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Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

CONSIGLI PER LA CASA.

3 Febbraio 2015 6 commenti

1-Come mantenere il fuoco nel camino quando c’è scarsità di legname: Raccogliere una grossa quantità di giornali, bagnarli uno per uno nell’acqua, e stropicciarli fino a farne delle palle. Mettere le palle così ottenute ad asciugare al sole. Quando dopo qualche tempo saranno completamente asciutte, potrete utilizzarle nel camino, nella stufa o nella cucina economica, al posto della legna.

2-Come accendere facilmente il fuoco: tagliare un ciocco di legno bene asciutto in listelli sottili, accartocciare due o tre fogli di giornale inumiditi con qualche goccia di alcol. In mancanza fare colare sui giornali parecchie gocce di cera da una candela. Disporre i listelli di legno precedentemente preparati sopra la carta accartocciata e accendere il tutto con uno zolfanello.

3-Come fare il bucato e ottenere biancheria pulita e bianca: porre nel mastello due o tre secchi di acqua calda, immergete la biancheria nell’acqua  e lasciatela riposare qualche minuto. Poi ponete la tavoletta nel mastello e sfregate energicamente la biancheria con un mattoncino di sapone, eventuali macchie possono essere eliminate o comunque sbiadite versando sulla stoffa umida alcune gocce di limone. Sciacquate bene la biancheria con acqua pulita, ponetela nel mastello e ricopritela con un telo spesso, versate sul telo, abbondante cenere di legna passata con un setaccio, versate acqua bollente sulla cenere, lasciate riposare il tutto per almeno una nottata, poi risciacquate la biancheria in acqua pulita e stendetela al sole.

4-Come ottenere acqua da bere fresca anche durante l’estate: riempite con l’acqua, appena raccolta dal pozzo, un’anfora di coccio non verniciata, ponete l’anfora in un luogo ombreggiato e ventilato e lasciatela trasudare. L’acqua che andrete a bere avrà un sapore fresco e gradevole.

5-Come mantenere il latte a lungo: portate il latte ad ebollizione facendo attenzione che non trabocchi della pentola, poi conservatelo in un luogo fresco ombreggiato e ventilato. Avrà una durata anche di due o tre giorni.

6-Come ottenere del burro: riempite per tre quarti una bottiglia con del latte fresco e appena munto, tappate bene la bottiglia e agitatela a lungo con una certa violenza da destra verso sinistra e viceversa, dopo qualche tempo vedrete che all’interno della bottiglia si sarà formato del burro.

7-Come ottenere il sale fino dal sale grosso: se non disponete di un mortaio e del relativo pestello, ponete il sale grosso sopra un tovagliolo di stoffa consistente e ben pulita, quindi schiacciate il sale grosso con una bottiglia di vetro che utilizzerete come se fosse un mattarello fino ad ottenere il sale della grandezza voluta.

8-Come conservare la carne senza problemi anche per tre o quattro giorni: ponete una padella sul fuoco con un filo d’olio, e scottate leggermente la carne su entrambi i lati. Conservate quindi la carne in un luogo fresco e asciutto dopo averla bene avvolta tra due fogli di carta oleata.

(Sorpresi? Beh, un tempo non troppo lontano si faceva così)

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Senilità

22 Marzo 2012 21 commenti

Sono preoccupato, non mi va di tornare a fare il servizio militare. Non mi piaceva allora e non mi piace adesso. Quella strana donna sconosciuta che mi gira sempre intorno mi dice che non lo devo fare. Già, e se arriva la cartolina? Comunque non capisco che cazzo ci faccio qui, in questa casa che non è la mia. E poi… che cos’è questa porcheria? il pranzo? ma quale pranzo? è una brodaglia puzzolente; io vorrei gli spaghetti ma questa vecchia stronza non me li dà. Voglio tornare a casa mia da mia madre, lei sì che sa cucinare ma ogni volta che cerco di uscire mi fanno rimettere a sedere in questa poltrona. Li devo fregare però. Faccio male a salutare questa gente prima di uscire,  perché quei tizi mi riportano indietro. Vorrei proprio sapere chi sia questa gente. Ce n’è uno che quando glielo chiedo mi guarda con una faccia strana e dice di essere mio figlio. Mio figlio? ha una faccia che somiglia a qualcuno… ma io non l’ho mai visto. Forse domani viene il capitano e mi porta al reggimento. Che rottura di palle! Non ci voglio andare… ah ecco ora finalmente non c’è nessuno; mi alzo e me ne torno a casa mia zitto zitto. Eheheheh li ho fregati questa volta … ma questo che mi ferma chi è? Che cosa vuole?  il portiere? quale portiere? Come? non posso uscire in pigiama? ah, è vero, forse ho dimenticato il cappotto… però non so dov’è. Comunque esco lo stesso e torno da mamma. Se questo portiere continua a darmi fastidio gli do un cazzotto in bocca! ‘sto stronzo! Fa caldo oggi e tutta questa gente che cos’ha da guardare? Non capisco perché non posso correre, mi stanco subito. Ora mi metto a sedere su quella panchina dove c’è quella ragazza. Ecchè, mica ho la peste! appena mi sono seduto è scappata via. E ora questo giovanotto che vuole? Come? mio nipote? Ma quale nipote? io non ho nipoti. Ma perché mi tira? Ecco mi ha fatto alzare e mi riporta indietro, ma io voglio andare a casa mia non in quella casa dove c’è quella sconosciuta vecchiaccia svergognata che la notte si mette a letto vicino a me. Sono stanco però e mi fanno male le gambe. Va bene, va bene, vengo. Non c’è bisogno che mi trascini sotto il braccio. Domani, però, me ne vado. Prima devo ricordarmi la strada… ma qual’era?

“Mammaaa, ho ritrovato  il nonno, era scappato un’altra volta solo col pigiama addosso. Meno male che si era seduto sotto casa e l’ho visto subito. Bisogna dire alla nonna di stargli più attenta, sta peggiorando ogni giorno che passa! “

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L’ inquisitore ed il Templare

28 Novembre 2011 2 commenti

Il mio vecchio amico Conte Engel Von Waldreihausen mi ha raccontato un’altra delle strane storie raccolte durante i suoi avventurosi viaggi. Ancora una volta ho chiesto ed ottenuta la sua autorizzazione a renderne partecipi i miei amici:

L’ultimo sorso.
Incatenato, lacero, sanguinante dalle decine di ferite che gli costellavano il torso sudato, l’imputato giaceva sulla ruota; i suoi pollici erano saldamente legati da strisce di cuoio come i suoi polsi, e la povera schiena si arcuava in una posizione innaturale che seguiva la curvatura dello strumento di tortura. Poco lontano, tre o quattro ferri da marchio si arroventavano sulle incandescenti braci di un improvvisato braciere, ma non erano per lui, e lui lo sapeva: non la marchiatura lo attendeva, nè lo scudiscio che, arrotolato, pendeva da una della pareti annerite dal fumo e dall’umidità della sotterranea cella in cui lo avevano trasportato, in stato di semi-coscienza, dopo averlo buttato giù da cavallo appena dopo oltrepassata la soglia del castello di Königswinter.
Maledetto castello, maledetto viaggio, e maledetto lui, che aveva accettato di portare quel dannato scrignetto da Chartres ad Ulm, a quel vecchio frate dall’aria sorniona, che gli aveva impartito una rapida benedizione ed era sparito all’interno del suo tetro convento.
Pareva che da allora tutto avesse congiurato contro di lui: derubato delle sue armi e dell’intera armatura la notte che si era fermato a Mainz, e degli ultimi soldi nella scarsella la sera in cui aveva deciso di pernottare in una lercia locanda di Koblenz, a sua insaputa praticata dal fior fiore dei tagliaborse del Reno, derubato infine del cavallo quella stessa mattina da due manigoldi che lo avevano affrontato – loro armati e lui inerme – sulla strada di Ulmar, a poche leghe da Koblenz, si era improvvisamente trovato dinanzi alla porta che consentiva l’accesso al tristo, nero maniero di Königswinter, ricoperto soltanto della sua cotta di maglia e del manto da Templare, e munito della speranza che in un castello di Fratelli avrebbe finalmente trovato pace. La rossa croce dei Templari spiccava sul suo candido manto, e la fiamma che essa gli aveva acceso nel cuore sin da fanciullo ardeva ancora nelle parole con cui si era rivolto all’armigero che lo guardava attonito dalla feritoia della postierla.
Non aveva fatto a tempo a chiedergli di annunciarlo al Priore cui il maniero era affidato, che solide braccia lo avevano avvinghiato e tenuto fermo mentre un giovane stalliere si affrettava a passargli intorno alle caviglie ed ai polsi le pesanti catene che ancora sentiva mordergli le carni.
L’Inquisitore era di poco lontano da lui, ora, nella cella delle torture, e parlottava con un Ufficiale del castello; non riusciva a sentire cosa si dicessero, ma i toni della discussione erano abbastanza concitati da evocare in lui il timore di ulteriori tormenti. Per Dio! Come osava un meschino inviato del Papa lasciare che qualcuno mettesse le mani addosso a lui, Geoffroy de Montillon, ordinato frate dell’Ordine dei Templari oltre dieci anni fa, quando aveva soltanto quindici anni, grazie all’influenza del suo amato zio Frà Gilles de Chartres ed al consenso del Vescovo Philippe Denoire di Marsiglia?
Il sangue gli ribolliva nelle vene, ed alla fine l’indignazione esplose in un lacerante urlo che ebbe il potere di arrestare bruscamente la conversazione.
“Marrani! Gente senza Dio! Non sapete…” una bruciante sferzata sulla bocca gli tolse il fiato ed interruppe la valanga d’improperi che stava per prorompere dalle sue labbra. L’Inquisitore si avvicinò a lui con un ipocrita, semi compiaciuto sorriso sulle sottili labbra violacee. La sua età era indefinibile: una rete di rughe si affollava attorno ai suoi occhi, e pesanti borse gli scendevano da questi ultimi sulle pallide guance; il naso, affilato come un coltello, presentava nel mezzo una gibbosità che ricordava a Geoffroy un cammello portato un tempo nella sua città natale da un manipolo di Cavalieri di ritorno da Acri. Gli occhi, al contrario, erano nerissimi – come i capelli – e vivaci, pieni di barbagli riflessi dalle fiamme del braciere fumante. Quegli occhi, ora, lo frugavano senza posa, cercando di penetrare nei più reconditi segreti del suo animo, scavando infaticabili i suoi occhi per scovarvi chissà quale nequizia, quale orrenda colpa. Un nero cappuccio gli copriva il capo, e gli occhi, inquadrati in quella lugubre cornice, scintillavano ancor di più nell’ombra della cella.
“Allora, Fratello mio” proruppe d’un tratto la voce cavernosa dell’Inquisitore ” confessa le tue colpe e dicci cosa conteneva il cofanetto che hai consegnato al frate che sei andato a visitare ad Ulm! Saremo clementi e ti lasceremo la vita, se saprai dircelo. Chi te lo ha consegnato, e con quali istruzioni?”
“Io obbedisco solo agli ordini del Gran Maestro!” rispose seccamente Geoffroy, ma sentì tendersi di nuovo il cuoio che gli serrava i pollici, al piccolo movimento che il carnefice aveva dato alla a ruota . L’Inquisitore sorrideva, questa volta, mentre sulla fronte di Geoffroy sottili perle di sudore si univano a formare un rivolo che iniziò a scorrergli sulle guance.
“Ne sono ben certo, fratello mio” nuovamente si fece udire la profonda voce dell’Inquisitore ” ma quali erano questi ordini, e cosa vi ha detto del contenuto del cofanetto?”.
Le cinghie si tesero di nuovo, quasi a fargli capire che ove la risposta non avesse soddisfatto l’Inquisitore un nuovo giro di ruota ne sarebbe stata la punizione. Geoffroy, al di là del dolore ai pollici ed alle caviglie, sentiva il suo respiro divenire sempre più pesante e difficile. La curvatura della ruota sui suoi reni cominciava a divenire insopportabile, e la spina dorsale era tesa al limite della rottura. Si chiese se in fin dei conti la banalità della sua missione – portare un cofanetto del suo Gran Maestro al frate di Ulm – valesse la sua vita, e decise in cuor suo di no: salva la sua vita, salva anche la sua possibilità di vendicarsi, nonché di denunciare l’attacco che l’Inquisitore aveva tramato ai suoi danni. Perché, poco ma sicuro, quegli doveva già trovarsi al castello quando egli vi era giunto: non c’era stato, fra la sua cattura e l’attuale tortura, il tempo perché qualcuno arrivasse a Colonia e facesse mandare dal Vescovo un Inquisitore, anche se la distanza da Colonia era di poche leghe.
“Confessa!” l’urlo dell’Inquisitore e la fitta lacerante di un nuovo giro di corda esplosero contemporaneamente nel suo cervello.
“Non lo so!” il tono piagnucoloso della sua voce sbalordì lui stesso. Cercò di farsi forza contro le ondate di dolore che attraversavano il suo corpo e forzò ancora i muscoli del torace perché consentissero ai suoi polmoni di prendere aria. Il sudore scendeva ormai a fiotti lungo il suo viso e sull’intero suo corpo, mescolandosi al sangue che aveva ripreso a sgorgare dalle piaghe di cui era coperto.
“Il Gran Maestro mi ha solo consegnato il cofanetto e mi ha ordinato di portarlo dal frate. Non so cosa vi si trovasse, né perché fosse sigillato, e non sono certo io quello che infrange i sigilli del Gran Maestro!” si sentì dire in modo impastato e confuso che assomigliava al parlare di un ubriaco.
La tensione delle cinghie si allentò di qualche millimetro, ma senza allentare il dolore che ormai lo stesso pulsare delle vene accentuava ad ogni battito del cuore.
“Così non lo sai, traditore!” La rabbia impotente dell’Inquisitore gli soffocava la voce, ma fu solo un attimo; di nuovo melliflua e suadente, essa riformulò la stessa domanda in modo ampolloso e formale : “Fratello mio, il Santo Padre ed io, suo umile servo, non abbiamo nulla contro di te personalmente. Hai obbedito agli ordini del tuo Maestro, come la Regola dell’Ordine t’impone, ma ritengo che, prima di affidarti il cofanetto e di impartirti gli ordini che fedelmente hai eseguito, il Maestro ti abbia detto quanto importante fosse la missione che ti era stata affidata, o che ti abbia spiegato il perché di essa, se non proprio quello che era contenuto nel cofanetto. Cerca di ricordare, e confessa a me, che ora sono il tuo confessore e rappresento il Sommo Pontefice, che cosa ti è stato detto oltre agli ordini che ti sono stati impartiti. Io ti sciolgo da qualsiasi giuramento tu abbia fatto al tuo Maestro in nome della ben più alta maestà del Pontefice, il quale ti lascerà salva la vita attraverso di me, se tu confesserai. Coraggio!”
Questa volta, le cinghie avvinte ai suoi pollici non si tesero, e poté vedere l’Inquisitore chino presso di lui, immobile, tendere l’orecchio per carpire il minimo bisbiglio o respiro. Anche il suo viso era imperlato di sudore, ora, ed il sorriso beffardo si era spento sulle sue labbra.
“Padre”, cominciò Geoffroy a dire, nella speranza di far trascorrere altro tempo e godere di quella pausa delle sofferenze inflittegli dal carnefice.
“Ti ascolto” rispose l’Inquisitore; nei suoi occhi si era acceso un barlume di speranza che il prigioniero parlasse, alfine.
“Padre”, riprese Geoffroy “Ero nella scuderia quando un valletto mi venne a chiamare dicendo che il Gran Maestro De Molay mi voleva immediatamente alla sua presenza. Lasciai tutto, e corsi all’obbedienza nello studio del Gran Maestro senza indugiare un attimo.” Sentì che la sua voce era poco più di un mormorio a causa della sua gola secca, e delle labbra che sembravano tradirlo nel pronunciare le parole.
“Mi ha consegnato un cofanetto di legno, recante sul coperchio la Santa Croce del Tempio, e mi ha detto solo di portarlo com’era al frate guardiano del Monastero di Ulm. Ho visto che era sigillato, ed ho pensato di avvolgere il cofanetto nel mio mantello perché i sigilli non si rompessero nel viaggio sbattendo contro la sella o l’armatura. E’ tutto!”
” Fratello mio, ” riprese l’Inquisitore ” credo a quello che dici. Dimmi ora, cosa disse il frate nel ricevere dalle tue mani il cofanetto?” Il tono della voce dell’Inquisitore era ora affrettato, quasi impaziente.
“Mi ha benedetto” rispose Geoffroy “per la cura che avevo posto nel trasporto e per il poco tempo che avevo impiegato da Parigi ad Ulm. Tre giorni e tre notti ininterrotti a cavallo, fermandomi solo a castelli e guarnigioni dei Fratelli per cambiare montatura. Ha anche detto che il suo ringraziamento e le sue benedizioni sarebbero state ben poca cosa a fronte della gloria che i miei Fratelli mi avrebbero tributato per l’assolvimento tempestivo della mia missione. Padre…” gli occhi gli si inumidivano pensando ai suoi Fratelli, e la gola si faceva sempre più secca.
Non poté completare la frase : un messaggero irruppe nella cella delle torture brandendo una pergamena in una mano e strappandosi il cappello con l’altra.
“Benedicite!” quasi urlò inginocchiandosi dinanzi all’Inquisitore e porgendogli la pergamena. “Il Priore di Ulm ha detto di consegnare questo all’Eccellenza Vostra al più presto: ho cavalcato senza pause da lì a Colonia, ma Sua Eminenza mi ha inviato qui a raggiungervi!”
Cercò di riprendere fiato dopo quella sequela di parole trafelate, ma lo sguardo gli cadde sul prigioniero ed un nuovo fiotto di parole gli sgorgò dalle labbra.
“Lo conosco! ” disse agitato ” E’ lui il cavaliere che ha portato al Frate Guardiano di Ulm il cofanetto che è sparito! Cavaliere – soggiunse in direzione di Geoffroy – dove è stato messo il cofanetto? Il Priore è infuriato perché non lo si trova!” In quella, un terribile ceffone lo mandò a gambe levate sul pavimento.
“Taci!” urlò perentoriamente l’Inquisitore, fra le cui mani, ora aperta, era la pergamena portatagli dal messaggero.
Finì di leggerla e quindi ordinò al boia di slegare dalla ruota Geoffroy e di portarlo in una cella. La sua voce era ora furente, e gli occhi gli lampeggiavano nell’ombra del cappuccio.
La paglia sul pavimento era fresca, e da una feritoia in alto un soffio d’aria pura giungeva fino a lui. Si adagiò sulla grigia pietra, e riprese a respirare quasi normalmente. Le catene lo serravano orribilmente intorno ai polsi ed alle caviglie, le piaghe lasciate dalla frusta e dai bastoni sul suo corpo bruciavano e continuavano a sanguinare, ma grazie a Dio era almeno vivo! Abbandonato sul pavimento, cominciò a massaggiarsi i pollici, gonfi e violacei, col dorso ora di una ora dell’altra mano.
Dopo qualche ora di quel passivo abbandonarsi alle ondate di dolore che attraversavano il suo corpo, i pensieri si fecero gradualmente più chiari, e si rese conto della circostanza che, se l’Inquisitore già lo aveva atteso al castello, ciò poteva significare soltanto che sapeva che lui sarebbe stato costretto a passare di lì ed a chiedere soccorso. A sua volta, ciò implicava che i furti che aveva subito a Koblenz ed a Mainz dovevano essere stati organizzati ai suoi danni da qualcuno che voleva che lui si fermasse al castello del Fratello Templare di Königswinter prima di recarsi a Colonia, presso la Casa Capitolare dell’Ordine. Ciò significava a sua volta che fin dall’inizio della sua missione qualcuno lo aveva tradito ed aveva comunicato alle guardie del Vescovo di Colonia – od alle sue spie – la sua missione ed il suo itinerario. Finché era stato in Francia, od aveva attraversato le contrade della pacifica Elvezia, il suo cammino non era stato né seguito né intralciato, ma appena sul suolo bavarese, anche se in ritardo sul suo fulmineo viaggio ad Ulm, le sue mosse erano state seguite e spiate.
Sicché, si trattava di un attacco proditorio contro di lui per procurare al fedelissimo Vescovo della cattolicissima Colonia il cofanetto ed il suo evidentemente prezioso contenuto! Fitte di dolore gli attraversavano di tanto in tanto la schiena, e sentiva il sangue pulsargli a tratti nei pollici doloranti e gonfi. Il sangue perso ed il sudore che profusamente era sgorgato dalla sua pelle durante quell’interrogatorio da incubo gli avevano fatto venire una sete insopportabile. Si fasciò le mani con quel che restava del saio che ancora cingeva i suoi lombi, e tempestò di colpi la porta di quercia che chiudeva la cella in cui era stato gettato di peso.
Nessuno accorse ai suoi colpi, né ai suoi richiami. Certamente le sue grida dovevano pur uscire dalla feritoia che, lassù in alto, dava aria alla cella, ma ore dopo, neanche quando la sua voce si cominciò a spegnere, nessuno venne in suo soccorso, aguzzino, soldato, sacerdote o diavolo che esso potesse essere là fuori.
Le ore passarono. La cella divenne fredda e scura, la pioggia lasciò filtrare alcune gocce sulla parete che si raccolsero in una cavità di uno dei blocchi di granito di cui il pavimento era fatto, accanto alla sua bocca riarsa. Ma egli non se ne avvide. I suoi occhi aperti e privi ormai di vita fissarono per giorni e giorni quell’ultimo sorso cui egli anelava, senza vederlo.
I mesi passarono, e gli anni. Ed ogni anno, il 22 settembre, grida disumane si sentono provenire dalle rovine del castello di Königswinter, grida che lentamente si spengono arrochite come se a trarle fosse un uomo agonizzante di sete. La foresta di scure querce, là sulla cima dello sperone roccioso su cui il moncherino della vecchia rocca ancora si erige puntato verso il cielo, riecheggia di quelle grida, ed esse talvolta giungono fino alla riva del Reno, dove i vecchi traghettatori, i pescatori ed i circa duecento abitanti del piccolo villaggio si guardano negli occhi l’un l’altro e sussurrano “Stasera il vento è davvero forte, lassù!”.
Nel libri di storia si legge che il Gran Maestro dei Templari ed altri quattro Dignitari dell’Ordine furono arrestati il 13 ottobre del 1307 dalle guardie di Guillaume de Nogaret su ordine di Filippo IV il Bello, Re di Francia, col consenso tacito del Pontefice di Santa Romana Chiesa Clemente V allora risiedente inTroyes.
Il processo, basato sulle false confessioni di Fratelli che si rivelarono da subito inconsistenti, fu voluto, organizzato, seguito ed assistito in ogni sua fase dal Ministro di Sua Maestà, ma il tesoro dei Templari non venne mai ritrovato. Ne mai si reperì alcuna prova sicura della loro colpevolezza. In molti, nei secoli che seguirono, sostennero che lo scioglimento dell’Ordine e la persecuzione dei suoi appartenenti siano stati voluti dal de Nogaret e dal suo re per poter mettere le mani su quel tesoro, ma tutto resta ancora avvolto nelle brume dell’incertezza che gli anni spargono a piene mani sulla storia degli uomini.
Il 13 ottobre di ogni anno, in Rue Vieille du Temple, a Parigi, sono poche le persone che dormono sonni tranquilli. Fra le due e le tre della notte, infatti, la stretta strada del centro parigino risuonano degli zoccoli di molti cavalli, e di grida strozzate. Dal legno di portoni che da anni sono polvere si levano colpi sonori e cardini che ormai non esistono più, dissolti dalla ruggine, stridono aprendosi a quei colpi. Voci soffocate, ordini, grida terrorizzate riecheggiano fra edifici più volte ricostruiti, per vicoli ripavimentati cento volte, disperdendosi negli anfratti delle corti e dei portoni.
La gente ascolta, e tace; spesso non sa perché tutto ciò accada, cosa esso significhi o rammenti: tanto, dopo qualche minuto tutto è di nuovo silenzio, ed i pochi che il rumore ha ridestato mandano un accidente agli ignoti nottambuli e riprendono sonno.
La Senna, a poche centinaia di metri, diviene allora sporca delle ceneri di qualche grande falò, mescolate ad ossa che potrebbero apparire umane. Anch’esse dopo poco spariscono, portate via dalla corrente. La sagoma di Notre Dame si profila contro il cielo illuminato, ed i fari dei bateaux-mouches spazzano gli ultimi innamorati sulle banchine deserte delle banchine del fiume.. I clochards si rigirano infastiditi e smaltiscono in sonore russate, fra i cartoni che li ricoprono, il cattivo vino che li ha messi fuori combattimento.
Ma non è che frutto della fantasia. Immagini prese da vecchi film e da libri ancora più antichi.

Presto tu avrai dimenticato tutto…

28 Novembre 2011 9 commenti

«Presto tu avrai dimenticato tutto, presto tutti ti avranno dimenticato!».
Così annotava Marco Aurelio nei suoi Ricordi, capolavoro del tardo ” stoicismo”, nel quale riportava le massime che lo aiutavano, giorno per giorno, a svolgere il proprio dovere di vivere, ad alleviare le proprie e le altrui sofferenze, a dare un senso alla propria vita e alla propria azione.
Vivi sempre come se fosse l’ultimo giorno della tua vita, così potrai davvero dare importanza a ogni cosa che fai, è forse l’esortazione più famosa del filosofo imperatore, che non mancava di insistere sulla fragilità della condizione umana.

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Le prime cause della Shoah ( la distruzione)

28 Novembre 2011 1 commento

I Protocolli degli Anziani di Sion
I “Protocolli” sono 24, e sarebbero il resoconto segreto del congresso sionista tenutosi a Basilea nel 1897.
in essi gli “Anziani” specificano quali metodologie si devono applicare per ottenere il monopolio ed il controllo di tutte le nazioni.
I mezzi da utilizzare sarebbero stati essenzialmente: l’alta finanza, l’agitazione terrorista, l’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa. Ci si sarebbe anche serviti dei piani segreti della massoneria (una sorta di P2 ante litteram) che sarebbe stata un ulteriore strumento nelle mani degli Anziani.
Questi protocolli, che sono assolutamente falsi, (prova ne sia che il congresso di Basilea fu pubblico e con la partecipazione anche di persone non ebree) hanno avuto grande diffusione nel secolo scorso e sono tutt’ora utilizzati per campagne antiebraiche in molti paesi.

L’origine della falsificazione
L’opera è in gran parte tratta da un opuscolo satirico del 1864, ove gli ebrei non sono neppure menzionati, intitolato “Dialoghi agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu” scritto clandestinamente dal francese Maurice Joly contro Napoleone.
L’opera di Joly, opportunamente modificata ed applicata agli ebrei, fu pubblicata in Russia nel 1903 da Pavel Krushevan, notorio antisemita, con il testo scritto da M. Golovinski che era un agente, a Parigi, della polizia segreta zarista Okhrana, e tendeva a dimostrare come i movimenti rivoluzionari in corso contro il regime dello Zar Nicola II° fossero opera di un complotto internazionale giudaico.
Benché lo stesso Zar, in seguito ad indagini del suo primo ministro Stolypin, avesse accertato il falso e avesse ordinato di sequestrare i protocolli, questi continuarono a prosperare.
Nel 1921 giornalisti e storici inglesi (Philip Graves) e americani (Herman Bernstein) portarono prove inconfutabili e definitive dell’inganno ordito con queste falsificazioni contro gli ebrei.

Utilizzo dei Protocolli di Sion
Il nazismo utilizzò ampiamente i protocolli (citati anche da Hitler nel suo “Mein Kampt”), che furono anche introdotti nei programmi scolastici della gioventù tedesca, e costituirono una formidabile propaganda antiebraica.
In realtà Hitler aveva la necessità di appropriarsi degli ingentissimi beni dei banchieri e delle famiglie ebraiche a sostegno dei suoi grandiosi sforzi bellici, questi sì , tesi al dominio mondiale.
Non diversamente da Hitler si era comportato, nel 1307, il re di Francia Filippo IV° che per impossessarsi dei tesori dei cavalieri Templari e per eliminare gli enormi debiti che aveva contratto con loro, fece confiscare i loro beni, li fece arrestare, torturare e uccidere con l’accusa di eresia ed idolatria.

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Verso Alessandria (3)

19 Novembre 2011 8 commenti

Pochi minuti dopo la nave egiziana si affiancava e, da entrambe le parti, i marinai lanciavano robuste gomene, legate a uncini, che trattenevano saldamente unite le due imbarcazioni. Gettata una passerella salirono a bordo quattro guerrieri nubiani preceduti da un ufficiale, di evidente stirpe macedone. A breve distanza li seguiva un dignitario alto e bruno, sulla quarantina, che indossava un elegante chitone di squisita fattura. Il comandante Cassandro andò loro incontro sorridendo.

- Che il tuo arrivo sia accompagnato della pace – fu il tradizionale saluto dell’ufficiale di Alessandria che si inchinò portando le mani alle ginocchia secondo l’usanza egiziana.

- Che il tuo volto sia sempre protetto – rispose, con lo stesso saluto rituale, Cassandro.

I consueti cerimoniali degli uomini d’arme furono interrotti da un gioioso grido dell’uomo che li seguiva e che, da qualche tempo stava osservando con perplessità e interesse i passeggeri della trireme.

- Fidia! Amico mio, ma sei proprio tu?

Fidia ebbe qualche attimo di esitazione, poi lontani ricordi gli si affollarono tumultuosi alla mente e si accostò lietamente al raffinato dignitario stringendogli affettuosamente le spalle.

- Callimaco! Callimaco di Cirene!  Ora ricordo. Eri il più giovane e sapiente amico di Zenodoto nella biblioteca e sei anche un grande poeta e un prolifico scrittore, molte delle tue opere le ho lette, ma purtroppo ho avuto il privilegio di poter possedere nella mia casa solo una copia degli “Aitia”, i tuoi quattro libri di elegie bellissime e innovative! Ma dimmi, il nostro vecchio amico Zenodoto è ancora il bibliotecario di Alessandria?

- Lo troverai di sicuro nella biblioteca, ma ormai è vicino alla settantina e, già da anni, si dedica solamente allo studio e alla ricostruzione dell’opera originale di Omero che, come sai, è stata nei secoli contaminata da molti poeti dilettanti che hanno aggiunto versi e effettuato varianti che non fanno parte dell’opera originale. Una decina di anni fa ha speso una somma enorme ed è riuscito a  ottenere l’edizione personale esclusiva dell’Iliade e dell’Odissea che si era fatto fare Aristotele; la stessa che fece leggere al grande Alessandro. Comunque grazie alla bontà del Re e all’amicizia di Zenodoto, attualmente il bibliotecario sono io ed è questo, come sicuramente immagini, il motivo per cui ora mi trovo sulla tua nave.

- Non vorrai sequestrare i miei libri?

- No amico mio, ma se ti conosco bene avrai sicuramente con te opere di grande valore che porteranno ulteriore lustro alla nostra biblioteca. Non crucciarti, ne faremo delle copie e tu non perderai nulla.

- Ma mi saranno restituiti i miei originali?

- Vedrò cosa posso fare. Prima li devo esaminare; le nostre regole sono molto severe e non posso discostarmene, comunque cercherò di non contrariare un vecchio amico e un uomo di immensa cultura quale tu sei, e, dimmi, chi è questo bel giovane vicino a te?

- È mio figlio, il mio adorato figlio Archimede che ho condotto qui per approfondire i suoi studi.

- Sicuramente sarà il degno figlio di cotanto padre! Benvenuto ad Alessandria, Archimede, sarò a tua disposizione per qualsiasi cosa di cui tu possa avere bisogno.

(continua)

Verso Alessandria (2)

16 Novembre 2011 11 commenti

Mancava poco all’alba, e già un lieve chiarore avvolgeva l’orizzonte quando la trireme siracusana giunse in vista del porto. Le vele furono ammainate e qualche colpo dei remi fece fermare la nave su di un fondale basso  dove quattro robusti marinai calarono le due pesanti ancore, costituite da robusti ceppi di legno a forma di freccia sui quali erano state inchiodate , per appesantirli e trascinarli sul fondo, delle lamine di piombo.

Le manovre dell’equipaggio risvegliarono Fidia dal suo sonno leggero; con stupore si accorse che erano ancora distanti dal molo e ne chiese il motivo al comandante.

- Salute a te, maestro Fidia – sorrise Cassandro – vedo che il dio del sonno ti ha già abbandonato. Avete portato dei libri con voi?

- Sì, certamente, diversi libri, ma…

(comprare il libro per leggere il seguito)

Verso Alessandria

14 Novembre 2011 16 commenti

Il mare era appena increspato da un vento favorevole che gonfiava il fiocco e la randa. La possente trireme da guerra solcava veloce le onde e i rematori si riposavano chiacchierando e ridendo tra di loro.

 Fidia, con il giovane figlio al suo fianco, stava in piedi vicino alla prua della nave e scrutava attentamente il mare; le acque erano calme, appena increspate dal vento, in lontananza una veloce liburna romana era l’unico oggetto visibile all’orizzonte.

Il giovane, bruno e dai capelli ricci, sollevò il volto abbronzato verso il padre e scrutandolo con i suoi occhi vividi e intelligenti chiese:

- Padre, siamo già in viaggio da cinque giorni, pensi che ci vorrà ancora molto per raggiungere Alessandria?

- Non credo figlio mio, probabilmente siamo già a metà del viaggio e forse anche più avanti. Se il vento tiene e Poseidone ci aiuta non ci vorrà ancora molto. Stiamo navigando veloci e fino ad ora non abbiamo fatto brutti incontri. Del resto è per questo che ho voluto che ci imbarcassimo su questa nave, è ben difficile che qualcuno osi attaccarci e gli arcieri sono pronti a mettere in fuga qualsiasi naviglio dei predoni che osi accostarsi. Quando arriveremo ad Alessandria spero di ritrovare Pollione e Strateuos, sono due dei più bravi discepoli del mio povero amico Euclide, ci accoglieranno con grande amicizia e potrebbero essere di grande aiuto nei tuoi studi.

-Eravate molto amici tu e Euclide? Mi dicesti che avevate passato molti anni insieme.

- Sì molto, e anche se lui aveva una ventina d’anni più di me, ci univa la comune passione per la scienza.  Secondo me è stato uno dei più grandi geni del nostro tempo e il suo libro sugli “Elementi”, con le sue rigorose dimostrazioni sulla geometria, mi sono state di grande aiuto nei miei studi sui corpi celesti. Comunque, vedrai, io ho cercato di insegnarti tutto ciò che sapevo ma la biblioteca di Alessandria è una inesauribile miniera di conoscenza e lì potrai apprendere moltissime altre cose e trovare una risposta alle tue domande. Ma… attento, guarda, c’è una nave che si avvicina e mi sembra ostile. Presto comprenderanno come abbiano sbagliato i loro calcoli se intendono attaccarci…

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Carmine si ribella (7)

9 Luglio 2011 8 commenti

Formenton

Le persone in servizio presso l’ufficio legale della CI.PER.TRAL, considerate le dimensioni e le problematiche dell’azienda, erano sicuramente poche: un caposezione, una segretaria e cinque funzionari.  Il matrimonio tra il dottor Pizzichetti e la sua collega, dottoressa Passera, e la loro conseguente partenza per godersi le ferie matrimoniali, aveva, di fatto, quasi dimezzato un organico già insufficiente. Il caposezione, dottor Amerigo Formenton, proveniente dalla sede di Venezia, era stato trasferito da circa tre anni in quella di Napoli in sostituzione del suo predecessore andato in pensione.

Formenton aveva, già da qualche tempo, fatto presente ai suoi superiori la difficoltà del settore e richiesto un incremento del personale. L’Alta Direzione aveva però espresso parere negativo, tuttavia, per ovviare almeno in parte a delle innegabili carenze, era stato disposto che un giovane avvocato romano da poco assunto: il dottor Aimone de Saccentis, fosse inviato provvisoriamente in trasferta presso la sede napoletana.

Quando Mezzarecchia rientrò in ufficio, l’episodio accaduto alla mensa era già noto ai suoi compagni di lavoro tramite il consueto tam-tam aziendale. De Saccentis stava commentando in un angolo della stanza, insieme con due colleghi,  sbellicandosi dalle risate. Risate che si accentuarono all’ingresso di Mezzarecchia, ancora sconvolto e trafelato. Senza fiatare, ma ancor più innervosito avendo perfettamente compreso il motivo di quell’allegria, questi si sedette alla propria scrivania e si tolse la cravatta imbrattata riponendola con cura in una busta.

Strizzando l’occhio ai colleghi, de Saccentis si avvicinò con un antipatico sorrisetto sardonico alla scrivania di Mezzarecchia e vi depose un voluminoso fascio di carte.

- Mezzarè, questi documenti devono essere fotocopiati con urgenza, su, datti da fare!

Il piccolo timido avvocato aveva però ormai oltrepassato quell’invisibile limite oltre il quale un coniglio può diventare leone. Si alzò lentamente dalla sedia e la sua magra persona sembrò ingigantire mentre si accentuava il contrasto tra il suo volto, di un pallore cadaverico, e le orecchie diventate rosso fuoco. Con voce rotta dalla collera, sibilò:

- intanto io, per te, giovane maleducato e imbecille, sono il dottor Mezzarecchia e non ti consento di darmi del tu! In secondo luogo le fotocopie vai a fartele da solo e per di più insieme con queste mie. In terzo luogo io qui le fotocopie non le faccio più per nessuno!

Allibiti, e anche un po’ intimoriti, i presenti osservarono con stupore l’inattesa reazione del loro collega che, afferrato un pacco di documenti, lo aggiungeva agli altri e li scaraventava tra le mani dell’esterrefatto de Saccentis, uscendo poi dalla stanza sbattendo la porta con violenza e abbandonando l’edificio.

Il mattino seguente Carmine Mezzarecchia fu convocato con urgenza dal caposezione; urgenza che non doveva poi essere veramente tale poiché fu costretto a fare anticamera per quasi un’ora prima di essere ammesso alla presenza del superiore.

- buongiorno, dottore – mormorò Mezzarecchia.

Il caposezione, senza rispondere, continuò a sfogliare dei documenti, evidentemente importantissimi, prendendo appunti su di un taccuino e infine rispondendo a una lunga telefonata, incurante del suo sottoposto rimasto in piedi di fronte alla scrivania. Infine sollevò gli occhi dalle carte e fece un breve cenno con la testa:

- si accomodi.

Stanco e confuso, con un nodo alla gola che gli impediva quasi di parlare, Mezzarecchia prese posto in punta alla sedia, torcendosi le mani, già madide di un sudore gelido. Aveva, da sempre, cercato di evitare ogni contatto con il caposezione sgattaiolando altrove non appena lo scorgeva da lontano. Quell’omone enorme, con una pappagorgia che gli traboccava sulla cravatta, e con due piccoli freddi occhietti maligni immersi nel grasso e spesso saettanti con disprezzo sugli interlocutori, lo intimoriva.

- ebbene, dottor Mezzarecchia, – esordì con durezza Formenton – credo lei sia al corrente che il dottor Rotter ci ha informati dell’insoddisfazione dell’Alta Direzione per i non brillanti risultati di quest’ azienda che dovrà essere ristrutturata con conseguente ridimensionamento del personale.

- sì, in effetti non si parla d’altro…

- non si parla d’altro perché la gente, invece di lavorare, perde il tempo in chiacchiere! Lei, del resto, mi sembra non abbia ben compreso quali siano i suoi doveri. Mi risulta che abbia rifiutato di svolgere i suoi compiti, che abbia insultato un collega e che si sia assentato arbitrariamente dal lavoro. Cosa ha da dire al riguardo?

- dottore, io penso…

(leggete il seguito comprando il libro)

Nicola de Bustis di Torpignattaro di sopra (2)

13 Maggio 2011 11 commenti

Giosuè2Al ventesimo piano della CI.PER.TRAL vi è l’ufficio dell’ingegner de Bustis. Come tutti i dirigenti ha la sua stanza personale, elegantemente arredata e fornita di computer, televisore, frigobar e tutti gli altri accessori indispensabili alla sua qualifica. La sua scrivania ha una superficie quasi pari a quella di  un monolocale, e vicino alle ampie tre finestre troneggia un tavolo da disegno.

L’ingegnere é un uomo sulla cinquantina, statura media,un po’ tozzo, ma sempre elegantemente vestito con giacca grigia e pantaloni blu, opera del miglior sarto della città. Sempre grazie al suo sarto, ostenta un robusto paio di spalle dall’aspetto falsamente atletico. Barba folta e testa leonina, vagamente rassomigliante a Giosuè Carducci, ha una perenne aria disgustata e l’abitudine di picchiettarsi il naso col dito indice. Abitudine che, secondo i maligni, serve a mettere bene in evidenza il pesante anello d’oro che porta al dito medio, con lo stemma dei suoi nobili avi.

Pochi, forse pochissimi o addirittura nessuno è a conoscenza dei gravosi compiti dell’ingegnere, solo il quarantaciquenne geometra Aristide Cacciaquaglia, vicecapo dell’ufficio progetti,  scapolo incallito e persona notoriamente pettegola o, per meglio dire, informata sui fatti, ha maturato qualche sospetto, specialmente dopo l’ultima telefonata ricevuta dall’ingegnere.

- geometra? Sono de Bustis.

- buon giorno ingegnere, mi dica.

- per caso ricorda il nome di un roditore simile al castoro?

- non saprei ingegnere… forse lo scoiattolo?

- ma no, ma no, non c’entra!

- coniglio?

- no, geometra, non c’entra.

- mi scusi ingegnere provo a chiedere..

Perplesso il geometra Cacciaquaglia si gratta la pelata e corre, al piano di sotto, all’ufficio acquisti, nella stanza della prosperosa segretaria Alfonsina Scannagatti che, ad onta del proprio nome, è universalmente nota per essere un’animalista sfegatata con la casa piena zeppa di abbaianti e miagolanti animaletti vari.

- mi scusi signorina, lei che è un’esperta, è per caso a conoscenza del nome di un roditore simile al castoro? Può suggerirmelo?

La signorina Alfonsina, nubile cinquantenne che, benché dotata di un davanzale di taglia quinta, non ha ancora trovato l’uomo della sua vita, si appoggia in avanti sulla scrivania per mettere bene in evidenza le sue grazie e rivolge al geometra, uomo calvo ma ancora prestante, un seducente sorriso a trentadue denti. Da tempo ormai vagheggia un connubio o almeno, come si usa oggi dire, un’affettuosa amicizia Cacciaquaglia Scannagatti

- ma certo, geometra: è la nutria. Veda ora le spiego, questo animaletto…

- grazie signorina, molto gentile, me lo spiega dopo. Ora devo scappare che ho l’ingegner de Bustis al telefono.

Una rapida corsetta nel corridoio, sale le scale, si precipita nella propria stanza e riprende il telefono.

- ingegnere?

- sììì ? – il tono è un po’ seccato, forse ha atteso troppo.

- potrebbe essere la nutria, ingegnere?

- la nutria? Uhm… nu tri a… sì, sì, c’entra. Grazie.

Il geometra Cacciaquaglia arriccia il naso. Che c’entrano i castori con l’attività dell’azienda? E poi quella scansione sillabica e quel “sì, sì, c’entra”non l’hanno convinto; ma vuoi vedere che il sussiegoso ingegnere invece di studiare, esaminare, elaborare e approvare complicati progetti, passa il suo tempo a fare ben altro? Come scoprirlo? Entrare nella sua stanza è impossibile, già per tre volte, nel corso degli ultimi dieci anni, era stato incaricato di portare dei documenti all’ingegnere ma ogni volta, dopo aver pigiato il campanello era uscita la solita lampeggiante lucina rossa: occupato. Dopo lunghe attese e rinnovati tentativi aveva dovuto rinunziare e portare le carte, come di consueto, al proprio capoufficio, l’ingegner Salomone, la cui porta era sempre aperta e la stanza traboccante di incartamenti, rotoli di bozzetti, raccoglitori e tavoli da disegno.

Come fare per accedere a quella porta perennemente chiusa a chiave, perfino nell’ intervallo per la mensa, e poter dare una sbirciatina alle attività dell’ingegner de Bustis? “mission impossible!”.

Passano alcuni lunghi monotoni mesi, negli uffici la solita noiosa routine, poi ecco la novità!

Il capo del personale ha ordinato all’usciere Passacantando di stare pronto e di indossare la sua migliore divisa, lavata e stirata. Sta per venire, per visitare l’azienda,  l’onorevole senatore, avvocato Olindo de Bustis marchese di Tor Pignattaro di sopra, il quale, accompagnato e ossequiato dal direttore generale, dal capo del personale e dal nipote Nicola, vorrà sicuramente visitare i locali, salutare il personale e incontrare le maestranze. In effetti le elezioni nazionali sono ormai imminenti, e per il senatore qualche voto in più non può fare che bene.

Arriva il grande momento: preceduta da due motociclisti a sirene spiegate, arriva l’auto blu del senatore che fa il suo trionfale ingresso nell’edificio accolto da una folta delegazione di dirigenti e funzionari.

Incuriosito per il trambusto, il geometra Cacciaquaglia si affaccia nel corridoio. Numerose persone si affollano agli ascensori e scompaiono. Il geometra si guarda intorno, c’è un silenzio assoluto e un filo di luce spunta da una porta socchiusa. Incredibile ma vero, nella fretta di accogliere l’augusto parente l’ingegner de Bustis si è dimenticato di chiudere a chiave! In gran fretta il geometra raccoglie nella propria stanza alcuni progetti per crearsi un alibi e si precipita nella stanza di de Bustis. Il tavolo da disegno risplende lucido e intonso, ancora avvolto nella plastica. Il televisore, acceso ma silenziato, sta trasmettendo una partita di calcio. La scrivania è ingombra di carte. Il geometra le sfoglia: giornali sportivi, riviste erotiche, settimanali di enigmistica e di cruciverba, griglie di sudoku parzialmente riempite e mai completate, pile di ordini di servizio ancora chiusi nelle loro buste trasparenti e mai aperti.

- come immaginavo – borbotta a mezza bocca il geometra Cacciaquaglia – l’illustre ingegnere, sempre che lo sia veramente, non ha mai fatto un cazzo in tutta la sua vita!.

Silenziosamente esce dalla stanza, socchiude nuovamente la porta e rientra nel proprio ufficio. Un suo collaboratore lo vede entrare con il volto più scuro della pece.

- che c’è capo? Qualcosa che non va?

- no, niente. Solo che io a certi raccomandati di ferro li prenderei a calci in culo a due a due finché non fanno dispari!

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