Alessandria (33)

27 Gennaio 2012 4 commenti

Verso Siracusa. (parte seconda)

Molti anni erano trascorsi da quell’avventurosa impresa nella tomba di Ramesse, la grande biblioteca ormai accoglieva Archimede non più come allievo bensì come maestro. Innumerevoli erano le opere scientifiche da lui scritte e riempivano numerosi scaffali. Il genio del siracusano spaziava quasi in ogni campo, dalla matematica all’astronomia, dalla fisica all’ingegneria civile e militare; la sua amicizia e la collaborazione in particolare con Conone, Ctesibio e Filone erano divenute leggendarie così come le opere da loro realizzate.
L’amore e la complicità che univano Cleoth con Archimede si erano ulteriormente accresciuti e la sfrenata passionalità che all’inizio li aveva uniti, si era trasformata in un affetto profondo e inestinguibile, e in una complicità simbiotica che qualche piccola ruga in più e qualche capello ingrigito riuscivano solo ad accentuare. Non passava giorno in cui Archimede non si recasse a incontrare la sua amata, ad eccezione di quelle volte in cui era talmente distratto dai suoi progetti al punto di dimenticarsi persino di mangiare e di dormire.

Fidia, sia pure con qualche timore e con qualche perplessità iniziale, aveva ormai da parecchio tempo pienamente accettato la relazione del figlio con la sacerdotessa. In diverse occasioni aveva avuto la possibilità di conoscerla più profondamente e aveva dovuto riconoscere di essere rimasto a sua volta incantato dalla bellezza e dall’intelligenza della donna; tuttavia ormai troppi anni erano trascorsi dal suo arrivo ad Alessandria, la nostalgia per la sua patria lontana si accresceva di giorno in giorno e inoltre cominciava a sentire sempre più greve il fardello degli anni. Iniziò con l’accennare al figlio il desiderio di tornare a Siracusa e, ben consapevole dello stretto legame che questi aveva con Cleoth, gli disse che sarebbe ritornato da solo non appena qualche nave siracusana si fosse recata ad Alessandria e avesse intrapreso il viaggio di ritorno. Archimede rimase perplesso, vedeva il padre farsi sempre più anziano e malandato e non se la sentiva di lasciargli fare un viaggio, che poteva presentare dei pericoli, senza accompagnarlo. Ne parlò con Cleoth per avere un suo consiglio. La sacerdotessa, con un triste sorriso, lo guardò fisso negli occhi, gli prese entrambe le mani e disse:

- Amore mio, io so già che tu tra non molto partirai e resterai via a lungo. È una decisione che non sarai tu a prendere ma che sarai costretto a fare perché sarà il Re a chiedertelo…
- Il Re? Il Re vuole che io me ne vada? Ma…
- No, sii sereno, il Re Tolomeo ti apprezza e ti stima moltissimo e, se potesse, ti farebbe restare qui per sempre, come del resto vorrei io, ma deve affidarti un incarico per evitare gravi problemi che potrebbero, il prossimo anno, affliggere il nostro popolo. Comunque il tuo viaggio sarà privo di pericoli e senza problemi, e la tua presenza, ancora una volta, sarà indispensabile.
- Dovrei quindi lasciarti per molto tempo? E come farò senza di te? Non potresti venire anche tu? E poi… quale incarico? Quali sono questi problemi? Ti conosco ormai, tu già sai molte cose!
- Nulla che tu non possa agevolmente fare, anzi ne ricaverai maggiori soddisfazioni e accresciuta gloria. Non chiedermi di più, sai bene che il futuro può sempre prendere strade diverse. Quanto a me, sarei ben lieta di venire con te e visitare la tua terra, tu però dovrai restare a Siracusa molto a lungo e quindi, purtroppo, non posso venire anch’io; La Dea è molto generosa ma non mi è concesso tralasciare i miei doveri, e abbandonare il tempio, se non per brevi periodi e per gravi esigenze.

Archimede scosse il capo, confuso, era combattuto tra l’amore filiale e quello per la sua donna, avrebbe anche dovuto abbandonare i suoi amici e i suoi allievi, tuttavia sapeva che sarebbe stato inutile opporsi al proprio destino come sarebbe stato vano cercare di avere altri chiarimenti da Cleoth, della cui saggezza e preveggenza ormai non aveva più alcun dubbio.
Trascorsero alcuni mesi e, come la sacerdotessa aveva previsto, il siracusano fu convocato alla presenza del Re Tolomeo che, insieme con la sorella e sposa Arsinoe, lo accolse con grande onore e cordialità. L’Egitto, gli confidò, stava attraversando un periodo di grave siccità e i raccolti iniziavano a scarseggiare. Secondo tutte le previsioni, sia degli esperti sia degli indovini, il prossimo anno sarebbe stato anche peggiore, ma non quanto i due anni successivi che sarebbero stati di una carestia tale da provocare una vera e propria catastrofe tra la popolazione.

- Il tuo paese, – continuò il Re, – mi riferiscono che abbia un’enorme sovrabbondanza di grano e di altri generi alimentari che non sa come smaltire, vorrei quindi, mio nobile amico, che tu ti recassi come mio ambasciatore presso il tuo Re Gerone, con il quale siamo in ottimi rapporti, perché venga in nostro aiuto. So che il Re ha di te la massima stima per il tuo genio e le tue capacità, ormai note ovunque. Se accetti il mio incarico, metterò a tua disposizione, per il viaggio, la più potente delle mie triremi con altre due navi da guerra di scorta affinché nessuno possa crearti il minimo fastidio durante la traversata. Ovviamente ci impegniamo a pagare il prezzo che il tuo Re chiederà.
- Mio signore, – rispose Archimede, – ti ringrazio per la considerazione che dimostri verso le mie modeste capacità, e per la fiducia di cui mi onori. Sarà mio dovere fare ogni sforzo per esaudire i tuoi desideri e per aiutare il tuo popolo che con tanta benevolenza mi ha sempre accolto.

Pochi giorni più tardi, dopo aver strettamente abbracciato e baciato la sua Cleoth, che non seppe trattenere qualche luccicone negli occhi, e salutato il bibliotecario e i suoi amici, Archimede e Fidia lasciarono la loro casa e s’imbarcarono sulla possente nave messa a loro disposizione dal Re Tolomeo. Fu necessaria l’opera di otto servitori per portare a bordo, oltre ad alcune necessarie masserizie, l’enorme quantità di libri scientifici che racchiudevano anni e anni di ricerche, di applicazioni pratiche e di teorie matematiche e fisiche ideate dai due siracusani.

Mentre la piccola flotta lasciava il porto di Alessandria, Archimede, si recò a poppa della nave e contemplò a lungo la città che stava abbandonando con uno sguardo accigliato e con il cuore dolorante. Da poche ore aveva salutato la sua donna e già ne sentiva terribilmente la mancanza; il pensiero di doverle restare lontano per mesi, o forse per anni, lo tormentava, e non vedeva l’ora di raggiungere Siracusa per tuffarsi nei suoi compiti, e nel lavoro che sicuramente lo attendeva, per abbreviare quanto più fosse possibile la sua permanenza.

Fidia, per contro, era colmo di gioia. La sua città natale gli era mancata moltissimo e così le sue amicizie e le sue parentele; sapeva, inoltre, che le proprie forze si stavano inesorabilmente deteriorando e desiderava ardentemente che la propria morte avvenisse tra la sua gente, nei luoghi che lo avevano visto nascere. Salì sul ponte ma comprese la tristezza del figlio e preferì rispettare la sua solitudine; restò a guardarlo da lontano, in silenzio, e solo molto tempo dopo, quando anche la luce del faro scomparve all’orizzonte, Archimede si riscosse dai suoi pensieri, si girò, scorse la sagoma canuta del padre che lo osservava da lontano e, impulsivamente, gli andò incontro e lo abbracciò, per non rattristare, con la sua malinconia, la letizia del genitore.

(continua )

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Nonsense

26 Gennaio 2012 6 commenti

disse il ragazzino: – a me la patata non piace. – Poi  crebbe e cambiò idea.
La vispa Teresa lasciò fuggire la farfalla, ma ad Armando, il pittore, piaceva la farfalla di Teresa. – Che bel guaio! – disse Teresa.
Chi dorme non piglia pesci, ma allora gli insonni sono gay?
La farina del diavolo va tutta in crusca. Peppe andò dal diavolo e la comprò. Era stitico
Chi va piano va sano e va lontano, ma se ha il raffreddore, va vicino.
Moglie e buoi dei paesi tuoi, – disse Antonio che aveva sposato una vacca. – Ah, ecco perché sei un bue, -rispose la moglie, che era di un altro paese.
- Sei proprio una testa di legno, – disse Geppetto a Pinocchio.
-Sei acida,-  disse all’uva la volpe che non riusciva a prenderla. – E tu sei scema, – rispose il contadino, – da quando le volpi mangiano l’uva?-
-Al naso non si fa caso. – dice il proverbio. – E allora perché Rossana non vuole darmela? – gridò  Cyrano, incavolato nero.
- Al villano se gli dai un dito si prende tutta la mano. – dice il proverbio. – Non è vero! – strillò Genoveffa la racchia che da anni ci provava coi contadini.
- Amor senza baruffa fa la muffa.- Ah, ecco perché mi si è ammuffita! – mormorò Susanna – Tu dormi sempre e non litighiamo mai! –
Can che abbaia non morde. – Aiuto, non è veroooo – gridò Pasquale con un cane appeso al fondoschiena.
Due più due fa quattro. – come mai invece siamo sei? – chiesero le mogli, rimaste incinte, dei due “scambisti”.

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Alessandria (32)

20 Gennaio 2012 13 commenti

Il ritorno
La grande imbarcazione mercantile discendeva veloce il corso del fiume. In certi tratti la larghezza del Nilo era tale che a stento si distinguevano le rive opposte. Il caldo era asfissiante e solo un vento leggero riusciva a renderlo sopportabile. Il proprietario del naviglio era soddisfatto: aveva portato un grosso carico di mercanzie da Gisa a Tebe e realizzato buoni profitti, aveva però trovato poche merci da riportare nel viaggio di ritorno e quindi non aveva avuto alcun problema a imbarcare numerosi passeggeri, dai quali, peraltro, era stato pagato molto bene.
Nel sottoponte, al riparo dal sole, Ak-Ahmed stava vigorosamente massaggiando i muscoli di Archimede per evitare che s’irrigidissero. Gradatamente, il siracusano si risvegliò dallo stato quasi catalettico in cui era caduto, aprì lentamente gli occhi e si guardò intorno stupito, incapace di comprendere dove si trovasse. Di colpo gli tornò la memoria degli ultimi avvenimenti; balzò a sedere frastornato, cercando di individuare la figura del suo odiato nemico e annaspando sul ponte con la mano alla vana ricerca della sua spada. Incontrò solo lo sguardo sorridente del nubiano e diversi uomini sconosciuti, seduti qui e là, intenti a consumare un frugale pasto.
- Ak-Ahmed, sei tu? Dove siamo? Come mi trovo qui? – mormorò con voce strozzata – Che cosa è successo?
- Non preoccuparti maestro Archimede, è tutto a posto. Finalmente ti sei ripreso da quel sonno profondo in cui sei stato per tre giorni. Ora sei in salvo ma cominciavo a preoccuparmi per la tua vita vedendoti sempre rigido e immobile.
- La mia vita? Ti preoccupavi? Avresti dovuto pugnalarmi e togliermela questa vita! Per me vivere non ha alcun senso ora che la mia amata non c’è più!
- Davvero, maestro Archimede? Forse la persona che ti ha sempre vegliato fino a pochi minuti fa, e che ora sta parlando con il sacerdote Fen vicino alla prua della nave, non sarebbe dello stesso parere…
Traballando sulle gambe, ancora malferme e indolenzite, il siracusano si alzò in piedi e uscì dal sottoponte. Ai suoi occhi increduli e al suo cuore estasiato apparve, come in sogno, l’incantevole figura di Cleoth che, non appena lo vide, interruppe la conversazione con Fen, gli corse incontro e lo abbracciò con foga, accarezzando il suo viso e unendo le sue labbra con quelle di lui in un lungo appassionato bacio.
- Questa è la terra dei prodigi, – mormorò estatico Archimede, – temevo di averti persa per sempre amore mio, il tuo cuore non batteva più ed io… ma che cosa è successo? E poi… come siamo arrivati qui? Dove stiamo andando e chi è tutta quella gente?
- Forse ero morta o forse no. Non ti saprei dire, forse la mia Dea mi ha restituito alla vita o forse mi ha solo curata. Comunque Ak-Ahmed ha sentito tutto quello che è avvenuto in quella cripta, altri misteri, invece, li ho compresi io. Vieni ora, sediamoci e mangia qualcosa, sarai certamente affamato; mentre ti sfami, ti racconteremo quanto è accaduto.
Mentre Archimede, che si era adesso reso conto di avere una fame da lupo, iniziava a divorare una zuppa di farro, Ak-Ahmed iniziò il suo racconto. Parlò di quella strana luce argentea, paralizzante, e del dialogo tra la Dea Iside e il Dio Seth. Disse come si fosse, in seguito, deciso a entrare nella cripta, temendo di trovare solo un cumulo di morti. Con immenso sollievo aveva visto che Cleoth, ancora pallidissima e sofferente, si stava già risollevando in piedi, mentre Fen, Filo-teth e Archimede giacevano immobili, ma vivi. Sollecitato da Cleoth, era uscito per cercare i quattro nubiani rimasti all’esterno che avevano trasportato fuori i tre dormienti.
Avevano poi nuovamente chiuso e sigillata la tomba di Ramesse e, individuati i dromedari di Fen, li avevano utilizzati per tornare, tutti insieme, a Tebe. Giunti in città avevano rintracciato l’equipaggio della feluca di Zaut con la quale il sacerdote era giunto fin là. Quattro vogatori si erano detti disposti a riportare la barca al loro paese, mentre gli altri sei avevano deciso di restare con loro per aiutarli. Tutti furono riforniti di viveri e denaro e, in seguito, non fu difficile trovare quel grosso naviglio mercantile che doveva tornare a Gisa, dove sarebbero stati tutti molto più comodi e dove avrebbero potuto accudire e curare i dormienti. I primi a risvegliarsi dal sonno, dopo due giorni, erano stati Fen e Filo-teth, mentre Archimede, evidentemente colpito con maggior forza dall’energia sprigionatasi dalla luce argentea, che doveva paralizzare anche il potente Seth, si era risvegliato soltanto adesso.
- Capisco, – disse il siracusano, – anzi, veramente non capisco molte cose, e mi chiedo perché mai Iside non mi abbia lasciato fare a pezzi quella brutta bestia e, inoltre, mi piacerebbe sapere quale sia la proposta che ha fatto a Seth per convincerlo, così facilmente, a desistere dal suo folle disegno e ritirarsi.
Ak-Ahmed guardò Cleoth con uno sguardo interrogativo. Non spettava a lui di continuare la narrazione.
- Mio feroce e vendicativo guerriero, – sorrise ironica Cleoth, – La Dea, per la sua natura di madre e di guaritrice, non poteva consentirti di uccidere suo fratello Seth, così, come in altra occasione non lo permise a suo figlio, il potente Horus. Per persuadere Seth, oltre a dimostrargli l’inutilità di riportare in vita Ramesse, gli ha assicurato che Fen e gli altri sacerdoti, insieme con gli Hyksos sopravvissuti, gli avrebbero edificato un tempio, vicino a quello della sua sposa Nefti, nell’antica città di Sais, nei pressi di Zaut, che sarebbe stata ricostruita. Molti Hyksos dispersi, che ai nostri giorni non sono più perseguitati, sarebbero stati incoraggiati a tornare in città e venerare i loro Dei Seth e Nefti e a loro si sarebbero sicuramente uniti altri fedeli egizi.
- Mia bellissima, adorata e prepotente Cleoth, – rispose Archimede il cui raziocinante cervello aveva ripreso a funzionare a pieno ritmo, – Se l’incredibile resurrezione, indubbiamente macabra e blasfema, di Ramesse non sarebbe stata che un assoluto fallimento, così come affermato dalla tua Dea, perché mai hai rischiato la tua vita e abbiamo affrontato questi pericoli? Se era tutto un inutile tentativo, destinato a fallire, perché eri così spaventata? Quali sono le terribili cose che mi dicesti sarebbero potute accadere?
Cleoth chinò il capo. Fece un lieve sorriso come quando un adulto si trova costretto a spiegare cose ovvie a un bimbo curioso, poi guardò Archimede negli occhi e, con tono grave, sussurrò:
- La tua mente razionale e scientifica non ha considerato una cosa: solo il passato è fisso e immutabile, il futuro è un intrico di possibilità che divengono via via così numerose da essere impossibili da leggere o da prevedere. La resurrezione di Ramesse presumeva tre possibilità: la prima era che il ritorno, dopo mille anni, di un potente Faraone, affiancato da sacerdoti, da Hyksos e da fedeli, l’avrebbe fatto considerare un potente Dio. Da ogni parte sarebbero accorse prima centinaia, e dopo migliaia, di persone. Gli egizi avrebbero ritrovato il loro antico orgoglio e si sarebbero ribellati contro i macedoni invasori. In breve tempo sarebbe divampata una guerra spaventosa, dagli esiti imprevedibili, ma sicuramente con innumerevoli vittime. Tutto l’ordine costituito sarebbe andato in pezzi, così come il nostro mondo. La seconda era quella che già sai e che la Dea Iside ha prospettato a Seth. Seth le ha creduto perché sa che la Dea prevede il futuro. Tuttavia era un poco meno probabile della prima. La terza, la più improbabile, era che la resurrezione di Ramesse fallisse. Perché ciò accadesse, era indispensabile la mia e anche la tua presenza, e le probabilità che entrambi potessimo perdere la vita, erano altissime.
- Capisco, – fece Archimede pensieroso, il futuro è come una strada che improvvisamente può dividersi in due o tre, e lo stesso può avvenire in seguito per ognuna di quelle strade… ma tu, mia divina, hai quindi anche il dono di vedere il futuro?
- Solo un poco, e per un breve tratto, poi tutto diviene intricato e confuso. Ora, se non hai altre domande, finisci il tuo cibo e riposati. Io e Fen ci stiamo accordando sulle cose che si dovranno fare e su ciò che sarà necessario riferire agli abitanti di Zaut e agli altri sacerdoti. Per costruire i templi, e restaurare la città di Sais serviranno somme enormi che si potranno trovare solo recuperando i tesori che ancora giacciono nell’antico tempio sepolto di Avaris.
La grande nave proseguiva lenta e sicura, trasportata dalla corrente del Nilo e da un venticello che ne gonfiava la vela, uno stormo di aironi la sorpassò veloce volando alto nel cielo. Presso una riva un branco di eleganti antilopi scese per abbeverarsi. Una di esse si spinse imprudentemente avanti; un coccodrillo che sembrava dormire, immobile appena sotto il pelo dell’acqua, la azzannò con uno scatto fulmineo. L’acqua ribollì di schiuma per poi tingersi di rosso mentre le antilopi fuggivano veloci. Ak-Ahmed, appoggiato a una paratia, osservava, pensoso, il paesaggio.
- La vita continua, – mormorò tra sé, – ma la morte è sempre in agguato.
Fine (parte prima)

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Il “Femminino Sacro”

18 Gennaio 2012 4 commenti

Il commento, dell’amico scrittore Francesco Cinque, al mio post precedente, mi ha indotto a scrivere due righe su di un interessante argomento. Concordo, innanzitutto, con Francesco sulla diversità e sulla superiorità della mitologia egizia rispetto a quella greca e, di conseguenza, anche a quella romana che dei miti greci era copia carbone.

La difficoltà nel conoscere con sufficiente competenza  la  misteriosa religione degli antichi egizi è, a mio avviso, probabilmente dovuta al fatto che solo ieri (temporalmente parlando) siamo stati in grado di cominciare a comprendere e tradurre la scrittura geroglifica  (1822, vedi gli studi di Jean-François Champollion  sulla Stele bilingue di Rosetta ).  Tuttavia, siamo comunque in grado di comprendere come gli egizi nell’epoca faraonica e, in buona parte, anche in quella tolemaica avessero ancora ben vivo il culto della dea Isis (Iside) che incarnava l’antichissima idea del “femminino sacro”, quello che Carducci definiva “l’eterno femminino regale”.

Qualcosa di simile esisteva anche: a Babilonia con la dea Ishtar, in Mesopotamia con la dea Athtar, in Siria con la dea Atargatis e tra i sumeri con la dea Inanna.  Alla base di ognuno di questi culti vi è la consapevolezza che queste figure femminili rappresentavano la primordiale e più importante forza della natura: quella che dona la vita. Che questo criterio abbia origini preistoriche, addirittura risalenti all’età neolitica, è dimostrato dai ritrovamenti archeologici di alcune rozze sculture di pietra risalenti a oltre venti o trentamila anni fa (nella figura è riportata la cosiddetta Dama del corno, che però, a mio avviso, regge bensì una falce di luna).Tra l’altro quasi tutte le antiche dee facevano riferimento alla luna, probabilmente per la corrispondenza con il ciclo mestruale.

Da questo si deduce come, nell’antichità, fosse vivo e venerato il concetto della donna.  Già a Creta, in epoca minoica (oltre quattromila anni fa) le donne erano emancipate e orgogliose, esibivano abiti eleganti che mettevano in mostra seni perfetti. La parità, se non la supremazia, con l’uomo, consentiva loro di  partecipare attivamente e con eguali diritti alla vita sociale e alle competizioni sportive. Naturalmente veneravano la “dea Madre”.

Analogamente avveniva ancor prima in Egitto.  Ben diversa era la considerazione che si aveva della donna nella Grecia antica e, per certi versi, era ancora peggiore a Roma e nell’impero romano ove chi disponeva di tutto e di tutti era il “pater familias”.

L’arrivo e il diffondersi delle tre religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islamismo pose fine sia al culto del femminino sacro sia al rispetto della donna che non divenne più soggetto, bensì oggetto di diritto. Disprezzata, vilipesa, privata persino del diritto di possesso di beni personali.

Molto interessante è anche la considerazione che, della donna, si ha nella Bibbia! Deuteronomio – 25: colpo proibito in una rissa – “Se due uomini litigano tra loro e la moglie di uno si avvicina per aiutare il marito a difendersi da quello che lo picchia, allunga il braccio e afferra costui per i genitali, dovrete tagliarle la mano; non abbiate compassione di lei!” (sic.!)

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Alessandria (31)

16 Gennaio 2012 10 commenti

Ak-Ahmed, fedele al suo giuramento, aveva in parte assistito agli avvenimenti evitando di intervenire. Nascosto nel buio più assoluto, in una rientranza del corridoio, aveva una visione solo parziale della camera sepolcrale, ora fiocamente illuminata da una sola lucerna. Aveva percepito, mediante il grido e la voce di Archimede, che la sua adorata sacerdotessa era stata colpita e l’angoscia per la sua sorte lo indusse a fare qualche passo in avanti per vedere meglio. Un chiarore argenteo, simile, più che a una luce, a un liquido vaporoso, iniziò a diffondersi all’interno del sepolcro. Non appena ne fu sfiorato, Ak-Ahmed sentì mancarsi le forze e ritornò, veloce, nell’oscurità protettiva del corridoio.

Filo-teth, che si era appena ripreso dal colpo ricevuto dallo scudo di Archimede, ricadde, profondamente addormentato, al fianco di Fen, anche lui assopito. Il siracusano, non appena fu raggiunto da quel chiarore, sentì le gambe cedere sotto di lui. Con un tremendo sforzo di volontà tentò di mantenere saldamente la spada puntata contro la gola di Seth ma i suoi sensi s’intorpidirono e cadde supino ai piedi del nemico. La luce divenne abbagliante e lo stesso Seth, pur non perdendo i sensi, si avvide di essere quasi paralizzato e incapace di fare il minimo movimento benché in grado di vedere e parlare.

Una figura femminile, dalle grandi ali distese, emerse dalla luce e la sua voce melodiosa risuonò alta nella cripta:

- Fratello Seth, scrutando nel futuro, avevo già percepito il tuo dissennato piano di riportare tra i mortali, dopo oltre mille anni, il Faraone Ramesse, restituendogli carne e sangue col sacrificio della vita del tuo più devoto sacerdote. Intuisco, anche se non li comprendo, i tuoi motivi. Voglio, però, esserne certa. Parlamene.

- O Iside, la Grande. Signora di Philae, fanciulla che riempie il palazzo con la sua bellezza, padrona della gioia; o grande Incantatrice, guariscimi e lasciami libero di fare a brani questo misero mortale che ha avuto l’ardire di ferire un Dio!

- Ancora una volta ho salvato la tua vita e ti ho già guarito, fratello Seth. Senza il mio intervento sarebbe stato forse il misero mortale a fare a pezzi te. Ferire un Dio? Quale Dio, fratello Seth? Tu non sei un Dio e nessuno di noi lo è, anche se così ci ritengono gli uomini. Dimentichi forse che noi non siamo altro che messaggeri, inviati da un altro spazio e da un altro tempo per svolgere compiti già definiti? I nostri poteri servono a questo e li manterremo solo fin quando questi mortali, che tu disprezzi, ci onoreranno e crederanno in noi. Non ricordi più che vi è qualcuno, molto sopra di noi, che può in qualsiasi momento mutare il nostro destino? Persino i mortali ne hanno coscienza e gli hanno assegnato un nome.

- Il Fato… – balbettò Seth, intimidito.

- Sì, chiamiamolo Fato, perché il Suo Nome non può essere pronunciato. Tu, però, non hai ancora risposto alla mia domanda. Perché questa macabra e inutile impresa?

- Non è evidente? Il Faraone Ramesse e tutta la sua stirpe mi adoravano. E così anche gli Hyksos. Il ritorno di Ramesse sul trono avrebbe rinvigorito il mio culto e riedificati i miei templi.

- Il trono? Quale trono? Per troppo tempo, fratello, ti sei confinato a sopravvivere a Tanis, in quella piccola città degli Hyksos sperduta tra i monti. Per troppo tempo ti sei isolato tra i beduini del deserto, godendo della loro venerazione. Non ti sei quindi reso conto che il tuo piano era ed è inutile e assurdo; l’Egitto non è più il regno dei Faraoni, bensì dei Re macedoni che l’hanno da tempo conquistato. Anche se Ramesse fosse risorto cosa avrebbe potuto fare da solo? Senza un impero, senza una corte, senza un esercito, senza i suoi sacerdoti? Sarebbe solo stato oggetto di scherno e derisione e forse costretto a mendicare per sopravvivere. Il tuo era un sogno assurdo e impossibile, fratello Seth e tra l’altro forse ignori che purtroppo anche il nostro tempo sta ormai per concludersi. Forse tu,  io e qualcun altro, sopravvivremo, ma con altro nome e con altri compiti. Ora ascolta e accogli la mia proposta, è l’unica che potrà essere utile alla sopravvivenza di entrambi.

Iside parlò a lungo, e Seth la ascoltò con attenzione e rispetto. Alla fine, convinto, acconsentì e, liberato dalla paralizzante luce di Iside, riprese a muoversi, si ritirò nell’ombra e scomparve.

La Dea si guardò intorno con un triste sorriso. Aveva vinto, ma altre vite umane, quelle dei mercenari, erano state spezzate. Con tenerezza e amore raccolse in un abbraccio, tra le sue ali, il corpo di Cleoth e la baciò maternamente sulla fronte. Il chiarore argenteo, che aveva illuminato la stanza, si affievolì e disparve mentre anche la figura di Iside diveniva sempre più trasparente fino a scomparire.
(continua)

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Alessandria (30)

12 Gennaio 2012 9 commenti

(Il grande campo)

Quando la nave, dopo molti giorni, giunse a Tebe, era ancora mattina. Cleoth, Archimede e i nubiani sbarcarono e si diressero senza indugio verso occidente in direzione della valle ove erano sepolti i Re. Vi arrivarono dopo diverse ore di cammino sotto un sole infuocato e attraversando un arido deserto di antica origine alluvionale.
Giunti nei pressi del valico sostarono per breve tempo per rifocillarsi e riposarsi. Subito dopo, Cleoth, con aria altera e sdegnosa, riprese la marcia e attraversò il valico seguita dai suoi compagni. Due sentinelle, che li avevano avvistati, discesero dalla loro postazione sui monti e andarono loro incontro ma, non appena incontrarono lo sguardo della donna, s’inchinarono reverenti e ritornarono da dove erano venuti. Senza alcuna esitazione, come se fosse già pratica del posto, la sacerdotessa li condusse presso il lontano ingresso di una tomba, situato sulla sinistra, verso il centro della valle, e ne esaminò con cura il sigillo, raffigurante uno sciacallo.
- Il sigillo è intatto, – disse Cleoth con un sospiro di sollievo, – ora dobbiamo scoprire una posizione dalla quale si possa sorvegliare l’ingresso senza essere visti. Poi dobbiamo solo attendere; fortunatamente siamo arrivati in tempo.
Attesero due notti e due giorni. Si accamparono in un anfratto, si rifocillarono e si riposarono, mentre i nubiani si alternavano di sentinella, per controllare attentamente se qualcuno si avvicinasse alla tomba.
Fen giunse finalmente a sua volta a Tebe, e, accompagnato da Filo-Teth e scortato dai mercenari, intraprese il suo cammino finale verso la valle delle tombe dei Re mentre I marinai rimasero a guardia della barca, in attesa del loro ritorno. Indossati degli ampi mantelli neri con cappuccio, per sottrarsi alla vista delle sentinelle, Fen e i suoi attraversarono furtivamente il valico col favore della notte.
Benché avesse con sé la mappa trovata nella biblioteca, il sacerdote dovette cercare a lungo prima di individuare, al pallido chiarore di uno spicchio di luna, la tomba che lo interessava. I mercenari, con grande fatica, riuscirono a rimuovere il sigillo reale e a spostare la pesante pietra d’accesso. Li accolse un buio sinistro e impenetrabile, e un’aria stantia e polverosa. Accese due torce, procedettero lentamente lungo un lunghissimo passaggio in discesa, spesso ostacolato da numerosi detriti. Giunsero infine alla camera sepolcrale, talmente enorme che, a stento, le torce riuscivano a farne intuire, più che vedere, le pareti.
Dietro di loro, a distanza di sicurezza, li avevano cautamente seguiti, cercando di non fare alcun rumore, Cleoth, Archimede e il fedele Ak-Ahmed, il quale aveva a lungo insistito con la sacerdotessa per poterli accompagnare, cosa che gli era stata eccezionalmente concessa, a patto che restasse in disparte e non intervenisse in alcun modo, qualunque cosa potesse avvenire. Infatti, per ordine della Dea Iside, solo Cleoth e Archimede potevano adempiere il pericoloso compito loro assegnato.
Fortunatamente il vociare dei mercenari che, per esorcizzare il loro malcelato timore di trovarsi in quel lugubre posto, sghignazzavano e chiacchieravano tra di loro, occultava il lieve rumore provocato dai passi degli inseguitori.
Il sarcofago del Faraone Ramesse, ricoperto da un pesante coperchio di pietra, occupava il centro della stanza. Rimuovere la pietra e scoperchiare la tomba richiesero l’intero impegno dei mercenari che solo con l’aiuto di Fen riuscirono, con grande sforzo, a spostarla. Apparve, macabra e solenne, la mummia del Re, completamente avvolta nelle bende e con le braccia incrociate sul petto che reggevano i simboli reali. Le pareti della camera mortuaria, completamente ricoperte da disegni multicolori e da cartigli, riflettevano a tratti debolmente la luce delle torce mentre gli angoli arrotondati della cripta restavano nel buio.
Fen si sedette vicino al sarcofago e, accesa una lucerna, iniziò a salmodiare le sacre parole del papiro che aveva con sé. Filo-Teth reggeva la lampada, mentre i mercenari si guardavano turbati intorno gettando sguardi avidi sui numerosi gioielli d’oro che ornavano il locale.
La voce squillante di Cleoth infranse la cupa atmosfera facendo sobbalzare gli uomini d’arme:
- Ecco che Thoth, Principe dell’Eternità, parla con la mia bocca! Cessa questo sacrilego abominio o sacro sacerdote, lascia che l’anima di Ramesse resti in pace nella dimora sacrosanta di Osiride! Che essa non sia respinta al suo giungere e forzata a retrocedere sul suo cammino!
- Le parole di Cleoth non sembrarono raggiungere la percezione di Fen, ormai completamente assorto nella lettura della formula del papiro “del ritorno”, e del tutto distante da tutto ciò che lo circondava. L’uomo continuava, infatti, ieraticamente a recitare la formula del risveglio e nulla poteva distrarlo dal suo impegno. Una lieve nebbia verdastra, che gradualmente acquistava consistenza, iniziò a sprigionarsi dalla sua persona dirigendosi viscida verso la mummia.
- È inutile Cleoth, non è cosciente! Bisogna distruggere quel papiro e spezzare questo sortilegio! Gridò Archimede gettandosi avanti.
Alla vista di quel guerriero i mercenari si riscossero dallo stupore che li aveva bloccati, due di loro tesero gli archi e scoccarono le loro frecce. Una di queste s’infranse contro lo scudo di Archimede, mentre l’altra, dopo avergli sfiorato l’elmo, si perse in lontananza. Il siracusano non esitò un attimo, la spada Jiàn prese vita nella sua mano e a nulla valsero le corazze e le armi impugnate da tre mercenari il cui sangue zampillò sul terreno.
- Attento Arkh! – gridò angosciata Cleoth vedendo che il quarto mercenario stava per colpire il siracusano alle spalle con la sua spada, ma questi stava già fulmineamente voltandosi. Ancora una volta la spada Jiàn lampeggiò e la testa del mercenario rotolò per terra raggiungendo i cadaveri dei suoi compagni.
Con un balzo Archimede raggiunse Fen, sempre più avvolto da quella mefitica nebbiolina verde, Filo-Teth cercò di frapporsi ma cadde a terra stordito dall’impatto con lo scudo del guerriero che non intendeva fargli alcun male. Un veloce fendente della spada frantumò il papiro che Fen reggeva tra le mani e nel momento in cui il sacerdote, ottenebrato e assente, interrompeva il sortilegio, la mummia di Ramesse alzò lentamente un braccio che ricadde di schianto mentre la nebbiosità scomparve. Un sibilo minaccioso e assordante simile a quello emesso da un’intera colonia di serpenti attraversò improvvisamente l’aria.
Il siracusano, che non aveva scorto nulla, si voltò stupito verso quel suono, ma Cleoth si rese conto immediatamente che da un angolo remoto e oscuro della cripta si era levata una presenza gigantesca e minacciosa, dal volto simile a quello di un animale. Con un ringhio belluino la figura sollevò una verga in direzione di Archimede ma Cleoth scattò veloce e fece scudo al siracusano col proprio corpo. Una tremenda scarica di energia si abbatté su di lei sollevandola quasi da terra e infine facendola crollare esanime al suolo. Il giovane osservò stravolto il corpo della ragazza disteso ai suoi piedi; incurante di tutto si chinò e pose una mano sul petto del suo amore, ma il cuore non batteva più, Cleoth aveva sacrificato la sua vita per salvare quella di lui.
Mai in tutta la sua esistenza Archimede aveva provato un simile furore e un tale strazio, sollevò lo sguardo verso quella mostruosa figura che nuovamente sollevava la verga che impugnava dirigendola verso di lui. In un lampo il giovane sollevò lo scudo e lo girò, il fascio accecante di energia si abbatté sullo scudo e, riflesso e rinforzato dallo specchio che ne ricopriva la parte incavata, ritornò al mittente con forza decuplicata. Il Dio Seth, perché di lui si trattava, fu centrato di sorpresa e scaraventato contro la parete; benché frastornato e stupefatto cercò nuovamente di sollevare la verga ma Archimede, veloce come un fulmine di guerra, attraversò la stanza: la spada Jjàn guizzò rapidissima e lampeggiante per l’aria e troncò di netto, poco sotto la spalla, il braccio di Seth, facendolo rotolare per terra con la verga ancora saldamente stretta nel pugno. La punta aguzza della spada fu immediatamente puntata alla gola del Dio penetrando leggermente.
- La tua ora è giunta, mostro maledetto – ringhiò il siracusano con i denti scoperti in un ghigno feroce – ma prima di staccarti il capo dovrai soffrire, ti mozzerò  il naso e le orecchie e accecherò i tuoi occhi !
(continua)

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Alessandria (29)

11 Gennaio 2012 6 commenti

Akhet-Aton (Amarna)
La barca di Fen risaliva lentamente il Nilo da diversi giorni. I quattro mercenari assoldati si rivelarono ben presto uomini rozzi e indisciplinati, intenti soprattutto a tracannare grandi quantità di birra e pronti a litigare tra di loro e, talvolta, anche con i rematori di Zaut ai quali sottraevano spesso cibo e bevande. A stento Fen riusciva a mantenere una parvenza di ordine e avvenne anche che un mercenario, palesemente ubriaco, si rifiutasse di eseguire gli ordini del sacerdote e tentasse addirittura di aggredirlo. Essendo uomini abituati a rispettare solo la forza e la violenza, si rassegnarono, mugugnando, a mantenere un comportamento meno bellicoso soltanto quando Fen, irritato, afferrò l’arrogante mercenario per la cintura, sollevandolo di peso e scaraventandolo in fondo alla barca.

Verso la metà del viaggio, anche per causa degli eccessi di quegli uomini, le provviste di bordo si rivelarono insufficienti e, non appena apparvero in lontananza le mura di una città, Fen ordinò di accostare la barca a riva per procurarsi altro cibo e altre bevande. Il sacerdote scese a terra con i cammelli, accompagnato dai mercenari e da alcuni rematori, mentre Filo-Teth restava a guardia del battello insieme con gli altri. Con grande sorpresa Fen si rese conto che le possenti mura che aveva visto erano solamente dei ruderi, e che la città appariva del tutto disabitata.

Tra alcuni sterpi e qualche ciuffo d’erba, che cresceva a chiazze lungo quelle che un tempo erano delle strade, si aggiravano delle gazzelle che fuggirono in gran fretta, ma non prima che gli archi dei mercenari non riuscissero ad abbatterne due.  I geroglifici, che normalmente costellavano le pareti delle costruzioni e che spesso fornivano notizie sulla città e su chi ne era a capo, erano stati quasi tutti scalpellati e risultavano illeggibili. Immense statue erano state infrante e gettate al suolo. La città sembrava il regno dei morti e nessuno riusciva a comprendere di quale località si trattasse.

Un movimento, dietro una colonna, attirò l’attenzione del sacerdote che, con un balzo, riuscì ad afferrare un ragazzetto spaurito e malconcio che, impaurito, si era nascosto alla vista dei nuovi arrivati. Con dolcezza Fen cercò di farlo parlare e gli pose una serie di domande, tuttavia, il dialetto del ragazzo, rinfrancato e rassicurato da un po’ di cibo che gli aveva offerto uno dei marinai di Zaut, gli riuscì del tutto incomprensibile. Stranamente fu uno dei mercenari che riuscì a farsi intendere dal giovane che si esprimeva in una sorta d’idioma aramaico. Appresero così che poco più avanti vi era una piccola comunità di abitanti che praticavano la pesca, l’agricoltura e un po’ di commercio sia con le navi che risalivano il Nilo sia con i beduini del deserto. Raggiunta quella zona, dopo lunghe e faticose trattative, riuscirono ad ottenere una sufficiente scorta di viveri e di bevande. Si svelò anche il mistero della città in rovina: si trattava di Akhet-Aton, la grande capitale fatta costruire, in tempi remoti, dall’eretico Faraone Akhenaton che aveva instaurato il culto di un solo Dio, negando l’esistenza degli altri Dei, ed entrando in conflitto col potente clero tebano e anche con buona parte della popolazione e dell’esercito. Su richiesta dei marinai, molto stanchi, Fen concesse a tutti un solo giorno di riposo prima di ripartire, e si rifiutò, prudentemente, di prolungare la sosta avendo già notato le avide occhiate con cui i mercenari osservavano alcune ragazze del posto.
(continua)

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Alessandria (28)

9 Gennaio 2012 9 commenti

Sgomento e orrore invasero Archimede non appena Cleoth terminò il suo racconto. Ciò che stava per avvenire era molto più grave di quanto avesse mai immaginato. Non c’era un istante da perdere e sia i suoi impegni in biblioteca, sia i suoi problemi dovevano essere rimandati. La cosa inevitabilmente più necessaria e importante era dover partire, e subito. Le sue forze si sarebbero ristabilite durante il viaggio, che si profilava lungo e difficoltoso. Non dubitò neppure per un secondo sulla veridicità del compito che li attendeva; il portento cui aveva assistito, e che lo aveva riguardato personalmente, era stato sufficiente a togliergli ogni dubbio.
Era tuttavia necessario avvertire i suoi amici che si sarebbe assentato dalla biblioteca per qualche tempo, e a questo avrebbe provveduto Ak-Ahmed. Spettava a lui, invece, avvertire il padre e preparare l’occorrente per il viaggio, senza trascurare di indossare la sua armatura da guerra, e recuperare l’indispensabile spada Jiàn fino allora ancora riposta nel suo nascondiglio.
Due giorni dopo tutto era pronto, Insieme con Cleoth, Archimede s’imbarcò su di una nave da carico che risaliva il Nilo per portare delle merci a Tebe. Li accompagnava il fidato Ak-Ahmed con quattro nubiani che facevano parte dei guardiani del tempio di Iside.
Fidia, al quale non si era potuto rivelare lo scopo del viaggio, aveva invano fatto mille domande e implorato di poter accompagnare il figlio, ma questi fu irremovibile. Aveva ovviamente i suoi buoni motivi per mantenere un segreto che non gli apparteneva, e che difficilmente sarebbe stato compreso o creduto da chiunque.
La feluca, grazie alle sue due vele gonfiate dal vento favorevole, e ai suoi otto rematori, risaliva veloce il corso del nilo, anche se, trattandosi di una nave da carico, le sue dimensioni erano superiori alla norma, Il ponte era ingombro di casse e balle di merce, che, al centro, avevano formato una sorta di cabina nella quale s’intratteneva il mercante proprietario della nave.
Questi, un lussurioso circasso di mezz’età, dagli occhietti affogati nel grasso, s’intratteneva lubrico con le sue due concubine, indifferente a tutto e a tutti. Vicino alla murata destra sedevano Archimede e i nubiani insieme con le loro provviste. Cleoth si era recata a prua e osservava, affascinata, un branco di gazzelle che, con i loro lunghi balzi, sembravano volare lungo la riva del Nilo.
Il vento, impertinente, aveva fatto aderire al corpo di Cleoth la lunga veste di lino evidenziandone le forme. Il circasso se ne avvide e, con un sorriso osceno sul suo faccione, allontanò con malagrazia una delle sue donne e si avvicinò traballando, sia per il rollio della nave sia per la birra ingurgitata, alla sacerdotessa.
- Mia signora, – disse, tentando di allungare una mano grassoccia e flaccida, – sei tutta sola, vieni con me a gustare in buona compagnia una coppa di sidro, insieme potremo divertici…
Archimede non aveva potuto ascoltare le parole dell’uomo, ma ne aveva notati, con sdegno, l’espressione e il gesto. Prontamente portò la mano all’elsa della spada e cercò di alzarsi. Ak-Ahmed lo trattenne per un braccio con un sorriso.
- Non preoccuparti, maestro Archimede, aspetta… e osserva!
Cleoth si girò con molta calma, guardando fissamente negli occhi il circasso con uno sprezzante sguardo d’acciaio. L’uomo cambiò immediatamente espressione mentre improvvisi dolori lancinanti gli folgoravano il cervello. Crollò in ginocchio innanzi alla sacerdotessa, sbattendo il capo sul ponte, questa fece un breve lievissimo cenno con un dito e il circasso, tremante e strisciando all’indietro sulle ginocchia, tornò velocemente tra le sue donne. Rimase a lungo con un’espressione spaventata e inebetita; lentamente, molto lentamente, si riprese. Una delle concubine, sconcertata, abbozzò una carezza, lui reagì con un potente ceffone che la scaraventò per terra, poi si sdraiò su un fianco e prese a russare pesantemente mentre un filo di bava gli scorreva lungo il mento.
- Nessuno può avvicinarsi alla nostra signora se lei non vuole. – aggiunse soddisfatto Ak-Ahmed, rispondendo allo sguardo stupefatto del siracusano, – È un altro dei suoi doni.
(continua)

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Alessandria (27)

8 Gennaio 2012 6 commenti

Quando rinvenne, Archimede era sdraiato sul giaciglio di Cleoth che, con estrema delicatezza, gli stava togliendo la fasciatura. Il braccio si era gonfiato e la tumefazione si era già propagata dalla spalla fino alle dita. Quando l’ultima benda fu tolta, la ferita apparve: profonda, nerastra e frangiata. La pomata apposta dal guaritore non era servita a nulla e il sangue continuava a sgorgare misto a materia purulenta. Con del candido morbido lino e con un unguento Cleoth ripulì la ferita, poi alzò gli occhi verso Ak-Ahmed che in piedi, e con le braccia conserte, osservava con espressione preoccupata.
- Sì, – disse, rispondendo con un cenno di assenso alla muta domanda della giovane, – è proprio come pensi ed è molto pericoloso anche per te, ma se vuoi salvarlo, lo devi fare.
Cleoth riunì accuratamente con entrambe le mani i bordi della ferita, poi, senza spostarle, vi appoggiò la fronte mormorando qualche frase in un linguaggio incomprensibile. Sotto le dita della sacerdotessa si diffuse uno strano chiarore argenteo che, muovendosi lentamente, avvolse l’intero braccio di Archimede. Questi sentì un’intensa sensazione di calore mentre il dolore atroce che provava si andava attenuando. Cleoth rimase così a lungo, fin quando quel chiarore non svanì, poi inspirò profondamente, tolse le mani dal braccio del giovane e gettò indietro il capo con un lamento. Aveva Il volto contratto e sofferente, ricoperto di sudore e dal colorito bluastro. Si sentì mancare e Ak-Ahmed fu pronto a sostenerla e a porgerle una bevanda. La ragazza bevve a lungo e poi rimise tutto con un violento getto verdastro, prontamente raccolto dal nubiano in un recipiente.
Archimede, smarrito e ancora debolissimo, si accorse di non provare più alcun dolore e, osservando il suo braccio, notò con stupore che il gonfiore era completamente sparito e che la ferita si stava rapidamente rimarginando sotto i suoi occhi. Divenne dapprima una sottile linea di pelle chiara e infine scomparve del tutto. Cleoth, vicino a lui, stava a sua volta lentamente riprendendosi; con infinita dolcezza, gli accarezzò il viso, poi trasse da un prezioso cofanetto una collana, con un piccolo pendente d’oro, che gli pose al collo.
- Da oggi, – disse lentamente la ragazza, – il tuo nome, per me,  sarà Arkh, e così ti chiamerò sempre, e quest’oggetto, simbolo dell’amore che ci unisce, così come Iside è unita a Osiride, ti proteggerà: è un Ankh. Non so se sia un segno degli Dei ma come vedi è quasi uguale al tuo nome.
- Non ci capisco più nulla, – balbettò il siracusano, – Ankh? Che cosa significa? E la mia ferita come mai è scomparsa? Cos’è questo prodigio? Che cosa sta succedendo?
Cleoth si limitò a guardarlo sorridendo e Ak-Ahmed intervenne:
- Ero già stato informato del tuo duello, e quando sei arrivato stavo uscendo per venirti a cercare. Tu sei stato avvelenato maestro Archimede, e la spada che ti ha ferito era stata intenzionalmente contaminata. Ancora qualche ora e saresti morto. La sacerdotessa ti ha salvato appena in tempo e a rischio della sua stessa vita. Ha assorbito quel veleno e, sia lode agli Dei, è riuscita a sua volta a liberarsene.
- Avvelenato? E perché? Chi ha mandato quell’ittita che mi ha colpito? E tu… Cleoth… hai corso per me un rischio che mai avrei voluto che affrontassi, e poi… come hai guarito il mio braccio e cosa significa questo oggetto che mi hai dato?
- Mio adorato, – mormorò Cleoth, – guarire le ferite è uno dei doni che possiedo, e probabilmente quel guerriero che ti ha ferito non ricorda già più nulla di quanto è successo. Penso che abbia sicuramente agito sotto il dominio di una forza oscura che vuole evitare che un nostro intervento ostacoli i suoi progetti. Ti ho donato il simbolo di Ankh perché è la chiave della vita, quella vita che tu daresti per me ed io per te, e che fa di noi una cosa sola. Sono certa che se tu non mi avessi conosciuta e non ti fossi unito a me, nessuno ti avrebbe attaccato.
- Tutto questo ha quindi una diretta connessione con quella misteriosa impresa di cui mi hai parlato, senza mai rivelarmene i dettagli?  Non credi sia giunto il momento di avere fiducia in me e di dirmi tutto?
- Ho sempre avuto fiducia in te, luce dei miei occhi, ma avevo anche il timore che tu, che hai fatto della ragione e della sapienza lo scopo della tua vita, avresti potuto credere di esserti imbattuto in una visionaria o, peggio, in una squilibrata! Comunque sì, è tempo che tu sappia tutto, anzi siamo forse anche in ritardo perché già gli eventi si sono messi in moto e tu ora dovresti innanzi tutto  rimetterti in forze.
- Mia adorata Cleoth, dopo quello che ho visto qui, e i prodigi da te compiuti, non c’è più nulla che io non possa credere. Puoi ora descrivermi quale impresa dovremmo affrontare?
La sacerdotessa sospirò a lungo, riflettendo, poi iniziò a raccontare, mentre Ak-Ahmed silenziosamente annuiva.
(continua)

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Alessandria (26)

7 Gennaio 2012 15 commenti

Cleoth e Archimede

Il recondito timore di Fidia che la relazione del figlio con la sacerdotessa potesse nuocergli, o distrarlo dai suoi studi, si rivelò fortunatamente infondato. Come sempre, Archimede usciva da casa poco prima del sorgere del sole e si recava in palestra per i suoi allenamenti. Talvolta, subito dopo, si concedeva un bagno o una nuotata nell’acqua tiepida del mare. Rinvigorito, entrava nella biblioteca, dove alternava lo studio dei testi di Euclide e di altri sapienti, alla progettazione e all’invenzione di macchine di ogni genere. Unicamente a tarda sera si recava dalla sua adorata Cleoth e, molto raramente, passava anche la notte con lei.
Talvolta, insieme con Ctesibio e con l’impetuoso Filone, studiava programmi utili per migliorare l’estrazione dell’acqua dai pozzi, la potenza delle macchine belliche o il varo di navi sempre più grandi e potenti.

Grande popolarità ebbe la coclea di Archimede: una grossa vite, posta all’interno di un tubo che veniva immerso obliquamente nell’acqua di un pozzo; a ogni giro della vite un certo quantitativo di liquido era sollevato lungo la spirale e scaricato all’esterno con un flusso continuo, evitando la lenta e pesante fatica di raccogliere tradizionalmente l’acqua con dei secchi attaccati alle funi.
Una mattina avvenne un episodio che avrebbe potuto porre fine alla vita del giovane: come di consueto si era allenato in palestra, e con l’abituale spada per le esercitazioni, aveva facilmente sconfitto due avversari tra le acclamazioni della piccola folla che, come tutti i giorni, si era radunata. Facendosi largo a spintoni tra la gente, con arroganza e malagrazia, entrò nell’arena un gigantesco guerriero ittita che apostrofò Archimede con insolenza:
- Tu, misero omuncolo straniero che t’illudi di essere così abile con la spada, incroceresti la tua lama con la mia?
Stupito e indignato per l’inaspettata e ingiustificata offesa, il giovane scrutò il suo avversario, che lo sovrastava di un’intera testa. Ne valutò la mole e la possanza e ne calcolò la probabile lentezza di movimento. Ovviamente accettò la sfida con un risolino ironico che infuriò ancor di più l’ittita e impugnò la spada di legno.
- No! – sbraitò il gigante, – lasciamo ai bambini questi giocattoli di legno e usiamo armi vere! O sei forse un cucciolo che trema alla vista del ferro?
Il siracusano strinse le labbra e non rispose, staccò da una panoplia una lucente spada e si preparò a fronteggiare il nemico nei cui occhi, piccoli e maligni, scorse un lampo omicida. Comprese a volo che quell’uomo era lì non per un leale addestramento ma probabilmente per assassinarlo.
Con la consueta abilità, Archimede sembrò danzare intorno all’avversario che era costretto dalla sua stazza elefantiaca a mosse molto potenti ma lente. Il siracusano lo colpiva di taglio e di punta con movenze agili e rapidissime, schivando prontamente i possenti fendenti del gigante che, se lo avessero colpito, lo avrebbero immediatamente ucciso. Si limitò a infliggere all’ittita solo piccoli graffi evitando di provocare gravi danni, così come imponevano le severe regole dei combattimenti di addestramento. Infine, con una delle sue mosse segrete, agganciò l’arma dell’avversario facendogliela volar via di mano.
Un lungo applauso della folla, che, incuriosita, si era infittita, celebrò la sua vittoria, si girò un attimo, ringraziando i presenti con un breve cenno del capo e offrendo la schiena al gigante ormai sconfitto. Il suo sesto senso e un urlo levatosi dagli astanti lo fecero girare di scatto. Con la bava alla bocca per la rabbia, e con gli occhi iniettati di sangue, l’ittita aveva ripreso la sua spada e stava per colpirlo alle spalle. Con un guizzo Archimede si gettò di lato ma non riuscì a evitare che l’arma del nemico gli penetrasse profondamente nel braccio sinistro. Infuriato per la vile nefandezza del suo avversario, e ignorando il sangue che gli scorreva dal braccio, Archimede reagì come una tigre incalzandolo con una serie di fendenti e di affondi che lo costrinsero a indietreggiare. Infine, benché il suo braccio sinistro si facesse sempre più debole, lo colpì violentemente sul viso con lo scudo facendolo crollare a terra. Gli fu immediatamente sopra e gli puntò la spada alla gola mentre il feroce sguardo degli occhi maligni del suo nemico, si trasformava in un viscido pozzo di terrore.
- Risparmiami… ti prego, generoso guerriero – rantolò l’ittita.
- Il mondo sarebbe molto migliore senza la tua presenza, infame vigliacco! -  Sibilò Archimede – comunque lascio ad altri il mestiere di scannare la carne impura dei porci. Vattene, spregevole individuo!
Accompagnato dai fischi e dalle imprecazioni della gente il gigante si dileguò.
Dalla folla si fece largo un guaritore, con la sua cassetta di strumenti e di medicinali, ed esaminò la profonda ferita del siracusano. Da un vasetto trasse una pomata che spalmò sulla ferita e quindi la fasciò strettamente con delle bende.
- Questo squarcio dovrebbe essere ricucito, – disse, – ma qui non ho l’occorrente. Per ora puoi andare, ma vedi di provvedere al più presto.
Archimede si recò nella biblioteca ove non trovò nessuno dei suoi amici che erano a colloquio dal Re. “Meglio così” pensò. Non aveva voglia di parlare dell’accaduto e s’immerse nella lettura di alcuni libri. Col passare delle ore si sentì sempre più debole, la ferita del braccio pulsava e gli procurava un dolore atroce. Sul far della sera si ricordò che Cleoth gli aveva confidato che il suo nubiano Ak-Ahmed era un ottimo medico. Faticosamente uscì dalla biblioteca e si recò al tempio. Salì stentatamente la scalinata mentre il suo viso si faceva di un pallore cadaverico. Scorse, mentre la sua vista si appannava, che il nubiano si trovava in cima alle scale e svenne, mentre Ak-Ahmed, prontamente accorso, lo sollevò tra le sue braccia come un bambino e lo introdusse in fretta nel tempio.
(continua)

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