Alessandria (33)
Verso Siracusa. (parte seconda)
Molti anni erano trascorsi da quell’avventurosa impresa nella tomba di Ramesse, la grande biblioteca ormai accoglieva Archimede non più come allievo bensì come maestro. Innumerevoli erano le opere scientifiche da lui scritte e riempivano numerosi scaffali. Il genio del siracusano spaziava quasi in ogni campo, dalla matematica all’astronomia, dalla fisica all’ingegneria civile e militare; la sua amicizia e la collaborazione in particolare con Conone, Ctesibio e Filone erano divenute leggendarie così come le opere da loro realizzate.
L’amore e la complicità che univano Cleoth con Archimede si erano ulteriormente accresciuti e la sfrenata passionalità che all’inizio li aveva uniti, si era trasformata in un affetto profondo e inestinguibile, e in una complicità simbiotica che qualche piccola ruga in più e qualche capello ingrigito riuscivano solo ad accentuare. Non passava giorno in cui Archimede non si recasse a incontrare la sua amata, ad eccezione di quelle volte in cui era talmente distratto dai suoi progetti al punto di dimenticarsi persino di mangiare e di dormire.
Fidia, sia pure con qualche timore e con qualche perplessità iniziale, aveva ormai da parecchio tempo pienamente accettato la relazione del figlio con la sacerdotessa. In diverse occasioni aveva avuto la possibilità di conoscerla più profondamente e aveva dovuto riconoscere di essere rimasto a sua volta incantato dalla bellezza e dall’intelligenza della donna; tuttavia ormai troppi anni erano trascorsi dal suo arrivo ad Alessandria, la nostalgia per la sua patria lontana si accresceva di giorno in giorno e inoltre cominciava a sentire sempre più greve il fardello degli anni. Iniziò con l’accennare al figlio il desiderio di tornare a Siracusa e, ben consapevole dello stretto legame che questi aveva con Cleoth, gli disse che sarebbe ritornato da solo non appena qualche nave siracusana si fosse recata ad Alessandria e avesse intrapreso il viaggio di ritorno. Archimede rimase perplesso, vedeva il padre farsi sempre più anziano e malandato e non se la sentiva di lasciargli fare un viaggio, che poteva presentare dei pericoli, senza accompagnarlo. Ne parlò con Cleoth per avere un suo consiglio. La sacerdotessa, con un triste sorriso, lo guardò fisso negli occhi, gli prese entrambe le mani e disse:
- Amore mio, io so già che tu tra non molto partirai e resterai via a lungo. È una decisione che non sarai tu a prendere ma che sarai costretto a fare perché sarà il Re a chiedertelo…
- Il Re? Il Re vuole che io me ne vada? Ma…
- No, sii sereno, il Re Tolomeo ti apprezza e ti stima moltissimo e, se potesse, ti farebbe restare qui per sempre, come del resto vorrei io, ma deve affidarti un incarico per evitare gravi problemi che potrebbero, il prossimo anno, affliggere il nostro popolo. Comunque il tuo viaggio sarà privo di pericoli e senza problemi, e la tua presenza, ancora una volta, sarà indispensabile.
- Dovrei quindi lasciarti per molto tempo? E come farò senza di te? Non potresti venire anche tu? E poi… quale incarico? Quali sono questi problemi? Ti conosco ormai, tu già sai molte cose!
- Nulla che tu non possa agevolmente fare, anzi ne ricaverai maggiori soddisfazioni e accresciuta gloria. Non chiedermi di più, sai bene che il futuro può sempre prendere strade diverse. Quanto a me, sarei ben lieta di venire con te e visitare la tua terra, tu però dovrai restare a Siracusa molto a lungo e quindi, purtroppo, non posso venire anch’io; La Dea è molto generosa ma non mi è concesso tralasciare i miei doveri, e abbandonare il tempio, se non per brevi periodi e per gravi esigenze.
Archimede scosse il capo, confuso, era combattuto tra l’amore filiale e quello per la sua donna, avrebbe anche dovuto abbandonare i suoi amici e i suoi allievi, tuttavia sapeva che sarebbe stato inutile opporsi al proprio destino come sarebbe stato vano cercare di avere altri chiarimenti da Cleoth, della cui saggezza e preveggenza ormai non aveva più alcun dubbio.
Trascorsero alcuni mesi e, come la sacerdotessa aveva previsto, il siracusano fu convocato alla presenza del Re Tolomeo che, insieme con la sorella e sposa Arsinoe, lo accolse con grande onore e cordialità. L’Egitto, gli confidò, stava attraversando un periodo di grave siccità e i raccolti iniziavano a scarseggiare. Secondo tutte le previsioni, sia degli esperti sia degli indovini, il prossimo anno sarebbe stato anche peggiore, ma non quanto i due anni successivi che sarebbero stati di una carestia tale da provocare una vera e propria catastrofe tra la popolazione.
- Il tuo paese, – continuò il Re, – mi riferiscono che abbia un’enorme sovrabbondanza di grano e di altri generi alimentari che non sa come smaltire, vorrei quindi, mio nobile amico, che tu ti recassi come mio ambasciatore presso il tuo Re Gerone, con il quale siamo in ottimi rapporti, perché venga in nostro aiuto. So che il Re ha di te la massima stima per il tuo genio e le tue capacità, ormai note ovunque. Se accetti il mio incarico, metterò a tua disposizione, per il viaggio, la più potente delle mie triremi con altre due navi da guerra di scorta affinché nessuno possa crearti il minimo fastidio durante la traversata. Ovviamente ci impegniamo a pagare il prezzo che il tuo Re chiederà.
- Mio signore, – rispose Archimede, – ti ringrazio per la considerazione che dimostri verso le mie modeste capacità, e per la fiducia di cui mi onori. Sarà mio dovere fare ogni sforzo per esaudire i tuoi desideri e per aiutare il tuo popolo che con tanta benevolenza mi ha sempre accolto.
Pochi giorni più tardi, dopo aver strettamente abbracciato e baciato la sua Cleoth, che non seppe trattenere qualche luccicone negli occhi, e salutato il bibliotecario e i suoi amici, Archimede e Fidia lasciarono la loro casa e s’imbarcarono sulla possente nave messa a loro disposizione dal Re Tolomeo. Fu necessaria l’opera di otto servitori per portare a bordo, oltre ad alcune necessarie masserizie, l’enorme quantità di libri scientifici che racchiudevano anni e anni di ricerche, di applicazioni pratiche e di teorie matematiche e fisiche ideate dai due siracusani.
Mentre la piccola flotta lasciava il porto di Alessandria, Archimede, si recò a poppa della nave e contemplò a lungo la città che stava abbandonando con uno sguardo accigliato e con il cuore dolorante. Da poche ore aveva salutato la sua donna e già ne sentiva terribilmente la mancanza; il pensiero di doverle restare lontano per mesi, o forse per anni, lo tormentava, e non vedeva l’ora di raggiungere Siracusa per tuffarsi nei suoi compiti, e nel lavoro che sicuramente lo attendeva, per abbreviare quanto più fosse possibile la sua permanenza.
Fidia, per contro, era colmo di gioia. La sua città natale gli era mancata moltissimo e così le sue amicizie e le sue parentele; sapeva, inoltre, che le proprie forze si stavano inesorabilmente deteriorando e desiderava ardentemente che la propria morte avvenisse tra la sua gente, nei luoghi che lo avevano visto nascere. Salì sul ponte ma comprese la tristezza del figlio e preferì rispettare la sua solitudine; restò a guardarlo da lontano, in silenzio, e solo molto tempo dopo, quando anche la luce del faro scomparve all’orizzonte, Archimede si riscosse dai suoi pensieri, si girò, scorse la sagoma canuta del padre che lo osservava da lontano e, impulsivamente, gli andò incontro e lo abbracciò, per non rattristare, con la sua malinconia, la letizia del genitore.
(continua )


















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