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Archivio per la categoria ‘Società’

L’inganno dei senza vergogna!

29 Ottobre 2017 5 commenti

Parliamo di PENSIONI
Sono un pensionato col RETRIBUTIVO da ormai otto anni ma, se parlassi solo per perorare la mia causa credo che sarei poco ascoltato. NO, voglio difendere la causa di tutti i “nonnetti” pensionati d’Italia e voglio farlo perché tra Boeri e certi sedicenti fautori delle politiche “di sinistra” si sta facendo a gara a chi la spara più grossa contro la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Il detto Boeri poi, per misteriose ragioni (ma credo che lo faccia perché la cifra “grossa” fa più effetto) si lancia in proiezioni pluridecennali per farci rabbrividire di fronte a mostruosi “buchi” di bilancio che subirebbe l’INPS e quindi la Nazione se i prossimi lavoratori non andassero in pensione già agonizzanti. Non voglio però entrare nelle odiose pieghe della legge Fornero che incrementano l’età di pensionamento. Premesso che credo che l’attacco alle pensioni sia legato alla vigliaccheria (oltre che all’inciviltà di chi non rispetta i propri anziani) di chi non teme che i vecchietti possano scendere in piazza con nodosi bastoni, proprio perché vecchi, malandati e non organizzati, dimostrerò, con semplici e lineari conteggi, come sia del tutto falso l’assunto per cui il retributivo rappresenta il godimento di somme mai versate ed il contributivo il recupero di quanto il lavoratore ha messo da parte nell’arco di una vita di lavoro. In realtà, scusate se anticipo ma devo darvi una buona ragione per leggere il resto, in entrambi i sistemi il pensionato non recupera un fico secco.
In realtà, si sa benissimo che alla base del degrado economico e produttivo c’è una politica economica inetta, la scelta del modello thatcherian-reaganiano che conviene solo alle potenti multinazionali della finanza, la miopia crudele delle grandi potenze che hanno fatto inginocchiare la piccola, innocua Grecia che si poteva salvare con pochi spiccioli del bilancio comunitario, la volontà di distruggere un sistema di garanzie costruito in oltre un secolo di lotte animata dallo scopo di poter fare del lavoro un’arma di ricatto e del lavoratore un obbediente suddito. Si sa pure che tutto ciò non ha funzionato e rischia di essere un boomerang ma le potentissime lobby della finanza temono che ogni cedimento possa scoperchiare la pentola e tengono duro. Che fare allora per distrarre l’attenzione dalla verità? A chi si può addossare la colpa dei disastri? Semplice, ai tanti pensionati d’Italia.
Le pensioni sono state già massacrate, però c’è ancora un po’ di spazio per sollecitare la guerra tra poveri: ci sono le famigerate PENSIONI RETRIBUTIVE e poi si può battere pure la grancassa delle PENSIONI D’ORO! Questa sì che è un’idea: la maggior parte dei pensionati, che sono circa 17 milioni, ha un reddito da fame nera, prende dai 400 ai 1000 euro, non ha neppure i soldi per un giornale e vede al massimo la televisione. Cosa c’è di più facile che sollecitare il più antico dei sentimenti, l’invidia, e dire loro che la misera situazione dell’Italia è colpa di chi ha una pensione dignitosa? Inoltre la cosa si può spendere bene anche presso quella massa di disoccupati e lavoratori marginali che, ignoranti come cocuzze perché titolari di una squalificata licenza media, e talvolta anche di un altrettanto squalificato diploma, ma incapaci (lo dicono gli enti preposti, non io) di comprendere il significato di un testo e di fare semplici operazioni aritmetiche, si berranno come oro colato le fandonie di prezzolati giornalisti televisivi dagli stipendi milionari che diranno loro che una pensione di 3000 euro lordi (poco più di 2000 netti) è un vergognoso spreco che lo Stato non si può permettere ed è stata ottenuta con mezzi loschi senza aver versato un decente corrispettivo nell’arco della vita lavorativa. A tal fine si rievoca la vecchissima legge Rumor, abolita ormai da 25 anni che consentì alle madri di figli piccoli con più di 15 anni di anzianità nel pubblico impiego di avere una pensione. Che tale pensione fosse ben modesta (solo il trattamento della contingenza, ormai abolita, e la presenza dello stipendio del marito rendevano conveniente l’offerta. La legge infatti fu varata per evitare di aggravare le casse dello Stato della spesa necessaria ad aprire un numero conveniente di asili ed asili nido e fu quindi un subdolo risparmio, non un aggravio di spesa) ed oggi corrisponda a poco più del trattamento minimo per la modesta percentuale delle donne che avevano allora i requisiti viene opportunamente taciuto. Viene ugualmente taciuto, per lo stesso motivo, che i cosiddetti baby-boomers, cioè quella gran quantità di bimbi che nacque nei primi anni del dopoguerra e fanno paura alle casse dell’INPS per l’alto numero, sono andati in pensione dal 2009 in poi, il che vuol dire che la loro pensione contributiva, quando è tale, si è calcolata sulla retribuzione media degli ultimi 10 anni (che possono talora essere anche in decremento) e non sull’ultimo stipendio – come si dice, mentendo, nei dibattiti televisivi – perché anche questa regola appartiene ormai all’archeologia previdenziale e la promozione in uscita che serviva ad aumentare la pensione era applicata come prassi solo presso le forze armate e la polizia dove poi non si andava in pensione ma “a riposo”, e non a carico dell’INPS (cosa introdotta per tutti dal governo Monti per coprire gli ammanchi della pubblica amministrazione che, in sostanza, aveva sempre omesso di accantonare i contributi dovuti) ma a carico del Tesoro, cioè dell’unica “tasca” indifferenziata dello Stato. Inoltre chi non aveva almeno 18 anni di contributi quando fu reintrodotto il contributivo (nel ’95) ha un trattamento misto di pochi anni retributivi e molti contributivi, se però ha cominciato nel ’93 o dopo ha il contributivo puro. Il retributivo puro si applica quindi solo ha chi ha lavorato con continuità da prima del ’77.
La cosa peggiore poi è che alti funzionari dell’INPS ed influenti personaggi politici vadano dicendo con grande sicumera che nessuno ha contribuito tanto quanto poi riceve da pensionato.
Permettetemi allora di fare “i conti della serva”. Mi perdonino i barbuti ragionieri della previdenza, avvezzi a conti complicati ed infiniti: io mi baserò sulle semplici quattro operazioni delle scuole elementari. Il risultato sarà forse un po’ approssimativo ma credo che ognuno potrà riconoscerne la congruità.
Cominciamo con l’informare il povero stipendiato, spesso ignaro dei meccanismi e quindi facilmente indotto in errore, che il contributo versato alla cassa di previdenza pensionistica non è la piccola somma che vede così indicata nella busta paga (quella è la quota a suo carico), ma corrisponde al 33% dello stipendio LORDO. Ciò vuol dire che la parte che compete al datore di lavoro (la più grande) è, di diritto, un elemento stipendiale e non un regalo; non viene indicata nel lordo per puro espediente contabile.
Veniamo dunque ai conti:
Per ogni 100 euro di lordo, ci sarà quindi un versamento contributivo di 33 euro mentre il lavoratore, di quei cento euro ne vedrà circa 60 DI NETTO (non solo per la previdenza ma per IRPEF, SSN e altri addebiti vari). Detto lavoratore vede quindi, per ogni cento euro lordi di retribuzione, una paga netta annua di 60 x 13 = 780 euro e versa all’INPS 33 x 13 = 429 euro per anno. Se il lavoratore ha diritto al trattamento retributivo, vedrà, dopo 40 anni di onesto lavoro, una pensione corrispondente allo 80%, e cioè 48 euro mensili corrispondenti a 48 x 13 = 624 euro annui per ogni 100 euro di retribuzione media degli ultimi 10 anni di lavoro percepiti. Ma quanto ha versato nei suoi 40 anni di contribuzione? Ha versato 429 x 40 = 17.160 euro per ogni 60 euro mensili percepiti al netto. Ora, se dividiamo per le tredici mensilità pensionistiche la somma accumulata si otterranno gli anni di pensione che il lavoratore si è messo da parte, questo senza guardare né agli interessi né alla rivalutazione che a tale somma andrebbero attribuiti durante il periodo di vita del pensionato.
Facciamo dunque questo conto: 17.160 : 624 = 27,5 cioè ventisette anni e sei mesi. Quindi un lavoratore pensionato ai classici 65 anni di età esaurirà, se ci arriva, il capitale da lui accumulato all’età di 92 anni e sei mesi. Viva la faccia dei soldi “rubati ai figli!”. Dato che la speranza di vita di un 65enne è di arrivare a 82 anni, col retributivo gli buggerano dieci anni di versamenti.
Se quel medesimo lavoratore andasse in pensione col contributivo, vedrebbe un trattamento pensionistico pari a circa 30 euro mensili, cioè 390 euro l’anno per ogni cento euro lordi di retribuzione media, e vedrebbe risarcito il proprio contributo all’età di 109 anni.
Concludiamo: a mio parere LA VERA TRUFFA E’ IL CONTRIBUTIVO! Il vero motivo del deficit previdenziale è da imputare al fatto che mentre la previdenza dovrebbe essere un sistema mutualistico basato sulle cifre versate, l’assistenza agli invalidi, ai cassintegrati e agli anziani che non hanno contribuito dovrebbe essere a carico della fiscalità, cioè delle tasse, del Tesoro, come negli altri Paesi. Così non è perché lo Stato ha scaricato tutto sulle spalle dei lavoratori per coprire i propri ammanchi di cassa ed ora si attaccano i pensionati perché difficilmente potranno mai costituire una forza di resistenza organizzata (che fanno, scioperano?). VERGOGNA!!
Una società che non rispetta i propri vecchi non è civile.
Caro Boeri, malgrado gli oneri impropri cui l’INPS è assoggettato, una parte dell’ammanco di cassa (per carità: una PICCOLA parte) non potrebbe essere dovuta a sperperi dell’ente previdenziale come i super-premi ad un folto numero di dirigenti cui si attribuiscono meriti da super-eroe o anche a disorganizzazione interna?
Giuliano Bertoni.

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Ma chi diavolo è Paride Passacantando?

26 Settembre 2017 14 commenti

Questo romanzo umoristico di circa pg. 174 formato A5, interamente rivisto e ampliato, sarà, come promesso, per un breve periodo di tempo, in offerta speciale per pochi centesimi. L’estratto gratuito, che potete leggere preventivamente, è sufficientemente lungo per verificare se l’argomento piaccia o meno. L’unica cortesia (se volete) che l’autore gradirebbe, in ricompensa del suo lavoro, è una breve, sincera, recensione. Grazie.

Qui di seguito una graditissima recensione di un bravissimo e noto scrittore, relativa alla prima edizione:

5,0 su 5 stelle Ironica incursione nei personaggi della Grande Azienda

Da Mario Pacchiarotti I PRIMI 500 RECENSORI

Formato: Formato Kindle|Acquisto verificato

Ha proprio ragione Sergio Bertoni, a volte anche l’impossibile avviene. Per fortuna, aggiungo io, visto che spesso tutto ciò che ci rimane al mondo è la speranza che avvenga un miracolo.
Questa volta ho attinto ai suggerimenti della rubrica Pianeta Self Publishing di Flaminia Mancinelli per assaggiare un autore nuovo, almeno per me. Ho voluto iniziare da qualcosa di divertente e non sono stato deluso. Il libro ci fa affacciare in maniera scanzonata e provocatoria nel mondo della Grande Azienda, quella con le maiuscole e i direttori megastellari.
Non fatevi ingannare però, qui non abbiamo Fantozzi, semmai l’ironia del racconto e le ambientazioni mi ricordano più un altro autore campano, Luciano De Crescenzo. Nel dirlo mi viene un pensiero fugace, ma bisogna essere informatici, ingegneri o comunque tecnici per scrivere libri da quelle parti?
Una carrellata di personaggi che verrebbe da definire improbabili, se non fosse che sono fin troppo reali, ci racconta le storie più o meno personali o aziendali, le piccole guerre, le grandi vendette, le trasformazioni, a volte positive, regalandoci alla fine anche un bel lieto fine. Eh sì, perché l’impossibile a volte si realizza, e perché non sperarci allora?
Un autore che inserisco nella mia personalissima lista e sul quale ritornerò di certo in futuro. Libro consigliato, divertente, leggero, ma non troppo, filosofico quanto basta, da leggere anche in compagnia, volendo.

https://www.amazon.it/Paride-Passacantando-Talvolta-limpossibile-letteratura-ebook/dp/B0097WVW40/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1506379155&sr=1-1&keywords=sergio+bertoni

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Chi sarà mai questo Paride?

22 Settembre 2017 Nessun commento

Se al semaforo, o all’angolo della strada, un lavavetri o un mendicante porgono la mano, e voi siete disponibili ad aiutarli, generalmente elargite una cinquantina di centesimi, o talvolta un euro. Difficilmente vi limitereste a 10 o 20 centesimi che, nella maggioranza dei casi, non sarebbero certo rifiutati ma neppure accolti con esultanti grida di entusiasmo.

Faccio questa introduzione per fare comprendere quanto possa essere umiliante per un autore indie (indipendente) vendere un suo lavoro a pochi centesimi, dopo che ha spesso impiegato mesi e talvolta anni per informarsi, controllare, immaginare, studiare, pensare, sognare, correggere, modificare… servirsi insomma di tutti quegli elementi necessari per ottenere un prodotto letterario, non dico eccelso, ma almeno decente.

Personalmente ho preferito, per diversi mesi, non ricevere alcun guadagno da alcuni romanzi che mi sono stati richiesti in forma cartacea pur di vederli letti e diffusi. Il loro prezzo, infatti, era limitato al solo costo di stampa e alle relative tasse senza alcuna royalty per l’autore.  Ora i prezzi delle edizioni cartacee sono stati portati a un livello appena decente e pari a circa il 50/60% di analoghi testi presenti nei cataloghi degli editori, mentre il costo delle edizioni elettroniche (e-book) è rimasto pari o inferiore al costo di un quotidiano o di una rivista.

Ciò premesso, tenendo anche conto di alcune richieste, e come oltretutto già promesso e annunziato, ho deciso di rimettere in campo, in formato e-book,  un romanzo umoristico un po’ dimenticato, che è stato completamente rivisto, corretto e ampliato (circa 174 pg. in formato A5 e 34.619 parole). Il testo viene proposto, su Amazon, soltanto per pochi giorni, al prezzo assolutamente promozionale e praticamente irrisorio di soli 99 centesimi. Ciò all’unico scopo di favorirne la diffusione, e nella sommessa speranza di ricevere numerose recensioni.

Buona lettura e un grazie anticipato a tutti i miei cortesi lettori.

https://www.amazon.it/Paride-Passacantando-Talvolta-limpossibile-letteratura-ebook/dp/B0097WVW40/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1506032437&sr=1-1&keywords=sergio+bertoni

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Il giornalino scolastico

15 Luglio 2017 1 commento

L’impulso iniziale è quello di scrivere … c’era una volta, così come iniziavano le favole. Tuttavia non si tratta di una favola, e anche l’epoca non è poi così lontana da perdersi nella notte dei tempi o nei misteriosi sentieri della fantasia. Inizierò quindi con “c’è stata un’epoca”.
Sì, c’è stata un’epoca in cui le droghe erano solo le spezie che le nostre madri acquistavano dal droghiere , un’epoca in cui il “bullismo” era quasi sconosciuto e persino quello che si praticava nelle caserme consisteva, da parte dei “nonni” e cioè dei soldati di leva al termine del servizio militare, nel fare “il sacco” al lenzuolo del letto delle reclute o, nel peggiore dei casi, nel sottoporre i più riottosi ad un “gavettone” di acqua fresca. Era un’ epoca di sogni e di speranze: per i giovani il lavoro non era un mito e l’economia andava al galoppo.
Era un’epoca in cui il nostro Paese poteva andar fiero, non degli attuali pennivendoli, maestri di quello squallido pettegolezzo che si maschera dietro il barbarico termine di “gossip”, ma di giornalisti veri, di maestri della penna e dell’informazione come Giovanni Mosca, Oriana Fallaci, Corrado Alvaro, Luigi Barzini, Enzo Biagi, Dino Buzzati , Leo Longanesi, Mario Missiroli, Indro Montanelli e tanti, tanti altri.
Attiravano in particolare i caustici articoli che il geniale, e ormai purtroppo sconosciuto ai più, Augusto Guerriero, pubblicava settimanalmente su “Epoca” sotto lo pseudonimo di Ricciardetto. Era comunque un piacere leggere e entusiasmarsi alla prosa forbita e intelligente che sprizzava dalle pagine di giornali e riviste e che ci faceva vivere luoghi e situazioni strane e avventurose sapientemente narrate dagli “inviati speciali”.
Nacque così in me il desiderio, poi non realizzato, di fare il giornalista, ma come iniziare? Talvolta inviavo qualche articolo o qualche raccontino al “Travasetto”, alla “Domenica del Corriere” o ai “Romanzi di Urania”. Spesso mi pubblicavano, ed era una grande soddisfazione, ma non mi bastava. Mi venne l’idea di creare un giornalino scolastico da diffondere tra i miei compagni di Liceo. L’idea fu accolta con entusiasmo dai miei tre amici più cari, Angelo, Gianni e Lucio; ma quale nome dare al giornalino? E poi, come realizzarlo? Il nome fu presto trovato, era da poco uscita una nuova tecnica cinematografica panoramica: il cinemascope. Il nostro giornale voleva essere una panoramica sulla scuola? Ok, perfetto, lo chiamammo Scuolascope. Già da tempo avevo acquistato a rate una Olivelli lettera 22 e, sia pure picchiettando con sole due dita, avevo raggiunta una discreta velocità.
Dando fondo alle nostre magre “paghette” acquistammo diverse risme di carta e approntammo il primo esemplare. Per poterne fare un centinaio di copie utilizzammo il vecchio ciclostile della locale sede del PCI al quale avemmo accesso grazie all’aiuto del nostro compagno Diego, detto Popoff , che era l’unico comunista iscritto al partito della nostra classe.
Vendevamo il giornalino, peraltro con risultati non entusiasmanti, agli altri studenti del Liceo al prezzo di 10 lire e ignoravamo che persino una tale innocua attività dovesse essere sottoposta alle autorità e autorizzata da precise disposizioni di legge.
Uno dei nostri professori, quello di matematica, era il bravissimo professor Di Stefano: un uomo robusto, sulla cinquantina, dall’aspetto burbero e intransigente che nascondeva in realtà un cuore dolcissimo e paterno. Fu uno dei nostri primi sostenitori e contribuiva con ben 100 lire all’acquisto del nostro giornale.
Un giorno noi quattro, i cosiddetti direttori di “Scuolascope” fummo convocati ufficialmente in Questura con tanto di avviso recapitatoci per posta. In verità la cosa ci preoccupò non poco, tuttavia il giorno stabilito ci presentammo tutti insieme e, scherzosamente, salimmo le scale per recarci dal funzionario che ci aveva convocato, tenendo i polsi sovrapposti come se fossimo stati ammanettati.
Non sapevamo che la notizia di questa convocazione fosse già circolata in ambito scolastico, ma così era stato. Mentre salivamo quelle scale un vocione risuonò alle nostre spalle: “cosa ci fate qui?”. Sorpresi, ci girammo e vedemmo il professore De Stefano che, con faccia truce e aspetto rabbuiato, saliva le scale a quatro a quattro dietro di noi.
-“Buongiorno professore, noi siamo stati convocati…” e sventolammo gli avvisi ricevuti.
-“Date qui, e non vi muovete!” tuonò il professore, e strappatici i foglietti di mano salì borbottando le scale e, scostando con un semplice gesto della mano un poliziotto che cercava di fermarlo, spalancò la porta dell’ufficio dove eravamo stati convocati e la rinchiuse sbattendola.
A malapena sentimmo la voce sommessa e pigolante di qualcuno che, in tono di scusa cercava di giustificarsi, ma quella voce era soverchiata da quella del nostro professore che risuonava alta e forte come il rumoreggiare dei tuoni nei temporali primaverili. Non riuscivamo a comprendere tutto ma qualcosa ci giunse alle orecchie: “sei sempre stato un asino alle mie lezioni, ma io ti ho fatto diplomare lo stesso e speravo che saresti diventato un bravo questurino! Cerca di dare la caccia ai malviventi, ché ne abbiamo fin troppi , invece di intimorire e disturbare i miei allievi!”.
Seguì un concitato vociare in tono più attutito e non più comprensibile, infine il nostro professore uscì trionfante dall’ufficio e, passando davanti allo sbigottito poliziotto di guardia che si mise sull’attenti, ci mise una mano sulla spalla e … “Andate a casa ragazzi, tutto a posto, ma togliete dal giornalino l’indicazione del prezzo”.
Inutile dire che il nostro glorioso “Scuolascope” continuò la sua uscita per tutto l’anno scolastico, con gli ultimi numeri addirittura stampati in tipografia, ma questa … è un’altra storia.

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Lo scudiero.

30 Aprile 2017 2 commenti

Benché Marialuce, la piccola siciliana, risiedesse nel Veneto già da alcuni anni, continuava non solo a non parlare neppure una parola di quel dialetto, ma continuava anche ad essere totalmente incapace di comprenderlo. Accadde che un giorno, mentre continuava ad essere ricoverata, dopo aver partorito, in una clinica di Este, una infermiera che dopo averle portato il pranzo era tornata a ritirare il vassoio con le stoviglie, rientrasse nuovamente nella stanza, con atteggiamento perplesso, e si mettesse a cercare in giro guardando persino sotto il letto.

Marialuce dopo averla osservata con un certo nervosismo, non riuscendo a comprendere che cosa la donna andasse cercando, si decise a chiederle:

«si può sapere che cosa accidente sta cercando?»

«Mi? Cerco lo scujero!»

«Lo scudiero? Uno scudiero nella mia stanza? E lo va cercando sotto il mio letto? Ma come si permette! Vada fuori di qui, brutta ignorante impertinente, prima che le tiri una scarpa!»

L’infermiera si precipitò alla porta, tentando di evitare la scarpa che Marialuce aveva già afferrato vicino al letto. In quel momento la porta si aprì ed entrò il marito della puerpera.

«La vostra sposa la xe mata, sior! Mi non trovo lo scujero e la siora la me vol petenàr…» Gridò l’infermiera, e fuggì via scuotendo la testa.

«Antonello, meno male che sei arrivato! Quella donnaccia scostumata insinuava che ci fosse un uomo, uno scudiero, nascosto nella mia stanza!» Disse Marialuce, con voce alterata.

Antonello scoppiò in una grande risata e cadde a sedere su una sedia, tenendosi la pancia dal gran ridere, incapace di smettere, osservando il volto offeso, sdegnato, e incredulo della moglie.

«Lo sai che cosa ha detto quell’infermiera che hai fatto spaventare? Ha detto che sei matta e che la vuoi bastonare…»

«Ma certo! Non hai sentito che cosa ha insinuato?»

«Sì, l’ho sentito benissimo. Ha detto che cercava uno scujero! E lo scujero non è uno scudiero, è un cucchiaio, sciocchina che non sei altro.»

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L’Anatema di Tihuta: Un serial killer in Transilvania

1 Aprile 2017 4 commenti

Una maledizione, scagliata nel 1463 contro il Principe Vlad III° Drakul, trova la sua realizzazione nel ventesimo secolo. Nel 1970, a Tihuta, un piccolo, sperduto borgo della Transilvania, alcune persone spariscono misteriosamente senza lasciare traccia. Un esperto funzionario di polizia indaga, e cerca in remoti tragici avvenimenti, vecchi di centinaia di anni, la chiave di lettura di atroci delitti contemporanei. Caverne misteriose, antiche leggende, passaggi segreti e l’ombra tenebrosa dei Carpazi fanno da sfondo all’intera vicenda.
(acquistabile su Amazon libri) €. 6,50  - Thriller  62 pagine.

estratto:

Lo Shaykh[1] Hascim Ibn Jaber sospirò e si avvolse più strettamente nel suo aslham[2], utilizzando il cappuccio non tanto per difendersi dal gelo quanto per premerlo sul naso e sulla bocca per mitigare il tremendo fetore dell’aria.

Al suo fianco, pallido in volto, cavalcava suo figlio, il giovane Mahmoud, che reggeva alto lo stendardo con le insegne che li qualificava come messaggeri del Sultano.

Li precedevano, ansiosi e circospetti, tre circassi, di cui uno ferito al volto, mentre un turco e un mongolo formavano la retroguardia. Erano gli unici ancora in vita della piccola spedizione. L’iniziale scorta di dodici guerrieri a cavallo aveva già perso, durante quelle ultime ore di faticosa salita verso Tihuta, ben sette uomini.

Nelle ultime miglia erano stati già attaccati tre volte. Orde spettrali di straccioni bene armati erano sbucate, di colpo, dalla nebbia mefitica che avvolgeva le foreste circostanti e, con urla bestiali, avevano assaliti con inaudita ferocia gli armigeri al seguito dei due nobili messaggeri  inviati dal Sultano.

Le scimitarre dei mamelucchi volteggiando mortali per l’aria, e i sibilanti archi da guerra dei circassi, più e più volte avevano fatto inutile strage di quella marmaglia che in ogni occasione, così come era all’improvviso comparsa, con altrettanta rapidità era svanita nel nulla per riemergerne qualche ora dopo, ancor più numerosa e come vomitata dalle profondità dell’inferno.

«Padre, giungeremo mai vivi a Tihuta?» mormorò il giovane, sempre più nauseato e stanco, mentre si guardava intorno con orrore, circondato da una infinita schiera di cadaveri di guerrieri ottomani in disfacimento, che, infilzati su lunghi pali, costellavano entrambi i lati di quel sentiero.

«Siamo quasi arrivati, figlio mio. Questi vili assalti sono solo rivelatori del disprezzo che Kaziglu Bey vuole dimostrare nei nostri confronti. Vedi, tu ed io non siamo mai stati aggrediti di persona, solo la nostra scorta ne sta subendo l’infame aggressione. E Kaziglu Bey, qualora volessimo deplorare,  cosa che per prudenza non faremo, la mancanza di onore sua e della sua gente, che dovrebbe invece portare rispetto nei confronti di messaggeri, potrebbe giustificare  gli attacchi da noi subiti e affermare essere opera di banditi di strada; feccia senza divisa e senza insegne, o addirittura assalti di sbandati e disertori appartenenti alle nostre stesse truppe. Sarebbe anche capace, fingendosi offeso e sdegnato, di cogliere questo pretesto per farci torturare e uccidere.»

I cavalli, affaticati, arrancavano affrontando il ripido passo montano in quel freddo inverno del 1463. La nebbia, a tratti, nascondeva pietosamente, come in un sudario, l’infinita distesa di pali che fiancheggiavano la strada, sui quali marcivano e si corrompevano i corpi di oltre dodicimila guerrieri. Erano, per loro sfortuna, i combattenti sopravvissuti alla disfatta loro inflitta nella gola di Plenari dalle truppe di Vlad III° Drakul, il Voivoda di Valacchia, molto ben noto a Costantinopoli come Kaziglu Bey, il Principe impalatore.

In lontananza, quasi funereo presagio di morte, incombeva minacciosa l’ombra nera dei Carpazi mentre, a tratti, folate di vento gelido sferzavano i volti dei viandanti senza mitigare, anzi talvolta accentuando, il lezzo acre della morte.

La fortezza di Tihuta era in apparenza piccola ma robusta. Una possente muraglia di pietra viva, intervallata da quattro torrioni quadrati, racchiudeva un vasto spiazzo centrale ove si ergeva un fabbricato rettangolare, merlato, alto una quindicina di metri. L’evidente semplicità della costruzione ingannava il visitatore, giacché la vera estensione della fortezza si trovava nel sottosuolo, ove si celavano le segrete, oltre a sconosciuti passaggi che si addentravano in oscure caverne e tortuosi corridoi.


[1] Sceicco.

[2] Mantello con cappuccio.

 

 

 

 

 

Io non ci sto!

18 Dicembre 2016 6 commenti

Probabilmente una delle cose buone fatte dal Parlamento italiano è la normativa che regola l’elezione dei sindaci, affidata alla libera volontà dei cittadini. Quando l’operato dei sindaci è corretto, onesto, costruttivo ed ispirato al miglioramento delle condizioni delle città e dei paesi, questi vengono rieletti, in caso contrario se ne sceglie un altro.

Il sindaco può essere costretto a dimettersi o può essere esautorato solo quando vi siano a suo carico manifeste dimostrazioni di incapacità e di colpevolezza tali da costringere l’intervento della Magistratura, cui segue quello dello Stato che dopo averlo esautorato nomina al suo posto un commissario straordinario. Un sindaco può quindi cessare di essere tale solo per: dimissioni volontarie, intervento della magistratura o delle istituzioni, mancata rielezione da parte del popolo.

Non ho mai avuto alcuna particolare simpatia per i vari Masaniello (che in genere fanno una pessima fine) o per i potenti burattinai che si arrogano il diritto di giudicare se un sindaco possa o meno continuare a svolgere le proprie funzioni. Io quindi non ci sto, non concordo con il fatto che il barbuto Masaniello grillesco sia autorizzato a decidere se il sindaco Virginia Raggi debba o meno dimettersi. Questi sono compiti che spettano a lei stessa, alla magistratura, alle istituzioni e, soprattutto, al popolo romano che l’ha eletta.

È ora che il signor Grillo e la Casaleggio associati la smettano di assumersi compiti e funzioni non di loro competenza, è ora che gli insipidi bercianti membri del cosiddetto direttorio la smettano di ergersi a paladini della libertà e dell’onestà, senza averne le competenze, la capacità e la preparazione. Già è difficile amministrare una famiglia, difficilissimo amministrare un’impresa, immaginiamo quali siano le difficoltà nel voler amministrare una città importante o addirittura uno Stato. Occorrono anni ed anni di preparazione culturale, di capacità imprenditoriali, di onestà e di competenza morale e sociale. Chi senza godere di alcuna di queste caratteristiche se ne arroga il diritto o è un arrivista sfrenato o quanto meno un presuntuoso.

Se Virginia Raggi dovrà o meno dimettersi sarà lei stessa a sceglierlo o, se ve ne sarà il motivo, saranno le Istituzioni a poterlo fare senza l’intervento di alcun Mangiafuoco di Collodiana memoria.

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Uno vale uno? ma chi idiota l’ha detto?

29 Settembre 2016 2 commenti

I vari “galletti cedroni” del M5S dovrebbero solamente vergognarsi. Io condivido in pieno il seguente post:
Francesco Guarino
16 h ·
Nel giorno in cui il cittadino portavoce Bartolomeo Pepe – portato in parlamento da quel “partito” lì – cerca di pubblicizzare a nome e in aule di competenza del Senato la proiezione del docufilm #Vaxxed di Andrew Wakefield (il gastroenterologo autore della più grande truffa medica della storia: non vi faccio perdere tempo, era stato pagato per dimostrare che esiste una correlazione tra vaccini e autismo. Lo ha dimostrato falsificando i dati e sottoponendo bambini autistici a punture lombari e altre terapie invasive non necessarie. Radiato, ovviamente…), ma il Presidente del Senato Pietro Grasso gli chiude la porta in faccia (grazie), la senatrice di Scelta Civica Ilaria Capua si dimette dal Parlamento.

Perché la cosa dovrebbe interessarci?
Perché Ilaria Capua è una virologa di fama mondiale, nota per i suoi studi sui virus influenzali e, in particolare, sull’influenza aviaria. Nel 2006 – leggete bene, eh – la Capua decise di rendere pubblica la sequenza genetica del virus dell’aviaria, invece di brevettarla o cederne i diritti di sfruttamento ad una casa farmaceutica dietro lauto compenso. Il suo gesto ha dato il via ad una campagna scientifica di libero accesso ai dati sulle sequenze genetiche dei virus influenzali. La rivista Seed l’ha eletta “mente rivoluzionaria” ed è entrata fra i 50 scienziati top di Scientific American.

Perché se n’è andata?
Perché il 4 aprile 2014 un articolo sul settimanale l’Espresso riporta che Ilaria Capua è stata iscritta nel registro degli indagati per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso di ufficio e traffico illecito di virus. Roba da ergastolo, per intenderci.
Appena esce la notizia, il solito “partito” inizia il linciaggio preventivo.
Il cittadino portavoce Gianluca Vacca, dall’alto della sua laurea in Lettere, la aggredisce verbalmente in Commissione Cultura http://www.corriere.it/…/finisce-calvario-ilaria-ma-ora-mi-…
La cittadina portavoce Silvia Chimienti, che dubito abbia fatto anche solo un esame di chimica quando si è laureata in Filologia e Letterature dell’antichità, sul suo sito personale tira fuori un bel post di accusa (cancellato dopo la sentenza definitiva) con tanto di fotomontaggio della Capua, su cui appare la scritta molto poco garantista “TRAFFICO DI VIRUS? NEL DUBBIO DIMETTITI” http://www.ilfoglio.it/…/ilaria-capua-prosciolta-m5s-gogna_…

Una settimana dopo la notizia, arriva una pacata richiesta di dimissioni da parte del solito “partito”, con un post sul solito blog, altrettanto pacatamente intitolata “LA GRANDE TRUFFA DEL TRAFFICO DI VIRUS PER VENDERE VACCINI”
http://www.movimento5stelle.it/…/la-grande-truffa-del-traff…
Se conoscete un pochino Facebook e Twitter di questi tempi, vi lascio immaginare con quale tipologia di commentatori si sia dovuta interfacciare la dottoressa Capua per 2 anni.

In compenso in questi 2 anni Ilaria Capua non è stata mai ascoltata dalla giustizia. Né dal procuratore aggiunto di Roma, né dagli altri magistrati competenti. Nel luglio del 2016 viene prosciolta da tutti i capi di accusa, perché “il fatto non sussiste”. Assoluzione piena.

Oggi si è dimessa dal Parlamento, annunciando allo stesso tempo il trasferimento della sua intera famiglia in America. Sarà Direttore di un Centro di Eccellenza all’Università della Florida.
Questa una parte delle sue motivazioni: “Ho deciso di trasferire la mia famiglia negli Stati Uniti per proteggerla dalle accuse senza senso, ma nel contempo infamanti che mi portavo sulle spalle. Perché una mamma ed una moglie deve farsi carico anche di questo. Proteggere. E, aggiungo, una donna di scienza nel quale questo Paese e l’Europa hanno investito ha il dovere di non fermarsi. Ha il dovere di continuare a condurre le proprie ricerche nonostante tutto, perché la scienza è di tutti ed è strumento essenziale per il progresso”.

Ve la riassumo così: invece di mandarci legittimamente affanculo, ha detto “Scusate se me ne vado, ma non riesco a lavorare serenamente se ancora mi insultano. Continuerò a mandare avanti la ricerca per tutti voi”.

Io sto scavando un fosso per seppellirmi dalla vergogna. Se qualcuno vuole farmi compagnia, ditemelo che lo allargo.

http://www.corriere.it/scuola/universita/16_settembre_28/ilaria-capua-ecco-perche-oggi-lascio-parlamento-6968d308-856c-11e6-be66-7ada332d8493.shtml

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Buca d’inferno

8 Luglio 2016 2 commenti

Ancora una volta il sonno di Totò era stato infestato da incubi mostruosi. La sveglia del suo cellulare aveva suonato a lungo: un rauco trillo sempre crescente, prima di riuscire a scuoterlo dal suo torpore. Non ricordava quasi nulla del sogno; sapeva solo di avere avuto un incubo che l’aveva angosciato, e di avere dormito malissimo. Sbadigliò più volte, poi, ricordandosi di un impegno inderogabile gettò i piedi giù dal letto cercando di alzarsi. Ricadde frastornato e dolorante per delle fitte martellanti nel suo cervello annebbiato. Gli veniva da rimettere e si trattenne a stento. Si recò nel cesso per svuotare la vescica; sentiva anche, impellente, la necessità di una dose: badò a iniettarsela tra le dita dei piedi. Da diverso tempo non usava più bucarsi le braccia per non attirare l’attenzione degli sbirri.Aveva solo ventitré anni, ma lo specchio, polveroso e scheggiato, gli rimandò l’immagine di un quarantenne scheletrico e dal viso giallastro, sul cui capo una massa di capelli biondastri e unti iniziava visibilmente a diradarsi. La “roba”, sebbene di tipo scadente e di pessima qualità, iniziò a fare effetto rendendolo più ricettivo. Si spruzzò un poco d’acqua fredda sul viso e si vestì in fretta. Non era troppo tardi: quasi le sei del pomeriggio, tuttavia, al massimo per le otto di sera, avrebbe dovuto trovarsi già sul suo posto di lavoro. Se non lo avesse fatto, i suoi “clienti” avrebbero potuto rivolgersi alla concorrenza. Il problema non era tanto questo, ma «’o Bellillo» si sarebbe incazzato brutto se avesse ancora fatto tardi e questa volta l’avrebbe sgommat’e sanghe[1]. Prese i sacchetti con la neve[2] e se li nascose addosso, nelle mutande e nelle tasche segrete.

Era merce di qualità e «’o Bellillo» l’aveva avvertito:- Guagliò, chesta merce vale tremila euri. É qualità super, statt’accuorto e vendila bene; e, si vuò campà tranquillo, portame ‘mpressa ‘o danaro![3]-

Discese di corsa le scale sbrecciate e, giunto in strada, s’incamminò velocemente.
- Totò, Totòoo –

 Chi cazzo era che lo chiamava?

Si girò innervosito; poi riconobbe il disturbatore, la cui presenza riusciva comunque sempre a intimidirlo. Tacque, atteggiando il volto a un’espressione d’innocente sorpresa. Era don Mario, il parroco di quel quartiere degradato e malavitoso. Da anni, ormai, dedicava il suo tempo e tutte le sue energie per cercare di ricondurre i giovani del quartiere a una vita laboriosa e onesta. Aveva organizzato uno spazio per i giochi e una piccola scuola, dove pochi insegnanti volontari tentavano, tra mille difficoltà, di fornire a quegli emarginati gli elementi base di un’istruzione. C’era anche, più utile di tutto, un modesto ma attrezzato laboratorio artigianale per consentire ai ragazzi di imparare un mestiere. Tra questi, un tempo, c’era stato anche Totò. Si era dimostrato volenteroso e intelligente; in qualche occasione aveva persino fatto il chierichetto e servito la Messa. Poi, arrivato ai sedici anni, le cose erano cambiate. Si era innamorato di una ragazzotta belloccia, di due anni più grande di lui. Questa, fin da quando aveva solo tredici anni, era entrata e uscita più volte dal riformatorio per scippi, furti, prostituzione e spaccio di droga.

La ragazza, iniziandolo ai piaceri del sesso, l’aveva completamente plagiato. Lui l’aveva entusiasticamente seguita nelle sue imprese, partecipandovi e dopandosi a sua volta, fin quando la donna, ancora giovanissima, fu ritrovata in un sottoscala, gettata come un sacco di stracci, morta per overdose.  Già da moltissimo tempo Totò aveva abbandonato don Mario, e ormai era diventato uno dei tanti “pusher” della malavita, sprofondando nel più totale degrado. La sorte di Totò era sempre stata una spina nel cuore di don Mario che, inutilmente, e in innumerevoli occasioni, aveva invano, anni addietro, tentato e sperato di recuperare il ragazzo che ora, per caso, aveva nuovamente incontrato,  riconoscendolo a stento.

- Don Mario, salute a vuie, che vulite?[4] – mormorò imbarazzato Totò, dondolandosi sulle gambe, grattandosi la testa, e gettando furtive occhiate dietro di sé.
- Ragazzo mio, – disse con dolcezza il prete – non vedi come ti sei ridotto? Continuando così ti distruggerai. Ritorna da me, mi prenderò cura di te e cercherò di farti entrare in una comunità che ti potrà aiutare e curare…
Totò aveva intanto adocchiato, poco lontano, o’ Russo, uno dei tirapiedi del capo, che stava già controllando, con evidente sospetto,  il suo incontro con quel parroco che era molto malvisto dalla malavita locale. Decise di assumere un atteggiamento spavaldo e scostante per evitare guai.
- ‘On Ma’, vui nun m’avite a scuccià. Che cazzo n’aggi’ a fa d’a vostra communità? I’aggi’ a campà buono. ‘A vita è ‘a mia e a me sta bene accussì. Vui faciteve i cazzi vostri. Statev’accuorto![5]-
- Figliolo, è il diavolo che ti fa parlare così? Non pensi quante persone si distruggono, si rovineranno la vita e moriranno, per colpa di questa tua attività maledetta? Non ti preoccupi di te stesso e della tua anima immortale? Vuoi proprio consegnarla al demonio? Perché non mi permetti di aiutarti, lo sai che ti ho sempre voluto bene.
- Ma quale diavolo, ‘on Ma’? Cheste so’ tutte cazzate che inventate voi preti! Non esiste nessun demonio e me ne strafotto del vostro «voler bene». E mo jatevenne che tengo che ffà![6]-
Allontanato il prete con uno spintone, confortato dal cenno d’approvazione lanciatogli da o’ Russo, Totò si allontanò di corsa in direzione della metropolitana. Aveva ancora un biglietto da utilizzare. Bene. Il biglietto era necessario sia per accedere ai treni, sia per evitare pericolosi controlli. Prese la metro alla fermata di piazza Dante. Fortunatamente il convoglio arrivò quasi subito. Salì. Solito affollamento di facce di lavoratori fiacchi e sonnolenti. C’erano anche un paio di ubriachi bavosi che traballavano malfermi sulle gambe. Tre o quattro chiattone lardose, stravaccate sui sedili, lo squadrarono con i loro occhietti sospettosi, affogati nel grasso, stringendo con più forza le loro borse. Vicino ad alcuni vecchi, col capo ciondolante, stanchi e semiaddormentati, c’erano sei o sette giovinastri, massicci e deturpati, con l’aria insolente e minacciosa della gente in cerca di guai. Uno lo conosceva di vista. Meglio tenerselo buono. Lo salutò:
- Ciao Pascà, bona serata.

- Uhè Totò, ciao. Vai a faticà? Arò vai stasera?[7]

- Chiaiano, ’a solita zona mia.
- Ah, vabbuò.

L’altoparlante del visore della metropolitana gracchiava gli arrivi con il solito tono saccente:

- Rione Alto – Policlinico – Colli Aminei -
Molti scesero. Ora il vagone era mezzo vuoto. Strano però. Di solito era quasi sempre pieno.
- Prossima fermata: Frullone –

Bene - pensò – manca poco. Ripensò alle parole del parroco: ‘o dimonio? Sì, come no. Solo ‘e ccriature puteveno ancora crierere a cierte strunzate.[8] Ridacchiò tra di sé.
Poi si guardò intorno, era solo. Solo? Come mai? Ah, ecco, c’era rimasto ancora uno strano vecchio, seduto di fronte a lui. Ih comm’ fete e comm’ fa schifo! Tene du’ bozzi ‘ncoppa ‘a capa che parono corna… e la faccia… puro chella pare ‘o musso ‘e nu puorco. Ma perché mi guarda e ride cu chilli diente gialli e fracidi. Quasi quasi ‘o dongo nu buffettone e ‘o scasso ‘o musso. Ma no. Meglio ca me stongo queto. Song’ quasi juntu, è tarde e nun ce sta tiempo.[9]
Il treno ripartì, ora sul vagone erano rimasti solo loro due. La testa gli faceva male con un dolore sordo e pulsante, anche la vista gli si era appannata. Cazzo! chella dose era ‘na schifezza… pensò. In tasca doveva avere delle pastiglie che gli aveva passato un amico. Ne prese una, poi ne aggiunse un’altra e le ingoiò. Poi un’altra ancora. Scrutò nuovamente il vecchio: Chist’ tene ‘na faccia canosciuta… ma nummarricuordo… macari ‘n suonno?[10]

- Pros-ssima fe fer-rmata: Buca d’inferno – ridacchiò il vecchio con voce blesa.
Buca d’inferno? Che cazzo dice ‘sto strunz’? La prossima è ‘a mia: Chiaiano. Ah, ecco ora si ferma. La “roba” ci sta? Sì, ‘a tengo accà. Bene.[11]
Le porte del treno si aprirono. Il vecchio sghignazzò sonoramente dandosi manate sul pancione.

-Ahahah… bu-buca d’inferno…

Ridi, ridi, coglione! I’ songo ‘rrivato![12]
Scese.
Sentì le proprie gambe diventare molli come gelatina. La pensilina e la stazione cominciarono a ondeggiare contorcendosi come se fossero liquide. Il suolo, sotto i suoi piedi si fece molle e cedevole. Totò urlò, atterrito, agitando vanamente le braccia, Poi cominciò a sprofondare come nelle sabbie mobili. Si accasciò, angosciato e confuso. Ombre scure, mostruose e fetide giunsero dal nulla e lo afferrarono. Si sentì ustionare come toccato da ferro rovente. Una voragine di fiamme e di fumo pestilenziale lo inghiottì.


[1] Picchiato a sangue.

[2] Cocaina.

[3] Ragazzo, questa merce è di ottima qualità, vale tremila euro, stai molto attento a quello che fai e vendila bene; e, se vuoi vivere tranquillo, sbrigati a portarmi i soldi.

[4] Vi saluto, don Mario. Cosa volete?

[5] Don Mario, non mi dovete dare noia, Non mi serve la vostra “comunità” io devo badare a me stesso. La vita è la mia e a me sta bene così. Voi fatevi i fatti vostri. State attento!

[6] Ma quale diavolo, don Mario? Queste sono tutte sciocchezze inventate da voi preti. Non esiste alcun demonio e me ne infischio del vostro «voler bene».  Ora andate via, che ho da fare.

[7] Ehi Totò, vai a lavorare? Dove vai stasera?

[8] Il diavolo? Sì, come no. Solo i bambini potevano ancora credere a queste sciocchezze.

[9] Uh, come puzza e come fa schifo. Ha due bernoccoli sul cranio che sembrano corna; e il viso? Sembra quello di un maiale. Ma perché mi guarda e ride con quei denti fradici e gialli… quasi quasi gli do un pugno e gli spacco la faccia. Ma no. Meglio che stia tranquillo Sono quasi arrivato. È tardi.

[10] Costui ha una faccia nota… ma non mi ricordo… forse in qualche sogno?

[11] Buca d’inferno? Ma che dice ‘sto stronzo? Ah, la prossima è la mia: Chiaiano. Ora si ferma. La coca ce l’ho? Sì, eccola qua. Bene.

[12] Ridi, ridi, coglione! Io sono arrivato!

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Primi approcci

9 Giugno 2015 3 commenti

Nel 1964 immaginai l’incontro di una bimba di nove o dieci anni con uno strano personaggio e scrissi un breve racconto che, nelle mie intenzioni, doveva apparire come una pagina del diario della bambina scritto, ovviamente, con un linguaggio abbastanza infantile.
Non ricordo più quale titolo avessi scelto io per il racconto, comunque lo inviai alla Mondadori che il 5 aprile del ’64 lo pubblicò, con il titolo “Primi approcci” nel numero 331 dei Romanzi d’Urania. Ovviamente il mio racconto seguiva al romanzo principale che era “Gli incappucciati d’ombra”
Immaginate quale fu la mia sorpresa, tredici anni dopo, quando andai nel 1977 a vedere il film “L’uomo che cadde sulla terra”, interpretato dal cantante ed attore David Bowie,nel ritrovarvi parecchi elementi ed incredibili somiglianze con il mio racconto: la magrezza del protagonista, la debolezza dei suoi occhi, la sedia a rotelle, l’incredulità della gente e soprattutto la conclusione.
Bowie interpretava magnificamente Thomas Jerome Newton, un alieno che arriva sulla terra per procurare l’acqua e cercare inutilmente di salvare il suo pianeta dalla siccità.
Ovviamente non avevo la più pallida idea che il film fosse stato tratto da un libro di Walter Tevis (scritto nel 1963!) e a me del tutto sconosciuto.

Ad ogni buon fine mi fa piacere riproporre qui il mio racconto.

PRIMI APPROCCI

La casa di fronte alla mia è quella del signor Jones. Papà dice che il signor Jones è un vecchio pazzo ma la mamma dice che è soltanto uno straniero e che forse è così perché è stato sfortunato nella vita e non ha trovato nessuno che si prendesse cura di lui.
Papà scuote la testa e dice dove prenderà i soldi e mamma dice mah.
I vicini hanno paura di lui e dicono a noi bambini di non avvicinarci perché ci mangia.
Il signor Jones è magrissimo, ha la barba rossa e gli occhiali neri neri che non si toglie mai. Non esce mai fuori dal suo giardino e va in giro su una sedia con le ruote.
Durante la settimana lo va a trovare la vecchia Mattia che è una nera grassa grassache si chiama così perché il padre non sapeva che è un nome di uomo.
Mattia cammina lentamente e si muove a destra e sinistra come le oche, ma è fortissima e dice non ho paura neanche del demonio. Un giorno Jeff che è cattivo ed è stato in prigione ha voluto prendere la sua borsetta ma lei con uno schiaffo l’ha gettato in terra e poi gli ha dato anche un calcio.
Mattia va a comprare il latte e i biscotti al signor Jones che mangia solo quello e poi gli sbriga le faccende di casa,
Un giorno sono andata piano piano vicino al signor Jones che stava davanti allo scalino di casa sua, e non sapevo se mi guardava perché con gli occhiali neri non si vede.
Avevo un po’ paura però l’ho guardato e poi gli ho chiesto se è vero che mangia i bambini. Lui mi ha detto di sì ma si è messo a ridere, e così ho visto che è senza denti. Poi mi ha chiesto se volevo comprargli il latte.
Io l’ho comprato e lui mi ha detto che sono una brava bambina e che gli ricordo sua figlia. Io allora mi sono arrabbiata e gli ho detto che dice bugie, perché sua figlia non si è mai vista. Allora il signor Jones mi ha fatto sedere sullo scalino e mi ha chiesto se avevo paura di lui. Io ho detto di no e lui mi ha raccontatoche dove stava prima aveva una figlia e poteva camminare perché era più leggero.
Io ho chiesto perché non tornava dove stava prima e lui non ha risposto ed è rimasto zitto zitto. Dopo un po’ mi sono annoiata e gli ho tirata la giacca per vedere se dormiva e lui si è girato verso di me. Poi ha sospirato e ha detto che tanto a me lo poteva dire che lui era uno straniero e che gli faceva bene dirlo finalmente a qualcuno. Io gli ho detto che lo sapevano tutti e che lo sapevo pure io che era uno straniero e lui si è messo a ridere e mi ha detto tu non sai quanto perché vengo da una stella che sta nel cielo. Gli ho chiesto se stava con babbo Natale e lui mi ha detto di no, che stava più lontano ancora e che era venuto con una macchina speciale che poi si era rotta.
Io allora mi sono ricordata dei giornalini di mio fratello grande che leggo di nascosto perché mamma non vuole e ho chiesto al signor Jones se era uno spaziale. Lui mi ha guardato a lungo senza parlare, poi ha detto di sì, e io gli ho detto che era un bugiardo perché non aveva le antenne e la faccia verde, e lui si è messo a ridere e mi ha detto che non tutti gli spaziali hanno le antenne e che lui però aveva gli occhi diversi. Io gli ho detto di farmeli vedere e lui mi ha chiesto se avevo paura. Io gli ho detto di no e allora si è tolto gli occhiali e mi ha fatto vedere che aveva gli occhi tutti rossi. Gli ho detto che mi sembrava il nostro coniglio e lui si è messo a ridere mi ha dato una moneta e mi ha detto di tornarmene a casa.
A casa ho detto alla mamma che il signor Jones è uno spaziale con gli occhi rossi e lei mi ha detto di non fare la scema. Io ho detto che me l’aveva detto lui e che avevo visto io che aveva gli occhi rossi e la mamma ha gridato che sono una cattiva bambina perché dico le bugie e poi ha detto a papà di non far comprare più a mio fratello grande quei giornalini perché ci riempiamo la testa di sciocchezze.
Io ho gridato che avevo detta la verità e di chiederlo al signor Jones e papà ha fatto la faccia seria seria e mi ha detto che mi dava uno schiaffo e di non permettermi più di andare dal signor Jones.
Quando sono uscita ho visto il signor Jones che mi guardava dalla finestra e sorrideva.
Allora io gli ho tirato fuori la lingua. Non so perché l’ho fatto, lui ha abbassata la testa e sembrava triste ed io mi sono pentita e mi ha fatto dispiacere.

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