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Gli amori senili di un grande poeta

17 Settembre 2017 6 commenti

Da un articolo di “La Repubblica”

di Marco Cicala.

Pietra ligure. In Comizi d’amore, il documentario del 1965 sulla sessualità degli italiani, Pier Paolo Pasolini gli chiese se nella vita intima si fosse mai lasciato tentare da qualche forma di trasgressione. Quasi ottantenne, Giuseppe Ungaretti rispose: «Che cosa vuole, io sono un poeta… Quindi incomincio col trasgredire tutte le leggi facendo della poesia… Ora sono vecchio e allora non rispetto più che le leggi della vecchiaia, che purtroppo sono le leggi della morte». Parole tombali. Però il vegliardo mentiva. O peccava di falsa modestia. Perché in fatto di passione l’inverno della sua vita fu abbastanza vorticoso da sbriciolare come uno squallido cliché l’equazione vecchiaia = pace dei sensi. A riprova le circa quattrocento ardentissime lettere inviate alla giovane poetessa italo-brasiliana Bruna Bianco tra il ‘66 e il ‘69. Se ne conoscevano soltanto pochi stralci, adesso escono al completo da Mondadori, a cura di Silvio Ramat.

Vampe e acciacchi senili, viaggi, onori da star, riflessioni – qua e là velenosette – su letteratura, arte, musica, società, politica… Nel nubifragio di epistole – che nei momenti di massima esaltazione decollavano al ritmo di due al giorno – c’è dentro tutto il centauro Ungaretti: per metà sommo poeta della concisione e per l’altra affabulatore torrenziale. Con Bruna Bianco si conobbero a San Paolo del Brasile nell’estate ‘66. Lei aveva 26 anni, lui oltre mezzo secolo di più. «Finiva agosto. Dopo una sua conferenza all’Hotel Ca’ d’Oro mi avvicinai trovando il coraggio per consegnargli una busta con le mie poesie. Bruttissime» sorride Bruna ricevendomi nella casa di Pietra Ligure dove passa le vacanze. È un’affettuosa signora con un fisico asciutto da maratoneta. Oggi ha più o meno la stessa età del poeta all’epoca. Continua: «Ungà mi invitò immediatamente a colazione. Rifiutai. Lui ripartì per Rio. Doveva restarci dieci giorni. Ce ne ne rimase solo tre. Una mattina, arrivando in ufficio, mi dissero che aveva chiamato una ventina di volte. E adesso il telefono squillava di nuovo». Si rivedono. In Dialogo, breve raccolta scritta insieme alla sua musa, Ungaretti avrebbe ricordato quei momenti come un’epifania erotica: «Sei comparsa al portone/In un vestito rosso/ Per dirmi che sei fuoco/Che consuma e riaccende». Lei lo scarrozza in auto per la megalopoli. Finiscono in un parco: «Era di lunedì/Per stringerci le mani/E parlare felici/Non si trovò rifugio/Che in un giardino triste/Della città convulsa». Visiteranno anche la tomba di Antonietto,  il figlio del poeta morto ragazzino nel ‘39, quando lui insegnava all’Università di San Paolo. «Da allora, di quella tomba mi sono occupata soltanto io» dice Bruna in un italiano nobile, caramellato dal soave accento brasiliano.

A settembre Ungà se ne riparte in nave. È già tarantolato dall’amour fou. La prima lettera è un telegramma Italcable dettato durante la traversata e firmato «nonno Ungaretti». Nel carteggio il tema del divario anagrafico è un basso continuo: «Sono ormai troppo vecchio, oltre misura vecchio, quasi un antenato»; «Quale apparizione di bellezza per alleggerirmi dal peso di male e di dramma che mi curva le spalle anziane…»; «Ciò che sarebbe più ragionevole è che Tu scegliessi per compagno un giovane come Te. Ma se credi che un poeta non abbia età…». La possessione d’amore si pone da subito sotto l’antico segno della follia. Demenza e demente sono le parole che ricorrono più spesso per giustificarla. Ma dalla passione crepuscolare Ungaretti esce ringiovanito, diresti miracolato. Come quei nonnetti dei cartoon quando ingollano la magica pozione e d’incanto li vedi scagliare via le grucce, la carrozzella per scapparsene lontano zompettando ilari. «Abbandonò i bastoni, smise di camminare curvo» racconta Bruna. «Cambiò perfino abbigliamento. Era sempre in giacca e cravatta. Elegante come un gentleman, profumato come un bebè».

Ungà regredisce all’adolescenza. A quando «innamorato… andavo fuori di casa, correvo per le strade, telefonavo senza motivo a gente che cascava dalle nuvole… Aprivo un libro e lo richiudevo…Prendevo un foglio di carta, e ci facevo, senza accorgermene, scarabocchi… ero in uno stato di nervosismo che m’impediva di camminare e di stare fermo». Solo la morte riuscirà a fermarlo. Ultracinetico, eterno nomade, nella corrispondenza lo inseguiamo da Venezia a Palermo, da Roma a Parigi, da Londra a Tel Aviv. Per due volte raggiunge l’amata in Brasile, per due volte lei lo ritrova in Europa. Ungaretti riattacca pure con gli scarabocchi. Tutte scritte con inchiostro verde («Sono superstizioso, il verde è la speranza»), le lettere sono spesso condite da ghirigori, svolazzi, ricamini amorosi. Le sfogli fra tenerezza e un filo di imbarazzo. Sono rimaste chiuse in una cassapanca per cinquant’anni. Perché tirarle fuori solo adesso? «Ero frenata dai pregiudizi. “Ma che combineranno quei due?” malignava la gente. E poi la Bruna di allora era morta, sepolta, finita anche lei in quella cassapanca. Solo pochi anni fa ho deciso che era tempo di riaprirla» dice la Bianco. È nata a Cossano Belbo, nelle Langhe di Cesare Pavese. A sedici anni seguì in Brasile il padre, produttore di spumanti. «Dovevo restarci per poco. Ci sono rimasta una vita». Facendo l’avvocato. Vedova, tre figli più nipoti, sul love affair con Ungà aveva sempre mantenuto un certo riserbo. «Una volta ne accennai a mio marito, ma lui mi fece capire che preferiva non saperne nulla». Che un anziano signore svalvoli per una ragazzina è un grande classico, ma il contrario un po’ meno. Perché lei perse la bussola? «Ungà trasmetteva forza a tutto il mio essere. Non mi è più capitato in vita mia. Mi disse: “Nessuno ti amerà mai come me”. Suonava come una specie di maledizione».

La passione senile del vecchio per la fanciulla è un mito che fin dalle narrazioni arcaiche si intreccia col tabù. E infatti  il loro amore fu contrastato. Ma non da chi t’aspetteresti. «Mio padre non fece ostacolo. Del resto, Ungà lo rassicurava: “Sposerò sua figlia solo quando potrò garantirle un livello di vita come quello nel quale lei l’ha cresciuta”». Quindi si era già ai progetti di matrimonio? «Sì. Le fedi erano pronte. Accompagnandomi all’aeroporto di Roma, Ungaretti mi disse: “La prossima volta tornerò per sposarti”. È l’ultima immagine che ho di lui». Perché non convolarono? Nel carteggio l’amore si tronca per ragioni un po’ arcane. «Contro di noi giocarono pressioni esterne» dice Bruna. Pressioni di chi? «Di un pezzo della famiglia di Ungà. La figlia Ninon era dalla nostra parte, ma il marito di lei si opponeva. Guarda caso, a partire da un certo momento le mie lettere non arrivavano più, sparivano». Ma anche nell’entourage degli amici c’era chi remava contro: «Cercavano di convincere Ungà che ero una fiamma passeggera come ce n’erano state altre». Dopo la morte dell’amatissima moglie Jeanne, anno ‘58, nella vita di Ungaretti transitano figure femminili passabilmente misteriose e finora poco indagate: l’ex allieva e traduttrice Jone Graziani, l’enigmatica croata Dunja, la funzionaria della Mondadori Nella Mirone… Fra studentesse e groupie veneranti, comincia a circolare l’immagine del patriarca sempre circondato da jeunes filles en fleur. Lo sfottono: «Ungaretti? Insieme a una vecchia non s’è visto mai». Con Bruna però le cose sembravano consolidarsi: «A comprometterle» aggiunge lei, «ci si mise pure il Nobel mancato. Ungà ci contava. Era povero. E aveva già pianificato tutto: metà dei soldi li avrebbe dati alla figlia, con l’altra avrebbe comprato una casetta a Capri dove saremmo andati a vivere». Ma nel ‘69 il premio venne assegnato a Samuel Beckett. Non esattamente un furto. Però Ungaretti incassa male. Negli ultimi tempi i rapporti con Bruna si sono un po’ sgualciti. Le comunicazioni a distanza non aiutano: «Le telefonate tra Italia e Brasile erano infernali. Avvenivano tramite cavi sottomarini: nella cornetta sentivi solo la voce a singhiozzi e il boato del mare». E poi «Ungà aveva promesso che sarebbe venuto al mio compleanno, ma non si presentò. Mi offesi. Ho scoperto in seguito che gli avevano sconsigliato il viaggio: in Brasile c’era la dittatura e una sua visita non l’avrebbe messo in buona luce nella prospettiva del Nobel».Per giunta, la salute dell’Antico – come lo chiamava il critico De Robertis – peggiora. Durante una trasferta negli Stati Uniti si ammala seriamente: «Capì che il tempo era scaduto. Anche per questo decise di sparire dalla mia vita. Voleva ridurmi la sofferenza» ritiene Bruna.

Dalla traduzione di Pindaro alla pubblicazione del carteggio, tanti progetti rimasero mozzati. Ma tra loro non fu solo amor intellectualis. «Gli abbracci di Ungà erano un orgasmo totale» ricorda lei con immutato brivido. Mi racconta di quella volta che giravano per il Brasile dormendo in camere separate, sorvegliati da una governante: «Una mattina Ungà mi dice: “Accompagnami a comprare un pigiama”. E io: ma non ne hai già due? E lui: “Sì però stanotte ho avuto due polluzioni e per la vergogna li ho fatti a pezzi entrambi”». O quell’altra volta «che alla Galleria Borghese mi vedeva girare intorno alla statua di Paolina scolpita da Canova e a un certo punto esplose: “Toccala, toccala! È l’unico modo per capirla!». Il biografo Leone Piccioni ha scritto che per tutta la vita Ungaretti rimase un poeta d’amore. Scisso fra “sensualità” e trasfigurazione.  Nelle ultime lettere la passione ulula: «Sono furente d’amore. Urlo come una belva»; «Ti percorro tutta, sino a insediarmi nell’anima Tua»; «Ti amo con una furia che mi martirizza»; «Ti bacio i piedi, li ho nelle mani, bei piedi nudi come quella sera ch’ero un fantasma, nella tua camera, dove ti guardavi allo specchio forse nuda».

«Vecchissimo ossesso» quale si definiva, Ungaretti era nato ad Alessandria d’Egitto dodici anni prima che finisse l’Ottocento. Ma, dalla Parigi epica delle Avanguardie alla Grande guerra – che combatté da anarco-interventista – e oltre, incarnò il Novecento come pochi. Eroici furori e accecamenti inclusi. Nella folle corrente del suo secolo volle restare immerso fino all’ultimo, anche fuori tempo massimo: coi denti traballanti e i piedi rinfrancati dagli unguenti del Dr. Scholl’s. Perciò nelle lettere a Bruna lo vediamo approvare la pop music, che «esprime la violenza del nostro tempo»; «riporta alla natura… è reazione alla meccanizzazione dell’essere umano». O simpatizzare col guru dei beatnik Allen Ginsberg, di cui soffre però l’esibizionismo smodato e soprattutto quell’accidenti di cembalino da hare krishna, plin-plin, «non la finiva più». Ungà prova la marijuana, ma non gli dà «nessuna gioia meravigliosa», «toglie forze e rimbecillisce. Alla larga, alla larga». Sta sempre in mezzo ai giovani, ammira La Chinoise, il film “maoista” di Jean-Luc Godard, però teme il nichilismo del ’68 parigino: «Il Francese è popolo dalle grandi ire e poi succeda quello che ha da succedere, purché la Sua ira riesca a sfogarsi». I contestatori? «Gridaioli per stupidissimo snobismo», si scagliano «contro tutto quanto è stato fatto dalla civiltà prima del loro arrivo di “presuntuosi ignoranti”». «Sono il vuoto schiamazzante e vogliono il caos».

Ungaretti si considera «un cristiano di estrema sinistra», ma vota la Dc, non proprio a sinistra, di Attilio Piccioni. È stato grande amico di Mussolini e, quantomeno al principio, ha creduto nell’energia rigeneratrice del fascismo, però si rimprovera la «passiva complicità» sotto il regime, che comunque nel ’42 lo nominò Accademico d’Italia. Nei turbolenti 60, è divertito dalle metamorfosi dei costumi («La minigonna la portano qui le giovanette tagliata subito dopo il sedere. Sono tagliate molto bene, portate con molta iattanza, e fa piacere vederle portare con tanta disinvoltura e sfida»). Però resta pur sempre un uomo classe 1888, e dell’omosessualità per esempio scrive: «Il male è diffuso, e si diffonde in modo da mettere allarme e spavento». Di Pasolini annota che «sebbene pederasta e anche perché pederasta, riesce ad essere vero poeta, diventa puro, anche se della purezza del demonio…». Ciò premesso, «la pederastia mi ha sempre fatto ribrezzo».

Ungaretti ha un’alta considerazione di sé: «Sono l’ultimo poeta vero che abbia il mondo»; «La mia poesia non è confrontabile alle altre, sono in anticipo su di esse di almeno cinque secoli, e, per la perfezione ne potrebbero essere emuli solo i Greci». Con Montale ha sempre avuto rapporti ondivaghi. Negli accessi di bile gli ha dato del «pidocchio che mastica le sue caccole» (si veda il carteggio con l’amico Jean Paulhan), ma poi si è più o meno arreso alla sua arte. Invece non sopporta Quasimodo: «Mediocre poeta che ha rifatto continuamente la mia poesia dannunzianeggiandola». Quasimodo che nella corsa al Nobel ha pugnalato Ungà denunciando i suoi trascorsi fascisti, «calunniandomi politicamente, facendosi passare per un fiore di santità quando era tutt’altra cosa». Per indole, ma anche per smarcarsi dalla Trimurti dei suoi competitor – Montale, Saba, Quasimodo – ancora circonfusi di una distante aura borghese, Ungaretti sceglie il Moderno di quella che oggi diremmo la mediatizzazione: legge le sue poesie in tv e Omero nell’Odissea versione sceneggiato, incide dischi con la Rca, poco prima di morire appare perfino in un proto-videoclip per la canzone della Zanicchi Un uomo senza tempo che la grande Iva gli dedicherà. Non è la più indimenticabile delle sue hit. Faceva: «Non esiste un altro uomo/così caro come lui/Sogna ancora ad occhi aperti/e non ama la tristezza… Caro, caro vecchio mio…».  Vecchio un corno.

(8 settembre 2017)

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autos – ekeinos – outos

22 Luglio 2017 Commenti chiusi

Quando le lingue classiche ci aiutano:

autos – ekeinos – outos

La lingua italiana è compiuta: non esiste emozione, concetto, espressione, pensiero che non possano essere resi con una parola oppure con una articolata perifrasi.
Insomma, nella redazione, niente deve essere lasciato al caso perché il caso produce confusione e la confusione genera errori.
Chi scrive per un pubblico deve necessariamente essere consapevole della grande ricchezza di sfumature che il nostro idioma ha.
A maggior ragione, chi scrive per trasmettere emozioni non può ignorare la regola che io giudico fondamentale per la redazione di un testo: impegnarsi a rendere viva e vera l’immagine che stiamo dipingendo con la penna.
E come possiamo rispettare questa regola? L’unico strumento che abbiamo è la parola.
Della parola dobbiamo utilizzare tutta la profondità. Così dobbiamo godere di tutta la generosità.
Pure della rotondità toccherà tenere conto.
La ricchezza della lingua va, tuttavia, perdendosi sempre più nell’esperienza molto sintetica della comunicazione attuale.
Avevo già espresso le mie preoccupazioni a riguardo, in un articolo.
In un altro brano, invece, mi ero soffermata ad analizzare l’impoverimento della lingua italiana, già per altro “assottigliata” nelle gradazioni di significato, rispetto al latino.
Per evitare di proseguire lungo questa via decadente di riduzione e impoverimento dei significati e dei significanti toccherà tenere presente, come al solito, la ricchezza semantica delle lingue classiche. Inutile dire che sarebbe opportuno anche imitarla questa ricchezza o, quanto meno, adoperarci a non farla andare perduta.Qualche tempo fa, riflettevo su quanto noi “moderni” stiamo diventando pigri nel cercare soluzioni alternative a termini di uso frequente. Fra questi, il primo posto ahimè in quella triste graduatoria di depauperamento, ci sono senza dubbio i pronomi, soprattutto i dimostrativi.Il pronome più utilizzato (anche troppo) è: questo.
Siamo diventati così indolenti che lo adoperiamo sempre, a volte addirittura in sostituzione di quello, quasi che la parlata veloce e quotidiana ci autorizzi a non tenere conto della differenza semantica.Quante volte è capitato di ascoltare o leggere frasi del tipo:

Cosa mi dici di questo?

All’apparenza la frase sarebbe corretta, se non fosse che colui che la sta pronunciando si riferisce ad un uomo (o ad un oggetto) non presente o comunque non vicino agli interlocutori, bensì lontano nel tempo e nello spazio.
La giusta espressione sarebbe stata dunque:

Cosa mi dici di quello?

Ribadisco che per cercare di arginare il fenomeno dell’impoverimento della lingua italiana, occorre tenere presente l’esperienza delle lingue classiche.
A proposito dei pronomi dimostrativi, in greco e in latino si utilizzavano diverse forme per le più svariate occasioni.

In particolare il greco, oltre ai due pronomi corrispondenti ai nostri questo quellohic ille in latino, ne aveva anche altri.

ekeinos, ekeine, ekeino = quello, quella, quella cosa = ille, illa, illud.
autos, aute, tauto = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc; iste, ista, istud.
ode, ede, tede = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc.

autos, aute, auto = stesso, stessa, stessa cosa = ipse, ipsa, ipsum.

A questi si aggiungevano altri pronomi. Vale la pena di ricordarne alcuni: tosoutos (tanto grande), toioutos (tale), telikoutos (di tale età) e così via.

Ho portato l’esempio dei pronomi ma potrei aggiungerne molti altri, a dimostrazione che, purtroppo, con l’avanzare dei tempi, l’espressione verbale perde sempre più di intensità e di ricchezza lessicale.

Concetta D’Orazio
Tratto dal blog di Concetta D’Orazio: qui

Purtroppo questo blog non riesce a trascrivere le parole in alfabeto greco. Pertanto si consiglia di leggere il post originale della dottoressa D’Orazio.

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Il giornalino scolastico

15 Luglio 2017 1 commento

L’impulso iniziale è quello di scrivere … c’era una volta, così come iniziavano le favole. Tuttavia non si tratta di una favola, e anche l’epoca non è poi così lontana da perdersi nella notte dei tempi o nei misteriosi sentieri della fantasia. Inizierò quindi con “c’è stata un’epoca”.
Sì, c’è stata un’epoca in cui le droghe erano solo le spezie che le nostre madri acquistavano dal droghiere , un’epoca in cui il “bullismo” era quasi sconosciuto e persino quello che si praticava nelle caserme consisteva, da parte dei “nonni” e cioè dei soldati di leva al termine del servizio militare, nel fare “il sacco” al lenzuolo del letto delle reclute o, nel peggiore dei casi, nel sottoporre i più riottosi ad un “gavettone” di acqua fresca. Era un’ epoca di sogni e di speranze: per i giovani il lavoro non era un mito e l’economia andava al galoppo.
Era un’epoca in cui il nostro Paese poteva andar fiero, non degli attuali pennivendoli, maestri di quello squallido pettegolezzo che si maschera dietro il barbarico termine di “gossip”, ma di giornalisti veri, di maestri della penna e dell’informazione come Giovanni Mosca, Oriana Fallaci, Corrado Alvaro, Luigi Barzini, Enzo Biagi, Dino Buzzati , Leo Longanesi, Mario Missiroli, Indro Montanelli e tanti, tanti altri.
Attiravano in particolare i caustici articoli che il geniale, e ormai purtroppo sconosciuto ai più, Augusto Guerriero, pubblicava settimanalmente su “Epoca” sotto lo pseudonimo di Ricciardetto. Era comunque un piacere leggere e entusiasmarsi alla prosa forbita e intelligente che sprizzava dalle pagine di giornali e riviste e che ci faceva vivere luoghi e situazioni strane e avventurose sapientemente narrate dagli “inviati speciali”.
Nacque così in me il desiderio, poi non realizzato, di fare il giornalista, ma come iniziare? Talvolta inviavo qualche articolo o qualche raccontino al “Travasetto”, alla “Domenica del Corriere” o ai “Romanzi di Urania”. Spesso mi pubblicavano, ed era una grande soddisfazione, ma non mi bastava. Mi venne l’idea di creare un giornalino scolastico da diffondere tra i miei compagni di Liceo. L’idea fu accolta con entusiasmo dai miei tre amici più cari, Angelo, Gianni e Lucio; ma quale nome dare al giornalino? E poi, come realizzarlo? Il nome fu presto trovato, era da poco uscita una nuova tecnica cinematografica panoramica: il cinemascope. Il nostro giornale voleva essere una panoramica sulla scuola? Ok, perfetto, lo chiamammo Scuolascope. Già da tempo avevo acquistato a rate una Olivelli lettera 22 e, sia pure picchiettando con sole due dita, avevo raggiunta una discreta velocità.
Dando fondo alle nostre magre “paghette” acquistammo diverse risme di carta e approntammo il primo esemplare. Per poterne fare un centinaio di copie utilizzammo il vecchio ciclostile della locale sede del PCI al quale avemmo accesso grazie all’aiuto del nostro compagno Diego, detto Popoff , che era l’unico comunista iscritto al partito della nostra classe.
Vendevamo il giornalino, peraltro con risultati non entusiasmanti, agli altri studenti del Liceo al prezzo di 10 lire e ignoravamo che persino una tale innocua attività dovesse essere sottoposta alle autorità e autorizzata da precise disposizioni di legge.
Uno dei nostri professori, quello di matematica, era il bravissimo professor Di Stefano: un uomo robusto, sulla cinquantina, dall’aspetto burbero e intransigente che nascondeva in realtà un cuore dolcissimo e paterno. Fu uno dei nostri primi sostenitori e contribuiva con ben 100 lire all’acquisto del nostro giornale.
Un giorno noi quattro, i cosiddetti direttori di “Scuolascope” fummo convocati ufficialmente in Questura con tanto di avviso recapitatoci per posta. In verità la cosa ci preoccupò non poco, tuttavia il giorno stabilito ci presentammo tutti insieme e, scherzosamente, salimmo le scale per recarci dal funzionario che ci aveva convocato, tenendo i polsi sovrapposti come se fossimo stati ammanettati.
Non sapevamo che la notizia di questa convocazione fosse già circolata in ambito scolastico, ma così era stato. Mentre salivamo quelle scale un vocione risuonò alle nostre spalle: “cosa ci fate qui?”. Sorpresi, ci girammo e vedemmo il professore De Stefano che, con faccia truce e aspetto rabbuiato, saliva le scale a quatro a quattro dietro di noi.
-“Buongiorno professore, noi siamo stati convocati…” e sventolammo gli avvisi ricevuti.
-“Date qui, e non vi muovete!” tuonò il professore, e strappatici i foglietti di mano salì borbottando le scale e, scostando con un semplice gesto della mano un poliziotto che cercava di fermarlo, spalancò la porta dell’ufficio dove eravamo stati convocati e la rinchiuse sbattendola.
A malapena sentimmo la voce sommessa e pigolante di qualcuno che, in tono di scusa cercava di giustificarsi, ma quella voce era soverchiata da quella del nostro professore che risuonava alta e forte come il rumoreggiare dei tuoni nei temporali primaverili. Non riuscivamo a comprendere tutto ma qualcosa ci giunse alle orecchie: “sei sempre stato un asino alle mie lezioni, ma io ti ho fatto diplomare lo stesso e speravo che saresti diventato un bravo questurino! Cerca di dare la caccia ai malviventi, ché ne abbiamo fin troppi , invece di intimorire e disturbare i miei allievi!”.
Seguì un concitato vociare in tono più attutito e non più comprensibile, infine il nostro professore uscì trionfante dall’ufficio e, passando davanti allo sbigottito poliziotto di guardia che si mise sull’attenti, ci mise una mano sulla spalla e … “Andate a casa ragazzi, tutto a posto, ma togliete dal giornalino l’indicazione del prezzo”.
Inutile dire che il nostro glorioso “Scuolascope” continuò la sua uscita per tutto l’anno scolastico, con gli ultimi numeri addirittura stampati in tipografia, ma questa … è un’altra storia.

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L’Intruso

30 Maggio 2017 5 commenti

Un piccolo “assaggio” da L’Intruso:

«Fuori di qui, corvaccio della malora!» – rantolò il vecchio con voce strozzata – «Chi me l’ha portato qui? Sicuramente quella troia di mia moglie! Buttatelo fuori prima che lo prenda a calci in culo!»

Donna Britta che, seduta in un angolo aveva assistito esterrefatta alla scena, schizzò in piedi e, scusandosi e disperandosi, accompagnò alla porta lo sgomento don Gebhard che con un fazzoletto sdrucito cercava di tamponare il sangue che gli usciva copioso dal naso.

Giunto nei pressi della canonica, don Gebhard sollevò lo sguardo da quello straccio sanguinolento che una volta era stato un fazzoletto e rimase basito; seduta in posa scomposta su di un muricciolo, una bella ragazza bruna esibiva, con indifferenza, uno splendido paio di gambe scoperte fino alle giarrettiere e inguainate in morbide calze di seta.

Incurante del freddo intenso e della sguaiata posizione assunta, la giovane guardava con sfacciataggine negli occhi il vecchio prete con un sorriso ironico sul suo volto angelico.

«Ciao Gebhard, ti stai godendo lo spettacolo? Vedo che nonostante la tua età riesci ancora a eccitarti.»

Il prete sussultò, stordito e disorientato. Si fermò traballando sulle gambe malferme e, cercando di distogliere lo sguardo dalla ragazza, borbottò irritato:

«Mi scusi, chi è lei? E come sa il mio nome? E poi le sembra questo il modo di esibirsi in atteggiamento così indecente davanti a un uomo di  Dio? Si vergogni e mi faccia la cortesia di copr…»

Una risata squillante, sprezzante, e interminabile, gli tolse le parole di bocca; La ragazza rideva con tale gusto da ripiegarsi su se stessa, mentre il divertimento era così sfrenato da farle comparire delle lacrime negli occhi.

«Tu, proprio tu…  saresti un uomo di… quello lassù? Sei proprio comico Gebhard mio! A chi vuoi darla a bere? Percepisco benissimo che ogni muscolo del tuo misero corpo e ogni remoto angolo del tuo vizioso cervello vorrebbero avere vent’anni di meno per potermi saltare addosso e prendermi, qui, al freddo, e su questo muretto stesso. E non far finta di nasconderti dietro quella tonaca, sappiamo entrambi che non conta niente per te. Tu non credi a nulla!»

«L’ho già chiesto e lo ripeto. Chi è lei, e che cosa vuole da me?» – riprese, con accento incollerito, il prete – «E come si permette di parlarmi in questo modo? Si ricomponga e poi… se ne vada al diavolo e mi lasci in pace, perché ho fretta di tornare a casa e alle mie funzioni. È disgustoso il suo modo di esprimersi. Voi giovani non rispettate più nulla e nessuno!»

«Gebhard, Gebhard,» – ripeté blandamente la ragazza con tono ironico – «non fare il “verginello” innocente con me. Ti conosco fin troppo bene, e poi… perché dovrei andare al diavolo? Io sono già qui; sono io quella che tu chiami “il diavolo”.»

«Lei è solo una pazza incosciente e forse ubriaca o drogata! Si ricomponga e se ne vada via subito! Altrimenti salgo in canonica, telefono alla polizia e la faccio arrestare. Mi ha capito!»

«Ah, già, sono davvero contenta. Almeno sei coerente e non mi credi. Tu sei ateo, vecchio mio. Non hai nessuna fede e non l’hai mai avuta. Sei sempre stato una nullità, uno scolaro neghittoso, un pittore fallito, un vizioso, e ti sei fatto prete solo per tua comodità: una casa, uno stipendio, un piatto caldo, e una serie di donnette idiote che ti venivano a raccontare i fatti loro. Cosa che ti faceva molto comodo, no?

«La smetta perdio! Altrimenti io…»

«Adesso bestemmi pure Gebhard caro, o devo chiamarti col nome che ti dette tuo padre? Devo ammettere che così mi piaci di più… Bestemmiare non dovrebbe rientrare nel tuo ruolo… ah, sì, dimenticavo, l’hai già fatto mentre tornavi dalla tua visita al moribondo. Che seccatura quella, vero? E che farsa! Come ti stavi divertendo a recitare le tue prefiche a uso e consumo di quella donnetta idiota. Vedo comunque che tu sei ancora più incredulo di un certo Tommaso che ho conosciuto un tempo. E va bene, non ti chiederò di mettere il dito nelle mie piaghe perché non ne ho, e neanche di metterlo dove… ti piacerebbe vero?» – La donna sghignazzò di gusto. Poi riprese con espressione pietosa – «Uhm, vediamo… non avevi il naso rotto e una dolorosa sciatica fino a un momento fa? Ce l’hai ancora? Ti fanno ancora male?»

Istintivamente, stordito e senza pensare il prete si toccò il naso. Niente sangue e nessun dolore… e la sofferenza alla gamba? Sparita anche quella. Insensibile al vento gelido che continuava a soffiare sentì le ginocchia farsi molli e, mentre un angoscioso terrore lo pervadeva, scivolò a sedere per terra.

Il seguito… lo troverete nel libro, acquistabile qui da Amazon in ebook o in brossura a €.6,50.

https://www.amazon.it/Intruso-racconti-alcuni-tratti-Mistero-ebook/dp/B071RLHSBC/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1496130938&sr=1-1&keywords=sergio+bertoni

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L’Intruso.

16 Maggio 2017 6 commenti

Un piccolo “assaggio” da L’Intruso:

«Buongiorno, professò. Sempre intento a leggere i vostri libri, eh? Eravate così distratto che se non stavo attento vi venivo addosso! Che cosa stavate leggendo di bello?»

«Ah, salve Gennarì, stavo leggendo questa interessantissima storia su di una nobile famiglia napoletana: i Sanseverino. Oggi ci sono un’infinità di cose che per noi sono talmente ovvie che non ci meravigliamo più. Pensa quanto sia facile e normale trovare una stoffa sottilissima e impermeabile con cui realizzare un mantello.»

«Ma certo, professò, con la plastica si fa tutto. E che ci vuole a fare una pellecchia… cioè un impermeabile di plastica? Tra l’altro non costa quasi nulla, anche mio figlio ne ha uno in una busta che si porta sempre appresso quando va in moto!»

«È vero Gennarì, ma la plastica è un’invenzione abbastanza recente. Ti rendi conto che oggi siamo in grado di produrre dei colori, da utilizzare per gli affreschi, che possono mantenere per secoli il loro splendore?»

«Normale, professò.»

«No, non lo è. Ci sembra normale, perché la scienza ha fatto enormi progressi. Ma molte cose non sarebbero normali neanche oggi. Secondo te, saremmo capaci, anche ai tempi nostri, di creare una lanterna in grado di bruciare e far luce per un tempo lunghissimo senza lasciare residui?»

«Beh, non saprei. Credo di no.»

«Credi di no, eh? E se questa lanterna la volessimo fare con un teschio ridotto in polvere e mischiato con altri elementi?»

«Uh, mamma mia, professò. Che schifezza e che brutta cosa. Certo che no! Ma che mi raccontate?»

«E questo è ancora niente. Non dimenticare che abbiamo oggi mezzi di trasporto anfibi, in grado quindi di viaggiare sia sulla terra sia sull’acqua, come anche sistemi per dissalare e rendere potabile l’acqua di mare, ma secondo te, chi, anche oggi, sarebbe in grado di metallizzare vene, arterie e organi interni di un cadavere o trasformare un cardinale in una… sedia?»

«In una sedia? Un cardinale? Professò, ma che mi dite? Siete sicuro di sentirvi bene?»

«Sto benissimo, Gennarì, non fare lo scostumato, e… che diresti se tutte queste cose, insieme con moltissime altre, fossero state tutte progettate e realizzate nel 1700 da un solo uomo?»

«Direi che mi state davvero facendo preoccupare, professò. Io vi porto rispetto, vi voglio bene assai e vi stimo, però…»

«Facciamo così, amico mio, voglio farti vedere di persona una cosa, tanto siamo vicini. Vieni con me così ci rechiamo in uno dei  molteplici cuori antichi di Napoli: Piazza S. Domenico Maggiore.»

«Va bene, professore. Andiamo pure, tanto è qui dietro…»

Fatti pochi passi, dalla piazza entrano in una stradina: via Francesco de Sanctis, dove si trova la Cappella della “Pietatella“, oggi nota come Cappella Sansevero.

La Cappella oltre ad essere un capolavoro del barocco napoletano è anche un prezioso ed enigmatico scrigno di arte ermetica, misteri, allegorie e simbolismi rosacrociani che farebbero la gioia di uno scrittore come Dan Brown, autore del discusso romanzo “Il Codice da Vinci”.

Il professore prende sottobraccio Gennarino, paga i biglietti d’ingresso ed entrano nella Cappella. L’aspetto è di una piccola chiesa straordinariamente ricca di statue, di affreschi e di sepolcri, ma, forse per le luci basse, forse per l’atmosfera che si respira, Gennarino è preso da una strana inquietudine. Solo ora gli viene in mente la voce che circola tra i più anziani abitanti della zona: strane luci e strane presenze notturne, un organo che talvolta suona nella chiesa chiusa e vuota mentre intorno si diffonde un lieve profumo d’incenso. È un po’ preoccupato e cerca di restare sempre molto vicino al professore.

«È una specie di chiesetta, vero, professò? Tu guarda che strano, ne avevo anche sentito parlare ma non c’ero mai venuto. È piccolina però.»

«Sì, in effetti è solo una Cappella, e ora te ne racconto la storia. La sua costruzione iniziò nel 1613 per opera di Alessandro, Principe di Sansevero e Patriarca di Alessandria; interrotta nel 1642, fu ripresa e completata nel 1744 da Raimondo di Sangro, VII Principe di Sansevero. Questi è il personaggio misterioso che ci interessa: e sai chi era? Si dice un mago, uno stregone, un diabolico alchimista, un novello Leonardo da Vinci, un filosofo, uno scienziato in anticipo sui tempi, il misconosciuto maestro del ben più noto Cagliostro? Non se ne parla molto, ma la sua storia è davvero interessantissima.»

«Un mago, professò? Ma quando mai?! Esistono davvero i maghi? A me, me pare ‘na strunzata.»

«Forse sì… e forse no. Lui era un diretto discendente di Carlo Magno, Grande di Spagna, Principe di Castelfranco, di Fondi, Duca di Torremaggiore e di Martina. Si chiamava Raimondo, nacque il 30 gennaio del 1710. Era il terzo figlio di Don Antonio di Sangro e Cecilia Caietani d’Aragona. Ancora piccolissimo aveva dovuto sopportare la malattia e la morte della madre e dei due fratelli. Il padre, dopo varie vicissitudini: era un gran donnaiolo, un uomo alla costante ricerca di facili avventure, e pare abbia anche assassinato alcuni avversari, si pentì e si ritirò a fare penitenza in un convento.»

«Quindi, ‘sto Raimondo era rimasto quasi orfano, come faceva a vivere? Chi lo aiutava?»

«Restava ancora il nonno, che mandò il ragazzo a studiare a Roma presso un collegio di altissimo livello dei Padri Gesuiti. A vent’anni il giovane tornò a Napoli. Aveva una cultura, un ingegno e una fantasia molto superiore a quella di tutti gli altri nobili della sua città.»

«Eh, professò, quando uno studia impara un sacco di cose, così come avete fatto voi. Quindi è normale, no?»

«Tanto normale non direi. Era appassionato di alchimia e di meccanica, fabbricò e regalò al Re Carlo III di Borbone dei sottili mantelli impermeabili da utilizzare nelle battute di caccia. Inventò anche un cannone, fatto con una speciale lega da lui creata, molto più leggero degli usuali cannoni di bronzo, e un fucile a retrocarica oltre ad una carrozza anfibia e a tutte le altre cose dette all’inizio. Entrato a far parte della confraternita massonica dei Rosacroce ne divenne Gran Maestro ed entrato in possesso degli antichi riti alchemici risalenti ai sacerdoti egizi, trasformò in un laboratorio e in una tipografia la cantina del suo palazzo. Durante la notte, da una finestrella uscivano rumori, odori tremendi e volute di fumo colorate che atterrivano i passanti.»

«Professò, non mi fate impressionare. Già ci sta quel tizio avvolto in una rete che mi guarda storto…»

«Tranquillo, Gennarì, è solo una statua. T’interessa sentire la storia di questa Cappella, o no?»

«Sì, sì. Professò. Dite pure. Basta che mi state vicino.»

«Desideroso di passare alla storia, Raimondo spese somme enormi per terminare la costruzione della Cappella di san Severo, coordinando l’opera di pittori e scultori con attenzione quasi maniacale, e utilizzando fino in fondo le sue conoscenze alchemiche.»

«Bella questa statua! Chi è, professò, è Gesù?»

«Sì Gennarì. È il Cristo velato, scolpito dal Sammartino. Un Gesù morto, il cui viso, scavato dalla sofferenza, e tutto il resto del corpo, piagato dalle ferite, s’intravede con assoluta perfezione sotto il sudario: un velo sottilissimo di marmo che ricopre tutto il Cristo. Vedi? più avanti c’è “la Pudicizia”, una donna nuda, bellissima e sensuale che si appoggia a una lapide spezzata. Anch’essa, opera di Antonio Corradini, è interamente ricoperta da un velo di marmo e rappresenta la madre del Principe, morta a soli ventidue anni.»

Il seguito… lo troverete nel libro, acquistabile qui da Amazon in ebook o in brossura a €.6,50.

https://www.amazon.it/Intruso-racconti-alcuni-tratti-Mistero-ebook/dp/B071RLHSBC/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1496130938&sr=1-1&keywords=sergio+bertoni

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Lo scudiero.

30 Aprile 2017 2 commenti

Benché Marialuce, la piccola siciliana, risiedesse nel Veneto già da alcuni anni, continuava non solo a non parlare neppure una parola di quel dialetto, ma continuava anche ad essere totalmente incapace di comprenderlo. Accadde che un giorno, mentre continuava ad essere ricoverata, dopo aver partorito, in una clinica di Este, una infermiera che dopo averle portato il pranzo era tornata a ritirare il vassoio con le stoviglie, rientrasse nuovamente nella stanza, con atteggiamento perplesso, e si mettesse a cercare in giro guardando persino sotto il letto.

Marialuce dopo averla osservata con un certo nervosismo, non riuscendo a comprendere che cosa la donna andasse cercando, si decise a chiederle:

«si può sapere che cosa accidente sta cercando?»

«Mi? Cerco lo scujero!»

«Lo scudiero? Uno scudiero nella mia stanza? E lo va cercando sotto il mio letto? Ma come si permette! Vada fuori di qui, brutta ignorante impertinente, prima che le tiri una scarpa!»

L’infermiera si precipitò alla porta, tentando di evitare la scarpa che Marialuce aveva già afferrato vicino al letto. In quel momento la porta si aprì ed entrò il marito della puerpera.

«La vostra sposa la xe mata, sior! Mi non trovo lo scujero e la siora la me vol petenàr…» Gridò l’infermiera, e fuggì via scuotendo la testa.

«Antonello, meno male che sei arrivato! Quella donnaccia scostumata insinuava che ci fosse un uomo, uno scudiero, nascosto nella mia stanza!» Disse Marialuce, con voce alterata.

Antonello scoppiò in una grande risata e cadde a sedere su una sedia, tenendosi la pancia dal gran ridere, incapace di smettere, osservando il volto offeso, sdegnato, e incredulo della moglie.

«Lo sai che cosa ha detto quell’infermiera che hai fatto spaventare? Ha detto che sei matta e che la vuoi bastonare…»

«Ma certo! Non hai sentito che cosa ha insinuato?»

«Sì, l’ho sentito benissimo. Ha detto che cercava uno scujero! E lo scujero non è uno scudiero, è un cucchiaio, sciocchina che non sei altro.»

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Nell’era di Tolomeo

12 Aprile 2017 4 commenti

Da una rivista on line:http://www.leggereonline.com/recensioni/591-cleoth-e-arkh-un-amore-al-tempo-dei-tolomei.html

Sei qui: Recensioni  Cleoth e Arkh: un amore al tempo dei Tolomei

Cleoth e Arkh: un amore al tempo dei Tolomei

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Categoria principale: Rivista
Categoria: Recensioni
Pubblicato Domenica, 12 Aprile 2015 09:57

Un romanzo che davvero si vorrebbe continuare a leggere, che troppo presto arriva a termine.

Finite le ultime pagine rimane solo una domanda: a quando il seguito?

 L’ennesimo romanzo ambientato in Egitto? L’autore ha voluto vincere facile?

No.

Per prima cosa c’è da dire che proprio l’Egitto è protagonista della narrazione, ma non da solo. Con lui c’è uno dei personaggi più misteriosi che la storia ci abbia tramandato: Archimede di Siracusa. È lui che si cela sotto quell’Arkh e che, per Bertoni, fu compagno nell’Egitto del II secolo a.C. della sacerdotessa di Iside, Cleoth.

Il racconto ci conduce in un tempo nel quale si consumano gli ultimi sprazzi di quella civiltà millenaria che tutti abbiamo ammirato e imparato ad amare, durante il regno dei Tolomei, ad appena un soffio dalla definitiva conquista da parte diBertoni-Sergio
Roma. È particolare, quindi, l’accurata descrizione di usanze e tradizioni. Sergio Bertoni, che deve a lungo aver studiato quel tempo, ha la capacità di strapparci al nostro presente tecnologico per portarci là, dove tra palmeti e templi si riesce persino a considerare superfluo l’uso del cellulare.

È un processo lento quello di andare controcorrente, di lasciare la modernità per avventurarsi nelle pieghe del tempo fino a quei giorni nei quali Archimede camminava su questo stesso pianeta. Archimede, uno dei personaggi che ho più amato, forse anche a ragione del mistero che ha sempre circondato quella sua figura di ricercatore, di scienziato creativo. Lo Storico Diodoro Siculo fa cenno a una permanenza di Archimede in Egitto e questo è bastato al nostro autore per sbrigliare la sua fantasia, e bene lo ha fatto mettendo accanto a lui la figura di Cleoth, disegnata con abilità sulle immagini che da sempre l’Egitto ci ha tramandato delle sue sacerdotesse dedite a quei culti misterici e mitici che da secoli continuano ad affascinarci. Sullo sfondo la meravigliosa biblioteca di Alessandria, con i suoi volumi che poi andarono irrimediabilmente perduti. Ma tanti sono i luoghi descritti con maestria, dall’immenso faro che svettava dal porto – una delle Sette meraviglie, alla città perduta del faraone eretico Akenaton, scenari perfettamente tratteggiati perché tra di essi, poi, potesse vivere la storia immaginaria dei nostri protagonisti, Cleoth e Arkh, il loro coinvolgente amore.

Cleoth e Arkh: Magia, amore, mistero, avventure, storia e guerre nell'antico Egitto dell'era di Tolomeo. di [Bertoni, Sergio]
Qualcuno, peccando di superficialità, potrebbe definire questo romanzo un Fantasy. Ma né i passaggi segreti, che misteriosi sacerdoti percorrono, né le comparse di demoni o ombre di spiriti malvagi hanno una neppure vaga somiglianza con gli archetipi di quel genere narrativo. Sergio Bertoni li ha prelevati dai miti dell’antico Egitto, dalla sua religione, per portarli a noi così come l’immaginario dei popoli in quel tempo li aveva vissuti.

È allora un romanzo storico?  Neppure, anche se dalla storia attinge con cura e amore. La storia, quella vera, di Archimede è probabilmente molto meno affascinante e il suo destino, meno felice di quello cui va incontro Arkh con l’amore della sua vita, Cleoth, ma ogni passo del racconto ha una verisimiglianza che lo rende prezioso.

… perché, in fondo, se non avessimo l’immaginazione e l’amore che sarebbe della nostra misera vita?
F.P.M.

 

Cleoth e Arkh:
Magia, amore, mistero, avventure, storia e guerre nell’antico Egitto dell’era di Tolomeo. 

di Sergio Bertoni

Lo potete acquistare qui ? su Amazon
Qui trovate ? il Blog di Sergio

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L’Anatema di Tihuta: Un serial killer in Transilvania

1 Aprile 2017 4 commenti

Una maledizione, scagliata nel 1463 contro il Principe Vlad III° Drakul, trova la sua realizzazione nel ventesimo secolo. Nel 1970, a Tihuta, un piccolo, sperduto borgo della Transilvania, alcune persone spariscono misteriosamente senza lasciare traccia. Un esperto funzionario di polizia indaga, e cerca in remoti tragici avvenimenti, vecchi di centinaia di anni, la chiave di lettura di atroci delitti contemporanei. Caverne misteriose, antiche leggende, passaggi segreti e l’ombra tenebrosa dei Carpazi fanno da sfondo all’intera vicenda.
(acquistabile su Amazon libri) €. 6,50  - Thriller  62 pagine.

estratto:

Lo Shaykh[1] Hascim Ibn Jaber sospirò e si avvolse più strettamente nel suo aslham[2], utilizzando il cappuccio non tanto per difendersi dal gelo quanto per premerlo sul naso e sulla bocca per mitigare il tremendo fetore dell’aria.

Al suo fianco, pallido in volto, cavalcava suo figlio, il giovane Mahmoud, che reggeva alto lo stendardo con le insegne che li qualificava come messaggeri del Sultano.

Li precedevano, ansiosi e circospetti, tre circassi, di cui uno ferito al volto, mentre un turco e un mongolo formavano la retroguardia. Erano gli unici ancora in vita della piccola spedizione. L’iniziale scorta di dodici guerrieri a cavallo aveva già perso, durante quelle ultime ore di faticosa salita verso Tihuta, ben sette uomini.

Nelle ultime miglia erano stati già attaccati tre volte. Orde spettrali di straccioni bene armati erano sbucate, di colpo, dalla nebbia mefitica che avvolgeva le foreste circostanti e, con urla bestiali, avevano assaliti con inaudita ferocia gli armigeri al seguito dei due nobili messaggeri  inviati dal Sultano.

Le scimitarre dei mamelucchi volteggiando mortali per l’aria, e i sibilanti archi da guerra dei circassi, più e più volte avevano fatto inutile strage di quella marmaglia che in ogni occasione, così come era all’improvviso comparsa, con altrettanta rapidità era svanita nel nulla per riemergerne qualche ora dopo, ancor più numerosa e come vomitata dalle profondità dell’inferno.

«Padre, giungeremo mai vivi a Tihuta?» mormorò il giovane, sempre più nauseato e stanco, mentre si guardava intorno con orrore, circondato da una infinita schiera di cadaveri di guerrieri ottomani in disfacimento, che, infilzati su lunghi pali, costellavano entrambi i lati di quel sentiero.

«Siamo quasi arrivati, figlio mio. Questi vili assalti sono solo rivelatori del disprezzo che Kaziglu Bey vuole dimostrare nei nostri confronti. Vedi, tu ed io non siamo mai stati aggrediti di persona, solo la nostra scorta ne sta subendo l’infame aggressione. E Kaziglu Bey, qualora volessimo deplorare,  cosa che per prudenza non faremo, la mancanza di onore sua e della sua gente, che dovrebbe invece portare rispetto nei confronti di messaggeri, potrebbe giustificare  gli attacchi da noi subiti e affermare essere opera di banditi di strada; feccia senza divisa e senza insegne, o addirittura assalti di sbandati e disertori appartenenti alle nostre stesse truppe. Sarebbe anche capace, fingendosi offeso e sdegnato, di cogliere questo pretesto per farci torturare e uccidere.»

I cavalli, affaticati, arrancavano affrontando il ripido passo montano in quel freddo inverno del 1463. La nebbia, a tratti, nascondeva pietosamente, come in un sudario, l’infinita distesa di pali che fiancheggiavano la strada, sui quali marcivano e si corrompevano i corpi di oltre dodicimila guerrieri. Erano, per loro sfortuna, i combattenti sopravvissuti alla disfatta loro inflitta nella gola di Plenari dalle truppe di Vlad III° Drakul, il Voivoda di Valacchia, molto ben noto a Costantinopoli come Kaziglu Bey, il Principe impalatore.

In lontananza, quasi funereo presagio di morte, incombeva minacciosa l’ombra nera dei Carpazi mentre, a tratti, folate di vento gelido sferzavano i volti dei viandanti senza mitigare, anzi talvolta accentuando, il lezzo acre della morte.

La fortezza di Tihuta era in apparenza piccola ma robusta. Una possente muraglia di pietra viva, intervallata da quattro torrioni quadrati, racchiudeva un vasto spiazzo centrale ove si ergeva un fabbricato rettangolare, merlato, alto una quindicina di metri. L’evidente semplicità della costruzione ingannava il visitatore, giacché la vera estensione della fortezza si trovava nel sottosuolo, ove si celavano le segrete, oltre a sconosciuti passaggi che si addentravano in oscure caverne e tortuosi corridoi.


[1] Sceicco.

[2] Mantello con cappuccio.

 

 

 

 

 

Chi vuole viaggiare nel tempo?

19 Marzo 2017 12 commenti

Percorso:ANSA > Scienza&Tecnica > Fisica & Matematica > Onde gravitazionali, concepibili i viaggi nel tempo

Onde gravitazionali, concepibili i viaggi nel tempo

Attraverso i buchi neri, come quello al centro della Via Lattea

13 febbraio, 08:54

  • Rappresentazione artistica di un wormhole (fonte: Alain r)Rappresentazione artistica di un wormhole (fonte: Alain r)

 Viaggiare nello spazio e nel tempo, tuffandosi nei buchi neri e sfrecciando all’interno di un cunicolo spaziotemporale, un wormhole come quelli immaginati nel film Interstellar: sembra fantascienza, ma molto probabilmente tutto questo “diventa concepibile” dopo la scoperta delle onde gravitazionali. “Si apre un mondo per la ricerca. Anzi, si potrebbero aprire più mondi”, ha detto Salvatore Capozziello, dell’università Federico II di Napoli, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e presidente delle Società Italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione (Sigrav).

“Le onde gravitazionali che adesso siamo in grado di intercettare sono direttamente connesse con la struttura degli oggetti che le emettono, vale a dire – ha spiegato l’esperto – posso desumere da un’onda gravitazionale le caratteristiche dell’oggetto che la emette”. Diventa possibile costruire una nuova mappa del cielo: finora avevamo solo quella basata sulla luce visibile, o sui raggi X, o sull’infrarosso, e adesso si può costruire la mappa basata sulle onde gravitazionali.

“E’ appena l’inizio di una lunga storia”, ha rilevato Capozziello, perchè una mappa del genere potrebbe essere fatta di una miriade di oggetti che finora sono stati invisibili. Non solo: finora i buchi neri erano solo oggetti teorici previsti dalla teoria della relatività generale; adesso sono oggetti reali. Ne sono state appena visti due, distanti 1,3 miliardi di chilometri, fondersi in un nuovo buco nero. E’ stato ascoltato il loro suono, ne sono state calcolate dimensioni e distanza. Che cosa significa tutto questo, a che cosa potrebbe servire? Sicuramente sono conoscenze senza precedenti e rivoluzionare, ma potrebbe esserci altro”.

“Sappiamo – ha detto l’esperto – che i buchi neri sono così densi che non emettono luce e che qualsiasi cosa cada al loro interno non può più uscire”. A questo punto bisogna fare i conti con il principio di conservazione dell’energia, per il quale “tutte le grandezze nel buco nero vengono preservate. Vale a dire che tutto ciò che viene ingoiato dal buco nero finisce da un’altra parte a formare un buco bianco”.

All’interno del buco nero si forma un cunicolo spaziotemporale, un wormhole. Anche questi oggetti fantascientifici sono previsti dalle equazioni di Einstein, proprio come le onde gravitazionali. Queste ultime aiuteranno a trovarli, per esempio confermando o meno se il buco nero Sagittarius A che si trova al centro della Via Lattea è in realtà un wormhole, come alcuni calcoli indicano.

Viaggiare al loro interno, ha spiegato, potrebbe deformare l’ordine in cui siamo abituati a vivere passato, presente e futuro. “Tutto questo – ha aggiunto – è pura fisica teorica, ma se un domani si riuscisse a vedere un wormhole, significherebbe aver trovato il modo di viaggiare non solo nello spazio, ma nel tempo”.

http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubriche/fisica/2016/02/13/onde-gravitazionali-concepibili-viaggi-nel-tempo-_8c827b19-c987-4e31-b480-e042a6afb14c.html

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Il giorno della memoria.

27 Gennaio 2017 7 commenti

Padova 1946. Dopo lo sfollamento siamo tornati nel nostro palazzo di piazza Spalato. Ora la piazza ha cambiato nome, si chiama piazza Insurrezione. Il nostro appartamento non è più disponibile, è stato abitato da un’altra persona: un certo Clocchiatti, un comunista che asserisce di poter occupare il nostro alloggio in base alle sue benemerenze politiche e all’autorizzazione di non so quale Comitato di Liberazione.

Mia madre, la piccola palermitana da sempre combattiva, sale le scale, picchia alla porta e l’affronta.

«Che cosa ci fa in casa mia? se ne vada subito!»

«Sono stato regolarmente autorizzato dal Comitato, cara signora. Io mi sono fatto quasi vent’anni di carcere. Lo sa?!» sbraita l’individuo che ha aperto la porta.

«Ed io neanche un giorno!» ribatte sprezzante mia madre. Gira i tacchi e se ne va, lasciando l’uomo a bocca aperta sull’uscio, frastornato e irritato.

Troviamo rifugio, provvisoriamente, in un altro appartamento al secondo piano dello stabile. Sulla targhetta, a fianco del campanello, c’è ancora il nome della famiglia che un tempo lo abitava: ing. Cxxxxx Rxxxxx. Incontrando Riggio, il vecchio portiere, ancora seduto nell’atrio dietro la sua scrivania, lo interrogo.

«Riggio, la famiglia Cxxxx Rxxxxx ha traslocato? Hanno cambiato casa?» Mi osserva, perplesso, e non risponde. Noto che è molto invecchiato durante quegli ultimi tre anni che siamo stati via. Ha delle pesanti borse sotto gli occhi, rughe più profonde sul viso e i capelli, un tempo appena grigi, sono ora tutti bianchi. Dal suo sguardo vuoto mi sembra di capire che forse non mi ha riconosciuto o non mi ha sentito. Insisto: «Riggio, e allora?»

«No, ragazzo mio, non hanno cambiato casa, sono venuti i tedeschi e… li hanno portati via.» borbotta, sputando le parole tra i denti quasi a fatica.

«Portati via? dove? e perché?» mormoro, ricordando, con un colpo al cuore, quella dolce allegra bimba, mia coetanea, che un tempo mi faceva gioire e arrossire quando rispondeva al mio saluto con un sorriso.

«Erano ebrei. I militari tedeschi li hanno caricati su un camion e sono partiti. Non sono tornati più, nessuno di loro. L’ingegnere, la moglie, il ragazzo grande, la figlia… Nessuno più.»

Impallidisco, capisco e le gambe mi tremano. Solo il giorno prima, passeggiando sotto i portici della strada che conduce al Prato della Valle mi ero imbattuto in una mostra all’aperto che esponeva oggetti e fotografie provenienti dai campi di concentramento nazisti: fotografie di montagne di cadaveri ammucchiati in fosse comuni, oggetti personali delle vittime, abiti maschili e vestiti da donna, scatoloni pieni di capelli, altri ripieni di denti ai quali erano state sottratte le capsule d’oro, un libro malconcio rilegato con una copertina giallastra che sembrava recare dei tatuaggi. Sul cartello che lo indicava c’era scritto: fatto con la pelle umana di una delle vittime.

Piango.

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