca. In quella stanza non c’era mai stato alcun fenomeno di poltergheist. Si trattava certamente di altro, ma di qualcosa che nemmeno aveva a che fare con presenze che aleggiassero nel posto o che si fossero manifestate in esso. Inutile seguire sia l’una che l’altra ipotesi; la spiegazione, sempre che ce ne fosse una, non era una di quelle due.

Tornai nel salotto e, restando in piedi, dissi che poteva bastare così, almeno per quel giorno,  che avevamo recato abbastanza disturbo ad entrambi. Si alzarono tutti e tre e io e Morelli ci avviammo verso la porta.

Quando fummo sulla porta, e ci accingevamo a salutarci, dissi a mezza voce a Roberto:

“Ascoltami: anche se sono un estraneo, voglio darti un suggerimento come se fossi – non dico tuo padre – ma un vecchio zio; la mamma non è né tua né di nessun altro, è una donna ed ha diritto di appartenere solo a se stessa. Rispetta la sua volontà e questo suo diritto e continua lo stesso a volerle tutto il bene del mondo, ma con questo rispetto da uomo a donna, non come se non avesse una volontà ed una vita sue proprie. Capito? ”

Mi guardò in modo strano, e deglutendo bisbigliò un “si” poco convinto.

Nel lasciarci alle spalle il portone del fabbricato, mi guardai intorno: La strada era poco più larga di quattro o cinque metri e, su entrambi i lati di essa, si allineavano i negozi ed i “bassi” tipici di ogni strada secondaria nel cuore di Napoli. Pochi metri oltre il portone, un venditore di calzoni con la ricotta aveva installato il tegame con l’olio fumante e gridava a gran voce i pregi delle sue “pizze fritte”. Dall’altro lato della strada , un monumentale affresco che giungeva ai balconi del primo piano ritraeva l’idolo dei tifosi partenopei – Maradona – che tirava un calcio al pallone. A breve distanza si vedeva l’agenzia della Banca in cui il defunto Esposito aveva con estrema probabilità lavorato.

Il profumo delle pizze fritte mi solleticava le nari, ed emisi un sospiro. Morelli, che mi stava guardando, chiese con aria tentatrice.

“Conte, e se ci facessimo una pizza fritta? E’ l’ora giusta per la merenda, no?”

Ci avvicinammo al banchetto dell’ambulante e demmo entrambi vita ad una delle solite dispute su chi dovesse pagare: “La prego, faccia fare a me” “No, voglio il privilegio….” ” Ma Le pare, è un vero piacere….” . La pantomima, che viene eseguita mentre entrambi i contendenti cercano i soldi nelle tasche, è tanto consueta che gli esercenti, fissi od ambulanti che siano, abbassano il capo, preparano quello che i due sembra vogliano acquistare ed aspettano tranquilli che la faccenda si risolva; ciò normalmente accade  con un finto atto di forza che vede vincere il più veloce ad estrarre i soldi ed a metterglieli in mano, mentre con l’altro braccio scansano il perdente designato. Sapevo da lungo tempo che  i napoletani adorano quelle finte dispute, e che di solito il vincitore deve essere quello dei due che nell’ultima occasione è stato ospite dell’altro, quasi fosse in dovere di ricambiare la cortesia di quello per aver pagato l’ultima volta. Questa volta dovevo per forza vincere  io, visto che Morelli mi aveva invitato a pranzo, sicché – emulo dei pistoleri del Far West – riuscii ad “estrarre per primo”  qualche banconota ed a pagare all’omino le due fumanti pizze che ci infilò in mano.

Con passo lento, entrambe le mani strette intorno a quelle roventi ghiottonerie, muovemmo alcuni passi senza profferire parola. Del resto, dato che l’olio di frittura raggiunge temperature astronomiche, l’aprire bocca per altro che per cacciare nuvole di fumo, è impossibile a chiunque. Ci fermammo a guardare l’affresco di Maradona e, con versi incomprensibili accompagnati da un vago gesto di una mano e da buffe espressioni degli occhi, Morelli mi fece capire che quello, si, era stato un vero campione, eh!

Gli occhi mi corsero al balconcino sopra l’affresco: ad un tavolino coperto di libri era chinato un uomo sulla quarantina, che mi presentava il profilo.

I mediterranei sono tutti begli uomini, anche se non sempre di statura elevata. Questo invece sembrava appollaiato sulla sedia, tanto lunghe erano le sue gambe. La metà del viso che riuscivo a scorgere era decisamente pura di lineamenti, ed un perfetto naso greco lo completava. Per un attimo si voltò per guardare giù nella strada, e vidi che  i suoi occhi scurissimi conferivano al suo volto l’espressione nobile di un falco in caccia.

Finii di trangugiare la mia pizza fritta e mi pulii le mani prima col tovagliolino di carta datomi dal pizzaiolo, poi, visto che quello non serviva a niente, col fazzoletto. Morelli finì anche lui e riprendemmo a camminare verso il parcheggio ove aveva lasciato l’auto, commentando la squisitezza dell’ammazza-fegato che avevamo appena finito di mandar giù.

Morelli  mi accompagnò al mio albergo e lungo il tragitto gli dissi che avrei avuto piacere se l’indomani avessi potuto averlo mio ospite a pranzo, in modo da dargli le risposte che cercava, e che avrei trovato nel corso delle ore che sarebbero seguite.

Accettò l’invito e disse che era impaziente di conoscere la mia impressione su quel che avevamo visto e sentito quel giorno. Ci separammo con una stretta di mano e salii nella mia camera.

Il balcone affacciava direttamente sulla Via Caracciolo e sul Castel dell’Ovo. Il tempo era trascorso rapidamente, quel pomeriggio, ed il sole era ormai avviato a dare spettacolo sul Golfo, spargendo pennellate d’oro e di rosso sulle poche nuvole basse sull’orizzonte, fra cui Capri mostrava il suo profilo. L’aria era tenera ed una lievissima brezza faceva ondeggiare  le multicolori bandiere dei tre famosi ristoranti nel braccio di mare fra la bianca fontana di Santa Lucia ed il castello. Spostai una chaise longue di fronte al sole, e mi ci adagiai confortevolmente. Avevo preso un soft drink dal frigo-bar e, con quello in mano, restai a lungo a pensare, godendomi quel magnifico spettacolo.

Dunque non poltergheist, ruminavo nella mente, e neanche manifestazione di una presenza; mi sentivo abbastanza sicuro di escludere entrambe tali cause . Ma allora cosa?

Un raggio del sole che ormai lambiva il filo dell’orizzonte si riflesse su di me dal vetro che proteggeva  un quadro appeso sopra la testata del letto. Non lo avevo notato nei giorni precedenti, e mi alzai per andare a guardarlo. Era una riproduzione del volto della Sindone. Tornai alla chaise longue e mi ci distesi. La Sindone! il mistero più importante che ancora non aveva rivelato tutti i suoi segreti. La Sindone: il sangue, i segni delle frustate, i fori delle mani e dei piedi… No, non delle mani, ma i fori dei polsi! Anche se tutta l’iconografia cristiana aveva mostrato per ormai due millenni i fori nelle mani del Crocefisso, i Romani – quando volevano affrettare la morte dei condannati a quell’atroce supplizio – li fissavano al patibulum ( la trave trasversale della croce) con chiodi anziché con funi. La morte sopravveniva egualmente per asfissia, ma il dolore causato dai chiodi era tale da consentire più difficilmente che i condannati si tirassero su ogni tanto per respirare. L’affissione mediante corde lo consentiva, ma prolungava atrocemente l’agonia per molte ore. E che i carnefici Romani volessero aiutare l’Uomo della Sindone a morire presto era testimoniato anche dalla ferita al costato, che il leggendario Lancino avrebbe inferto col pilum, il giavellotto in dotazione ai legionari. Le ferite ai polsi… e le stigmate? Che collegamento poteva mai esserci fra il supplizio dell’Uomo della Sindone e le stigmate che centinaia di uomini e donne hanno recato o tuttora periodicamente recano sui palmi e sui dorsi delle mani? Senza contare la presenza fra loro di uomini di levatura morale gigantesca come il Poverello di Assisi, Padre Pio e pochi altri, nella maggior parte dei casi i portatori di stigmate erano stati persone comuni, dotate di grande religiosità, che per ore avevano fissato il Crocefisso e… si, c’ero, avevano somatizzato le ferite che apparivano nelle immagini, nelle sculture o nei bassorilievi dinanzi ai loro occhi e che quasi mai riproducevano fedelmente l’immagine della Sindone. Avevano nella loro mente  e nel fondo del loro animo sofferto tanto da rivivere le sofferenze dell’Uomo e da impartire inconsciamente al loro corpo l’ordine di riprodurre fisicamente e dolorosamente quelle stesse piaghe e ferite che essi avevano fissato nella loro memoria del Condannato alla Croce.

Somatizzazione… sofferenza, senso di colpa, rimorso. Si, forse la soluzione del caso della signora Rosa era proprio quella.

Il sole era ormai tramontato e la piacevole brezza che ne aveva intiepidito i bagliori si era trasformata in un venticello pungente e niente affatto piacevole. Rientrai nella stanza e cercai nella tasca della giacca il biglietto di visita che il dottor Morelli mi aveva dato due giorni prima: si, era li, e recava anche il numero telefonico di casa.

Lo chiamai immediatamente e gli esposi il frutto dell’ispirazione di poco prima. Ne fu entusiasta e convenne che non era il caso di parlarne con la donna in presenza del giovane Roberto. Disse che avrebbe organizzato un incontro a tre per l’indomani pomeriggio nel suo studio all’Ospedale e, dopo essersi più volte complimentato con me, mi augurò la buona notte nell’intesa che la mattina dopo, appena possibile, avrebbe lasciato al centralino dell’albergo un messaggio per confermarmi i dettagli dell’appuntamento.

La signora Rosa fu puntualissima: alle tre del pomeriggio successivo bussò alla porta dello studio di Morelli ed entrò col suo passo strano e provocante. Si accomodò senza accavallare le gambe in una delle scomode poltroncine da ospedale e rivolse ad entrambi un timido sorriso.

Morelli prese l’iniziativa.

“Signora Esposito – le disse – il nostro amico dr. Walddreihausen ha considerato a lungo tutti gli aspetti del Suo problema, ed è giunto a delle conclusioni molto promettenti ai fini della Sua guarigione definitiva: ne è contenta?”

Il viso della signora Rosa si illuminò di un sorriso ben più aperto.

“Ma abbiamo bisogno della Sua collaborazione e di tutta la Sua sincerità – riprese Morelli – Innanzi tutto, ci serve di sapere come si chiama il Suo dirimpettaio, il professor…”

Il viso della signora avvampò di colpo.

“Io… si chiama Jovene… Salvatore Jovene; ma che c’entra lui, con quello che succede a me?”

“C’entra – interruppi il dialogo con Morelli – c’entra perché è anche lui un Suo vicino, ma soprattutto… – misurai le parole – perché abbiamo avuto  l’impressione che il professor Jovene Le sia molto caro.”

“E’ vero – rispose la signora Rosa ancora rossa in viso – E’ una persona gentilissima, piena di premure per Roberto a cui dà anche, e gratis, lezioni private per facilitarlo nello studio. Anche grazie a lui Roberto è così bravo a scuola. E poi si è dimostrato tanto premuroso quando il mio povero marito morì: s’interessò di persona di tutto quanto riguardava i funerali, gli annunci sul “Mattino”, ed anticipò addirittura tutte le spese fino a quando la banca non  mi pagò la liquidazione e gli arretrati di pensione di Vincenzo. Brava persona!”

“Signora Rosa – ripresi – Roberto non è presente e la Sua sincerità è ora indispensabile: il Professor Jovene Le è o non Le è molto caro?”

Una nuova vampata di rossore le imporporò le guance.”E’ vero” mormorò infine “ma non pensate a male: non  c’è mai stato nulla fra me e lui, se non buongiorno e buonasera quando c’incontriamo. Ma non potrò mai dimenticare quanto sensibile e dolce si è dimostrato sempre con me e con Roberto: un vero gentiluomo.”

“E Roberto…?”

“Roberto lo stima moltissimo, ne segue i consigli e qualche volta va con lui a sentire concerti, o a teatro, o ai musei. Stanno bene insieme, e qualche volta mi fanno invidia ed un po’ rabbia: con suo padre, Roberto non si è comportato mai così. E poi, Roberto ha preso tutto da suo padre ed anche lui è geloso di me: mi vuole troppo bene!”

“Signora Rosa, Roberto sta crescendo, e comincia a capire della vita molto più di quanto Lei non creda” le feci notare.

“Dottò – osservò la signora Rosa – ma che c’azzecca Salvatore… il professor Jovene, con quello che mi è successo?”

“Signò – le risposi – c’azzecca, c’azzecca. Quello che Le è successo è molto semplice. Lei gli vuol bene, e pure tanto, ma se ne vergogna perché è vedova, ed ogni volta che la Sua solitudine le accende la voglia di affetto e di tenerezza che Lei non ha mai avuto, allora anche durante il sonno, o di giorno, è Lei stessa a punirsi come faceva Suo marito senza che Lei lo meritasse. Lei è stata una brava moglie ed una buona madre, ma come donna non ha mai realizzato la Sua femminilità in termini di gentilezza, di tenerezza e di tranquilla vita familiare. Ora che sa la verità, io non posso più aiutarLa: sta al dottor Morelli di tenere con Lei una decina di sedute psicanalitiche, sperando che siano sufficienti, perché il suo problema sia definitivamente risolto. Un’altra cosa: se questa prossima domenica Roberto ed il professore escono insieme per andare da qualche parte, chieda senza arrossire se può andare con loro: e non se ne faccia uno scrupolo verso nessuno; ricorda quel passo del Vangelo in cui il Cristo dice che i morti debbono stare coi morti, e i vivi coi vivi? Vale anche per Lei, lo sa? Farà un mucchio di bene a tre persone, se lo farà, e Lei sa chi sono, no?”

Mi alzai e dopo stretta la mano ad entrambi mi avviai alla porta. Sia l’uno che l’altra avrebbero voluto trattenermi, ma avevo fretta di uscire: dalla finestra avevo visto che la signora Rosa era venuta accompagnata dal figlio ed aveva lasciato  quest’ultimo ad attenderla all’ombra sul piazzale. Ora era necessario parlare qualche minuto con Roberto; c’era qualcosa da aggiungere alle poche parole che gli avevo detto il giorno prima nel lasciare la casa, e questo era il momento giusto per farlo.

Angelo Marcello

 

 

 

 

 

 

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Robot (seconda parte)

9 Luglio 2012 19 commenti

Il ristrettissimo e anonimo nucleo di banchieri, finanzieri e multimiliardari, che subdolamente condizionava il mondo, e che aveva fatto segretamente costruire i robot governatori, non era del tutto soddisfatto dei risultati. Occorreva fare di più, molto di più. Le cose procedevano troppo lentamente e i guadagni stentavano a raggiungere le dimensioni previste. Alla riunione periodica, durante la quale si valutavano i risultati raggiunti, il più anziano di loro che presiedeva l’assemblea, uomo esperto e tetragono a ogni sentimentalismo, s’incazzò di brutto con uno dei suoi colleghi.

- Tu, con quel tuo maledetto Decreto Legge 138/2011 hai costretto alcuni di noi, di cui fortunatamente pochissimi fanno parte del nostro gruppo, e vivono in Italia, a versare, per ben tre anni, un disgustoso contributo di solidarietà su chi percepisce somme che superano i 300.000 euro annui. Questo contrasta con tutti i nostri principi e con le regole che ci siamo date. Come ti è venuto in mente?

- Non t’innervosire, – rispose ridendo, pacioso, il suo grasso interlocutore, mentre, in conseguenza di quella risata, la pappagorgia gli sobbalzava tremolante sul collo della camicia firmata Armani, – ho previsto tutto e ho predisposto le cose in modo tale che quelle cifre, che messe insieme costituiranno una bella sommetta, ritorneranno tutte, e maggiorate, solo nelle tasche del nostro gruppo. Inoltre, quel contributo, ben reclamizzato, serve a dare fumo negli occhi a quella massa sottosviluppata d’imbecilli, appartenenti alla media borghesia, agli operai e ai pensionati che così s’illude che solo i ricchi paghino, mentre proprio loro dovranno versare somme complessivamente ben maggiori e non per soli tre anni, bensì per sei!

Parzialmente rabbonito, l’anziano lo squadrò, con una leggera smorfia d’incredulità, al di sopra dei suoi occhiali marcati Dior, poi borbottò:

- Spiegati meglio.

- Semplice, con la legge 127 del 2007 ho stabilito che dal primo gennaio 2012 e fino al 31 dicembre del 2017, e quindi per ben sei anni, tutti i pensionati con un reddito d’importo superiore a cinque volte il trattamento minimo dovranno versare un contributo di solidarietà, e, maggiore sarà la loro anzianità contributiva, più alta sarà l’aliquota del contributo!

- E quale sarebbe l’importo di questo trattamento minimo?

- Ahahahah – sghignazzò il ciccione ridendo a crepapelle – il minimo vitale è già stato stabilito in 481 euro, quindi la trattenuta sarà effettuata a tutti quei parassiti che percepiscono qualcosa in più dell’enorme somma di 2.405 euro, ovviamente lorde, che corrispondono a circa 1.000 1.200 euro netti mensili!

- Bene, bene, questa è una buona notizia, – sogghignò il vecchio, – ovviamente questi soldi torneranno a noi?

- Ovviamente; e non solo, tra IMU, addizionali regionali e comunali, aumento delle accise, dei bolli e altre sciocchezzuole del genere, questa massa di pecoroni dovrà, ben presto, cercare il cibo nei cassonetti!

- Non basta! – tuonò il segretario della riunione, un vecchietto segaligno e bavoso, che doveva la sua fama e il suo patrimonio ai suoi studi di economia che lo avevano portato a essere consigliere di amministrazione in una cinquantina di banche e di multinazionali, – Non basta! C’è un problema ancora più grave che dobbiamo risolvere. Avete preso in considerazione quanto sia enorme questa massa di pensionati e d’invalidi che campano a ufo sulle nostre spalle e che non si decidono mai a schiattare?

Un mormorio di assenso percorse la sala, mentre i convenuti, alcuni dei quali levarono le braccia al cielo in segno di disperazione scrollando tristemente il capo, confermarono le preoccupazioni espresse dal segretario.

Il presidente fece un bieco sorriso e si alzò in piedi (pochi se ne resero conto perché la sua statura rimase uguale), poi invitando con un cenno tutti i presenti ad avvicinarsi sussurrò:

- Ho già predisposto un piano grandioso e ho messo al lavoro tutti i nostri tecnici e i nostri migliori chimici. Ascoltate…

La conclusione del suo discorso fu accolta da un silenzioso attimo di stupore cui segui un fragoroso applauso mentre i presenti, lieti in volto, si scambiavano calorose strette di mano e grandi pacche sulle spalle.

Strombazzato da tutti i giornali e le TV come il più benevolo e straordinario decreto legge, finalizzato a ristabilire un’atmosfera di fiducia e di ottimismo tra la moltitudine degli anziani e degli invalidi, titolari di pensione, fu deciso che in tutti gli stadi di ogni città si sarebbero tenuti i “concerti dei bei tempi della giovinezza”. Ogni sera, per tre sere di seguito, cantanti e attori del passato, perfettamente e realisticamente presenti in accurate riproduzioni olografiche, avrebbero riproposto le loro canzoni e le loro migliori interpretazioni.

La partecipazione all’evento era gratuita ma obbligatoria. Ogni trasgressione sarebbe stata severamente punita. Una massa enorme di vecchi prese posto negli stadi; alcuni con la sedia a rotelle, altri in barella, molti appoggiandosi a bastoni e treppiedi. I più riluttanti furono trascinati a forza dalle loro case, dagli ospizi e persino dagli ospedali. Le rappresentazioni ebbero inizio tra uno sfavillare di luci e il suono di decine di casse acustiche. Sul palco si susseguirono, senza posa, le migliori interpretazioni di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Achille Togliani, Luigi Tenco e molti altri. Seguirono divertentissime scenette interpretate da Totò, Macario, Peppino De Filippo, Franco e Ciccio, Gino Bramieri, Renato Rascel…

Tra la folla, accaldata, sudata, stremata, si aggiravano senza posa splendide ragazze in minigonna, recando carrelli dai quali distribuivano gratuitamente bottigliette di acqua minerale e di bibite varie che erano richieste e accolte con sollievo dalla stragrande maggioranza del pubblico.

Alla successiva riunione, il presidente era raggiante e propose un brindisi.

- La nostra iniziativa ha avuto un enorme successo! – dichiarò. – Ai concerti, volenti o nolenti, hanno partecipato quasi diciassette milioni di quei vecchi rimbambiti. Quasi l’80% di loro ha gustato le nostre “bevande”. In quest’ultimo anno i decessi, accuratamente scaglionati nel tempo per effetto dei diversi veleni selezionati dai nostri chimici, hanno già eliminato quasi tredici milioni di quegli esseri inutili, dannosi e… costosi. Tutte le cause di questa eccezionale mortalità sono state addebitate a infarto, ictus fulminanti e altre cause naturali. Ovviamente, data l’accurata non rintracciabilità delle sostanze sintetizzate nei nostri laboratori, non abbiamo corso alcun rischio e ottenuto, finalmente, eccezionali risultati!

- Evviva! Alla nostra salute! – gridarono soddisfatti in coro i presenti, levando in alto i loro calici di prezioso cristallo di Boemia ripieni di Perrier Jouet Belle Epoque, del costo di 1000 euro alla bottiglia.

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Robot

12 Giugno 2012 25 commenti

C’era una volta… un Re, diranno subito i miei fidi lettori. No, amici, avete sbagliato! C’era una volta un robot. Non era un robot comune, facile a distinguersi come quelli che magari usate per pulire i pavimenti. Era un robot particolare, che nessuno era in grado di distinguere da un essere umano. La sua similpelle era morbida e tiepida, in pratica, assolutamente identica alla pelle di uno qualsiasi dei vostri nonni. Ogni ruga era perfetta, i capelli candidi e lievemente stempiati, lo sguardo falsamente affabile nascondeva abilmente le resine e i policarbonati che componevano i suoi occhi.

Corporatura asciutta e signorile, altezza lievemente superiore alla media, era il prodotto più straordinario e segreto dei laboratori più progrediti nella cibernetica che esistessero al mondo. Scienziati di altissimo livello e provenienti da diversi paesi avevano progettato e costruito quel capolavoro d’ingegneria che sembrava realizzare il sogno dei più fantasiosi scrittori di fantascienza. Come ulteriore precauzione era stato costruito anche un altro piccolo robot, con sembianze femminili, che affiancava e supportava quello principale.

L’unico difetto, riscontrabile in quest’ultima meravigliosa opera dell’ingegno dei suoi creatori, era quello di essere pronto a lacrimare nei momenti in cui sembrava necessario commuovere i presenti. Tuttavia, quella che all’inizio era sembrata una meravigliosa trovata, adatta ad un robot femminile, si rivelò, all’atto pratico, controproducente e fu necessario eliminare definitivamente l’inopportuna lacrimazione. Il progetto era costato cifre iperboliche, ma, alla fine, il ristrettissimo e supersegreto nucleo di banchieri, finanzieri e multimiliardari che lo avevano ideato, era assolutamente certo che i risultati sarebbero stati favolosi e che i guadagni avrebbero superato ogni più rosea previsione.

Naturalmente tutto il personale che aveva partecipato alla realizzazione dei robot fu, ad opera ultimata, sottoposto a un accurato e definitivo lavaggio del cervello che cancellò dalla loro memoria ogni particolare della loro attività. Raggirata abilmente, e senza eccessive difficoltà, una classe politica dalla scarsa fantasia e spesso insipiente e corrotta, il robot fu messo a capo del governo di una nazione che, per la sua scarsa compattezza, unita a un indice di litigiosità altissimo, sembrava il terreno ideale per iniziare l’esperimento.

Occorreva, innanzi tutto, eliminare il potere acquisito negli anni d’oro dai sindacati, cosa che non si rivelò particolarmente difficile poiché ormai, anche tra di loro, si era inserita una vasta area d’incompetenza e di corruzione. Poi si passò all’impoverimento di quello che un tempo si chiamava il terzo stato, ossia di coloro che, pur non appartenendo al mondo dell’alta finanza e del clero, avevano ormai da molti anni rialzato la testa pretendendo orari di lavoro e retribuzioni a misura d’uomo, scuole efficienti, una struttura sanitaria di buon livello e, addirittura, raggiunti i sessant’anni, una dignitosa pensione.

Uno dei membri del potente nucleo dirigente, impegnato da qualche tempo nel settore delle automobili, aveva già cercato di introdurre nel suo settore dei contratti di lavoro capestro, sperando che non sarebbero stati accettati dai lavoratori, consentendogli, così, di trasferire l’attività in altri paesi dove la manodopera aveva un costo ancora minore. Innervosito per il parziale insuccesso, fece programmare altre istruzioni da inserire nel cervello positronico del loro emissario affinché si procedesse a un’ulteriore stretta di freni insinuando tra la manodopera il terrore di perdere il posto.

 Con fare compassato e impeccabile, il robot, coadiuvato dalla sua compagna, che aveva ormai smesso di lacrimare, introdusse e fece approvare una serie di provvedimenti che, unitamente ad altissime imposte, da comminare ovviamente ai meno abbienti, risparmiando le ricchezze dei grandi capitalisti, avrebbero riportato il terzo stato al suo giusto grado di servile sudditanza e sottomissione.

Solo pochi appassionati di fantascienza, ascoltando parlare il robot, scoprirono il suo unico difetto che, soltanto a un attento osservare, avrebbe potuto sollevare qualche dubbio sulla sua appartenenza al genere umano: pur con accento grave e tranquillo, il robot manteneva l’imperfezione di esprimersi in un certo modo meccanico e di fare una breve pausa tra ogni parola pronunciata. Ciò era purtroppo tecnicamente inevitabile ed era dovuto alla necessità che il suo cervello positronico elaborasse con estrema cura ogni termine esistente nel suo multilingue vocabolario. Il sospetto di quei pochi perspicaci appassionati fu purtroppo immediatamente scoperto da super specializzati agenti segreti che, in brevissimo tempo provvidero alla loro definitiva eliminazione.

Interrompo un attimo perché qualcuno sta sfondando la porta e penetrando nel mio bunker… credo che… AIUTOOOO

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Stasera… tra mille anni…

10 Marzo 2012 11 commenti

Ho rivisto, dopo molti anni, il mio vecchio amico Conte Engel Von Waldreihausen. Spirito inquieto e avventuroso ha viaggiato moltissimo ed ha investigato e raccolte numerosissime storie e leggende, oltre a stranissimi fatti ed allucinanti esperienze provati personalmente. Ho chiesto ed ottenuta la sua autorizzazione a rendere partecipi i miei amici di una delle sue storie. Eccola:

Il monachino di Ulm

Rudolph di Wolfgang da Erfstadt, questo era stato il suo nome fino a dieci anni fa, prima che il padre decidesse che toccasse a lui, secondogenito, diventare monaco, e chiedesse al Priore del Monastero di Bonn di farlo ammettere al convento.
Pochi anni ormai mancavano al millesimo anno dalla nascita di Cristo, e la profezia “Mille e non più mila….” era scolpita a lettere di fuoco nella mente di ognuno: quale migliore garanzia di eterne salvezza dagli orrori dell’Inferno, se non un figlio che, giorno dopo giorno, pregasse per l’anima tua e degli altri membri della famiglia? E chi, se non il secondogenito poteva provvedere a ciò, visto che il primogenito doveva aiutare nei campi e già era lontano le mille miglia da qualsiasi idea di convento, ubriaco com’era di birra ogni sera e donnaiolo per giunta come pochi altri giovani di Erfstadt?
Quella del vecchio Wolfgang (vecchio sì), si disse Rudolph pensando ai quaranta anni sonati del padre, ai capelli quasi bianchi ed alla gamba secca ed immobile che si trascinava da sempre, da quando lo ricordava.
Wilfried, il Priore del monastero di Bonn, aveva accettato Rudolph fra i bambini che giocavano e – a tempo perso – imparavano a biascicare preghiere ed a leggere qualche riga in latino nel cortile del Monastero, ed aveva detto a Wolfgang che a tempo debito, dopo che Rudolph avesse “cambiato voce e cresciuto la barba” avrebbe provveduto a farlo iniziare nell’Ordine ed inserito fra quelli che, a formazione ultimata, sarebbero stati ordinati Sacerdoti ed avrebbero dovuto disperdersi nelle vuote campagne intorno al Reno.
“Se non muore”, era stata la sua riserva mentale pensando agli innumerevoli altri bambini che aveva trovato mille mattine d’inverno irrigiditi e pallidi sotto i pochi stracci che servivano loro da coperte.
Erano finiti i tempi in cui Karl der Grosse, l’illuminato imperatore dei Französische aveva generosamente dissipato il suo tesoro personale per incoraggiare le vocazioni e ricostruire i monasteri ed i conventi dati a fuoco dai Sassoni. Ora, i monasteri, i conventi, e persino le ricche abbazie con rendite da migliaia di miglia quadrate di fertile campagna, dovevano provvedere da soli a tutto: dalla formazione dei monaci al loro vitto ed alla costruzione di edifici rudimentali per ospitarli, oltre che naturalmente alle chiese.
Un paio di braccia in più servivano sempre, e poterne disporre senza doverle pagare era comunque conveniente, “Sia lode al Signore!”, pensò Wilfried.
Così Rudolph, a soli sei anni di età, aveva indossato un rudimentale piccolo saio di grigia lana dozzinale, pruriginosa e che ben poco isolava dai rigori invernali, ed aveva ruzzato per qualche anno nel cortile del Monastero, sotto il vigile sguardo del padre guardiano – Frà Otto da Mainz – fino a che le sue guance si erano coperte di pelurie e la sua voce, da stridula ed infantile che era, si era trasformata in una bella voce da tenore, utilissima per cantare tre volte al giorno le lodi dell’Altissimo.
Era stato allora, l’anno prima, che il vecchio Wilfried dal capo calvo come un vecchio otre da vino, l’aveva convocato nella stanza da cui dirigeva con mano di ferro il Monastero, e tenendolo in piedi gli aveva detto di essere sicuro che lui, Rudolph, volesse essere ormai ordinato Sacerdote e lasciare il Monastero per iniziare la sua missione nel mondo. Come dirgli di no, che c’era una delle ragazze del borgo dalle lunghe gambe snelle e dagli occhi grandi e liquidi che lo guardava come un principe ?
Rudolph aveva annuito, ed il Priore gli aveva annunciato che quanto ambiva sarebbe accaduto di lì ad un mese, dopo di che la sua partenza sarebbe seguita entro due giorni per il convento di Heisterbach.
E così era stato.
Ora era uno dei quattro monaci che, a turno, celebravano l’Uffizio all’alba, all’Angelus, a compieta e la notte per i frati del piccolo convento di Heisterbach. Era uno dei pochi nel convento che, anche se non sempre comprendeva tutto dell’onnipresente latino, era comunque in grado di leggere e, con sforzi enormi, anche di scrivere le poche righe quotidiane di cronaca e di contabilità scarna del convento.
Né gli altri sacerdoti erano meglio di lui, o lontanamente prossimi all’eleganza della grafia del Priore di Bonn o degli amanuensi della lontana Colonia.
A via di averla ogni giorno sotto gli occhi durante i due – non sempre due – pasti quotidiani, la cosa che meglio di tutte riusciva a leggere, ed ogni volta con un sorriso sulle labbra, era la scritta in alto sulla parete intonacata del refettorio.

“IN GOTTES AUGEN TAUSEND JAHRE SIND WIE EIN TAG ”
“Agli occhi di Dio, mille anni sono un giorno”

Che poteva mai significare, si chiedeva ogni volta con stupore e quasi con ironia. Il tempo è il tempo, uguale per tutti, da Dio alle formiche. “C’è un tempo per piangere e un tempo per gioire,…- citava a memoria dalla Bibbia – “…un tempo per vivere ed uno per morire…” Si, c’è un tempo per tutto e per ogni evento, ma soprattutto c’è un tempo per tutti, uomini e donne, Dio e Satana, padri e figli, nascita e morte.
Che aveva voluto dire l’ignoto fratello che aveva scritto quelle frase quasi blasfema sulla parete?
Anche ora, solo in piedi in cima alla collina che sovrastava il convento, con una vecchia copia sdrucita e malconcia dei Vangeli in mano – quanto amava quel libro, pensava, che Fra’ Jorg da Rudesheim gli aveva donato – si ripeteva nella mente tutti i ragionamenti fatti su quella strana frase.
Il suo sguardo vagava sulle campagne d’intorno, e di tratto in tratto si lasciava affascinare dal lungo nastro azzurro del Reno, che nella vallata a si e no due miglia da lui, scorreva placido verso il Nord.
A distanza di qualche minuto, agili imbarcazioni a vela lo solcavano, dirette tanto a Nord quanto a Sud, coi loro larghi fianchi pieni di otri di vino, di sacchi di grano, di attrezzi di grigio ferro e sa il Cielo di quali spezie e quali meraviglie. In poche ore il vento le avrebbe sospinte verso i sobborghi di Brühl ed infine a Colonia, oppure verso Koblenz, Nainz e la leggendaria Heidelberg, nel lontanissimo Sud.
Il pensiero gli vacillò nello sfiorare l’idea di una lontananza così grande dal suo villaggio natio. Già venire a vivere a Heisterbach gli era costato un viaggio di quasi due giorni, inerpicandosi su per colline e rocciosi sentieri : quanti mesi di cammino poteva distare Heidelberg? E Roma, allora, col Papa, i Cardinali e la gloria del passato? Grande è il mondo, si disse, enorme e pauroso. Vederlo tutto avrebbe potuto richiedere anni : migliaia di anni, più dei mille della scritta. Si, ma allora, neanche Dio ce l’avrebbe fatta a visitare tutto il mondo che pure aveva creato!
Sorrise soddisfatto fra sé, con una punta d’ironia per lo sciocco fratello che chissà quanti anni prima aveva dipinto la scritta sulla parete del refettorio. Questa era l’eccezione che lui, piccolo frate, aveva trovato all’affermazione che ogni giorno gli si sbatteva in faccia. Questo, il punto debole su cui la scritta incespicava e si rivelava fallace.
Forse per la soddisfazione profonda che l’aver trovato la falla logica che faceva crollare, e non solo vacillare l’affermazione della scritta, forse per la fresca aria mattutina che gli ridestava un cupo brontolio nello stomaco vuoto, avvertì un senso di vertigine, e si fermò per appoggiarsi al suo bastone da pellegrino.
L’aria vibrò intorno a lui come se una vampata di calore – talvolta accadeva, in campagna, che l’aria calda divenisse un velo tremulo e quasi palpabile – avesse per un attimo offuscato la visione degli alberi d’intorno. Battè più volte le ciglia, ed il tremolio si arrestò.
Ancora stordito, pensò che fosse il caso di muoversi e tornare al convento per mettere qualcosa nello stomaco. Improvvisamente, lo sguardo gli si posò sulla sua mano poggiata al bastone, ed un brivido lo colse: rugosa, scheletrica, incartapecorita, la sua mano appariva debole, incapace di reggere il nodoso bastone, come la mano di un vecchio.
Si guardò l’altra mano, e il mondo gli crollò addosso. Anch’essa era, come la prima, la mano di un vecchio decrepito, in condizioni peggiori delle mani del Priore del monastero di Bonn o dell’eremita che una volta era andato a visitare sul picco roccioso (Königswinter lo avrebbero chiamato in seguito, ma lui non lo sapeva) che dominava il Reno a poche miglia dal convento.
Attonito, si passò la mano sinistra, che tremante cercava di resistere allo sforzo di sollevarla, sul viso. Quel che sentì confermò l’atroce sospetto che lo aveva indotto a compiere quel gesto : la pelle era grinzosa, flaccida e sottile, ed il naso sporgeva adunco ed ossuto dalle profonde occhiaie che gli circondavano i bulbi sporgenti degli occhi.
Proseguì con la mano l’esplorazione del capo, e sotto il cappuccio del saio avvertì che la fluente massa di capelli, che fino ad un momento fa aveva con noia ricacciato indietro quando chinandosi gli si era riversata sul viso, era ora estremamente ridotta. Uno di essi gli rimase attaccato alla mano, e nello scrollarlo via si accorse con disgusto che era completamente bianco.
Passi per i capelli: anche suo zio era diventato completamente bianco nel giro di poche ore, una volta che era stato inseguito da un orso bruno nella foresta a sud ed era riuscito a stento ad arrampicarsi su un albero che l’animale aveva lungamente scosso dal basso, fino a stancarsi ed andarsene a stomaco vuoto. Ma la pelle, quale sortilegio poteva averla trasformata in tal modo in quei pochi minuti da che, per soffiarsi con le dita il naso, si era visto la mano e toccato il viso? Che stregoneria diabolica poteva aver trasformato gli occhi, l’ossatura del naso, e ridotto così consistentemente la massa dei suoi capelli?
Un sacerdote, un frate, e lui era entrambi, non può e non deve mai badare all’aspetto esteriore, e su questo il Superiore del convento, e più di lui il Priore del Monastero di Bonn, l’avevano affermato e ripetuto decine di volte. E lui, Rudolph, infatti, ligio ai princìpi dei due santi uomini non ci badava e non vi avrebbe mai dato alcuna importanza. Ma una tale trasformazione! Quella si che era qualcosa a cui far caso, semmai.
Si ravviò con la sinistra il saio, e sotto le dita sentì sdruciture, strappi e vasti tratti in cui la stoffa era divenuta sottile come un velo. Tanto sottile, che il solo movimento infertole dalla mano l’aveva smossa e lasciava ora passare leggeri spifferi di fredda aria autunnale.
Rabbrividì, e pensò che fosse più che mai necessario, se non urgente, tornare al convento per trovare panni più pesanti. Si avviò sul sentiero alle sue spalle, in direzione del convento, e si rese conto che non solo il suo passo era lento e traballante, ma che ogni movimento delle gambe si ripercuoteva dolorosamente su per la schiena mandandogli lancinanti ed improvvisi dardi di pena infuocata per tutto il corpo.
Ci vollero almeno tre ore, benchè fosse in discesa, per ripercorrere a ritroso il cammino che poche ore prima, quelle stessa mattina, aveva speditamente fatto fino alla cima della collina.
“Non sono solo i capelli o la pelle”, pensava fra sé e sé, “è tutto il mio corpo che è diventato vecchio; i miei muscoli, le mie ossa dolgono perciò.”
Quando infine, aggirato l’ultimo sperone roccioso, giunse in vista del convento, quel che vide furono pochi ruderi di pietra – quelli che oggi conosciamo come il Kloster Heysterbach – ai cui piedi, lungo il pendio della collina, si stendevano per oltre un miglio bellissime casette bianche, con giardini cintati in cui festosi cani dimenavano la coda e correvano allegramente.
Rumori mai uditi prima ne provenivano, musiche fragorose e certamente non sacre fuoriuscivano dalle finestre spalancate, ed uno strano oggetto rosso – grande quanto bastava a contenere almeno due buoi – era dinanzi ad una delle casette.
Una donna (od almeno le lunghe chiome bionde facevano pensare che lo fosse) finì di stendere i panni e si voltò nella sua direzione mentre, immobile, lui stava ancora chiedendosi con meraviglia cosa mai potesse essere successo della porcilaia, dello steccato di recinzione, e delle latrine in legno che solo poche ore prima erano proprio nel punto in cui ora la donna lo stava fissando.
Doveva essere rimasta colpita dalla sua vecchiaia e dal suo aspetto cadente, perché quasi subito, affrettandosi verso di lui, lo apostrofò in una lingua sconosciuta, di cui riuscì a comprendere solo “Vater” e “Komm”. prendendolo per un gomito, quasi trascinandolo, ella lo sospinse verso la casa, e poi dentro una stanza luminosa con alcuni mobili di legno ed un’altro materiale liscio ed opaco, ed altri di puro scintillante argento.
Con aria indaffarata e preoccupata, gli avvicinò una coppa bianca con un liquido ambrato e caldo, dal sapore dolcissimo e delicato insieme, facendogli gesti d’invito a bere.
Ringraziò in latino, sperando che ella lo conoscesse, ma lei non gli rispose, od almeno non nella stessa lingua, salvo per l’ultima parola che suonò alle sue orecchie come un “Benedicite”.
La benedisse, e la donna gli s’inginocchiò davanti ringraziandolo con un altro profluvio di parole che per lui erano senza alcun senso.
Poi, improvvisamente, la donna si rialzò e corse verso un oggetto nero posato su uno dei mobili, e cominciò a parlare in quella sua strana lingua. Comprese solo “alte” (vecchio), “Worte” (parola) e “komm” . Probabilmente, stava dicendo all’oggetto nero che lui , Rudolph, era vecchio, non diceva una parola della sua lingua, e che doveva andare lì da lei. Si alzò a fatica dalla seggiola, e si diresse verso la donna, ma lei rimise a posto l’oggetto nero e gli corse incontro per fermare i suoi passi incerti e riportarlo subito a sedere. Un nuovo profluvio di parole lo investì, ma nulla, questa volta, riuscì a penetrare la barriera del linguaggio. Intanto, Rudolph aveva avuto il tempo di osservarla.
Dinanzi agli occhi, retti da due astine di quel che sembrava oro, ella portava due oggetti tondi che sembravano di vetro trasparente. Le gambe, ben fatte, erano fasciate in stretti tubi di tessuto che le coprivano anche la parte bassa del corpo. Il deretano, sporgente, era inverecondamente posto in mostra e la sua curva era accentuata dall’aderenza dell’indumento. Nella parte superiore del corpo il torace era coperto da una maglia di lana (?) gialla che anziché occultarlo esaltava la curva del seno che sembrava voler esplodere.
L’abbigliamento, ed i modi franchi e diretti di lei gli facevano pensare che fosse una meretrice, una donna che – come dicevano i novizi – vendeva il suo corpo ed i suoi piaceri per uno o due pezzi d’argento. La sua voce, invece, ed il modo comunque rispettoso e sollecito con cui lo trattava, anche se lui non capiva nulla di quel che ella gli diceva, erano quelli di una donna di buoni costumi. Santa o puttana che fosse, egli non sentiva dentro di sé, o meglio sotto la sua tonaca, nessuna reazione quale quella che riteneva potesse associarsi al desiderio dei sensi suscitato da una creatura diabolica. Decise di rinviare il suo giudizio, e bevendo una seconda coppa del delizioso liquido caldo si guardò incontro.
Per la prima volta notò, nella stanza accanto a quella in cui si trovava, un mobile basso con una finestra sul lato anteriore nella quale si vedeva il viso di un bambino che parlava. Non riusciva a sentirne la voce, ma rimase colpito dal rapido movimento con cui il visetto infantile fu sostituito dalla testa e dalle spalle di un nano. Solo un nano avrebbe potuto stare così in basso da affacciarsi da quella finestra; ne aveva visto uno, una volta, che coi suoi compagni teatranti dava spettacolo sulla piazzetta del monastero di Bonn per le poche monetine che qualche donnetta ed il Priore del Monastero avevano offerto loro. Solo che questo era diverso : non aveva la faccia grinzosa e strana di quello, ed anzi sembrava in tutto e per tutto un uomo normale. Anche il nano scomparve dopo un po’, e la finestra mostrava ora una piccola casa fatta a forma di cattedrale, con torri e croci.
Non ebbe il tempo di vedere oltre. Alla porta da cui era entrato, erano infatti giunti due uomini in abiti ancora più strani della donna. Uno, più magro ed alto, vestiva interamente di nero, con tubi alle gambe come la donna – ma solo un po’ meno stretti – e con uno strano collarino bianco che gli serrava il collo. L’altro, basso ed apparentemente muscoloso, nascondeva in parte i tubi delle gambe con una specie di tonaca bianca che gli ricordava la cotta dei sacerdoti.
La donna li fece entrare, e da come parlava fitto con loro volgendosi verso di lui, e dal modo in cui i due lo guardavano di tanto in tanto, comprese che parlavano di lui.
L’uomo alto gli si avvicinò: i suoi capelli erano tagliati corti come quelli dei novizi, ma dall’età che dimostrava doveva aver raggiunto i trenta anni. I suoi modi erano calmi e la sua voce bassa e suadente. Questi provò a parlargli in diversi modi, tutti a lui sconosciuti, fino a che non gli rivolse poche parole in latino. Era un latino strano, pronunciato evidentemente da chi non lo aveva studiato bene, ma comunque era una lingua che gli era ben familiare.
Gli stava chiedendo il suo nome. Rispose, e vide un lampo di soddisfazione passare negli occhi dell’altro.
Da dove veniva? gli chiese quello, e lui rispose che veniva proprio da lì. La mattina era uscito per andare sulla collina ed i barbari Sassoni non avevano ancora distrutto il convento in cui la notte prima aveva dormito. Ma forse lui che faceva domande già lo sapeva…ma chi era, e dov’erano spariti i suoi fratelli ed il Superiore?
L’uomo lo guardò con aria strana, come avesse visto un fantasma. Stamattina? Dormito al convento con quel freddo e quella pioggia? Si sentiva bene? Si, rispose Rudolph: stanco, con le ossa rotte ed affamato, ma non ammalato.
L’uomo in nero si voltò a parlare con la donna e con l’uomo con la cotta bianca. Probabilmente traduceva le poche parole che si erano scambiate, perché vide che tutti e tre si voltavano continuamente verso di lui.
Poi l’uomo in nero tornò presso di lui, “Pater” gli disse, “sono anch’io un sacerdote, e sia io che padre Werner siamo tuoi confratelli nella fede. Puoi fidarti di noi e narrarci tutto”.
Non c’era nessun mistero, e Rudolph raccontò l’accaduto. Era ben poco, e lo si capiva dallo sguardo del sacerdote. Poi questo gli chiese se sapesse in quale anno di grazia Domini, ed in quale giorno di quale mese, egli fosse uscito dal convento quella mattina. Rispose che lo sapeva benissimo: era il lunedì successivo alla Quarta Domenica d’Avvento dell’anno di Grazia 995 dopo la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, “laudetur semper” concluse.
“Semper laudetur” gli fece eco l’altro, e restò muto, con gli occhi bassi per qualche minuto. Poi si scosse, lo guardò con occhi lucidi di lagrime, e lo abbracciò stretto sussurrandogli all’orecchio : “Pater, oggi è mercoledì della Quarta Settimana d’Avvento, ma siamo nell’anno di Gratia Domini Millenovecentonovantacinque.”
Rudolph, folgorato, restò immobile, pensando e ripensando : mille anni! Mille anni erano trascorsi da quella mattina, e non era ancor sera! Mille anni come diceva la scritta dell’ignoto frate pittore!. Mille anni dalla sua bestemmia di quel mattino!
E cominciò a piangere. Piangeva ancora quando il Priore di Bonn andò la sera stessa a visitarlo nell’infermeria del Monastero. Pianse per giorni, per settimane. Il suo cuore cedette la sera della Vigilia di Natale, quando tutti, nel Monastero, celebravano la Gloria del Dio che si fece Uomo per dare la Vita e conoscere la Morte. E seppe allora, il giovane Rudolph, cos’è l’Eternità senza tempo.
Le rovine del Kloster Heisterbach si trovano ancora su quella collina alle spalle di Königswinter, a pochi chilometri da Colonia e dall’altra parte del grande fiume rispetto a Bonn. La scritta sulla parete del refettorio è scomparsa con il refettorio ed il resto del convento, ma la leggenda vive ancora.

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Alessandria – ultima puntata

5 Febbraio 2012 15 commenti

Il silenzio era rotto solo dal lieve sciabordio delle acque del mare. Da molto lontano, a tratti, il vento recava l’eco di lontane grida e il crepitio delle fiamme che divoravano le case. Archimede giaceva supino con gli occhi rivolti al cielo, le ferite al ventre causano una morte lenta tra atroci dolori ma in quel momento la sofferenza non era ancora iniziata. La luna splendeva alta nel cielo oscurando le stelle, solo un bagliore luminoso contrastava la sua luce: il pianeta Venere. Lo contemplò a lungo, gli ricordava il faro di Alessandria, la sua mente percorse a ritroso lontani avvenimenti, l’immagine della sua Cleoth e della figlia gli richiamò un lieve sorriso. Quella donna era straordinaria, sapeva sempre tutto. “guardati dai romani – gli aveva detto – sfuggili”.

 (il seguito sul libro di prossima pubblicazione)

 

FINE

 

 

Nota.

Secondo quanto riferiscono alcuni storici, il console Marco Claudio Marcello individuò e fece giustiziare il soldato che aveva ucciso Archimede.

Circa centoquarant’anni dopo questi avvenimenti, il questore romano di Siracusa, Marco Tullio Cicerone, ritenne di aver ritrovato la tomba di Archimede in un loculo, sovrastato da un cilindro e da una sfera, oggetti che Archimede aveva sempre desiderato  come monumento funebre.  La tomba risultò vuota.

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Alessandria (42)

5 Febbraio 2012 4 commenti

I romani entrarono in massa e inaspettati, i pochi difensori che cercarono eroicamente di opporsi furono massacrati. Iniziarono i saccheggi e le carneficine. Il console Marcello aveva ordinato che le uccisioni fossero limitate al massimo e che si cercasse e gli si conducesse Archimede vivo, ma è ben noto che i feroci eserciti vincitori, e in particolar modo i mercenari, sono avidi di sangue, furti e stupri. In breve la città fu messa a ferro e a fuoco, altissimi incendi divamparono ovunque mentre le madri, urlanti, cercavano invano di difendere i figli e di sottrarsi alla bestiale violenza dei conquistatori.

Archimede si trovava sulla spiaggia dell’isola di Ortigia e osservava desolato le fiamme degli incendi illuminare il cielo. Recava con sé la sua preziosa cassetta di legno contenente alcuni strumenti del suo lavoro. Due soldatacci romani, già ebbri di sangue e di vino lo scorsero.

- Quali tesori conservi così gelosamente in quella cassetta, vecchio idiota! Dammela subito, – gridò uno dei due puntando la sua daga al petto di Archimede.

Un’ombra sorse improvvisa con la spada in pugno. Il fedele eroico Kleitos, che vegliava Archimede da lontano, si precipitò in difesa del suo maestro. Lo scontro fu cruento ma breve; il giovane inesperto studioso ben poco poteva contro due feroci veterani, reduci da cento combattimenti. Con un fortunoso colpo di piatto della sua spada riuscì a colpire il capo di uno dei due che cadde in terra stordito, ma l’altro, con un gesto fulmineo, gli trapassò la gola con la sua arma. Il giovane cadde sulla sabbia senza un lamento, mentre il suolo si arrossava del suo sangue e il mare pietoso lambiva il suo corpo come per dargli un ultimo bacio.

(il seguito sul libro di prossima pubblicazione)

(continua)

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Alessandria (41)

5 Febbraio 2012 4 commenti

L’ultima impresa

 Archimede ebbe a sua disposizione tutto il personale e ogni mezzo che riteneva necessario. Artigiani esperti, maestri d’ascia, tecnici, tutti accorsero numerosi al suo servizio. Controllò le difese già preparate nella sua precedente visita al castello Eurialo e le trovò sufficienti: solo qualche lieve modifica alle catapulte e qualche miglioramento dei fossati.

La cinta muraria era efficiente e in buone condizioni, tuttavia la fece rinforzare ed elevare. Comunque il grosso del lavoro doveva ancora essere fatto.  Nel muro prospiciente il mare furono aperte delle feritoie attraverso le quali le balestre e gli scorpioncini avrebbero potuto colpire il nemico.

Enormi specchi, simili a quelli utilizzati per il faro di Alessandria, ma notevolmente modificati, furono costruiti in grande quantità: specchi in grado di ruotare e oscillare su sé stessi, e di muoversi avanti e indietro così da poter concentrare la luce del sole in un punto focale variabile. Furono poi costruiti imponenti macchinari dei quali gli stessi artigiani ignoravano l’uso. Dalle foreste circostanti furono abbattuti e portati nei pressi delle mura dei tronchi giganteschi. Archimede correva instancabilmente da un punto all’altro della città per controllare e verificare ogni cosa. In cuor suo dovette riconoscere che l’aiuto dell’infaticabile Kleitos si stava rivelando indispensabile per il completamento di quell’immane lavoro di supervisione che, da solo, molto difficilmente avrebbe potuto fare.

(il seguito sul libro di prossima pubblicazione)

(continua)

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Alessandria (40)

4 Febbraio 2012 5 commenti

Quella notte lo scienziato rimase a dormire nel tempio, strettamente avvinghiato alla sua donna non riusciva a prendere sonno. Mille foschi pensieri agitavano la sua mente; anche Cleoth aveva stentato a prendere sonno e, pur riposando, si agitava, e a tratti qualche lieve lamento e qualche triste sospiro uscivano dalle sue labbra.

 Il mattino dopo, si recò di buonora in biblioteca, voleva salutare i vecchi e fidati amici e spiegare loro il motivo della sua imminente partenza. Tutti, commossi, evitarono di fare domande. Ctesibio e Filone si offrirono di partire con lui ma rifiutò con fermezza, non poteva mettere a rischio la vita dei suoi compagni.

Kleitos, uno dei suoi giovani allievi, già esperto e bravissimo in ogni genere di costruzione meccanica, insisté a lungo per accompagnarlo, ma Archimede fu irremovibile. Successivamente, si recò a casa e preparò il minimo indispensabile per la partenza, seguito, in ogni sua mossa, dallo sguardo triste di Androclo. Poco dopo si senti bussare all’uscio, si recò ad aprire e scorse un vecchio guerriero che lo guardava con rispetto. Stentò a riconoscerlo, troppi anni erano trascorsi.

- Sono Cassandro, maestro Archimede, – mormorò l’uomo.

- Cassandro! Ah sì, ora ricordo. Ormai moltissimi anni sono passati dal nostro primo viaggio, quando comandavi la nave che condusse qui mio padre e me.

- – Purtroppo non ho buone notizie, maestro. Si sentono minacciosi venti di guerra. Roma si prepara ad attaccarci e distruggerci, e tutti, a Siracusa, chiedono il tuo ritorno in patria e il soccorso del tuo ingegno.  I nostri ambasciatori hanno chiesto aiuto al nuovo Re d’Egitto, Tolomeo IV Filopatore, ma, un po’ perché è alle prese con rivolte interne, e un po’ perché ha una grande paura dei romani, ha trovato mille scuse e non farà nulla. Anche Cartagine, con tutta la sua grande potenza, corre il rischio di essere distrutta da Roma. Il Re di Siracusa voleva inviarti uno dei nostri strateghi ma mi sono offerto io, un volto amico per un triste incarico…

- Ti sembrerà strano, amico mio, ma so già tutto e sono pronto alla partenza. Possiamo andare e…  è vero, la tua presenza mi sarà di conforto.

(il seguito sul libro di prossima pubblicazione)

(continua)

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Alessandria (39)

3 Febbraio 2012 4 commenti

Una sera, Archimede si recò in fretta al tempio. Era particolarmente lieto di aver risolto un difficile problema di geometria, che lo aveva impegnato per giorni, e non vedeva l’ora di farne partecipe la sua Cleoth. Contrariamente al solito, la donna non lo attendeva né nel salone d’ingresso né nel Santuario. La trovò infine nella sua stanza personale, distesa sul letto e sconvolta da lacrime e singhiozzi.

Preoccupatissimo e perplesso, mai aveva visto la sua coraggiosa donna in quello stato, lo scienziato la strinse tra le braccia cercando di sapere cosa fosse avvenuto. Cleoth non riusciva a pronunciare parola, piangeva disperatamente non riuscendo neppure a riprendere fiato. Si avvinghiò a lui con tutte le sue forze, mentre Archimede le accarezzava dolcemente il capo cercando di calmarla e le rivolgeva sommesse domande che non trovavano risposta.

- La mia vita è finita, – riuscì infine a gridare Cleoth tra un singhiozzo e l’altro, – ed è finita perché io non posso più vivere senza di te! a dispetto della tua scienza, sei un testardo che non mi vuole mai dare retta! Quante volte ti ho supplicato di andare lontano e visitare altri paesi?

- Non capisco, – mormorò confuso il siracusano, – dici che non puoi vivere senza di me e poi… volevi allontanarmi da te?

- Sì! Testone che altro non sei! Volevo allontanarti perché sapevo che saresti tornato. – singhiozzò Cleoth scoppiando nuovamente in un pianto dirotto e strappandosi i capelli, – Speravo che tu non fossi qui quando sarebbero venuti nuovamente a chiamarti! Ora invece partirai e forse non ti rivedrò mai più.  Tua figlia resterà senza padre ed io senza l’uomo al quale ho dedicato tutta la mia vita!

(il seguito sul libro di prossima pubblicazione)

(continua)

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Alessandria (38)

3 Febbraio 2012 4 commenti

Mel-hit

 Il mattino dopo Archimede si svegliò all’alba, come di consueto. Cleoth dormiva ancora e un lieve sorriso aleggiava sulla sua bocca. Il siracusano le si accostò, contemplandola estasiato, ancora incredulo di trovarla finalmente al suo fianco. Rimase a guardarla per molto tempo; nulla era mutato nella sua bellezza, anzi la maturità le aveva conferito un fascino ancora maggiore. Voleva lasciarla riposare, ma non seppe resistere alla tentazione e le tempestò le labbra e il viso con piccoli teneri baci. Cleoth aprì lentamente gli occhi, lo guardò a lungo, trasognata, poi tese le braccia e se lo strinse al cuore. Lui sentì nuovamente crescere il desiderio e le accarezzò il seno, ma la donna lo respinse con dolcezza.

- Aspetta, – sussurrò, – ho una sorpresa per te.

- Una sorpresa, amore mio? Sei tu e sempre sarai l’unica, grande, meravigliosa sorpresa della mia vita!

- No, mio instancabile amante, c’è anche un’altra donna nella tua vita.

- Un’altra donna? Mai! Ti assicuro che…

Cleoth lo zittì ponendogli un dito sulle labbra, poi si levò sorridendo, indossò una candida veste, si acconciò i capelli e si allontanò, frenando con un gesto del palmo della mano il tentativo di Archimede di afferrarla. Tornò poco dopo, tenendo per mano una graziosa bimbetta dai lunghi capelli neri che, ancora assonnata ma serena, si sfregava gli occhioni con le manine.

- Eccola! – disse, – questa è Mel-hit, l’altra donna che amerai quanto e più di me.

- È una deliziosa creatura, – mormorò sorpreso Archimede – Mel-hit, cioè miele, ma chi è? Una nuova apprendista del tempio? Ma non è troppo piccola perché resti qui? È ancora una bimba… e poi perché dovrei amarla quanto te?

- Perché è tua figlia, mio adorato Arkh…

- Mia figlia? – gridò sbalordito Archimede schizzando in piedi fuori dal letto e, subito dopo, rendendoci conto di essere nudo si coprì alla meglio con una veste di Cleoth mentre la bambina scoppiava divertita in un’argentina risata.

- Mia figlia? – ripeté confuso, quasi balbettando – ma quando… come… cioè, non capisco, ma quanti anni ha? E tu perché…

- Ha quasi tre anni. Mi ero accorta di essere incinta qualche mese prima della tua partenza. No. Taci. Non potevo dirtelo, sapevo che stavi per assentarti e se ti avessi informato, saresti stato preso dall’ansia e dalla preoccupazione, e avresti forse rifiutato di partire, con conseguenze imprevedibili per noi tutti.

- Mia figlia! Oh Dei dell’Olimpo! Mia figlia, io ho… anzi … noi abbiamo una figlia! Vieni tesoro, vieni tra le braccia di tuo padre. Sei bellissima! Ora sì che la mia vita ha un senso compiuto. Ho le più belle donne del mondo… e sono mie. Tutte mie!

Le agguantò, e il severo e compassato scienziato, le strinse entrambe tra le braccia, sollevandole da terra, baciandole continuamente e quasi saltellando per la stanza, mentre lacrime di commozione gli sgorgavano dagli occhi. Nel frattempo, la piccola, perplessa ma sorridente, si divertiva ad affondare le mani nei suoi folti capelli tirandoglieli e ritraendo il visino dai pungenti peli della sua barba.

Era sera tarda quando Archimede si decise a fare ritorno alla propria casa, ove i marinai della Syracusia avevano già trasportato i suoi strumenti e i suoi libri. Aveva mille impegni e mille cose da fare e non sapeva se lo stupore e la meravigliosa consapevolezza di essere padre gli avrebbero consentito di ricordarsi tutto. Su di una cosa Cleoth era stata categorica: la notizia della sua paternità e la nascita di Mel-hit doveva restare un segreto del tempio e nessuno, mai, avrebbe dovuto averne notizia. Erano tempi strani e burrascosi, era meglio evitare eventuali dicerie e problemi che sarebbero potuti sorgere. La società egizia era molto libera e tollerante ma l’influenza dei costumi macedoni era sempre più pesante e l’influsso dall’esterno poteva determinare imprevedibili cambiamenti negli usi e nei costumi.

Androclo, il vecchio fedele custode della casa, lo salutò con un ululato di gioia, era rimasto perplesso non vedendolo tornare il giorno prima e aveva immaginato che qualche vecchio amico avesse voluto trattenerlo con sé. Anche per lui molti anni erano passati e i suoi capelli erano divenuti radi e bianchi. Il fisico però era rimasto asciutto e vigoroso, i duri allenamenti cui erano sottoposti gli spartani fin da bambini, gli avevano consentito di mantenere il proprio corpo solido e robusto come una roccia e quasi insensibile al passare degli anni. Mentre Archimede si aggirava pensoso per la casa, rievocando vecchi ricordi, si udì all’esterno un lieve ticchettare che ben presto divenne un forte scroscio. La gente si precipitò per le strade gridando di gioia. La pioggia era finalmente arrivata e avrebbe spazzato via la carestia e le malattie. Il grande fiume avrebbe presto straripato e, come di consueto, avrebbe allagato i campi aridi e screpolati che lo circondavano ricoprendoli di fertile fanghiglia. Già con il prossimo anno i raccolti sarebbero stati di nuovo abbondanti.

Archimede e Androclo si affacciarono entrambi sulla soglia, godendo dell’aria rinfrescata e di quei torrenti d’acqua che spazzavano e ripulivano le strade, eliminando il tanfo e la cappa di polvere che avevano ricoperto da troppo tempo la città. La porta della casa contigua era chiusa e sbarrata e Archimede apprese che i proprietari si erano trasferiti altrove e avevano affidato ad Androclo l’incarico di venderla. Era un’occasione inaspettata! Lo scienziato da qualche tempo pensava di acquistare una casa più grande dove poter attrezzare il suo laboratorio e compiere i suoi esperimenti, ma gli era sempre dispiaciuto il pensiero di dover abbandonare la casa, piena di dolci ricordi, che era stata di suo padre. Ora non era più necessario, sarebbe stato sufficiente aprire un’apertura in un muro divisorio e avrebbe avuto a sua disposizione tutto lo spazio che gli occorreva.

Così avvenne. Passarono gli anni e la nuova e più ampia abitazione divenne anche il punto di ritrovo di tutti i suoi vecchi amici e un crogiuolo di esperimenti e d’idee. Gli studi e le invenzioni si susseguivano senza sosta: un complicato e precisissimo orologio ad acqua soppiantò le vecchie clessidre. Destò universale meraviglia tra tutti gli studiosi, la costruzione di due planetari: l’uno era formato da una sfera che riproduceva, grazie anche alle numerose osservazioni descritte da Fidia, l’intero firmamento come risultava visibile a occhio nudo e l’altro, particolarmente complesso, grazie ad una serie d’ingranaggi e di ruote dentate partiva con un’unica rotazione e descriveva il moto dei pianeti. Ogni particolare fu accuratamente descritto da Archimede nel suo libro “Sulla costruzione delle sfere”. Seguirono, negli anni, altri numerosi libri che trattavano la distanza della terra dal sole, il calcolo della superficie e del volume della sfera e la risoluzione di numerosissimi problemi di natura geometrica.

(il seguito sul libro di prossima pubblicazione)

(continua)

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