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Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

Il giornalino scolastico

15 Luglio 2017 Nessun commento

L’impulso iniziale è quello di scrivere … c’era una volta, così come iniziavano le favole. Tuttavia non si tratta di una favola, e anche l’epoca non è poi così lontana da perdersi nella notte dei tempi o nei misteriosi sentieri della fantasia. Inizierò quindi con “c’è stata un’epoca”.
Sì, c’è stata un’epoca in cui le droghe erano solo le spezie che le nostre madri acquistavano dal droghiere , un’epoca in cui il “bullismo” era quasi sconosciuto e persino quello che si praticava nelle caserme consisteva, da parte dei “nonni” e cioè dei soldati di leva al termine del servizio militare, nel fare “il sacco” al lenzuolo del letto delle reclute o, nel peggiore dei casi, nel sottoporre i più riottosi ad un “gavettone” di acqua fresca. Era un’ epoca di sogni e di speranze: per i giovani il lavoro non era un mito e l’economia andava al galoppo.
Era un’epoca in cui il nostro Paese poteva andar fiero, non degli attuali pennivendoli, maestri di quello squallido pettegolezzo che si maschera dietro il barbarico termine di “gossip”, ma di giornalisti veri, di maestri della penna e dell’informazione come Giovanni Mosca, Oriana Fallaci, Corrado Alvaro, Luigi Barzini, Enzo Biagi, Dino Buzzati , Leo Longanesi, Mario Missiroli, Indro Montanelli e tanti, tanti altri.
Attiravano in particolare i caustici articoli che il geniale, e ormai purtroppo sconosciuto ai più, Augusto Guerriero, pubblicava settimanalmente su “Epoca” sotto lo pseudonimo di Ricciardetto. Era comunque un piacere leggere e entusiasmarsi alla prosa forbita e intelligente che sprizzava dalle pagine di giornali e riviste e che ci faceva vivere luoghi e situazioni strane e avventurose sapientemente narrate dagli “inviati speciali”.
Nacque così in me il desiderio, poi non realizzato, di fare il giornalista, ma come iniziare? Talvolta inviavo qualche articolo o qualche raccontino al “Travasetto”, alla “Domenica del Corriere” o ai “Romanzi di Urania”. Spesso mi pubblicavano, ed era una grande soddisfazione, ma non mi bastava. Mi venne l’idea di creare un giornalino scolastico da diffondere tra i miei compagni di Liceo. L’idea fu accolta con entusiasmo dai miei tre amici più cari, Angelo, Gianni e Lucio; ma quale nome dare al giornalino? E poi, come realizzarlo? Il nome fu presto trovato, era da poco uscita una nuova tecnica cinematografica panoramica: il cinemascope. Il nostro giornale voleva essere una panoramica sulla scuola? Ok, perfetto, lo chiamammo Scuolascope. Già da tempo avevo acquistato a rate una Olivelli lettera 22 e, sia pure picchiettando con sole due dita, avevo raggiunta una discreta velocità.
Dando fondo alle nostre magre “paghette” acquistammo diverse risme di carta e approntammo il primo esemplare. Per poterne fare un centinaio di copie utilizzammo il vecchio ciclostile della locale sede del PCI al quale avemmo accesso grazie all’aiuto del nostro compagno Diego, detto Popoff , che era l’unico comunista iscritto al partito della nostra classe.
Vendevamo il giornalino, peraltro con risultati non entusiasmanti, agli altri studenti del Liceo al prezzo di 10 lire e ignoravamo che persino una tale innocua attività dovesse essere sottoposta alle autorità e autorizzata da precise disposizioni di legge.
Uno dei nostri professori, quello di matematica, era il bravissimo professor Di Stefano: un uomo robusto, sulla cinquantina, dall’aspetto burbero e intransigente che nascondeva in realtà un cuore dolcissimo e paterno. Fu uno dei nostri primi sostenitori e contribuiva con ben 100 lire all’acquisto del nostro giornale.
Un giorno noi quattro, i cosiddetti direttori di “Scuolascope” fummo convocati ufficialmente in Questura con tanto di avviso recapitatoci per posta. In verità la cosa ci preoccupò non poco, tuttavia il giorno stabilito ci presentammo tutti insieme e, scherzosamente, salimmo le scale per recarci dal funzionario che ci aveva convocato, tenendo i polsi sovrapposti come se fossimo stati ammanettati.
Non sapevamo che la notizia di questa convocazione fosse già circolata in ambito scolastico, ma così era stato. Mentre salivamo quelle scale un vocione risuonò alle nostre spalle: “cosa ci fate qui?”. Sorpresi, ci girammo e vedemmo il professore De Stefano che, con faccia truce e aspetto rabbuiato, saliva le scale a quatro a quattro dietro di noi.
-“Buongiorno professore, noi siamo stati convocati…” e sventolammo gli avvisi ricevuti.
-“Date qui, e non vi muovete!” tuonò il professore, e strappatici i foglietti di mano salì borbottando le scale e, scostando con un semplice gesto della mano un poliziotto che cercava di fermarlo, spalancò la porta dell’ufficio dove eravamo stati convocati e la rinchiuse sbattendola.
A malapena sentimmo la voce sommessa e pigolante di qualcuno che, in tono di scusa cercava di giustificarsi, ma quella voce era soverchiata da quella del nostro professore che risuonava alta e forte come il rumoreggiare dei tuoni nei temporali primaverili. Non riuscivamo a comprendere tutto ma qualcosa ci giunse alle orecchie: “sei sempre stato un asino alle mie lezioni, ma io ti ho fatto diplomare lo stesso e speravo che saresti diventato un bravo questurino! Cerca di dare la caccia ai malviventi, ché ne abbiamo fin troppi , invece di intimorire e disturbare i miei allievi!”.
Seguì un concitato vociare in tono più attutito e non più comprensibile, infine il nostro professore uscì trionfante dall’ufficio e, passando davanti allo sbigottito poliziotto di guardia che si mise sull’attenti, ci mise una mano sulla spalla e … “Andate a casa ragazzi, tutto a posto, ma togliete dal giornalino l’indicazione del prezzo”.
Inutile dire che il nostro glorioso “Scuolascope” continuò la sua uscita per tutto l’anno scolastico, con gli ultimi numeri addirittura stampati in tipografia, ma questa … è un’altra storia.

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Lo scudiero.

30 Aprile 2017 2 commenti

Benché Marialuce, la piccola siciliana, risiedesse nel Veneto già da alcuni anni, continuava non solo a non parlare neppure una parola di quel dialetto, ma continuava anche ad essere totalmente incapace di comprenderlo. Accadde che un giorno, mentre continuava ad essere ricoverata, dopo aver partorito, in una clinica di Este, una infermiera che dopo averle portato il pranzo era tornata a ritirare il vassoio con le stoviglie, rientrasse nuovamente nella stanza, con atteggiamento perplesso, e si mettesse a cercare in giro guardando persino sotto il letto.

Marialuce dopo averla osservata con un certo nervosismo, non riuscendo a comprendere che cosa la donna andasse cercando, si decise a chiederle:

«si può sapere che cosa accidente sta cercando?»

«Mi? Cerco lo scujero!»

«Lo scudiero? Uno scudiero nella mia stanza? E lo va cercando sotto il mio letto? Ma come si permette! Vada fuori di qui, brutta ignorante impertinente, prima che le tiri una scarpa!»

L’infermiera si precipitò alla porta, tentando di evitare la scarpa che Marialuce aveva già afferrato vicino al letto. In quel momento la porta si aprì ed entrò il marito della puerpera.

«La vostra sposa la xe mata, sior! Mi non trovo lo scujero e la siora la me vol petenàr…» Gridò l’infermiera, e fuggì via scuotendo la testa.

«Antonello, meno male che sei arrivato! Quella donnaccia scostumata insinuava che ci fosse un uomo, uno scudiero, nascosto nella mia stanza!» Disse Marialuce, con voce alterata.

Antonello scoppiò in una grande risata e cadde a sedere su una sedia, tenendosi la pancia dal gran ridere, incapace di smettere, osservando il volto offeso, sdegnato, e incredulo della moglie.

«Lo sai che cosa ha detto quell’infermiera che hai fatto spaventare? Ha detto che sei matta e che la vuoi bastonare…»

«Ma certo! Non hai sentito che cosa ha insinuato?»

«Sì, l’ho sentito benissimo. Ha detto che cercava uno scujero! E lo scujero non è uno scudiero, è un cucchiaio, sciocchina che non sei altro.»

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Buca d’inferno

8 Luglio 2016 2 commenti

Ancora una volta il sonno di Totò era stato infestato da incubi mostruosi. La sveglia del suo cellulare aveva suonato a lungo: un rauco trillo sempre crescente, prima di riuscire a scuoterlo dal suo torpore. Non ricordava quasi nulla del sogno; sapeva solo di avere avuto un incubo che l’aveva angosciato, e di avere dormito malissimo. Sbadigliò più volte, poi, ricordandosi di un impegno inderogabile gettò i piedi giù dal letto cercando di alzarsi. Ricadde frastornato e dolorante per delle fitte martellanti nel suo cervello annebbiato. Gli veniva da rimettere e si trattenne a stento. Si recò nel cesso per svuotare la vescica; sentiva anche, impellente, la necessità di una dose: badò a iniettarsela tra le dita dei piedi. Da diverso tempo non usava più bucarsi le braccia per non attirare l’attenzione degli sbirri.Aveva solo ventitré anni, ma lo specchio, polveroso e scheggiato, gli rimandò l’immagine di un quarantenne scheletrico e dal viso giallastro, sul cui capo una massa di capelli biondastri e unti iniziava visibilmente a diradarsi. La “roba”, sebbene di tipo scadente e di pessima qualità, iniziò a fare effetto rendendolo più ricettivo. Si spruzzò un poco d’acqua fredda sul viso e si vestì in fretta. Non era troppo tardi: quasi le sei del pomeriggio, tuttavia, al massimo per le otto di sera, avrebbe dovuto trovarsi già sul suo posto di lavoro. Se non lo avesse fatto, i suoi “clienti” avrebbero potuto rivolgersi alla concorrenza. Il problema non era tanto questo, ma «’o Bellillo» si sarebbe incazzato brutto se avesse ancora fatto tardi e questa volta l’avrebbe sgommat’e sanghe[1]. Prese i sacchetti con la neve[2] e se li nascose addosso, nelle mutande e nelle tasche segrete.

Era merce di qualità e «’o Bellillo» l’aveva avvertito:- Guagliò, chesta merce vale tremila euri. É qualità super, statt’accuorto e vendila bene; e, si vuò campà tranquillo, portame ‘mpressa ‘o danaro![3]-

Discese di corsa le scale sbrecciate e, giunto in strada, s’incamminò velocemente.
- Totò, Totòoo –

 Chi cazzo era che lo chiamava?

Si girò innervosito; poi riconobbe il disturbatore, la cui presenza riusciva comunque sempre a intimidirlo. Tacque, atteggiando il volto a un’espressione d’innocente sorpresa. Era don Mario, il parroco di quel quartiere degradato e malavitoso. Da anni, ormai, dedicava il suo tempo e tutte le sue energie per cercare di ricondurre i giovani del quartiere a una vita laboriosa e onesta. Aveva organizzato uno spazio per i giochi e una piccola scuola, dove pochi insegnanti volontari tentavano, tra mille difficoltà, di fornire a quegli emarginati gli elementi base di un’istruzione. C’era anche, più utile di tutto, un modesto ma attrezzato laboratorio artigianale per consentire ai ragazzi di imparare un mestiere. Tra questi, un tempo, c’era stato anche Totò. Si era dimostrato volenteroso e intelligente; in qualche occasione aveva persino fatto il chierichetto e servito la Messa. Poi, arrivato ai sedici anni, le cose erano cambiate. Si era innamorato di una ragazzotta belloccia, di due anni più grande di lui. Questa, fin da quando aveva solo tredici anni, era entrata e uscita più volte dal riformatorio per scippi, furti, prostituzione e spaccio di droga.

La ragazza, iniziandolo ai piaceri del sesso, l’aveva completamente plagiato. Lui l’aveva entusiasticamente seguita nelle sue imprese, partecipandovi e dopandosi a sua volta, fin quando la donna, ancora giovanissima, fu ritrovata in un sottoscala, gettata come un sacco di stracci, morta per overdose.  Già da moltissimo tempo Totò aveva abbandonato don Mario, e ormai era diventato uno dei tanti “pusher” della malavita, sprofondando nel più totale degrado. La sorte di Totò era sempre stata una spina nel cuore di don Mario che, inutilmente, e in innumerevoli occasioni, aveva invano, anni addietro, tentato e sperato di recuperare il ragazzo che ora, per caso, aveva nuovamente incontrato,  riconoscendolo a stento.

- Don Mario, salute a vuie, che vulite?[4] – mormorò imbarazzato Totò, dondolandosi sulle gambe, grattandosi la testa, e gettando furtive occhiate dietro di sé.
- Ragazzo mio, – disse con dolcezza il prete – non vedi come ti sei ridotto? Continuando così ti distruggerai. Ritorna da me, mi prenderò cura di te e cercherò di farti entrare in una comunità che ti potrà aiutare e curare…
Totò aveva intanto adocchiato, poco lontano, o’ Russo, uno dei tirapiedi del capo, che stava già controllando, con evidente sospetto,  il suo incontro con quel parroco che era molto malvisto dalla malavita locale. Decise di assumere un atteggiamento spavaldo e scostante per evitare guai.
- ‘On Ma’, vui nun m’avite a scuccià. Che cazzo n’aggi’ a fa d’a vostra communità? I’aggi’ a campà buono. ‘A vita è ‘a mia e a me sta bene accussì. Vui faciteve i cazzi vostri. Statev’accuorto![5]-
- Figliolo, è il diavolo che ti fa parlare così? Non pensi quante persone si distruggono, si rovineranno la vita e moriranno, per colpa di questa tua attività maledetta? Non ti preoccupi di te stesso e della tua anima immortale? Vuoi proprio consegnarla al demonio? Perché non mi permetti di aiutarti, lo sai che ti ho sempre voluto bene.
- Ma quale diavolo, ‘on Ma’? Cheste so’ tutte cazzate che inventate voi preti! Non esiste nessun demonio e me ne strafotto del vostro «voler bene». E mo jatevenne che tengo che ffà![6]-
Allontanato il prete con uno spintone, confortato dal cenno d’approvazione lanciatogli da o’ Russo, Totò si allontanò di corsa in direzione della metropolitana. Aveva ancora un biglietto da utilizzare. Bene. Il biglietto era necessario sia per accedere ai treni, sia per evitare pericolosi controlli. Prese la metro alla fermata di piazza Dante. Fortunatamente il convoglio arrivò quasi subito. Salì. Solito affollamento di facce di lavoratori fiacchi e sonnolenti. C’erano anche un paio di ubriachi bavosi che traballavano malfermi sulle gambe. Tre o quattro chiattone lardose, stravaccate sui sedili, lo squadrarono con i loro occhietti sospettosi, affogati nel grasso, stringendo con più forza le loro borse. Vicino ad alcuni vecchi, col capo ciondolante, stanchi e semiaddormentati, c’erano sei o sette giovinastri, massicci e deturpati, con l’aria insolente e minacciosa della gente in cerca di guai. Uno lo conosceva di vista. Meglio tenerselo buono. Lo salutò:
- Ciao Pascà, bona serata.

- Uhè Totò, ciao. Vai a faticà? Arò vai stasera?[7]

- Chiaiano, ’a solita zona mia.
- Ah, vabbuò.

L’altoparlante del visore della metropolitana gracchiava gli arrivi con il solito tono saccente:

- Rione Alto – Policlinico – Colli Aminei -
Molti scesero. Ora il vagone era mezzo vuoto. Strano però. Di solito era quasi sempre pieno.
- Prossima fermata: Frullone –

Bene - pensò – manca poco. Ripensò alle parole del parroco: ‘o dimonio? Sì, come no. Solo ‘e ccriature puteveno ancora crierere a cierte strunzate.[8] Ridacchiò tra di sé.
Poi si guardò intorno, era solo. Solo? Come mai? Ah, ecco, c’era rimasto ancora uno strano vecchio, seduto di fronte a lui. Ih comm’ fete e comm’ fa schifo! Tene du’ bozzi ‘ncoppa ‘a capa che parono corna… e la faccia… puro chella pare ‘o musso ‘e nu puorco. Ma perché mi guarda e ride cu chilli diente gialli e fracidi. Quasi quasi ‘o dongo nu buffettone e ‘o scasso ‘o musso. Ma no. Meglio ca me stongo queto. Song’ quasi juntu, è tarde e nun ce sta tiempo.[9]
Il treno ripartì, ora sul vagone erano rimasti solo loro due. La testa gli faceva male con un dolore sordo e pulsante, anche la vista gli si era appannata. Cazzo! chella dose era ‘na schifezza… pensò. In tasca doveva avere delle pastiglie che gli aveva passato un amico. Ne prese una, poi ne aggiunse un’altra e le ingoiò. Poi un’altra ancora. Scrutò nuovamente il vecchio: Chist’ tene ‘na faccia canosciuta… ma nummarricuordo… macari ‘n suonno?[10]

- Pros-ssima fe fer-rmata: Buca d’inferno – ridacchiò il vecchio con voce blesa.
Buca d’inferno? Che cazzo dice ‘sto strunz’? La prossima è ‘a mia: Chiaiano. Ah, ecco ora si ferma. La “roba” ci sta? Sì, ‘a tengo accà. Bene.[11]
Le porte del treno si aprirono. Il vecchio sghignazzò sonoramente dandosi manate sul pancione.

-Ahahah… bu-buca d’inferno…

Ridi, ridi, coglione! I’ songo ‘rrivato![12]
Scese.
Sentì le proprie gambe diventare molli come gelatina. La pensilina e la stazione cominciarono a ondeggiare contorcendosi come se fossero liquide. Il suolo, sotto i suoi piedi si fece molle e cedevole. Totò urlò, atterrito, agitando vanamente le braccia, Poi cominciò a sprofondare come nelle sabbie mobili. Si accasciò, angosciato e confuso. Ombre scure, mostruose e fetide giunsero dal nulla e lo afferrarono. Si sentì ustionare come toccato da ferro rovente. Una voragine di fiamme e di fumo pestilenziale lo inghiottì.


[1] Picchiato a sangue.

[2] Cocaina.

[3] Ragazzo, questa merce è di ottima qualità, vale tremila euro, stai molto attento a quello che fai e vendila bene; e, se vuoi vivere tranquillo, sbrigati a portarmi i soldi.

[4] Vi saluto, don Mario. Cosa volete?

[5] Don Mario, non mi dovete dare noia, Non mi serve la vostra “comunità” io devo badare a me stesso. La vita è la mia e a me sta bene così. Voi fatevi i fatti vostri. State attento!

[6] Ma quale diavolo, don Mario? Queste sono tutte sciocchezze inventate da voi preti. Non esiste alcun demonio e me ne infischio del vostro «voler bene».  Ora andate via, che ho da fare.

[7] Ehi Totò, vai a lavorare? Dove vai stasera?

[8] Il diavolo? Sì, come no. Solo i bambini potevano ancora credere a queste sciocchezze.

[9] Uh, come puzza e come fa schifo. Ha due bernoccoli sul cranio che sembrano corna; e il viso? Sembra quello di un maiale. Ma perché mi guarda e ride con quei denti fradici e gialli… quasi quasi gli do un pugno e gli spacco la faccia. Ma no. Meglio che stia tranquillo Sono quasi arrivato. È tardi.

[10] Costui ha una faccia nota… ma non mi ricordo… forse in qualche sogno?

[11] Buca d’inferno? Ma che dice ‘sto stronzo? Ah, la prossima è la mia: Chiaiano. Ora si ferma. La coca ce l’ho? Sì, eccola qua. Bene.

[12] Ridi, ridi, coglione! Io sono arrivato!

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Primi approcci

9 Giugno 2015 3 commenti

Nel 1964 immaginai l’incontro di una bimba di nove o dieci anni con uno strano personaggio e scrissi un breve racconto che, nelle mie intenzioni, doveva apparire come una pagina del diario della bambina scritto, ovviamente, con un linguaggio abbastanza infantile.
Non ricordo più quale titolo avessi scelto io per il racconto, comunque lo inviai alla Mondadori che il 5 aprile del ’64 lo pubblicò, con il titolo “Primi approcci” nel numero 331 dei Romanzi d’Urania. Ovviamente il mio racconto seguiva al romanzo principale che era “Gli incappucciati d’ombra”
Immaginate quale fu la mia sorpresa, tredici anni dopo, quando andai nel 1977 a vedere il film “L’uomo che cadde sulla terra”, interpretato dal cantante ed attore David Bowie,nel ritrovarvi parecchi elementi ed incredibili somiglianze con il mio racconto: la magrezza del protagonista, la debolezza dei suoi occhi, la sedia a rotelle, l’incredulità della gente e soprattutto la conclusione.
Bowie interpretava magnificamente Thomas Jerome Newton, un alieno che arriva sulla terra per procurare l’acqua e cercare inutilmente di salvare il suo pianeta dalla siccità.
Ovviamente non avevo la più pallida idea che il film fosse stato tratto da un libro di Walter Tevis (scritto nel 1963!) e a me del tutto sconosciuto.

Ad ogni buon fine mi fa piacere riproporre qui il mio racconto.

PRIMI APPROCCI

La casa di fronte alla mia è quella del signor Jones. Papà dice che il signor Jones è un vecchio pazzo ma la mamma dice che è soltanto uno straniero e che forse è così perché è stato sfortunato nella vita e non ha trovato nessuno che si prendesse cura di lui.
Papà scuote la testa e dice dove prenderà i soldi e mamma dice mah.
I vicini hanno paura di lui e dicono a noi bambini di non avvicinarci perché ci mangia.
Il signor Jones è magrissimo, ha la barba rossa e gli occhiali neri neri che non si toglie mai. Non esce mai fuori dal suo giardino e va in giro su una sedia con le ruote.
Durante la settimana lo va a trovare la vecchia Mattia che è una nera grassa grassache si chiama così perché il padre non sapeva che è un nome di uomo.
Mattia cammina lentamente e si muove a destra e sinistra come le oche, ma è fortissima e dice non ho paura neanche del demonio. Un giorno Jeff che è cattivo ed è stato in prigione ha voluto prendere la sua borsetta ma lei con uno schiaffo l’ha gettato in terra e poi gli ha dato anche un calcio.
Mattia va a comprare il latte e i biscotti al signor Jones che mangia solo quello e poi gli sbriga le faccende di casa,
Un giorno sono andata piano piano vicino al signor Jones che stava davanti allo scalino di casa sua, e non sapevo se mi guardava perché con gli occhiali neri non si vede.
Avevo un po’ paura però l’ho guardato e poi gli ho chiesto se è vero che mangia i bambini. Lui mi ha detto di sì ma si è messo a ridere, e così ho visto che è senza denti. Poi mi ha chiesto se volevo comprargli il latte.
Io l’ho comprato e lui mi ha detto che sono una brava bambina e che gli ricordo sua figlia. Io allora mi sono arrabbiata e gli ho detto che dice bugie, perché sua figlia non si è mai vista. Allora il signor Jones mi ha fatto sedere sullo scalino e mi ha chiesto se avevo paura di lui. Io ho detto di no e lui mi ha raccontatoche dove stava prima aveva una figlia e poteva camminare perché era più leggero.
Io ho chiesto perché non tornava dove stava prima e lui non ha risposto ed è rimasto zitto zitto. Dopo un po’ mi sono annoiata e gli ho tirata la giacca per vedere se dormiva e lui si è girato verso di me. Poi ha sospirato e ha detto che tanto a me lo poteva dire che lui era uno straniero e che gli faceva bene dirlo finalmente a qualcuno. Io gli ho detto che lo sapevano tutti e che lo sapevo pure io che era uno straniero e lui si è messo a ridere e mi ha detto tu non sai quanto perché vengo da una stella che sta nel cielo. Gli ho chiesto se stava con babbo Natale e lui mi ha detto di no, che stava più lontano ancora e che era venuto con una macchina speciale che poi si era rotta.
Io allora mi sono ricordata dei giornalini di mio fratello grande che leggo di nascosto perché mamma non vuole e ho chiesto al signor Jones se era uno spaziale. Lui mi ha guardato a lungo senza parlare, poi ha detto di sì, e io gli ho detto che era un bugiardo perché non aveva le antenne e la faccia verde, e lui si è messo a ridere e mi ha detto che non tutti gli spaziali hanno le antenne e che lui però aveva gli occhi diversi. Io gli ho detto di farmeli vedere e lui mi ha chiesto se avevo paura. Io gli ho detto di no e allora si è tolto gli occhiali e mi ha fatto vedere che aveva gli occhi tutti rossi. Gli ho detto che mi sembrava il nostro coniglio e lui si è messo a ridere mi ha dato una moneta e mi ha detto di tornarmene a casa.
A casa ho detto alla mamma che il signor Jones è uno spaziale con gli occhi rossi e lei mi ha detto di non fare la scema. Io ho detto che me l’aveva detto lui e che avevo visto io che aveva gli occhi rossi e la mamma ha gridato che sono una cattiva bambina perché dico le bugie e poi ha detto a papà di non far comprare più a mio fratello grande quei giornalini perché ci riempiamo la testa di sciocchezze.
Io ho gridato che avevo detta la verità e di chiederlo al signor Jones e papà ha fatto la faccia seria seria e mi ha detto che mi dava uno schiaffo e di non permettermi più di andare dal signor Jones.
Quando sono uscita ho visto il signor Jones che mi guardava dalla finestra e sorrideva.
Allora io gli ho tirato fuori la lingua. Non so perché l’ho fatto, lui ha abbassata la testa e sembrava triste ed io mi sono pentita e mi ha fatto dispiacere.

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CONSIGLI PER LA CASA.

3 Febbraio 2015 6 commenti

1-Come mantenere il fuoco nel camino quando c’è scarsità di legname: Raccogliere una grossa quantità di giornali, bagnarli uno per uno nell’acqua, e stropicciarli fino a farne delle palle. Mettere le palle così ottenute ad asciugare al sole. Quando dopo qualche tempo saranno completamente asciutte, potrete utilizzarle nel camino, nella stufa o nella cucina economica, al posto della legna.

2-Come accendere facilmente il fuoco: tagliare un ciocco di legno bene asciutto in listelli sottili, accartocciare due o tre fogli di giornale inumiditi con qualche goccia di alcol. In mancanza fare colare sui giornali parecchie gocce di cera da una candela. Disporre i listelli di legno precedentemente preparati sopra la carta accartocciata e accendere il tutto con uno zolfanello.

3-Come fare il bucato e ottenere biancheria pulita e bianca: porre nel mastello due o tre secchi di acqua calda, immergete la biancheria nell’acqua  e lasciatela riposare qualche minuto. Poi ponete la tavoletta nel mastello e sfregate energicamente la biancheria con un mattoncino di sapone, eventuali macchie possono essere eliminate o comunque sbiadite versando sulla stoffa umida alcune gocce di limone. Sciacquate bene la biancheria con acqua pulita, ponetela nel mastello e ricopritela con un telo spesso, versate sul telo, abbondante cenere di legna passata con un setaccio, versate acqua bollente sulla cenere, lasciate riposare il tutto per almeno una nottata, poi risciacquate la biancheria in acqua pulita e stendetela al sole.

4-Come ottenere acqua da bere fresca anche durante l’estate: riempite con l’acqua, appena raccolta dal pozzo, un’anfora di coccio non verniciata, ponete l’anfora in un luogo ombreggiato e ventilato e lasciatela trasudare. L’acqua che andrete a bere avrà un sapore fresco e gradevole.

5-Come mantenere il latte a lungo: portate il latte ad ebollizione facendo attenzione che non trabocchi della pentola, poi conservatelo in un luogo fresco ombreggiato e ventilato. Avrà una durata anche di due o tre giorni.

6-Come ottenere del burro: riempite per tre quarti una bottiglia con del latte fresco e appena munto, tappate bene la bottiglia e agitatela a lungo con una certa violenza da destra verso sinistra e viceversa, dopo qualche tempo vedrete che all’interno della bottiglia si sarà formato del burro.

7-Come ottenere il sale fino dal sale grosso: se non disponete di un mortaio e del relativo pestello, ponete il sale grosso sopra un tovagliolo di stoffa consistente e ben pulita, quindi schiacciate il sale grosso con una bottiglia di vetro che utilizzerete come se fosse un mattarello fino ad ottenere il sale della grandezza voluta.

8-Come conservare la carne senza problemi anche per tre o quattro giorni: ponete una padella sul fuoco con un filo d’olio, e scottate leggermente la carne su entrambi i lati. Conservate quindi la carne in un luogo fresco e asciutto dopo averla bene avvolta tra due fogli di carta oleata.

(Sorpresi? Beh, un tempo non troppo lontano si faceva così)

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Parità tra donna e uomo?

28 Aprile 2014 2 commenti

Un mio amico virtuale, il cui nome è Wirton Arvel, oltre ad essere uno splendido poeta, è anche un attento osservatore della società che commenta con amare considerazioni. Eccole:

La parità fra uomini e donne nella lingua italiana:

“Un cortigiano: un uomo che vive a corte
Una cortigiana: una mignotta

Un massaggiatore: uno uomo che fa massaggi terapeutici o sportivi
Una massaggiatrice: una mignotta

Un professionista: un uomo che esercita una professione
Una professionista: una mignotta

Un uomo di strada: un uomo duro
Una donna di strada: una mignotta

Un uomo senza morale: un arrivista
Una donna senza morale: una mignotta

Un uomo pubblico: un uomo famoso, in vista
Una donna pubblica: una mignotta

Un uomo facile: un uomo con il quale è facile trattare
Una donna facile: una mignotta

Un intrattenitore: un uomo socievole, un affabulatore
Una intrattenitrice: una mignotta

Un adescatore: un imbroglione
Un’adescatrice: una mignotta

Un uomo molto disponibile: un uomo gentile
Una donna molto disponibile: una mignotta” *

[* questi alcuni esempi trovati in rete leggermente riadattati]

Molti credono che la parità fra uomini e donne sia ormai raggiunta, ma lo è davvero?

Non basta forse la breve lista di parole appena esposta per renderci conto che non è così?

Io credo fermamente che la parità fra uomini e donne sia una questione soprattutto culturale e non ci sarà veramente finché puttana e playboy non saranno sinonimi nei dizionari che usiamo, nei libri che leggiamo e nei discorsi facciamo.

In quanto esseri parlanti che pensiamo, ragioniamo e ci rendiamo conto di esistere attraverso il linguaggio ovvero attraverso pensieri fatti di parole, è attraverso le parole che dobbiamo elevarci, assimilandole leggendo, conoscendole interrogandoci e applicandole interagendo, per rendere il mondo migliore delle nostre stesse parole che usiamo per rappresentarlo.

La servitù delle donne è un vecchio libro di John Stuart Mill, purtroppo però ancora molto di attualità, anche se per fortuna in alcuni Paesi meno…
e che secondo me tutti dovrebbero aver letto, soprattutto le donne, in quanto madri e prime educatrici delle nuove generazioni, soprattutto gli uomini in quanto figli di una donna, prima che amanti ed eventualmente padri.

La cosa che mi piace di più di questo libro è che è stato scritto da un uomo!

– Wirton Arvel

? ? http://smarturl.it/Kentauron-Women

?#?ebook? ?#?kindlebooks? disponibile in varie edizioni mono e bilingue.

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La parità fra uomini e donne nella lingua italiana:</p>
<p>"Un cortigiano: un uomo che vive a corte<br />
Una cortigiana: una mignotta</p>
<p>Un massaggiatore: uno uomo che fa massaggi terapeutici o sportivi<br />
Una massaggiatrice: una mignotta</p>
<p>Un professionista: un uomo che esercita una professione<br />
Una professionista: una mignotta</p>
<p>Un uomo di strada: un uomo duro<br />
Una donna di strada: una mignotta</p>
<p>Un uomo senza morale: un arrivista<br />
Una donna senza morale: una mignotta</p>
<p>Un uomo pubblico: un uomo famoso, in vista<br />
Una donna pubblica: una mignotta</p>
<p>Un uomo facile: un uomo con il quale è facile trattare<br />
Una donna facile: una mignotta</p>
<p>Un intrattenitore: un uomo socievole, un affabulatore<br />
Una intrattenitrice: una mignotta</p>
<p>Un adescatore: un imbroglione<br />
Un'adescatrice: una mignotta</p>
<p>Un uomo molto disponibile: un uomo gentile<br />
Una donna molto disponibile: una mignotta" * </p>
<p>[* questi alcuni esempi trovati in rete leggermente riadattati]</p>
<p>Molti credono che la parità fra uomini e donne sia ormai raggiunta, ma lo è davvero?</p>
<p>Non basta forse la breve lista di parole appena esposta per renderci conto che non è così?</p>
<p>Io credo fermamente che la parità fra uomini e donne sia una questione soprattutto culturale e non ci sarà veramente finché puttana e playboy non saranno sinonimi nei dizionari che usiamo, nei libri che leggiamo e nei discorsi facciamo.</p>
<p>In quanto esseri parlanti che pensiamo, ragioniamo e ci rendiamo conto di esistere attraverso il linguaggio ovvero attraverso pensieri fatti di parole, è attraverso le parole che dobbiamo elevarci, assimilandole leggendo, conoscendole interrogandoci e applicandole interagendo, per rendere il mondo migliore delle nostre stesse parole che usiamo per rappresentarlo.</p>
<p>La servitù delle donne è un vecchio libro di John Stuart Mill, purtroppo però ancora molto di attualità, anche se per fortuna in alcuni Paesi meno...<br />
..e che secondo me tutti dovrebbero aver letto, soprattutto le donne, in quanto madri e prime educatrici delle nuove generazioni, soprattutto gli uomini in quanto figli di una donna, prima che amanti ed eventualmente padri.</p>
<p>La cosa che mi piace di più di questo libro è che è stato scritto da un uomo!</p>
<p>-- Wirton Arvel</p>
<p>? ? http://smarturl.it/Kentauron-Women</p>
<p>#ebook #kindlebooks disponibile in varie edizioni mono e bilingue.</p>
<p>Nota: Per chi non ha un #kindle per leggere gli ebook Amazon, ci sono le http://smarturl.it/KindleApps

 
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Uova rotte.

31 Marzo 2014 4 commenti

Se un uovo viene rotto dall’esterno c’è una vita che finisce.

Se un uovo viene rotto dall’interno c’è una vita che inizia.

Tutte i grandi avvenimenti iniziano dall’interno.

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Nadia e le Pussy Riot

6 Novembre 2013 19 commenti

Un blog, se vuole avere un significato anche civile e sociale, deve occuparsi pure delle atrocità e delle ingiustizie che si praticano nel mondo. Non è cosa facile, e non è neanche esente da rischi, ma vi sono situazioni di fronte alle quali il cuore si ribella e il sangue sale alla testa. Non ci illudiamo che nei paesi a noi vicini la giustizia sia uguale per tutti e le torture siano state abolite. Si dice che le carceri italiane siano sotto accusa (giustamente) da parte dell’Europa per le condizioni di vita estremamente disagiate dei detenuti. Si parla addirittura di condizioni che rasentano la tortura, può anche darsi, ma vogliamo chiederci cosa succede a poca distanza da noi?

Non mangia più Nadia Tolokonnikova, una delle Pussy Riot incarcerate per essersi esibite  nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca con una parodia liturgica di quaranta secondi e una supplica pop alla Vergine: “Liberaci da Putin”. ”E’ l’unica forma di protesta  che mi rimane per non essere annientata” dice in una lettera pubblicata su Internet in cui descrive la vita disumana nella  Colonia Correttiva numero 14 in Mordovia, a circa 400 km da Mosca. Il pensiero corre subito ai Gulag staliniani: diciassette ore al giorno a cucire divise per la polizia, detenute chiuse fuori dalle baracche d’inverno, rancio a base di pane secco e latte annacquato, pestaggi continui, minacce di morte. Il tutto per una paga ridicola:  ”A giugno ho guadagnato 29 rubli (meno di un euro)”, ha scritto Tolokonnikova.

“Lavoriamo dalle sette e mezza del mattino a mezzanotte e mezza – racconta la giovane, madre di una bambina di 5 anni – Non abbiamo più di quattro ore per dormire. Ci danno un giorno libero ogni sei settimane. Le mani sono piene di piaghe e buchi fatti dagli aghi; il tavolo è coperto di sangue, ma tu continui a cucire”.

La lettera è stata spedita anche al comitato d’indagine locale, che ha promesso di far luce sui vari aspetti della vicenda entro un mese. Nadia ha accusato innanzitutto il vice direttore del suo carcere, Iuri Kuprianov, di averla minacciata di morte lo scorso 30 agosto dopo le sue lamentele.  ”Stai tranquilla, tra poco non avrai di questi problemi nell’ aldilà”, le avrebbe detto, secondo quanto riferito dal marito, Piotr Verzilov.

Tolokonnikova, che deve rimanere in prigione fino al prossimo marzo, racconta che a pranzo, cena e colazione le prigioniere ricevono “avena, pane secco, latte annacquato e patate marce”. Per la minima mancanza scatta il divieto di poter utilizzare il cibo inviato dai parenti. I capelli si possono lavare solo una volta a settimana, ma a volte il turno salta perché la pompa dell’acqua non funziona oppure gli scarichi sono otturati. Per la pulizia intima le 800 recluse hanno a disposizione un solo bagno per cinque persone alla volta.

Ma tutto può essere tolto se le autorità decidono di punire le detenute: “Ci può essere il divieto di andare al gabinetto o quello di lavarsi, o quello di entrare nella baracca, anche d’inverno quando fa molto freddo”. Una detenuta si è vista amputare una gamba e le dita di una mano dopo essere rimasta nell’anticamera della camerata, dove non c’è riscaldamento, per un giorno intero. Una prigioniera rom, invece, è stata picchiata a morte un anno fa e il suo decesso è stato attribuito ad un aneurisma. Nadia finora non è stata percossa, perché è troppo famosa. Per lei si sono mobilitate le organizzazioni per i diritti umani e anche alcune star del mondo dello spettacolo, da Madonna a Paul McCartney.

 ”Esigo che ci trattino come esseri umani, non come schiavi o bestie”, spiega la giovane, che lo scorso febbraio era finita in ospedale per una sorta di stress da carcere.

Il servizio carcerario russo, però, ha respinto le accuse, sostenendo che si tratta di una vendetta dopo che il suo avvocato e suo marito avevano tentato di ottenere per lei migliori condizioni nel campo di lavoro. Nadia Tolokonnikova, 23 anni, Maria Alvokhina, 24, Iekaterina Samutsevich, 22, sono state  arrestate a marzo del 2012 con l’accusa di “teppismo e istigazione all’odio religioso”. Le tre ragazze sono state condannate a due anni di reclusione il 17 agosto 2012.   In appello Samutsevitch è stata scarcerata perché non prese parte alla protesta. Per le altre due sono iniziati i lavori forzati.

In Italia i deputati del PD Michele Anzaldi e Enzo Amendola (componente della commissione Esteri), hanno annunciato una interrogazione urgente al ministero degli Esteri:

“Il ministro degli Esteri, Emma Bonino chieda chiarimenti immediati e rassicurazioni sulla detenzione in un carcere russo della ventitreenne leader della band musicale Pussy Riot, giovane madre di una bambina di 5 anni”.

da un articolo di Monica Ricci Sargentini

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io so’ io… e voi non siete un cazzo!

13 Dicembre 2012 7 commenti

Così diceva Alberto Sordi in una famosa scena del film di Monicelli: “Il Marchese del Grillo”. Grande Albertone! Grande comico e grande attore, bravissimo anche nell’interpretazione di parti tragiche, così come altri comici suoi contemporanei . Oggi, purtroppo, più che i comici prevalgono i pagliacci, e sono pagliacci pericolosi che mi ricordano un altro orrendo fantoccio, protagonista di un libro di Stephen King.

Quando le cose vanno male, quando arrivano periodi di crisi, giunge sempre il momento in cui gli arruffapopoli si fanno avanti. I loro roboanti discorsi, spesso gridati per fare più colpo e meglio impressionare, tendono a condizionare il pensiero e il comportamento delle persone. La ricetta è semplice: basta rendere evidenti alcune sofferenze da molti condivise, infarcirle con teorie e dimostrazioni apparentemente logiche e condivisibili, ma in realtà del tutto pretestuose, spesso false e campate in aria. Occorre gridare, per meglio impressionare, convincere e ipnotizzare l’ascoltatore o, all’opposto, esprimersi con voce suadente e con aspetto triste e sofferente; propagandare comunque se stesso con tutti i mezzi di diffusione, siano essi il palchetto comiziale, la televisione, la conferenza stampa o la rete di Internet. Lo scopo recondito e reale del pagliaccio arruffapopoli, in apparenza fustigatore di costumi corrotti e amico della gente, è sempre lo stesso: la conquista del potere, la dittatura, il tornaconto personale.  Federica Salsi e Giovanni Favia osano dissentire e non seguire pedissequamente le disposizioni del “puparo”? Al rogo! Io so’ io… e voi non siete un cazzo!

Un altro epigono, con regale sussiego, blatera indignato contro il teatrino della politica, ma in realtà anche lui è il capofila di uno squallido circo composto di marionette addestrate che danzano, con un sorriso ebete sui loro volti di legno, all’affascinante suono della voce del loro incantatore. Triste il Paese in cui i pagliacci si moltiplicano! Così dobbiamo, disgustati, assistere ai battimani di uno sparuto gruppo di “indottrinati” che pendono dalle labbra di un siliconato depositario del “verbo”. Povero miliardario (sì, i pagliacci sono spesso anche miliardari) impossibilitato a fare giuste leggi non per sua incapacità, ma perché queste rimbalzano da una camera all’altra per anni e sono, infine, o cassate dal Capo dello Stato o annullate da una Corte Costituzionale composta di gente di parte e prezzolata! Chi è a capo di un governo non ha potere, (ah, tempi beati quelli di un Hitler o di un Mussolini) non può mandare in galera quei magistrati insensibili che vorrebbero spedire lui dietro le sbarre, non può fare ghigliottinare quei Casini, Fini, Montezemolo e altri che hanno l’ardire di non unirsi a lui.

Monti? E chi è questo Monti? Togliamogli subito la fiducia, Altro serpe nutrito in seno. Ha dimenticato che ho appoggiato la sua elezione a commissario europeo prima, e Capo del Governo dopo? Come? Non sono stato io ma il Capo dello Stato?  Comunque sia, ‘sto Monti si è permesso, in meno di un anno, di fare decine di riforme che nessuno prima era stato capace di fare e, tra queste (orrore!) c’era anche il progetto di rendere ineleggibili i condannati per reati vari. Ma è impazzito? E poi si vede quanti danni ha procurato: tasse aumentate, disoccupazione dilagante, fallimento d’imprese, impoverimento generale… come? È l’unico che ha rinunziato alla sua retribuzione? Ha anche trovato una situazione talmente disastrosa da mandare l’Italia in fallimento dopo pochi mesi? E che c’entra? Mica è colpa mia! È colpa di Tremonti che mi assicurava che i conti erano in ordine. Io ho sempre diffidato di quell’omarino lì… e poi… io so’ io… e voi non siete un cazzo!

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La lingua (parte prima)

4 Ottobre 2012 16 commenti

Questa volta vorrei fare qualche considerazione sulla lingua. La lingua è di notevole importanza; anche se non mi riferisco a quella degli innamorati (usata nei modi più svariati, e tutti piacevoli), e neanche della buonissima “lingua salmistrata”, un tempo famosa nel Veneto (oggi non so), con la quale si cucinava un gustoso manicaretto. Mi piacerebbe, anche,  intrattenervi sulla meno nota, “lingua” che preparano nell’isola di Procida. Tuttavia l’argomento non è questo, anche se vi consiglio, qualora visitaste quell’isola, di provare quella “lingua”: è un dolce gradevolissimo.

Voglio invece trattare un argomento che, a prima vista, può sembrare pedante e noioso, ma che invece è importantissimo e anche divertente: la lingua italiana.

Ai tempi del fascismo, che sembrava avere a cuore il nostro idioma, non solo si arrivò a eccessi ridicoli, ma si misero al bando dall’alfabeto diverse consonanti, (dimenticando che non si trattava di vocaboli estranei alla nostra cultura, della quale facevano parte a pieno titolo perché derivanti dalla lingua greca).  L’alfabeto che si studiava alle elementari era di sole 21 lettere, erano state estromesse la k, la y, la x e persino la w e la j, considerate contaminazioni straniere. Ancora oggi, le persone di una certa età, hanno qualche difficoltà a individuare nel dizionario la posizione di queste consonanti.

Ovviamente, più passava il tempo, più  si arrivava all’ assurdo; si cambiarono molti cognomi e anche i nomi di alcune località. Persino Courmayeur  divenne Cormaiore e l’intraducibile paradiso degli scapoli (e non solo): la garçonniere  fu grottescamente ribattezzata “giovanottiera”.

Alcune trasformazioni di vocaboli di origine straniera, entrati nell’uso comune, furono accettabili perché suggerite da linguisti di buon senso, come “avanspettacolo” al posto  di “lever de rideau”, oppure “circolo” al posto di “club”; altre, invece, furono aberranti e volgarucce, come ad esempio l’imposizione di chiamare “puttanambolo”  il ”tabarin”.  Persino al famoso comico Renato Ranucci, che aveva scelto come nome d’arte quello di Rachel (poi  modificato in Rascel) fu imposto, secondo le direttive fasciste di Achille Starace , di cambiare in “Rascele”. Ovviamente il comico si fece una risata e non ne tenne conto.

Oggi, dopo i ridicoli eccessi di quell’epoca, si sta cadendo nella grottesca esagerazione opposta; anglicismi e barbarismi invadono sempre più il nostro parlato e la nostra scrittura. Migliaia di persone, che con queste provinciali e servili abitudini hanno ben poco a che fare,  o non le conoscono, si guardano in giro, smarriti e perplessi, e si domandano: “ma che accidenti significa?”

Dal “politichese” al “burocratese” al bombardamento giornalistico e   televisivo di termini ridondanti, inutili, incomprensibili e spesso errati, è una continua insopportabile tempesta di superflue idiozie.

Il tributo (ahimè sempre più pesante) che il cittadino deve pagare, per accedere alle prestazioni sanitarie, ha cambiato nome e si chiama “ticket”, forse sperando che questa misteriosa terminologia intimidisca il povero tartassato paziente. Ebbene, questo termine non solo è astruso, ma è anche totalmente errato! In inglese, il ticket non è altro che il “biglietto”, ossia quel rettangolino di carta che si paga per poter accedere al cinema, al concerto, o per poter viaggiare sui mezzi pubblici o sul treno. Qualcuno sa spiegarmi che cosa c’entri con il contributo al servizio sanitario?

Quante volte si legge, o si sente  dire (sbagliandone tra l’altro la pronuncia)  che: il manager , dopo aver esaminato il trend aziendale, ne modifica il target?  È il trionfo becero della più squallida esterofilia. Non sarebbe più semplice e chiaro dire che: l’imprenditore, esaminato l’andamento aziendale, ne ha modificato gli obiettivi?