Un’intervista del Prof. Gemelli

7 Gennaio 2018 Nessun commento

1) “Sergio Bertoni, la vita e le opere”. Immagina che questo sia il titolo di un breve paragrafo in un volume enciclopedico. Quale dovrebbe essere il titolo del volume stesso? Quale il sottotitolo del tuo paragrafo biografico? Quale il contenuto del paragrafo? Presentati brevemente in questo modo e prenderò spunto per ulteriori domande in cui sviluppare l’intervista.

R. È un’ipotesi impossibile che mi fa sorridere. Citare un vecchio orso schivo e riservato come me? E perché mai? Le persone riportate in un volume enciclopedico devono aver  lasciato, nel bene o nel male, un segno importante nel corso della storia. Non è il mio caso: una normalissima vita di lavoro come quella della maggior parte delle persone. Certo, una vita che ha attraversato epoche e mondi diversissimi tra loro. Raramente in passato si sono verificati cambiamenti così veloci, tumultuosi e radicali come dai primi decenni del novecento fino a oggi.

2) Sergio Bertoni nacque quando l’Italia era un regno. E poi arrivò la bufera… Parlaci dei tuoi ricordi di bambino in quei tempi tragici e strani.

 

R. Bambino? Credo di non esserlo mai stato, o forse solo nei miei primissimi sei o sette anni, giusto il tempo di indossare la divisa di “figlio della lupa” e ascoltare la maestra magnificare la figura del re soldato. Un re che avrebbe pochi anni dopo fatto la fine forse più squallida e triste di tutti i discendenti della casa Savoia. Era allora l’epoca dell’Italia imperiale, di un paese che noi bambini eravamo condizionati a vedere come il più civile e il più potente del mondo. Eravamo gli eredi dell’antica Roma e del suo luminoso destino sul quale ci aveva incamminati l’uomo della provvidenza, il duce, il possente guerriero a cavallo, quasi un semidio dal cuore forte e dall’animo gentile. L’uomo che si preoccupava di regalare un violino a un bimbo povero che adorava la musica e che si era rivolto a lui. Un mito: l’uomo che lavorava sempre e non dormiva mai. Il mito che alleandosi con il baffuto caporale austriaco, e con i suoi folli sogni di dominio, avrebbe condotto l’Italia alla rovina. Poi la guerra. Le città bombardate. La fuga in piccoli sperduti paesi e la fine dell’infanzia. Dagli otto anni in poi dovetti crescere in fretta, imparare a lottare e difendermi dai miei selvaggi coetanei, imparare a spaccare la legna per accendere il fuoco nella “cucina economica”, tirare la fune per estrarre l’acqua potabile da un pozzo, in un pesantissimo secchio di zinco che pesava quasi più di me, aiutare mia madre a fare la spesa, scendendo con la mia biciclettina al centro del paese per comprare dello schifoso pane nero e alcuni viveri razionati dai bollini della “tessera annonaria”. Avevo solo undici anni quando nacque il mio primo fratello, seguito poco dopo dal secondo e divenni… vice-padre e vice-madre!

 

3) Sergio Bertoni nella Bocca del Coccodrillo Segreto. Proverbi, modi di dire, motti goliardici, ecc… Sembra strano, ma queste cose a volte hanno un autore e nascono in un momento ben preciso. Svelaci il segreto de “in culo alla balena”!

R. È vero, questi motti hanno quasi sempre un autore ignoto, secondo qualcuno la battuta un po’ volga rotta della balena, avrebbe origini antiche. Non escludo, anche se mi sembra improbabile, che persone diverse abbiano pensato la medesima cosa. Io so soltanto che posso datare la frase. Era il mese di luglio del 1955 e stavamo sostenendo gli orali dell’esame di maturità. La commissione di esame comprendeva degli insegnanti esterni alla scuola, e tra questi ve ne era una, severissima e… molto opulenta, probabilmente sui novanta chili. Come è antica e superstiziosa tradizione, fare gli auguri a una persona che deve sostenere una prova porta sfortuna. Porta “sfiga” si direbbe oggi; quindi a ogni nostro compagno che veniva chiamato davanti alla commissione auguravamo il classico “in bocca al lupo”. Contemplando la mastodontica e arcigna esaminatrice che stava esaminando il registro di classe, mi venne spontaneo dare una affettuosa pacca di incoraggiamento sulla spalla al mio carissimo amico Lucio che, tremante e sudato per la tensione stava per essere chiamato, e dirgli: “tranquillo, vai! In culo alla balena!” La mia frase fece sorridere e rilassare il mio amico che in seguito superò brillantemente gli esami come quasi tutti noi. Con mia enorme sorpresa e a distanza di moltissimi anni ho scoperto che quella frase è sopravvissuta, è ancora in uso, e qualche spiritoso buontempone ha anche aggiunto la risposta: “speriamo che non scorreggi”.

 

4) Sergio Bertoni e i libri. Qual’è il tuo libro preferito (o i tuoi preferiti)? Qual’è il tuo genere (o generi) preferiti? Quale quello (o quelli) che hai trovato talmente disgustoso da non riuscire neanche a terminare? Quale libro raccomandi sempre a tutti di leggere, e nessuno lo fa mai? Quale libro ti riprometti sempre di leggere, ma non lo fai mai? Quale libro non leggerai assolutamente mai, neanche pagato?

R. Non credo di avere un libro preferito, sono onnivoro, leggo di tutto purché si tratti di narrativa. Mi attira anche la fantascienza, la fantasy e il paranormale, ho adorato il ciclo di libri di Asimov, ma fin da bambino sono passato dai libri del dimenticato Luciano Zuccoli, al Decamerone, alle Mille e una notte, ai libri di Merežkovskij: La morte degli dei, e La resurrezione degli dei, senza dimenticare Tolstòj,  Márquez, Poe, King e centinaia di altri autori. Ovviamente non trascuro il genere poliziesco, i cosiddetti “gialli”, e ho trovato molto interessante l’ultimo che ho letto: La condanna del sangue, del bravissimo nuovo autore napoletano Maurizio De Giovanni.  Purtroppo, per mia vergogna, il libro che non sono mai riuscito a terminare è considerato il più importante della letteratura del 20° secolo: l’Ulisse di J. Joyce. Non l’ho certamente trovato disgustoso ma l’ho trovato incomprensibile e, molto probabilmente, non finirò di leggerlo mai. Quanto ai libri che raccomando a tutti di leggere… beh, ovviamente i miei. E forse c’è anche qualcuno che lo fa.

5) Suggerisci tu una domanda

 

R. Meno male che mi si chiede la domanda ma non la risposta. A costo di essere macabro, ma sincero, dirò che alla mia età ci si chiede quando avverrà e che cosa c’è dopo. Ovviamente nessuno lo può dire anche se può essere di qualche conforto una affermazione scientifica: nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto si trasforma.

 

6) Il tuo interesse per il paranormale nasce da qualche indizio o qualche esperienza particolare vissuta personalmente? E il tuo interesse per la storia di Archimede di Siracusa, che hai romanzato, che origini ha?

 

R. Negli anni 50 l’arrivo nelle edicole della rivista Urania e dei successivi romanzi di fantascienza aveva stimolato in molti di noi giovani l’interesse per il paranormale in generale e per gli ipotetici poteri della mente studiati da Karl Zener e Joseph Rhine presso la Duke University. Personalmente sono stato sempre alquanto scettico in materia e l’unica esperienza, apparentemente inesplicabile, da me vissuta è stata la breve percezione di un forte profumo nel corso di una visita alla chiesa di padre Pio a S. Giovanni Rotondo. L’ interesse per Archimede (a parte il mio amore per la storia) probabilmente nasce dalla lettura, su di una rivista specializzata, dell’eccezionale ritrovamento del palinsesto Archimede (1998) contenente sette trattati di altissimo interesse scientifico e matematico (vedi: http://www.archimedespalimpsest.org/about/). Altri suggerimenti li ho tratti dal libro “Il teorema del pappagallo” di Denis Guedj, un romanzo di notevole interesse per gli amanti della matematica, e da altre notizie sulla vita del grande scienziato riportate da alcuni studiosi siracusani.

 

7) Chi è il tuo lettore ideale? A chi pensi, cioè, quando scrivi? E chi è che legge in anteprima i tuoi scritti?

R. Il lettore ideale è una persona curiosa, dalla mentalità aperta, disponibile a interpretare con flessibilità il testo e la sua strategia narrativa. Se il testo è ben scritto, il lettore ideale vi si immedesima e lo sente suo fornendo carne, sangue e una presenza reale ai protagonisti della storia. Quando scrivo, io presumo che il lettore non debba necessariamente essere a conoscenza degli antefatti di ciò che legge e quindi cerco di essere il più esplicito e chiaro possibile, il resto lo lascio all’immaginazione del lettore.

8) Vuoi parlare brevemente della tua famiglia? Hai moglie, figli, nipoti? Leggono i tuoi libri? Influenzano i tuoi scritti?

 

R. Sì, sono sposato, ho un figlio e parecchi nipoti. Certo che leggono ciò che scrivo, non so come fanno a sopportarmi ma la vita è fatta anche di sofferenza! Riguardo all’altra domanda.  suppongo che tutto ciò che mettiamo sulla carta sia, direttamente o indirettamente, il frutto del nostro vissuto, del nostro pensiero e delle nostre esperienze. Molte cose quindi possono influenzarci anche se forse non ne siamo consapevoli a livello cosciente.
9) Hai concluso la tua attività lavorativa con la pensione (antichissima usanza che va scomparendo). Cosa ti senti di raccomandare ai “giovani”? Quali esperienze e suggestioni tratte dalla tua vita lavorativa hai trasposto nei tuoi romanzi e racconti?

R. Bella domanda! Purtroppo pochissimi traggono frutto dalle esperienze altrui; la storia insegnerebbe moltissimo se le persone fossero disponibili a imparare. Ai giovani raccomando di non scoraggiarsi, di non cedere mai, di essere creativi e di sforzarsi a diventare imprenditori di se stessi. Di  cogliere al volo ogni opportunità che, anche se inferiore alle loro aspettative, non potrà che arricchire la loro esperienza e rafforzare il loro carattere. Per quanto riguarda esperienze e suggestioni di lavoro direi che, sia pure talvolta in chiave comica e paradossale, se ne trovano molte in “Paride Passacantando” e qualcuna anche in “Tra realtà e mistero”. Chi di noi, nel corso della vita,  non ha incontrato personaggi bonari e filosofi ma taccagni come Ottavio Casellario o prepotenti e autoritari come Formenton?

10) Come sei approdato alla letteratura e all’autopubblicazione? Parlaci di te come autore e delle tue opere.

R. La letteratura è sempre stata la mia passione, anche quando andavo a scuola divoravo, non appena comprate, quelle bellissime antologie che si pubblicavano allora. Ho adorato l’Iliade, nella traduzione di Monti, e ne ricordo ancora interi brani a memoria. Al liceo scrissi un poemetto in endecasillabi sulla caduta dell’Olimpo e la morte degli Dei e lo pubblicai sul giornalino scolastico. Non era male, peccato che non ne sia rimasta traccia. Anni dopo scrissi qualche racconto di fantascienza che apparve sui “Romanzi di Urania”. Dopo il 2000 la nascita di alcune piattaforme gratuite dedicate alla gestione dei Blog mi indussero a creare una mia “casetta” su Tiscali. I miei articoli, le mie considerazioni, i miei racconti incontrarono un certo favore da parte di altri blogger. Una lunga storia a puntate sui Templari piacque a molti. Alcuni racconti lunghi divennero la base per veri e propri romanzi, l’incontro con alcuni eccellenti blogger che avevano auto pubblicato dei romanzi mi indusse a tentare a mia volta e, devo dire, con un modesto ma soddisfacente successo. L’ultimo mio romanzo “Cleoth e Arkh” narra, con molta fantasia ma anche con precisi riferimenti storici, le immaginarie avventure di Archimede nell’antico Egitto ma Cleoth, la sacerdotessa di Iside, è il personaggio che ho amato di più e che forse rappresenta il mio ideale di donna.

11) quale domanda vorresti che qualcuno ti facesse, perché hai la risposta pronta da anni, ma nessuno te la fa mai? E a quale domanda non vorresti mai rispondere?

R. A questa.

 

Prof. Gemelli.

http://teladoiolanarrativa.blogspot.it/

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L’inganno dei senza vergogna!

29 Ottobre 2017 36 commenti

Parliamo di PENSIONI
Sono un pensionato col RETRIBUTIVO da ormai otto anni ma, se parlassi solo per perorare la mia causa credo che sarei poco ascoltato. NO, voglio difendere la causa di tutti i “nonnetti” pensionati d’Italia e voglio farlo perché tra Boeri e certi sedicenti fautori delle politiche “di sinistra” si sta facendo a gara a chi la spara più grossa contro la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Il detto Boeri poi, per misteriose ragioni (ma credo che lo faccia perché la cifra “grossa” fa più effetto) si lancia in proiezioni pluridecennali per farci rabbrividire di fronte a mostruosi “buchi” di bilancio che subirebbe l’INPS e quindi la Nazione se i prossimi lavoratori non andassero in pensione già agonizzanti. Non voglio però entrare nelle odiose pieghe della legge Fornero che incrementano l’età di pensionamento. Premesso che credo che l’attacco alle pensioni sia legato alla vigliaccheria (oltre che all’inciviltà di chi non rispetta i propri anziani) di chi non teme che i vecchietti possano scendere in piazza con nodosi bastoni, proprio perché vecchi, malandati e non organizzati, dimostrerò, con semplici e lineari conteggi, come sia del tutto falso l’assunto per cui il retributivo rappresenta il godimento di somme mai versate ed il contributivo il recupero di quanto il lavoratore ha messo da parte nell’arco di una vita di lavoro. In realtà, scusate se anticipo ma devo darvi una buona ragione per leggere il resto, in entrambi i sistemi il pensionato non recupera un fico secco.
In realtà, si sa benissimo che alla base del degrado economico e produttivo c’è una politica economica inetta, la scelta del modello thatcherian-reaganiano che conviene solo alle potenti multinazionali della finanza, la miopia crudele delle grandi potenze che hanno fatto inginocchiare la piccola, innocua Grecia che si poteva salvare con pochi spiccioli del bilancio comunitario, la volontà di distruggere un sistema di garanzie costruito in oltre un secolo di lotte animata dallo scopo di poter fare del lavoro un’arma di ricatto e del lavoratore un obbediente suddito. Si sa pure che tutto ciò non ha funzionato e rischia di essere un boomerang ma le potentissime lobby della finanza temono che ogni cedimento possa scoperchiare la pentola e tengono duro. Che fare allora per distrarre l’attenzione dalla verità? A chi si può addossare la colpa dei disastri? Semplice, ai tanti pensionati d’Italia.
Le pensioni sono state già massacrate, però c’è ancora un po’ di spazio per sollecitare la guerra tra poveri: ci sono le famigerate PENSIONI RETRIBUTIVE e poi si può battere pure la grancassa delle PENSIONI D’ORO! Questa sì che è un’idea: la maggior parte dei pensionati, che sono circa 17 milioni, ha un reddito da fame nera, prende dai 400 ai 1000 euro, non ha neppure i soldi per un giornale e vede al massimo la televisione. Cosa c’è di più facile che sollecitare il più antico dei sentimenti, l’invidia, e dire loro che la misera situazione dell’Italia è colpa di chi ha una pensione dignitosa? Inoltre la cosa si può spendere bene anche presso quella massa di disoccupati e lavoratori marginali che, ignoranti come cocuzze perché titolari di una squalificata licenza media, e talvolta anche di un altrettanto squalificato diploma, ma incapaci (lo dicono gli enti preposti, non io) di comprendere il significato di un testo e di fare semplici operazioni aritmetiche, si berranno come oro colato le fandonie di prezzolati giornalisti televisivi dagli stipendi milionari che diranno loro che una pensione di 3000 euro lordi (poco più di 2000 netti) è un vergognoso spreco che lo Stato non si può permettere ed è stata ottenuta con mezzi loschi senza aver versato un decente corrispettivo nell’arco della vita lavorativa. A tal fine si rievoca la vecchissima legge Rumor, abolita ormai da 25 anni che consentì alle madri di figli piccoli con più di 15 anni di anzianità nel pubblico impiego di avere una pensione. Che tale pensione fosse ben modesta (solo il trattamento della contingenza, ormai abolita, e la presenza dello stipendio del marito rendevano conveniente l’offerta. La legge infatti fu varata per evitare di aggravare le casse dello Stato della spesa necessaria ad aprire un numero conveniente di asili ed asili nido e fu quindi un subdolo risparmio, non un aggravio di spesa) ed oggi corrisponda a poco più del trattamento minimo per la modesta percentuale delle donne che avevano allora i requisiti viene opportunamente taciuto. Viene ugualmente taciuto, per lo stesso motivo, che i cosiddetti baby-boomers, cioè quella gran quantità di bimbi che nacque nei primi anni del dopoguerra e fanno paura alle casse dell’INPS per l’alto numero, sono andati in pensione dal 2009 in poi, il che vuol dire che la loro pensione contributiva, quando è tale, si è calcolata sulla retribuzione media degli ultimi 10 anni (che possono talora essere anche in decremento) e non sull’ultimo stipendio – come si dice, mentendo, nei dibattiti televisivi – perché anche questa regola appartiene ormai all’archeologia previdenziale e la promozione in uscita che serviva ad aumentare la pensione era applicata come prassi solo presso le forze armate e la polizia dove poi non si andava in pensione ma “a riposo”, e non a carico dell’INPS (cosa introdotta per tutti dal governo Monti per coprire gli ammanchi della pubblica amministrazione che, in sostanza, aveva sempre omesso di accantonare i contributi dovuti) ma a carico del Tesoro, cioè dell’unica “tasca” indifferenziata dello Stato. Inoltre chi non aveva almeno 18 anni di contributi quando fu reintrodotto il contributivo (nel ’95) ha un trattamento misto di pochi anni retributivi e molti contributivi, se però ha cominciato nel ’93 o dopo ha il contributivo puro. Il retributivo puro si applica quindi solo ha chi ha lavorato con continuità da prima del ’77.
La cosa peggiore poi è che alti funzionari dell’INPS ed influenti personaggi politici vadano dicendo con grande sicumera che nessuno ha contribuito tanto quanto poi riceve da pensionato.
Permettetemi allora di fare “i conti della serva”. Mi perdonino i barbuti ragionieri della previdenza, avvezzi a conti complicati ed infiniti: io mi baserò sulle semplici quattro operazioni delle scuole elementari. Il risultato sarà forse un po’ approssimativo ma credo che ognuno potrà riconoscerne la congruità.
Cominciamo con l’informare il povero stipendiato, spesso ignaro dei meccanismi e quindi facilmente indotto in errore, che il contributo versato alla cassa di previdenza pensionistica non è la piccola somma che vede così indicata nella busta paga (quella è la quota a suo carico), ma corrisponde al 33% dello stipendio LORDO. Ciò vuol dire che la parte che compete al datore di lavoro (la più grande) è, di diritto, un elemento stipendiale e non un regalo; non viene indicata nel lordo per puro espediente contabile.
Veniamo dunque ai conti:
Per ogni 100 euro di lordo, ci sarà quindi un versamento contributivo di 33 euro mentre il lavoratore, di quei cento euro ne vedrà circa 60 DI NETTO (non solo per la previdenza ma per IRPEF, SSN e altri addebiti vari). Detto lavoratore vede quindi, per ogni cento euro lordi di retribuzione, una paga netta annua di 60 x 13 = 780 euro e versa all’INPS 33 x 13 = 429 euro per anno. Se il lavoratore ha diritto al trattamento retributivo, vedrà, dopo 40 anni di onesto lavoro, una pensione corrispondente allo 80%, e cioè 48 euro mensili corrispondenti a 48 x 13 = 624 euro annui per ogni 100 euro di retribuzione media degli ultimi 10 anni di lavoro percepiti. Ma quanto ha versato nei suoi 40 anni di contribuzione? Ha versato 429 x 40 = 17.160 euro per ogni 60 euro mensili percepiti al netto. Ora, se dividiamo per le tredici mensilità pensionistiche la somma accumulata si otterranno gli anni di pensione che il lavoratore si è messo da parte, questo senza guardare né agli interessi né alla rivalutazione che a tale somma andrebbero attribuiti durante il periodo di vita del pensionato.
Facciamo dunque questo conto: 17.160 : 624 = 27,5 cioè ventisette anni e sei mesi. Quindi un lavoratore pensionato ai classici 65 anni di età esaurirà, se ci arriva, il capitale da lui accumulato all’età di 92 anni e sei mesi. Viva la faccia dei soldi “rubati ai figli!”. Dato che la speranza di vita di un 65enne è di arrivare a 82 anni, col retributivo gli buggerano dieci anni di versamenti.
Se quel medesimo lavoratore andasse in pensione col contributivo, vedrebbe un trattamento pensionistico pari a circa 30 euro mensili, cioè 390 euro l’anno per ogni cento euro lordi di retribuzione media, e vedrebbe risarcito il proprio contributo all’età di 109 anni.
Concludiamo: a mio parere LA VERA TRUFFA E’ IL CONTRIBUTIVO! Il vero motivo del deficit previdenziale è da imputare al fatto che mentre la previdenza dovrebbe essere un sistema mutualistico basato sulle cifre versate, l’assistenza agli invalidi, ai cassintegrati e agli anziani che non hanno contribuito dovrebbe essere a carico della fiscalità, cioè delle tasse, del Tesoro, come negli altri Paesi. Così non è perché lo Stato ha scaricato tutto sulle spalle dei lavoratori per coprire i propri ammanchi di cassa ed ora si attaccano i pensionati perché difficilmente potranno mai costituire una forza di resistenza organizzata (che fanno, scioperano?). VERGOGNA!!
Una società che non rispetta i propri vecchi non è civile.
Caro Boeri, malgrado gli oneri impropri cui l’INPS è assoggettato, una parte dell’ammanco di cassa (per carità: una PICCOLA parte) non potrebbe essere dovuta a sperperi dell’ente previdenziale come i super-premi ad un folto numero di dirigenti cui si attribuiscono meriti da super-eroe o anche a disorganizzazione interna?
Giuliano Bertoni.

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Lo sdegno e il ricordo.

25 Ottobre 2017 18 commenti

In questa tetra giornata autunnale, il grigiore del cielo aggiunge mestizia al dolore e alla vergogna recato alla nostra capitale, e all’intero paese, dall’infame gesto di pochi ignobili esseri. Costoro hanno avuto l’ardire, per sfogare il loro infame disprezzo antisemita, e il loro odio per una squadra rivale di calcio, di utilizzare a tale scopo il dolce visino di una meravigliosa giovane creatura, vittima innocente della barbarie nazista. Non mi sorprende la loro ignoranza ma mi disgusta il loro abominevole cinismo. Per onorare il ricordo della piccola Anna Frank, riporto uno stralcio del mio libro l’Intruso:
“Io, cercavo di ambientarmi, come un tempo, alla vita cittadina. Mi sembrava un sogno rivedere strade, piazze e porticati che avevo quasi dimenticato. Mi recai nella bellissima Piazza dei Signori, attraversai il porticato della Torre dell’Orologio ed entrai in piazza Capitaniato. In fondo, sulla sinistra, si accedeva alla mia vecchia scuola elementare che faceva parte della Reggia dei Carraresi. Presto vi sarei tornato e avrei cercato di recuperare gli anni persi.
Tornando a casa incontrai un volto familiare: Riggio, il vecchio portiere, era ancora seduto nell’atrio del palazzo dietro la sua scrivania. C’era una cosa che mi aveva lasciato triste e perplesso, immaginai che lui potesse rispondermi.
«Riggio, ora noi abitiamo dove prima c’era la famiglia Camerini Rossi. Hanno traslocato? Hanno cambiato casa? Come mai sono andati via?»
Mi osservò, perplesso, e non rispose. Notai che era molto invecchiato durante quegli ultimi tre anni che eravamo stati assenti: pesanti borse sotto gli occhi, rughe più profonde sul viso e i capelli, un tempo appena grigi, erano ora divenuti tutti bianchi. Dal suo sguardo vuoto mi sembrò di capire che forse non mi avesse riconosciuto o non mi avesse sentito. Insistetti:
«Riggio, e allora?»
«No, ragazzo mio, non hanno cambiato casa, sono venuti i tedeschi e… li hanno portati via.» borbottò, sputando le parole tra i denti quasi a fatica.
«Portati via? dove? E perché?» mormorai, ricordando, con un colpo al cuore, Maria Edoarda, quella dolce allegra bimba, mia coetanea, che un tempo mi faceva gioire e arrossire quando rispondeva al mio saluto con un sorriso.
«Era una famiglia di ebrei. I militari tedeschi li hanno caricati su di un camion e sono partiti. Non sono tornati più, mai più, nessuno di loro. L’ingegnere, la moglie, il ragazzo grande, la figlia… Nessuno più… Nessuno.» Una lacrima scese lenta dagli occhi arrossati di Riggio, e si fece strada tra le rughe del viso.
Impallidisco, comprendo e le gambe mi tremano. Solo il giorno prima, passeggiando sotto i portici della strada che conduce alla grande piazza, Prato della Valle, mi ero imbattuto in una mostra all’aperto che esponeva oggetti e fotografie provenienti dai campi di concentramento nazisti: fotografie di montagne di cadaveri ammucchiati in fosse comuni, oggetti personali delle vittime, abiti maschili e vestiti di donna, scatoloni pieni di capelli, altri ripieni di denti ai quali erano state sottratte le capsule d’oro, un libro malconcio, rilegato con una copertina giallastra che sembrava decorata con dei tatuaggi. Sul cartello che lo indicava, c’era scritto: “Fatto con la pelle umana di una delle vittime.”

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Ma chi diavolo è Paride Passacantando?

26 Settembre 2017 24 commenti

Questo romanzo umoristico di circa pg. 174 formato A5, interamente rivisto e ampliato, sarà, come promesso, per un breve periodo di tempo, in offerta speciale per pochi centesimi. L’estratto gratuito, che potete leggere preventivamente, è sufficientemente lungo per verificare se l’argomento piaccia o meno. L’unica cortesia (se volete) che l’autore gradirebbe, in ricompensa del suo lavoro, è una breve, sincera, recensione. Grazie.

Qui di seguito una graditissima recensione di un bravissimo e noto scrittore, relativa alla prima edizione:

5,0 su 5 stelle Ironica incursione nei personaggi della Grande Azienda

Da Mario Pacchiarotti I PRIMI 500 RECENSORI

Formato: Formato Kindle|Acquisto verificato

Ha proprio ragione Sergio Bertoni, a volte anche l’impossibile avviene. Per fortuna, aggiungo io, visto che spesso tutto ciò che ci rimane al mondo è la speranza che avvenga un miracolo.
Questa volta ho attinto ai suggerimenti della rubrica Pianeta Self Publishing di Flaminia Mancinelli per assaggiare un autore nuovo, almeno per me. Ho voluto iniziare da qualcosa di divertente e non sono stato deluso. Il libro ci fa affacciare in maniera scanzonata e provocatoria nel mondo della Grande Azienda, quella con le maiuscole e i direttori megastellari.
Non fatevi ingannare però, qui non abbiamo Fantozzi, semmai l’ironia del racconto e le ambientazioni mi ricordano più un altro autore campano, Luciano De Crescenzo. Nel dirlo mi viene un pensiero fugace, ma bisogna essere informatici, ingegneri o comunque tecnici per scrivere libri da quelle parti?
Una carrellata di personaggi che verrebbe da definire improbabili, se non fosse che sono fin troppo reali, ci racconta le storie più o meno personali o aziendali, le piccole guerre, le grandi vendette, le trasformazioni, a volte positive, regalandoci alla fine anche un bel lieto fine. Eh sì, perché l’impossibile a volte si realizza, e perché non sperarci allora?
Un autore che inserisco nella mia personalissima lista e sul quale ritornerò di certo in futuro. Libro consigliato, divertente, leggero, ma non troppo, filosofico quanto basta, da leggere anche in compagnia, volendo.

https://www.amazon.it/Paride-Passacantando-Talvolta-limpossibile-letteratura-ebook/dp/B0097WVW40/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1506379155&sr=1-1&keywords=sergio+bertoni

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Maria Nazionale: Però te penzo.

23 Settembre 2017 13 commenti

Traduzione dal napoletano. Cliccare :  qui

Però te penzo.

Esco quasi tutte le sere

lui, poi, mi porta fuori

per corteggiarmi

io non sono nata ieri

non si esce per parlare

sai come va

comincia con una cena

e due parole

e finisce sempre che faccio l’amore

però ti penso

scherzo con cento innamorati

ma ti penso

ci metto tutta la volontà ma

sempre a te penso

mi sento di ghiaccio senza di te

perché ti penso

e tu mi pensi?

Quando con quella fai l’amore

e tu, tu mi pensi?

Tu non sei fatto come me

tu non mi pensi

Io non voglio restare sola

ho bisogno di qualcuno

per ricominciare

io mi voglio innamorare

e amare ancora

sto cercando disperatamente amore

però ti penso

scherzo con cento innamorati

ma ti penso

ci metto tutta la volontà ma

sempre a te penso

mi sento di ghiaccio senza di te

perché ti penso

e tu mi pensi?

Quando con quella fai l’amore

e tu, tu mi pensi?

Tu non sei fatto come me

tu non mi pensi.

https://www.youtube.com/watch?v=v4tqWxdc0QQ

 

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Chi sarà mai questo Paride?

22 Settembre 2017 Nessun commento

Se al semaforo, o all’angolo della strada, un lavavetri o un mendicante porgono la mano, e voi siete disponibili ad aiutarli, generalmente elargite una cinquantina di centesimi, o talvolta un euro. Difficilmente vi limitereste a 10 o 20 centesimi che, nella maggioranza dei casi, non sarebbero certo rifiutati ma neppure accolti con esultanti grida di entusiasmo.

Faccio questa introduzione per fare comprendere quanto possa essere umiliante per un autore indie (indipendente) vendere un suo lavoro a pochi centesimi, dopo che ha spesso impiegato mesi e talvolta anni per informarsi, controllare, immaginare, studiare, pensare, sognare, correggere, modificare… servirsi insomma di tutti quegli elementi necessari per ottenere un prodotto letterario, non dico eccelso, ma almeno decente.

Personalmente ho preferito, per diversi mesi, non ricevere alcun guadagno da alcuni romanzi che mi sono stati richiesti in forma cartacea pur di vederli letti e diffusi. Il loro prezzo, infatti, era limitato al solo costo di stampa e alle relative tasse senza alcuna royalty per l’autore.  Ora i prezzi delle edizioni cartacee sono stati portati a un livello appena decente e pari a circa il 50/60% di analoghi testi presenti nei cataloghi degli editori, mentre il costo delle edizioni elettroniche (e-book) è rimasto pari o inferiore al costo di un quotidiano o di una rivista.

Ciò premesso, tenendo anche conto di alcune richieste, e come oltretutto già promesso e annunziato, ho deciso di rimettere in campo, in formato e-book,  un romanzo umoristico un po’ dimenticato, che è stato completamente rivisto, corretto e ampliato (circa 174 pg. in formato A5 e 34.619 parole). Il testo viene proposto, su Amazon, soltanto per pochi giorni, al prezzo assolutamente promozionale e praticamente irrisorio di soli 99 centesimi. Ciò all’unico scopo di favorirne la diffusione, e nella sommessa speranza di ricevere numerose recensioni.

Buona lettura e un grazie anticipato a tutti i miei cortesi lettori.

https://www.amazon.it/Paride-Passacantando-Talvolta-limpossibile-letteratura-ebook/dp/B0097WVW40/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1506032437&sr=1-1&keywords=sergio+bertoni

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Gli amori senili di un grande poeta

17 Settembre 2017 20 commenti

Da un articolo di “La Repubblica”

di Marco Cicala.

Pietra ligure. In Comizi d’amore, il documentario del 1965 sulla sessualità degli italiani, Pier Paolo Pasolini gli chiese se nella vita intima si fosse mai lasciato tentare da qualche forma di trasgressione. Quasi ottantenne, Giuseppe Ungaretti rispose: «Che cosa vuole, io sono un poeta… Quindi incomincio col trasgredire tutte le leggi facendo della poesia… Ora sono vecchio e allora non rispetto più che le leggi della vecchiaia, che purtroppo sono le leggi della morte». Parole tombali. Però il vegliardo mentiva. O peccava di falsa modestia. Perché in fatto di passione l’inverno della sua vita fu abbastanza vorticoso da sbriciolare come uno squallido cliché l’equazione vecchiaia = pace dei sensi. A riprova le circa quattrocento ardentissime lettere inviate alla giovane poetessa italo-brasiliana Bruna Bianco tra il ‘66 e il ‘69. Se ne conoscevano soltanto pochi stralci, adesso escono al completo da Mondadori, a cura di Silvio Ramat.

Vampe e acciacchi senili, viaggi, onori da star, riflessioni – qua e là velenosette – su letteratura, arte, musica, società, politica… Nel nubifragio di epistole – che nei momenti di massima esaltazione decollavano al ritmo di due al giorno – c’è dentro tutto il centauro Ungaretti: per metà sommo poeta della concisione e per l’altra affabulatore torrenziale. Con Bruna Bianco si conobbero a San Paolo del Brasile nell’estate ‘66. Lei aveva 26 anni, lui oltre mezzo secolo di più. «Finiva agosto. Dopo una sua conferenza all’Hotel Ca’ d’Oro mi avvicinai trovando il coraggio per consegnargli una busta con le mie poesie. Bruttissime» sorride Bruna ricevendomi nella casa di Pietra Ligure dove passa le vacanze. È un’affettuosa signora con un fisico asciutto da maratoneta. Oggi ha più o meno la stessa età del poeta all’epoca. Continua: «Ungà mi invitò immediatamente a colazione. Rifiutai. Lui ripartì per Rio. Doveva restarci dieci giorni. Ce ne ne rimase solo tre. Una mattina, arrivando in ufficio, mi dissero che aveva chiamato una ventina di volte. E adesso il telefono squillava di nuovo». Si rivedono. In Dialogo, breve raccolta scritta insieme alla sua musa, Ungaretti avrebbe ricordato quei momenti come un’epifania erotica: «Sei comparsa al portone/In un vestito rosso/ Per dirmi che sei fuoco/Che consuma e riaccende». Lei lo scarrozza in auto per la megalopoli. Finiscono in un parco: «Era di lunedì/Per stringerci le mani/E parlare felici/Non si trovò rifugio/Che in un giardino triste/Della città convulsa». Visiteranno anche la tomba di Antonietto,  il figlio del poeta morto ragazzino nel ‘39, quando lui insegnava all’Università di San Paolo. «Da allora, di quella tomba mi sono occupata soltanto io» dice Bruna in un italiano nobile, caramellato dal soave accento brasiliano.

A settembre Ungà se ne riparte in nave. È già tarantolato dall’amour fou. La prima lettera è un telegramma Italcable dettato durante la traversata e firmato «nonno Ungaretti». Nel carteggio il tema del divario anagrafico è un basso continuo: «Sono ormai troppo vecchio, oltre misura vecchio, quasi un antenato»; «Quale apparizione di bellezza per alleggerirmi dal peso di male e di dramma che mi curva le spalle anziane…»; «Ciò che sarebbe più ragionevole è che Tu scegliessi per compagno un giovane come Te. Ma se credi che un poeta non abbia età…». La possessione d’amore si pone da subito sotto l’antico segno della follia. Demenza e demente sono le parole che ricorrono più spesso per giustificarla. Ma dalla passione crepuscolare Ungaretti esce ringiovanito, diresti miracolato. Come quei nonnetti dei cartoon quando ingollano la magica pozione e d’incanto li vedi scagliare via le grucce, la carrozzella per scapparsene lontano zompettando ilari. «Abbandonò i bastoni, smise di camminare curvo» racconta Bruna. «Cambiò perfino abbigliamento. Era sempre in giacca e cravatta. Elegante come un gentleman, profumato come un bebè».

Ungà regredisce all’adolescenza. A quando «innamorato… andavo fuori di casa, correvo per le strade, telefonavo senza motivo a gente che cascava dalle nuvole… Aprivo un libro e lo richiudevo…Prendevo un foglio di carta, e ci facevo, senza accorgermene, scarabocchi… ero in uno stato di nervosismo che m’impediva di camminare e di stare fermo». Solo la morte riuscirà a fermarlo. Ultracinetico, eterno nomade, nella corrispondenza lo inseguiamo da Venezia a Palermo, da Roma a Parigi, da Londra a Tel Aviv. Per due volte raggiunge l’amata in Brasile, per due volte lei lo ritrova in Europa. Ungaretti riattacca pure con gli scarabocchi. Tutte scritte con inchiostro verde («Sono superstizioso, il verde è la speranza»), le lettere sono spesso condite da ghirigori, svolazzi, ricamini amorosi. Le sfogli fra tenerezza e un filo di imbarazzo. Sono rimaste chiuse in una cassapanca per cinquant’anni. Perché tirarle fuori solo adesso? «Ero frenata dai pregiudizi. “Ma che combineranno quei due?” malignava la gente. E poi la Bruna di allora era morta, sepolta, finita anche lei in quella cassapanca. Solo pochi anni fa ho deciso che era tempo di riaprirla» dice la Bianco. È nata a Cossano Belbo, nelle Langhe di Cesare Pavese. A sedici anni seguì in Brasile il padre, produttore di spumanti. «Dovevo restarci per poco. Ci sono rimasta una vita». Facendo l’avvocato. Vedova, tre figli più nipoti, sul love affair con Ungà aveva sempre mantenuto un certo riserbo. «Una volta ne accennai a mio marito, ma lui mi fece capire che preferiva non saperne nulla». Che un anziano signore svalvoli per una ragazzina è un grande classico, ma il contrario un po’ meno. Perché lei perse la bussola? «Ungà trasmetteva forza a tutto il mio essere. Non mi è più capitato in vita mia. Mi disse: “Nessuno ti amerà mai come me”. Suonava come una specie di maledizione».

La passione senile del vecchio per la fanciulla è un mito che fin dalle narrazioni arcaiche si intreccia col tabù. E infatti  il loro amore fu contrastato. Ma non da chi t’aspetteresti. «Mio padre non fece ostacolo. Del resto, Ungà lo rassicurava: “Sposerò sua figlia solo quando potrò garantirle un livello di vita come quello nel quale lei l’ha cresciuta”». Quindi si era già ai progetti di matrimonio? «Sì. Le fedi erano pronte. Accompagnandomi all’aeroporto di Roma, Ungaretti mi disse: “La prossima volta tornerò per sposarti”. È l’ultima immagine che ho di lui». Perché non convolarono? Nel carteggio l’amore si tronca per ragioni un po’ arcane. «Contro di noi giocarono pressioni esterne» dice Bruna. Pressioni di chi? «Di un pezzo della famiglia di Ungà. La figlia Ninon era dalla nostra parte, ma il marito di lei si opponeva. Guarda caso, a partire da un certo momento le mie lettere non arrivavano più, sparivano». Ma anche nell’entourage degli amici c’era chi remava contro: «Cercavano di convincere Ungà che ero una fiamma passeggera come ce n’erano state altre». Dopo la morte dell’amatissima moglie Jeanne, anno ‘58, nella vita di Ungaretti transitano figure femminili passabilmente misteriose e finora poco indagate: l’ex allieva e traduttrice Jone Graziani, l’enigmatica croata Dunja, la funzionaria della Mondadori Nella Mirone… Fra studentesse e groupie veneranti, comincia a circolare l’immagine del patriarca sempre circondato da jeunes filles en fleur. Lo sfottono: «Ungaretti? Insieme a una vecchia non s’è visto mai». Con Bruna però le cose sembravano consolidarsi: «A comprometterle» aggiunge lei, «ci si mise pure il Nobel mancato. Ungà ci contava. Era povero. E aveva già pianificato tutto: metà dei soldi li avrebbe dati alla figlia, con l’altra avrebbe comprato una casetta a Capri dove saremmo andati a vivere». Ma nel ‘69 il premio venne assegnato a Samuel Beckett. Non esattamente un furto. Però Ungaretti incassa male. Negli ultimi tempi i rapporti con Bruna si sono un po’ sgualciti. Le comunicazioni a distanza non aiutano: «Le telefonate tra Italia e Brasile erano infernali. Avvenivano tramite cavi sottomarini: nella cornetta sentivi solo la voce a singhiozzi e il boato del mare». E poi «Ungà aveva promesso che sarebbe venuto al mio compleanno, ma non si presentò. Mi offesi. Ho scoperto in seguito che gli avevano sconsigliato il viaggio: in Brasile c’era la dittatura e una sua visita non l’avrebbe messo in buona luce nella prospettiva del Nobel».Per giunta, la salute dell’Antico – come lo chiamava il critico De Robertis – peggiora. Durante una trasferta negli Stati Uniti si ammala seriamente: «Capì che il tempo era scaduto. Anche per questo decise di sparire dalla mia vita. Voleva ridurmi la sofferenza» ritiene Bruna.

Dalla traduzione di Pindaro alla pubblicazione del carteggio, tanti progetti rimasero mozzati. Ma tra loro non fu solo amor intellectualis. «Gli abbracci di Ungà erano un orgasmo totale» ricorda lei con immutato brivido. Mi racconta di quella volta che giravano per il Brasile dormendo in camere separate, sorvegliati da una governante: «Una mattina Ungà mi dice: “Accompagnami a comprare un pigiama”. E io: ma non ne hai già due? E lui: “Sì però stanotte ho avuto due polluzioni e per la vergogna li ho fatti a pezzi entrambi”». O quell’altra volta «che alla Galleria Borghese mi vedeva girare intorno alla statua di Paolina scolpita da Canova e a un certo punto esplose: “Toccala, toccala! È l’unico modo per capirla!». Il biografo Leone Piccioni ha scritto che per tutta la vita Ungaretti rimase un poeta d’amore. Scisso fra “sensualità” e trasfigurazione.  Nelle ultime lettere la passione ulula: «Sono furente d’amore. Urlo come una belva»; «Ti percorro tutta, sino a insediarmi nell’anima Tua»; «Ti amo con una furia che mi martirizza»; «Ti bacio i piedi, li ho nelle mani, bei piedi nudi come quella sera ch’ero un fantasma, nella tua camera, dove ti guardavi allo specchio forse nuda».

«Vecchissimo ossesso» quale si definiva, Ungaretti era nato ad Alessandria d’Egitto dodici anni prima che finisse l’Ottocento. Ma, dalla Parigi epica delle Avanguardie alla Grande guerra – che combatté da anarco-interventista – e oltre, incarnò il Novecento come pochi. Eroici furori e accecamenti inclusi. Nella folle corrente del suo secolo volle restare immerso fino all’ultimo, anche fuori tempo massimo: coi denti traballanti e i piedi rinfrancati dagli unguenti del Dr. Scholl’s. Perciò nelle lettere a Bruna lo vediamo approvare la pop music, che «esprime la violenza del nostro tempo»; «riporta alla natura… è reazione alla meccanizzazione dell’essere umano». O simpatizzare col guru dei beatnik Allen Ginsberg, di cui soffre però l’esibizionismo smodato e soprattutto quell’accidenti di cembalino da hare krishna, plin-plin, «non la finiva più». Ungà prova la marijuana, ma non gli dà «nessuna gioia meravigliosa», «toglie forze e rimbecillisce. Alla larga, alla larga». Sta sempre in mezzo ai giovani, ammira La Chinoise, il film “maoista” di Jean-Luc Godard, però teme il nichilismo del ’68 parigino: «Il Francese è popolo dalle grandi ire e poi succeda quello che ha da succedere, purché la Sua ira riesca a sfogarsi». I contestatori? «Gridaioli per stupidissimo snobismo», si scagliano «contro tutto quanto è stato fatto dalla civiltà prima del loro arrivo di “presuntuosi ignoranti”». «Sono il vuoto schiamazzante e vogliono il caos».

Ungaretti si considera «un cristiano di estrema sinistra», ma vota la Dc, non proprio a sinistra, di Attilio Piccioni. È stato grande amico di Mussolini e, quantomeno al principio, ha creduto nell’energia rigeneratrice del fascismo, però si rimprovera la «passiva complicità» sotto il regime, che comunque nel ’42 lo nominò Accademico d’Italia. Nei turbolenti 60, è divertito dalle metamorfosi dei costumi («La minigonna la portano qui le giovanette tagliata subito dopo il sedere. Sono tagliate molto bene, portate con molta iattanza, e fa piacere vederle portare con tanta disinvoltura e sfida»). Però resta pur sempre un uomo classe 1888, e dell’omosessualità per esempio scrive: «Il male è diffuso, e si diffonde in modo da mettere allarme e spavento». Di Pasolini annota che «sebbene pederasta e anche perché pederasta, riesce ad essere vero poeta, diventa puro, anche se della purezza del demonio…». Ciò premesso, «la pederastia mi ha sempre fatto ribrezzo».

Ungaretti ha un’alta considerazione di sé: «Sono l’ultimo poeta vero che abbia il mondo»; «La mia poesia non è confrontabile alle altre, sono in anticipo su di esse di almeno cinque secoli, e, per la perfezione ne potrebbero essere emuli solo i Greci». Con Montale ha sempre avuto rapporti ondivaghi. Negli accessi di bile gli ha dato del «pidocchio che mastica le sue caccole» (si veda il carteggio con l’amico Jean Paulhan), ma poi si è più o meno arreso alla sua arte. Invece non sopporta Quasimodo: «Mediocre poeta che ha rifatto continuamente la mia poesia dannunzianeggiandola». Quasimodo che nella corsa al Nobel ha pugnalato Ungà denunciando i suoi trascorsi fascisti, «calunniandomi politicamente, facendosi passare per un fiore di santità quando era tutt’altra cosa». Per indole, ma anche per smarcarsi dalla Trimurti dei suoi competitor – Montale, Saba, Quasimodo – ancora circonfusi di una distante aura borghese, Ungaretti sceglie il Moderno di quella che oggi diremmo la mediatizzazione: legge le sue poesie in tv e Omero nell’Odissea versione sceneggiato, incide dischi con la Rca, poco prima di morire appare perfino in un proto-videoclip per la canzone della Zanicchi Un uomo senza tempo che la grande Iva gli dedicherà. Non è la più indimenticabile delle sue hit. Faceva: «Non esiste un altro uomo/così caro come lui/Sogna ancora ad occhi aperti/e non ama la tristezza… Caro, caro vecchio mio…».  Vecchio un corno.

(8 settembre 2017)

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autos – ekeinos – outos

22 Luglio 2017 Nessun commento

Quando le lingue classiche ci aiutano:

autos – ekeinos – outos

La lingua italiana è compiuta: non esiste emozione, concetto, espressione, pensiero che non possano essere resi con una parola oppure con una articolata perifrasi.
Insomma, nella redazione, niente deve essere lasciato al caso perché il caso produce confusione e la confusione genera errori.
Chi scrive per un pubblico deve necessariamente essere consapevole della grande ricchezza di sfumature che il nostro idioma ha.
A maggior ragione, chi scrive per trasmettere emozioni non può ignorare la regola che io giudico fondamentale per la redazione di un testo: impegnarsi a rendere viva e vera l’immagine che stiamo dipingendo con la penna.
E come possiamo rispettare questa regola? L’unico strumento che abbiamo è la parola.
Della parola dobbiamo utilizzare tutta la profondità. Così dobbiamo godere di tutta la generosità.
Pure della rotondità toccherà tenere conto.
La ricchezza della lingua va, tuttavia, perdendosi sempre più nell’esperienza molto sintetica della comunicazione attuale.
Avevo già espresso le mie preoccupazioni a riguardo, in un articolo.
In un altro brano, invece, mi ero soffermata ad analizzare l’impoverimento della lingua italiana, già per altro “assottigliata” nelle gradazioni di significato, rispetto al latino.
Per evitare di proseguire lungo questa via decadente di riduzione e impoverimento dei significati e dei significanti toccherà tenere presente, come al solito, la ricchezza semantica delle lingue classiche. Inutile dire che sarebbe opportuno anche imitarla questa ricchezza o, quanto meno, adoperarci a non farla andare perduta.Qualche tempo fa, riflettevo su quanto noi “moderni” stiamo diventando pigri nel cercare soluzioni alternative a termini di uso frequente. Fra questi, il primo posto ahimè in quella triste graduatoria di depauperamento, ci sono senza dubbio i pronomi, soprattutto i dimostrativi.Il pronome più utilizzato (anche troppo) è: questo.
Siamo diventati così indolenti che lo adoperiamo sempre, a volte addirittura in sostituzione di quello, quasi che la parlata veloce e quotidiana ci autorizzi a non tenere conto della differenza semantica.Quante volte è capitato di ascoltare o leggere frasi del tipo:

Cosa mi dici di questo?

All’apparenza la frase sarebbe corretta, se non fosse che colui che la sta pronunciando si riferisce ad un uomo (o ad un oggetto) non presente o comunque non vicino agli interlocutori, bensì lontano nel tempo e nello spazio.
La giusta espressione sarebbe stata dunque:

Cosa mi dici di quello?

Ribadisco che per cercare di arginare il fenomeno dell’impoverimento della lingua italiana, occorre tenere presente l’esperienza delle lingue classiche.
A proposito dei pronomi dimostrativi, in greco e in latino si utilizzavano diverse forme per le più svariate occasioni.

In particolare il greco, oltre ai due pronomi corrispondenti ai nostri questo quellohic ille in latino, ne aveva anche altri.

ekeinos, ekeine, ekeino = quello, quella, quella cosa = ille, illa, illud.
autos, aute, tauto = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc; iste, ista, istud.
ode, ede, tede = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc.

autos, aute, auto = stesso, stessa, stessa cosa = ipse, ipsa, ipsum.

A questi si aggiungevano altri pronomi. Vale la pena di ricordarne alcuni: tosoutos (tanto grande), toioutos (tale), telikoutos (di tale età) e così via.

Ho portato l’esempio dei pronomi ma potrei aggiungerne molti altri, a dimostrazione che, purtroppo, con l’avanzare dei tempi, l’espressione verbale perde sempre più di intensità e di ricchezza lessicale.

Concetta D’Orazio
Tratto dal blog di Concetta D’Orazio: qui

Purtroppo questo blog non riesce a trascrivere le parole in alfabeto greco. Pertanto si consiglia di leggere il post originale della dottoressa D’Orazio.

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Il giornalino scolastico

15 Luglio 2017 13 commenti

L’impulso iniziale è quello di scrivere … c’era una volta, così come iniziavano le favole. Tuttavia non si tratta di una favola, e anche l’epoca non è poi così lontana da perdersi nella notte dei tempi o nei misteriosi sentieri della fantasia. Inizierò quindi con “c’è stata un’epoca”.
Sì, c’è stata un’epoca in cui le droghe erano solo le spezie che le nostre madri acquistavano dal droghiere , un’epoca in cui il “bullismo” era quasi sconosciuto e persino quello che si praticava nelle caserme consisteva, da parte dei “nonni” e cioè dei soldati di leva al termine del servizio militare, nel fare “il sacco” al lenzuolo del letto delle reclute o, nel peggiore dei casi, nel sottoporre i più riottosi ad un “gavettone” di acqua fresca. Era un’ epoca di sogni e di speranze: per i giovani il lavoro non era un mito e l’economia andava al galoppo.
Era un’epoca in cui il nostro Paese poteva andar fiero, non degli attuali pennivendoli, maestri di quello squallido pettegolezzo che si maschera dietro il barbarico termine di “gossip”, ma di giornalisti veri, di maestri della penna e dell’informazione come Giovanni Mosca, Oriana Fallaci, Corrado Alvaro, Luigi Barzini, Enzo Biagi, Dino Buzzati , Leo Longanesi, Mario Missiroli, Indro Montanelli e tanti, tanti altri.
Attiravano in particolare i caustici articoli che il geniale, e ormai purtroppo sconosciuto ai più, Augusto Guerriero, pubblicava settimanalmente su “Epoca” sotto lo pseudonimo di Ricciardetto. Era comunque un piacere leggere e entusiasmarsi alla prosa forbita e intelligente che sprizzava dalle pagine di giornali e riviste e che ci faceva vivere luoghi e situazioni strane e avventurose sapientemente narrate dagli “inviati speciali”.
Nacque così in me il desiderio, poi non realizzato, di fare il giornalista, ma come iniziare? Talvolta inviavo qualche articolo o qualche raccontino al “Travasetto”, alla “Domenica del Corriere” o ai “Romanzi di Urania”. Spesso mi pubblicavano, ed era una grande soddisfazione, ma non mi bastava. Mi venne l’idea di creare un giornalino scolastico da diffondere tra i miei compagni di Liceo. L’idea fu accolta con entusiasmo dai miei tre amici più cari, Angelo, Gianni e Lucio; ma quale nome dare al giornalino? E poi, come realizzarlo? Il nome fu presto trovato, era da poco uscita una nuova tecnica cinematografica panoramica: il cinemascope. Il nostro giornale voleva essere una panoramica sulla scuola? Ok, perfetto, lo chiamammo Scuolascope. Già da tempo avevo acquistato a rate una Olivelli lettera 22 e, sia pure picchiettando con sole due dita, avevo raggiunta una discreta velocità.
Dando fondo alle nostre magre “paghette” acquistammo diverse risme di carta e approntammo il primo esemplare. Per poterne fare un centinaio di copie utilizzammo il vecchio ciclostile della locale sede del PCI al quale avemmo accesso grazie all’aiuto del nostro compagno Diego, detto Popoff , che era l’unico comunista iscritto al partito della nostra classe.
Vendevamo il giornalino, peraltro con risultati non entusiasmanti, agli altri studenti del Liceo al prezzo di 10 lire e ignoravamo che persino una tale innocua attività dovesse essere sottoposta alle autorità e autorizzata da precise disposizioni di legge.
Uno dei nostri professori, quello di matematica, era il bravissimo professor Di Stefano: un uomo robusto, sulla cinquantina, dall’aspetto burbero e intransigente che nascondeva in realtà un cuore dolcissimo e paterno. Fu uno dei nostri primi sostenitori e contribuiva con ben 100 lire all’acquisto del nostro giornale.
Un giorno noi quattro, i cosiddetti direttori di “Scuolascope” fummo convocati ufficialmente in Questura con tanto di avviso recapitatoci per posta. In verità la cosa ci preoccupò non poco, tuttavia il giorno stabilito ci presentammo tutti insieme e, scherzosamente, salimmo le scale per recarci dal funzionario che ci aveva convocato, tenendo i polsi sovrapposti come se fossimo stati ammanettati.
Non sapevamo che la notizia di questa convocazione fosse già circolata in ambito scolastico, ma così era stato. Mentre salivamo quelle scale un vocione risuonò alle nostre spalle: “cosa ci fate qui?”. Sorpresi, ci girammo e vedemmo il professore De Stefano che, con faccia truce e aspetto rabbuiato, saliva le scale a quatro a quattro dietro di noi.
-“Buongiorno professore, noi siamo stati convocati…” e sventolammo gli avvisi ricevuti.
-“Date qui, e non vi muovete!” tuonò il professore, e strappatici i foglietti di mano salì borbottando le scale e, scostando con un semplice gesto della mano un poliziotto che cercava di fermarlo, spalancò la porta dell’ufficio dove eravamo stati convocati e la rinchiuse sbattendola.
A malapena sentimmo la voce sommessa e pigolante di qualcuno che, in tono di scusa cercava di giustificarsi, ma quella voce era soverchiata da quella del nostro professore che risuonava alta e forte come il rumoreggiare dei tuoni nei temporali primaverili. Non riuscivamo a comprendere tutto ma qualcosa ci giunse alle orecchie: “sei sempre stato un asino alle mie lezioni, ma io ti ho fatto diplomare lo stesso e speravo che saresti diventato un bravo questurino! Cerca di dare la caccia ai malviventi, ché ne abbiamo fin troppi , invece di intimorire e disturbare i miei allievi!”.
Seguì un concitato vociare in tono più attutito e non più comprensibile, infine il nostro professore uscì trionfante dall’ufficio e, passando davanti allo sbigottito poliziotto di guardia che si mise sull’attenti, ci mise una mano sulla spalla e … “Andate a casa ragazzi, tutto a posto, ma togliete dal giornalino l’indicazione del prezzo”.
Inutile dire che il nostro glorioso “Scuolascope” continuò la sua uscita per tutto l’anno scolastico, con gli ultimi numeri addirittura stampati in tipografia, ma questa … è un’altra storia.

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L’Intruso

30 Maggio 2017 15 commenti

Un piccolo “assaggio” da L’Intruso:

«Fuori di qui, corvaccio della malora!» – rantolò il vecchio con voce strozzata – «Chi me l’ha portato qui? Sicuramente quella troia di mia moglie! Buttatelo fuori prima che lo prenda a calci in culo!»

Donna Britta che, seduta in un angolo aveva assistito esterrefatta alla scena, schizzò in piedi e, scusandosi e disperandosi, accompagnò alla porta lo sgomento don Gebhard che con un fazzoletto sdrucito cercava di tamponare il sangue che gli usciva copioso dal naso.

Giunto nei pressi della canonica, don Gebhard sollevò lo sguardo da quello straccio sanguinolento che una volta era stato un fazzoletto e rimase basito; seduta in posa scomposta su di un muricciolo, una bella ragazza bruna esibiva, con indifferenza, uno splendido paio di gambe scoperte fino alle giarrettiere e inguainate in morbide calze di seta.

Incurante del freddo intenso e della sguaiata posizione assunta, la giovane guardava con sfacciataggine negli occhi il vecchio prete con un sorriso ironico sul suo volto angelico.

«Ciao Gebhard, ti stai godendo lo spettacolo? Vedo che nonostante la tua età riesci ancora a eccitarti.»

Il prete sussultò, stordito e disorientato. Si fermò traballando sulle gambe malferme e, cercando di distogliere lo sguardo dalla ragazza, borbottò irritato:

«Mi scusi, chi è lei? E come sa il mio nome? E poi le sembra questo il modo di esibirsi in atteggiamento così indecente davanti a un uomo di  Dio? Si vergogni e mi faccia la cortesia di copr…»

Una risata squillante, sprezzante, e interminabile, gli tolse le parole di bocca; La ragazza rideva con tale gusto da ripiegarsi su se stessa, mentre il divertimento era così sfrenato da farle comparire delle lacrime negli occhi.

«Tu, proprio tu…  saresti un uomo di… quello lassù? Sei proprio comico Gebhard mio! A chi vuoi darla a bere? Percepisco benissimo che ogni muscolo del tuo misero corpo e ogni remoto angolo del tuo vizioso cervello vorrebbero avere vent’anni di meno per potermi saltare addosso e prendermi, qui, al freddo, e su questo muretto stesso. E non far finta di nasconderti dietro quella tonaca, sappiamo entrambi che non conta niente per te. Tu non credi a nulla!»

«L’ho già chiesto e lo ripeto. Chi è lei, e che cosa vuole da me?» – riprese, con accento incollerito, il prete – «E come si permette di parlarmi in questo modo? Si ricomponga e poi… se ne vada al diavolo e mi lasci in pace, perché ho fretta di tornare a casa e alle mie funzioni. È disgustoso il suo modo di esprimersi. Voi giovani non rispettate più nulla e nessuno!»

«Gebhard, Gebhard,» – ripeté blandamente la ragazza con tono ironico – «non fare il “verginello” innocente con me. Ti conosco fin troppo bene, e poi… perché dovrei andare al diavolo? Io sono già qui; sono io quella che tu chiami “il diavolo”.»

«Lei è solo una pazza incosciente e forse ubriaca o drogata! Si ricomponga e se ne vada via subito! Altrimenti salgo in canonica, telefono alla polizia e la faccio arrestare. Mi ha capito!»

«Ah, già, sono davvero contenta. Almeno sei coerente e non mi credi. Tu sei ateo, vecchio mio. Non hai nessuna fede e non l’hai mai avuta. Sei sempre stato una nullità, uno scolaro neghittoso, un pittore fallito, un vizioso, e ti sei fatto prete solo per tua comodità: una casa, uno stipendio, un piatto caldo, e una serie di donnette idiote che ti venivano a raccontare i fatti loro. Cosa che ti faceva molto comodo, no?

«La smetta perdio! Altrimenti io…»

«Adesso bestemmi pure Gebhard caro, o devo chiamarti col nome che ti dette tuo padre? Devo ammettere che così mi piaci di più… Bestemmiare non dovrebbe rientrare nel tuo ruolo… ah, sì, dimenticavo, l’hai già fatto mentre tornavi dalla tua visita al moribondo. Che seccatura quella, vero? E che farsa! Come ti stavi divertendo a recitare le tue prefiche a uso e consumo di quella donnetta idiota. Vedo comunque che tu sei ancora più incredulo di un certo Tommaso che ho conosciuto un tempo. E va bene, non ti chiederò di mettere il dito nelle mie piaghe perché non ne ho, e neanche di metterlo dove… ti piacerebbe vero?» – La donna sghignazzò di gusto. Poi riprese con espressione pietosa – «Uhm, vediamo… non avevi il naso rotto e una dolorosa sciatica fino a un momento fa? Ce l’hai ancora? Ti fanno ancora male?»

Istintivamente, stordito e senza pensare il prete si toccò il naso. Niente sangue e nessun dolore… e la sofferenza alla gamba? Sparita anche quella. Insensibile al vento gelido che continuava a soffiare sentì le ginocchia farsi molli e, mentre un angoscioso terrore lo pervadeva, scivolò a sedere per terra.

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