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L’Anatema di Tihuta: Un serial killer in Transilvania

1 Aprile 2017

Una maledizione, scagliata nel 1463 contro il Principe Vlad III° Drakul, trova la sua realizzazione nel ventesimo secolo. Nel 1970, a Tihuta, un piccolo, sperduto borgo della Transilvania, alcune persone spariscono misteriosamente senza lasciare traccia. Un esperto funzionario di polizia indaga, e cerca in remoti tragici avvenimenti, vecchi di centinaia di anni, la chiave di lettura di atroci delitti contemporanei. Caverne misteriose, antiche leggende, passaggi segreti e l’ombra tenebrosa dei Carpazi fanno da sfondo all’intera vicenda.
(acquistabile su Amazon libri) €. 6,50  - Thriller  62 pagine.

estratto:

Lo Shaykh[1] Hascim Ibn Jaber sospirò e si avvolse più strettamente nel suo aslham[2], utilizzando il cappuccio non tanto per difendersi dal gelo quanto per premerlo sul naso e sulla bocca per mitigare il tremendo fetore dell’aria.

Al suo fianco, pallido in volto, cavalcava suo figlio, il giovane Mahmoud, che reggeva alto lo stendardo con le insegne che li qualificava come messaggeri del Sultano.

Li precedevano, ansiosi e circospetti, tre circassi, di cui uno ferito al volto, mentre un turco e un mongolo formavano la retroguardia. Erano gli unici ancora in vita della piccola spedizione. L’iniziale scorta di dodici guerrieri a cavallo aveva già perso, durante quelle ultime ore di faticosa salita verso Tihuta, ben sette uomini.

Nelle ultime miglia erano stati già attaccati tre volte. Orde spettrali di straccioni bene armati erano sbucate, di colpo, dalla nebbia mefitica che avvolgeva le foreste circostanti e, con urla bestiali, avevano assaliti con inaudita ferocia gli armigeri al seguito dei due nobili messaggeri  inviati dal Sultano.

Le scimitarre dei mamelucchi volteggiando mortali per l’aria, e i sibilanti archi da guerra dei circassi, più e più volte avevano fatto inutile strage di quella marmaglia che in ogni occasione, così come era all’improvviso comparsa, con altrettanta rapidità era svanita nel nulla per riemergerne qualche ora dopo, ancor più numerosa e come vomitata dalle profondità dell’inferno.

«Padre, giungeremo mai vivi a Tihuta?» mormorò il giovane, sempre più nauseato e stanco, mentre si guardava intorno con orrore, circondato da una infinita schiera di cadaveri di guerrieri ottomani in disfacimento, che, infilzati su lunghi pali, costellavano entrambi i lati di quel sentiero.

«Siamo quasi arrivati, figlio mio. Questi vili assalti sono solo rivelatori del disprezzo che Kaziglu Bey vuole dimostrare nei nostri confronti. Vedi, tu ed io non siamo mai stati aggrediti di persona, solo la nostra scorta ne sta subendo l’infame aggressione. E Kaziglu Bey, qualora volessimo deplorare,  cosa che per prudenza non faremo, la mancanza di onore sua e della sua gente, che dovrebbe invece portare rispetto nei confronti di messaggeri, potrebbe giustificare  gli attacchi da noi subiti e affermare essere opera di banditi di strada; feccia senza divisa e senza insegne, o addirittura assalti di sbandati e disertori appartenenti alle nostre stesse truppe. Sarebbe anche capace, fingendosi offeso e sdegnato, di cogliere questo pretesto per farci torturare e uccidere.»

I cavalli, affaticati, arrancavano affrontando il ripido passo montano in quel freddo inverno del 1463. La nebbia, a tratti, nascondeva pietosamente, come in un sudario, l’infinita distesa di pali che fiancheggiavano la strada, sui quali marcivano e si corrompevano i corpi di oltre dodicimila guerrieri. Erano, per loro sfortuna, i combattenti sopravvissuti alla disfatta loro inflitta nella gola di Plenari dalle truppe di Vlad III° Drakul, il Voivoda di Valacchia, molto ben noto a Costantinopoli come Kaziglu Bey, il Principe impalatore.

In lontananza, quasi funereo presagio di morte, incombeva minacciosa l’ombra nera dei Carpazi mentre, a tratti, folate di vento gelido sferzavano i volti dei viandanti senza mitigare, anzi talvolta accentuando, il lezzo acre della morte.

La fortezza di Tihuta era in apparenza piccola ma robusta. Una possente muraglia di pietra viva, intervallata da quattro torrioni quadrati, racchiudeva un vasto spiazzo centrale ove si ergeva un fabbricato rettangolare, merlato, alto una quindicina di metri. L’evidente semplicità della costruzione ingannava il visitatore, giacché la vera estensione della fortezza si trovava nel sottosuolo, ove si celavano le segrete, oltre a sconosciuti passaggi che si addentravano in oscure caverne e tortuosi corridoi.


[1] Sceicco.

[2] Mantello con cappuccio.

 

 

 

 

 

  1. sergio
    11 Aprile 2017 a 16:12 | #1

    @Julien
    :D Sono contento che ti piaccia!

  2. sergio
    11 Aprile 2017 a 16:12 | #2

    @giovanna
    Grazie, Giovanna. Sempre affettuosissima :D

  3. giovanna
    6 Aprile 2017 a 16:54 | #3

    Ti trovo particolarmente efficace nelle narrazioni a carattere “storico”. A parte che è molto più complesso e richiede un gran studio!Mi pare di vederli…i cavalli e i cavalieri che sfiniti avanzano nella nebbia e nel freddo dell’inverno! Brrrr :-(

  4. Julien
    4 Aprile 2017 a 7:00 | #4

    Ho letto il racconto tempo fa e l’ho trovato avvincente. Bella la nuova copertina.

I commenti sono chiusi.