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Nell’era di Tolomeo

12 Aprile 2017 4 commenti

Da una rivista on line:http://www.leggereonline.com/recensioni/591-cleoth-e-arkh-un-amore-al-tempo-dei-tolomei.html

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Cleoth e Arkh: un amore al tempo dei Tolomei

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Categoria principale: Rivista
Categoria: Recensioni
Pubblicato Domenica, 12 Aprile 2015 09:57

Un romanzo che davvero si vorrebbe continuare a leggere, che troppo presto arriva a termine.

Finite le ultime pagine rimane solo una domanda: a quando il seguito?

 L’ennesimo romanzo ambientato in Egitto? L’autore ha voluto vincere facile?

No.

Per prima cosa c’è da dire che proprio l’Egitto è protagonista della narrazione, ma non da solo. Con lui c’è uno dei personaggi più misteriosi che la storia ci abbia tramandato: Archimede di Siracusa. È lui che si cela sotto quell’Arkh e che, per Bertoni, fu compagno nell’Egitto del II secolo a.C. della sacerdotessa di Iside, Cleoth.

Il racconto ci conduce in un tempo nel quale si consumano gli ultimi sprazzi di quella civiltà millenaria che tutti abbiamo ammirato e imparato ad amare, durante il regno dei Tolomei, ad appena un soffio dalla definitiva conquista da parte diBertoni-Sergio
Roma. È particolare, quindi, l’accurata descrizione di usanze e tradizioni. Sergio Bertoni, che deve a lungo aver studiato quel tempo, ha la capacità di strapparci al nostro presente tecnologico per portarci là, dove tra palmeti e templi si riesce persino a considerare superfluo l’uso del cellulare.

È un processo lento quello di andare controcorrente, di lasciare la modernità per avventurarsi nelle pieghe del tempo fino a quei giorni nei quali Archimede camminava su questo stesso pianeta. Archimede, uno dei personaggi che ho più amato, forse anche a ragione del mistero che ha sempre circondato quella sua figura di ricercatore, di scienziato creativo. Lo Storico Diodoro Siculo fa cenno a una permanenza di Archimede in Egitto e questo è bastato al nostro autore per sbrigliare la sua fantasia, e bene lo ha fatto mettendo accanto a lui la figura di Cleoth, disegnata con abilità sulle immagini che da sempre l’Egitto ci ha tramandato delle sue sacerdotesse dedite a quei culti misterici e mitici che da secoli continuano ad affascinarci. Sullo sfondo la meravigliosa biblioteca di Alessandria, con i suoi volumi che poi andarono irrimediabilmente perduti. Ma tanti sono i luoghi descritti con maestria, dall’immenso faro che svettava dal porto – una delle Sette meraviglie, alla città perduta del faraone eretico Akenaton, scenari perfettamente tratteggiati perché tra di essi, poi, potesse vivere la storia immaginaria dei nostri protagonisti, Cleoth e Arkh, il loro coinvolgente amore.

Cleoth e Arkh: Magia, amore, mistero, avventure, storia e guerre nell'antico Egitto dell'era di Tolomeo. di [Bertoni, Sergio]
Qualcuno, peccando di superficialità, potrebbe definire questo romanzo un Fantasy. Ma né i passaggi segreti, che misteriosi sacerdoti percorrono, né le comparse di demoni o ombre di spiriti malvagi hanno una neppure vaga somiglianza con gli archetipi di quel genere narrativo. Sergio Bertoni li ha prelevati dai miti dell’antico Egitto, dalla sua religione, per portarli a noi così come l’immaginario dei popoli in quel tempo li aveva vissuti.

È allora un romanzo storico?  Neppure, anche se dalla storia attinge con cura e amore. La storia, quella vera, di Archimede è probabilmente molto meno affascinante e il suo destino, meno felice di quello cui va incontro Arkh con l’amore della sua vita, Cleoth, ma ogni passo del racconto ha una verisimiglianza che lo rende prezioso.

… perché, in fondo, se non avessimo l’immaginazione e l’amore che sarebbe della nostra misera vita?
F.P.M.

 

Cleoth e Arkh:
Magia, amore, mistero, avventure, storia e guerre nell’antico Egitto dell’era di Tolomeo. 

di Sergio Bertoni

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Qui trovate ? il Blog di Sergio

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Nonsense

26 Gennaio 2012 6 commenti

disse il ragazzino: – a me la patata non piace. – Poi  crebbe e cambiò idea.
La vispa Teresa lasciò fuggire la farfalla, ma ad Armando, il pittore, piaceva la farfalla di Teresa. – Che bel guaio! – disse Teresa.
Chi dorme non piglia pesci, ma allora gli insonni sono gay?
La farina del diavolo va tutta in crusca. Peppe andò dal diavolo e la comprò. Era stitico
Chi va piano va sano e va lontano, ma se ha il raffreddore, va vicino.
Moglie e buoi dei paesi tuoi, – disse Antonio che aveva sposato una vacca. – Ah, ecco perché sei un bue, -rispose la moglie, che era di un altro paese.
- Sei proprio una testa di legno, – disse Geppetto a Pinocchio.
-Sei acida,-  disse all’uva la volpe che non riusciva a prenderla. – E tu sei scema, – rispose il contadino, – da quando le volpi mangiano l’uva?-
-Al naso non si fa caso. – dice il proverbio. – E allora perché Rossana non vuole darmela? – gridò  Cyrano, incavolato nero.
- Al villano se gli dai un dito si prende tutta la mano. – dice il proverbio. – Non è vero! – strillò Genoveffa la racchia che da anni ci provava coi contadini.
- Amor senza baruffa fa la muffa.- Ah, ecco perché mi si è ammuffita! – mormorò Susanna – Tu dormi sempre e non litighiamo mai! –
Can che abbaia non morde. – Aiuto, non è veroooo – gridò Pasquale con un cane appeso al fondoschiena.
Due più due fa quattro. – come mai invece siamo sei? – chiesero le mogli, rimaste incinte, dei due “scambisti”.

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Verso Alessandria (4)

22 Novembre 2011 16 commenti

Lievemente imbarazzato, ma sereno, Archimede strinse con vigore la mano che il bibliotecario gli porgeva. Di statura media, leggermente inferiore a quella del padre, il giovane, dotato di vivissima intelligenza e curiosità, non dedicava il suo interesse solo alla scienza trascurando quello per l’attività fisica. Aveva infatti assiduamente frequentato il ginnasio fino all’età di diciotto anni e, grazie al suo fisico snello e potente, aveva primeggiato in molte gare ginniche. Anche ora, a venticinque anni, non tralasciava di mantenere in allenamento sia la mente che il proprio corpo. Comprese, con un semplice sguardo, un cenno che gli fece il padre e si allontanò, agile e veloce come un felino, ritornando subito e recando tra le braccia i sette libri che avevano accompagnato Fidia e lui durante il viaggio.

- Ah, ecco i vostri tesori! – esclamò Callimaco – mi permetti di esaminarli?

- Sì, certo, fai pure – mormorò Fidia.

Con estrema delicatezza e attenzione il bibliotecario iniziò a svolgere e a controllare i rotoli di papiro. L’indagine durò a lungo e fu estremamente minuziosa mentre Fidia, con il figlio, lo osservavano in silenzio con le braccia conserte e lo sguardo preoccupato.

- Sono entusiasta e anche contento per te – disse infine Callimaco – sono tutte opere interessantissime e di grande valore; vedo che insieme con trattati di matematica e di astronomia hai anche uno dei libri di Omero. È una copia di quello che abbiamo noi e quindi puoi tenerlo. Anche questi tre libri di geometria di Aristeo, riguardanti i corpi solidi, sono delle copie fatte fare da Zenodoto molti anni fa. Questo invece mi sembra opera di Archita, il governatore di Taranto, è così?

- É così – confermò, stupito, Fidia – vedo che la tua competenza sui libri è assolutamente straordinaria.

- Ti ringrazio maestro Fidia, purtroppo questo libro di Archita tratta solo di matematica. Speravo che avesse scritto qualcosa sulla costruzione di quella meravigliosa colomba volante che aveva realizzato. Forse a Siracusa avete qualche trattato su quella invenzione?

- Temo di no e, francamente, non ne ho mai sentito parlare, di quale invenzione si tratta?

- So soltanto che me ne parlò, diversi anni fa, uno studioso tarantino, mi disse che Archita aveva costruito diversi giocattoli per i suoi figli, e tra questi un uccello meccanico, forse di legno, che si librava nell’aria e volava di ramo in ramo. Era una grande mente Archita, e anche un grande generale.  Se non ricordo male fu proprio l’intervento di Archita presso il vostro Re Dionigi a far liberare il grande filosofo Aristocle che avevate imprigionato a Siracusa.

- Aristocle? Temo di non ricordare, chi era?

- Padre, è successo quasi cent’anni fa, lo so perché me ne parlò il nonno, forse non lo rammenti, ma noi lo conosciamo col suo soprannome: Platone – interloquì il giovane Archimede.

- Bravissimo, è proprio così – esclamò Callimaco – mio caro Fidia hai cresciuto un figlio molto sveglio e acuto. Comunque anche questo libro di Archita potrai tenerlo, ne abbiamo già un esemplare in biblioteca e purtroppo non è quello che andavo cercando. Questi ultimi due libri, che trattano di astronomia sono invece eccezionali e di grandissimo valore. Questi, mi addolora, ma dovremo trattenerli e te ne faremo una copia. Sfortunatamente non so chi li abbia scritti e, tra l’altro, il papiro che è stato usato non riesco a riconoscerlo, ha avuto un trattamento un poco diverso da quello che usiamo e mi sembra fragile; la copia che ti daremo sarà molto più resistente. Mi spiace maestro Fidia, non vorrei che questo ti amareggi; comunque mi sai dire chi ne è l’autore?

Fidia sorrise, la requisizione di quei due libri non poteva turbarlo e molto probabilmente le copie sarebbero state più durevoli e forse scritte con maggiore cura degli originali. Anche ad Archimede brillarono gli occhi per le lodi rivolte da Callimaco a quei libri e strinse il padre in un affettuoso abbraccio.

- Li ho scritti io, amico mio – disse serenamente Fidia – e il papiro che è stato usato è quello che cresce a Siracusa.

(continua)

Verso Alessandria (2)

16 Novembre 2011 11 commenti

Mancava poco all’alba, e già un lieve chiarore avvolgeva l’orizzonte quando la trireme siracusana giunse in vista del porto. Le vele furono ammainate e qualche colpo dei remi fece fermare la nave su di un fondale basso  dove quattro robusti marinai calarono le due pesanti ancore, costituite da robusti ceppi di legno a forma di freccia sui quali erano state inchiodate , per appesantirli e trascinarli sul fondo, delle lamine di piombo.

Le manovre dell’equipaggio risvegliarono Fidia dal suo sonno leggero; con stupore si accorse che erano ancora distanti dal molo e ne chiese il motivo al comandante.

- Salute a te, maestro Fidia – sorrise Cassandro – vedo che il dio del sonno ti ha già abbandonato. Avete portato dei libri con voi?

- Sì, certamente, diversi libri, ma…

(comprare il libro per leggere il seguito)

Verso Alessandria

14 Novembre 2011 16 commenti

Il mare era appena increspato da un vento favorevole che gonfiava il fiocco e la randa. La possente trireme da guerra solcava veloce le onde e i rematori si riposavano chiacchierando e ridendo tra di loro.

 Fidia, con il giovane figlio al suo fianco, stava in piedi vicino alla prua della nave e scrutava attentamente il mare; le acque erano calme, appena increspate dal vento, in lontananza una veloce liburna romana era l’unico oggetto visibile all’orizzonte.

Il giovane, bruno e dai capelli ricci, sollevò il volto abbronzato verso il padre e scrutandolo con i suoi occhi vividi e intelligenti chiese:

- Padre, siamo già in viaggio da cinque giorni, pensi che ci vorrà ancora molto per raggiungere Alessandria?

- Non credo figlio mio, probabilmente siamo già a metà del viaggio e forse anche più avanti. Se il vento tiene e Poseidone ci aiuta non ci vorrà ancora molto. Stiamo navigando veloci e fino ad ora non abbiamo fatto brutti incontri. Del resto è per questo che ho voluto che ci imbarcassimo su questa nave, è ben difficile che qualcuno osi attaccarci e gli arcieri sono pronti a mettere in fuga qualsiasi naviglio dei predoni che osi accostarsi. Quando arriveremo ad Alessandria spero di ritrovare Pollione e Strateuos, sono due dei più bravi discepoli del mio povero amico Euclide, ci accoglieranno con grande amicizia e potrebbero essere di grande aiuto nei tuoi studi.

-Eravate molto amici tu e Euclide? Mi dicesti che avevate passato molti anni insieme.

- Sì molto, e anche se lui aveva una ventina d’anni più di me, ci univa la comune passione per la scienza.  Secondo me è stato uno dei più grandi geni del nostro tempo e il suo libro sugli “Elementi”, con le sue rigorose dimostrazioni sulla geometria, mi sono state di grande aiuto nei miei studi sui corpi celesti. Comunque, vedrai, io ho cercato di insegnarti tutto ciò che sapevo ma la biblioteca di Alessandria è una inesauribile miniera di conoscenza e lì potrai apprendere moltissime altre cose e trovare una risposta alle tue domande. Ma… attento, guarda, c’è una nave che si avvicina e mi sembra ostile. Presto comprenderanno come abbiano sbagliato i loro calcoli se intendono attaccarci…

(comprare il libro per leggere il seguito)

Usiamo una password sicura!

9 Novembre 2011 7 commenti

Le 10 password principali da non usare mai
Secondo una relazione, la maggior parte degli utenti non ha ancora risposto alla richiesta da parte degli esperti della sicurezza di utilizzare password più sicure. Infatti, in un elenco delle password con maggior rischio di esposizione agli hacker, la semplice digitazione di “123456″ ha vinto l’inglorioso primo premio.

La società di sicurezza Imperva ha recentemente pubblicato l’elenco delle password che hanno la maggiore probabilità di essere violate, sulla base di 32 milioni di tentativi di hacking riusciti. Imperva ha intitolato il proprio rapporto “Consumer Password Worst Practices”, ovvero “Le peggiori password utilizzate dai consumatori” e alcune delle voci ai primi posti sono veramente semplici e potrebbero portare al furto di identità o alla frode.

Le 10 peggiori password:
1. 123456
2. 12345
3. 123456789
4. Password
5. iloveyou
6. princess
7. rockyou
8. 1234567
9. 12345678
10. abc123
Come rafforzare la password
Altri risultati chiave della relazione: sembra che quasi 1 utente su 3 scelga password composte da non oltre sei caratteri, più della metà usa password basate sui soli caratteri alfanumerici e quasi il 50% ha utilizzato variazioni del proprio nome, popolari termini gergali o semplici stringhe di caratteri consecutivi della tastiera come QWERT o “asdfg”.

Imperva ha offerto alcune ovvie raccomandazioni, suggerendo alla maggior parte degli utenti di adottare password con almeno otto caratteri e di mescolare lettere maiuscole e minuscole, numeri e simboli. Le password devono essere abbastanza semplici da ricordare, ma l’idea è fare in modo che sia praticamente impossibile violarle per un hacker sconosciuto o conosciuto.

(articolo tratto da UNIBLUE)

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Siamo indifferenti?

30 Ottobre 2011 7 commenti

Dai vari sondaggi che ci vengono frequentemente segnalati c’è un elemento che è comune e quindi affidabile: l’altissima percentuale di persone che dichiarano di volersi astenere dal voto o di votare scheda bianca.  E’ indubbiamente vero che la credibilità e la serietà delle persone che siedono nel Parlamento o nei banchi del Governo è oggi fortemente compromessa, è vero che, fin quando ci sarà questa legge elettorale (il “porcellum” di Calderoli) il popolo ha scarsa o nulla possibilità di scegliere i propri candidati, ma è altrettanto vero che astenersi dal voto significa rinunziare al diritto fondamentale di una democrazia, sempre che il popolo dei “non votanti” non preferisca restare indifferente e quindi lasciare che pensi a tutto il cosiddetto “uomo forte” o, per essere più espliciti, il dittatore. Dal lontano passato ci viene una esortazione, che condivido, a proposito di questi indifferenti o astensionisti che dir si voglia. Eccola:

“L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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Il segreto di Alfonsina (6)

3 Luglio 2011 7 commenti

gambeCome di consueto, al suono della campanella che segnalava la pausa-pranzo, i corridoi della CI.PER.TRAL si riempirono di gente e gli ascensori iniziarono il loro sali e scendi. Alfonsina Scannagatti, e le sue colleghe e amiche Titina ed Ermelinda uscirono dal bagno, dove avevano anticipato il loro consueto restauro a base di creme, fard e rossetto e discesero nella sala mensa per fare colazione.

La sala non era molto affollata e le tre amiche, con i vassoi carichi di cibo, trovarono facilmente un tavolo libero, dove poter gustare tranquillamente il pranzo, insaporendolo con i pettegolezzi del giorno.

Un omino, dalle buffe orecchie a sventola, si aggirava intanto sperduto tra i tavoli reggendo il suo vassoio e lanciando qua e là occhiate furtive come se non sapesse quale tavolo scegliere pur essendoci molti posti liberi.

- ecco il nostro amico Mezzarecchia – sussurrò Alfonsina – oggi è particolarmente triste e indeciso.

- come mai? – mormorò Titina.

- non ci hai fatto caso? L’avvocato sceglie sempre un tavolo dal quale possa sbirciare le gambe delle donne. Di solito preferisce quelle della collega Passera che è in viaggio di nozze col marito, ma ora lo consolo io, state a guardare!

Con fare indifferente, e con un sorrisetto malizioso, Alfonsina accavallò le gambe curando che la gonna scivolasse scoprendo leggermente le cosce Benché non più giovanissima aveva ancora gambe affusolate e perfette e la cosa fu immediatamente notata da Mezzarecchia che, dopo qualche occhiatina in giro, apparentemente casuale e distratta, si decise a scegliere un tavolo dal quale avrebbe potuto agevolmente godere del suo spettacolo preferito.

- che tipo strano…  – disse Ermelinda – sempre solitario e maldestro. Ora è talmente affascinato dalle tue gambe che immerge il cucchiaio nella minestra senza rendersi conto che ci è finita dentro anche la sua cravatta! Certo è un mistero come l’azienda abbia potuto assumere una persona così imbranata e già avanti negli anni, ed è strano che  non l’abbiano licenziato dopo che ha perso una causa facilissima come quella della dattilografa, assenteista cronica.

- ahahahah – sghignazzò Alfonsina, intenta a raccogliere un’enorme forchettata di spaghetti – non possono farci nulla! È raccomandato dal grande capo in persona dell’Alta Direzione ed io conosco tutta la storia perché mio cugino, che è maitre di sala nel più elegante ristorante di Roma, a Montemario,  mi ha raccontato tutto.

- uuuh, veramente? E che c’entra tuo cugino? Su, dai, racconta.. – chiocciarono Titina ed Ermelinda.

- beh… ok, però mi raccomando ragazze, è un segreto che deve assolutamente restare tra di noi. Ecco dunque…

La telefonata dell’importante cliente era giunta alle 12,00 in punto allo studio dell’avvocato Incantalupis.

- avvocato, per un impegno improvviso nel tardo pomeriggio dovrò essere in partenza per Amsterdam, ma tra un’ora sarò al mio solito ristorante a Montemario con mia moglie. Sono pronti quei documenti? E vuole essere così gentile da farmeli portare urgentemente là?

- ma certo dottore, è tutto pronto. Le mando immediatamente un mio collaboratore.

Avvertito dalla segretaria, Mezzarecchia si precipitò dal suo datore di lavoro.

- dottor Mezzarecchia, bisogna consegnare immediatamente questa borsa di documenti all’Amministratore Delegato della CI.PER.TRAL. che adesso sta pranzando nel suo ristorante abituale. Lei lo conosce vero? Sa qual’è il ristorante dove si serve?

- sì, certo

- e allora cosa aspetta? Si muova! Vada, vada… di corsa…

Marina, la moglie dell’A.D. della CI.PER.TRAL. era una bellissima donna, ex modella, alta e prosperosa. Si erano sposati diversi anni prima e, benché lei fosse notevolmente più giovane del marito, era stato ed era tuttora un vero matrimonio d’amore.

Il ristorante, nonostante i prezzi inaccessibili, era affollatissimo e i camerieri sgusciavano abilmente e velocemente tra i tavoli portando i manicaretti della casa ai loro facoltosi clienti. La signora Marina stava gustando, insieme con il marito, le sue predilette ostriche allo champagne, profumate al tabasco, proprio mentre l’avvocato Mezzarecchia faceva il suo ingresso nel locale e si dirigeva, come accaduto in altre occasioni, verso il loro consueto tavolo riservato.

Tutto accadde all’improvviso: la donna ingoiò un’ostrica che le andò per traverso bloccando le vie respiratorie. Cercando inutilmente di tossire e sentendosi mancare l’aria, la signora Marina si alzò di scatto, boccheggiando, divenendo cianotica, agitando le braccia, e cercando invano di chiedere aiuto. Nello stesso istante Mezzarecchia inciampava nei piedi di un commensale e stramazzava in avanti, lasciando cadere la borsa e abbracciando disperatamente la donna da dietro. Mentre l’improvviso urto rischiava ora di far crollare entrambi sopra il tavolo, Mezzarecchia, stringendo le mani a pugno sul diaframma della donna cercò istintivamente, con un violento colpo di reni, di evitare la caduta. Come per un improvviso colpo di tosse, l’ostrica che stava soffocando la donna fu istantaneamente espulsa e lei ricadde esausta a sedere, respirando a fondo e riprendendo gradualmente il suo colorito naturale. Senza volere, e per un caso assolutamente fortuito, Mezzarecchia aveva esercitato a perfezione sulla moglie del suo cliente la “manovra di Heimlich”prevista nei casi di soffocamento.

- mi perdoni dottore, sono veramente mortificato – farfugliò Mezzarecchia, che non aveva comunque capito nulla, raccogliendo la borsa da terra.

- mortificato? Ma lei è un genio amico mio! Un angelo del cielo che ha salvato la vita a mia moglie. Senza il suo tempestivo e provvidenziale intervento non so cosa sarebbe successo – esplose il suo interlocutore schizzando in piedi e abbracciandolo – Mi dica, come si chiama? Mi faccia avere subito un suo curriculum e vedrà che saprò sdebitarmi come merita! Mi faccia sapere se dovesse incontrare qualche difficoltà per lavorare nella mia azienda in un’altra città.

- no, certo che no, nessun problema – mormorò frastornato e incredulo Mezzarecchia.

- ecco quindi come sono andate le cose… – concluse Alfonsina, lasciando le due amiche a bocca aperta.

- incredibile! Questo si chiama avere un vero colpo di fortuna per poi… gettarla scioccamente al vento – esclamò Ermelinda. Poi, dando di gomito alla collega, scoppiò in una risatina soffocata:

- Alfonsì, guarda, le tue gambe l’hanno talmente affascinato che ora si sta per mangiare la cravatta…

Era vero, completamente distratto Carmine Mezzarecchia aveva raccolto dal piatto e portato alla bocca, con un’ultima cucchiaiata, la punta della sua cravatta che adesso stava sputacchiando guardandola con attonita sorpresa.

Con un enorme scoppio di risa, il ragioniere Gramaglia, seduto a un tavolo vicino, puntò un dito verso il maldestro avvocato, mentre nella sala decine di commensali giravano la testa per scoprire il motivo di quella allegria.

Avvilito, Mezzarecchia si alzò, si diresse lentamente verso l’uscita e arrivato sulla porta si girò, stese il braccio, rivolse indice e mignolo verso il ragioniere, che con gli occhi colmi di lacrime ancora sghignazzava, e sbottò:

- ma che te ridi? ‘Sto iettatore del cazzo!

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… L’ Italia s’è desta …

13 Giugno 2011 8 commenti

foglio base colore2Sembra proprio di sì! Francamente non ci speravo molto, ma un po’ sì, specialmente dopo l’esito delle ultime amministrative e i risultati del referendum in Sardegna che forse hanno dato il via a questa valanga!

Perchè di valanga si tratta e i politici e i politologi potranno anche disquisire a lungo ma la realtà è una sola: il popolo si è risvegliato dal lungo sonno e ha rialzato la testa! Certo i tempi sono difficili, la situazione è seria, ma uno scatto d’orgoglio era necessario. Siamo stanchi e stufi di farci ridere dietro da Paesi e Nazioni che erano, e talvolta restano, paesi barbari quando in Grecia e in Italia la civiltà era già fondata sul libero pensiero e sul diritto, e noi la diffondevamo nel mondo!

Viva l’Italia e viva gli Italiani!

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Paride Passacantando (1)

8 Maggio 2011 5 commenti

Usciere1

La grande azienda è come una piccola città, ci si vive e ci si lavora per anni e anni (quando va bene) ma ci si conosce poco. La CI.PER.TRAL occupa tutti i ventidue piani di un elegante grattacielo progettato dall’architetto giapponese Kenzo Tange. Le raffinate porte di vetro si aprono docili al vostro ingresso e si accede a un enorme salone, degno di un Hotel a cinque stelle. Ogni mattina i dipendenti, mediante il loro badge, (tessera in PVC munita di microcontrollori e utilizzata per l’identificazione personale) attraversano i dodici tornelli e accedono ai sei ascensori di servizio scambiando tra di loro qualche saluto. Più in fondo, dietro una parete di vetro blindato cui si entra attraverso una porta dotata di sensore digitale, vi è l’ascensore privato, riservato esclusivamente agli alti dirigenti e al megadirettore generale.

In un angolo, seduto dietro una decorosa scrivania in pannello melamminico, completamente sgombra salvo la presenza di un telefono, si trova Paride Passacantando: l’usciere. E’un cinquantenne, alto, magro, quasi scheletrico, dall’ aria perpetuamente triste e funerea; se fosse stato adocchiato da un’impresa di pompe funebri, avrebbe, sicuramente, fatto la sua bella figura.  Era l’unico figlio di un pescatore vedovo, e aveva trascorso la fanciullezza nella casa paterna, alla periferia di Sorrento.  Amava molto la scuola e vi era rimasto per ben nove anni fino alla terza classe elementare. La sua maestra, scoraggiata, aveva infine voluto parlare col padre e gli aveva confidato che, pur essendovi certi obblighi di legge, forse sarebbe meglio se il ragazzo, ormai quindicenne, si sforzasse di trovare qualche diversa occupazione.

L’onorevole Filippo Santonastaso Baciolamano, la cui nobile signora, la baronessa Emilia, adorava le frequenti ceste di pesce freschissimo di cui era “omaggiata” dal padre di Paride, era generosamente e disinteressatamente intervenuto presso un suo influente amico, dirigente della CI.PER.TRAL, e così il ragazzo era partito per la grande città ove si era stabilito ed era stato assunto con la prestigiosa qualifica di “apprendista aiuto fattorino”.

Nonostante il suo nome, mai nessuno, fin da quando era bambino, l’aveva mai sentito cantare. Il ragionier Gramaglia, suo vicino di casa, giurava di averlo sentito una volta mugolare – vola colomba bianca vola… – canto, cui avrebbe immediatamente seguito un profondo brontolio della terra, e il terremoto del 1980.  Le male lingue, incredule, sostengono invece che il famoso mugolio probabilmente proveniva dallo stesso ragioniere di cui era ben nota l’indiscussa fama di autorevole iettatore.

Compito del buon Paride è scrutare attentamente l’ingresso di dirigenti e megadirettore, correre a pigiare il pulsante di apertura delle porte dell’ascensore riservato, e porre la sua mano pelosa sulla cellula fotoelettrica per evitare ogni prematura e infausta chiusura delle porte stesse. Partito l’ascensore con il suo prezioso carico, Paride non si gira ma fa un rispettoso inchino, procede all’indietro di due o tre passi e infine riprende posto dietro la sua scrivania. Paride non ha amici e forse neppure conoscenti, passa la sua vita tra un inchino e una pigiata di bottoni, non parla con nessuno, forse per timidezza o forse perché non ha nulla da dire. Non legge, non fuma, forse non mangia. Uomo quasi invisibile fa parte dell’arredamento.

Un giorno giunge all’ufficio del personale una telefonata: Una voce femminile, dall’accento settentrionale, chiede di parlare con un alto funzionario, il dottor Passacantando. L’addetto al personale sfoglia perplesso l’elenco telefonico interno dei dirigenti.

- mi scusi signora ma questa persona che lei cerca a me non risulta, è sicura che lavori qui?

- ma certo che sono sicura! Gli ho parlato di persona e ho anche un suo biglietto da visita. È un alto dirigente, segretario particolare del direttore generale della vostra azienda. Mi ha affittato una sua casetta a Sorrento per le vacanze estive ma ci sono alcuni problemi di cui gli voglio parlare.

L’addetto consulta il computer: tra i dirigenti quel nome non esiste e neppure tra i funzionari direttivi, sì, ecco tra il personale subalterno vi è un Passacantando ma sicuramente non può essere lui.

- mi scusi signora, lei conosce il nome di questa persona?

- ma certo, Paride, il dottor Paride Passacantando!

- ah, ecco, bene, allora lo chiami a questo numero.

Sganasciandosi per le  risate l’addetto depone il telefono e informa gli stupiti colleghi che hanno un nuovo dirigente, addirittura il segretario particolare del megadirettore generale.

- hai capito? – sussurra alle colleghe della contabilità la signorina Amalia Panzini Lulli – il nostro timido “guardaporte” non solo si spaccia per laureato ma anche per dirigente! Vatti a fidare di queste gatte morte!

Con i suoi occhi bovini Paride osserva perplesso ogni mattina l’arrivo degli impiegati; nessuno di loro l’aveva mai notato, ora tutti lo osservano, si danno di gomito e sghignazzano. Il ragionier Gramaglia, appena rientrato dalle ferie, si accosta al capannello e s’informa. Con una stridula risata simile a un raglio d’asino si batte le mani sulle cosce, si fa paonazzo per le risate, poi comincia a tossire e cade quasi per terra. Arrivano gli ascensori e l’atrio si svuota.

- questi so’ tutti matti – borbotta Paride tra sé e sé.

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