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Archivio Gennaio 2017

Il giorno della memoria.

27 Gennaio 2017 7 commenti

Padova 1946. Dopo lo sfollamento siamo tornati nel nostro palazzo di piazza Spalato. Ora la piazza ha cambiato nome, si chiama piazza Insurrezione. Il nostro appartamento non è più disponibile, è stato abitato da un’altra persona: un certo Clocchiatti, un comunista che asserisce di poter occupare il nostro alloggio in base alle sue benemerenze politiche e all’autorizzazione di non so quale Comitato di Liberazione.

Mia madre, la piccola palermitana da sempre combattiva, sale le scale, picchia alla porta e l’affronta.

«Che cosa ci fa in casa mia? se ne vada subito!»

«Sono stato regolarmente autorizzato dal Comitato, cara signora. Io mi sono fatto quasi vent’anni di carcere. Lo sa?!» sbraita l’individuo che ha aperto la porta.

«Ed io neanche un giorno!» ribatte sprezzante mia madre. Gira i tacchi e se ne va, lasciando l’uomo a bocca aperta sull’uscio, frastornato e irritato.

Troviamo rifugio, provvisoriamente, in un altro appartamento al secondo piano dello stabile. Sulla targhetta, a fianco del campanello, c’è ancora il nome della famiglia che un tempo lo abitava: ing. Cxxxxx Rxxxxx. Incontrando Riggio, il vecchio portiere, ancora seduto nell’atrio dietro la sua scrivania, lo interrogo.

«Riggio, la famiglia Cxxxx Rxxxxx ha traslocato? Hanno cambiato casa?» Mi osserva, perplesso, e non risponde. Noto che è molto invecchiato durante quegli ultimi tre anni che siamo stati via. Ha delle pesanti borse sotto gli occhi, rughe più profonde sul viso e i capelli, un tempo appena grigi, sono ora tutti bianchi. Dal suo sguardo vuoto mi sembra di capire che forse non mi ha riconosciuto o non mi ha sentito. Insisto: «Riggio, e allora?»

«No, ragazzo mio, non hanno cambiato casa, sono venuti i tedeschi e… li hanno portati via.» borbotta, sputando le parole tra i denti quasi a fatica.

«Portati via? dove? e perché?» mormoro, ricordando, con un colpo al cuore, quella dolce allegra bimba, mia coetanea, che un tempo mi faceva gioire e arrossire quando rispondeva al mio saluto con un sorriso.

«Erano ebrei. I militari tedeschi li hanno caricati su un camion e sono partiti. Non sono tornati più, nessuno di loro. L’ingegnere, la moglie, il ragazzo grande, la figlia… Nessuno più.»

Impallidisco, capisco e le gambe mi tremano. Solo il giorno prima, passeggiando sotto i portici della strada che conduce al Prato della Valle mi ero imbattuto in una mostra all’aperto che esponeva oggetti e fotografie provenienti dai campi di concentramento nazisti: fotografie di montagne di cadaveri ammucchiati in fosse comuni, oggetti personali delle vittime, abiti maschili e vestiti da donna, scatoloni pieni di capelli, altri ripieni di denti ai quali erano state sottratte le capsule d’oro, un libro malconcio rilegato con una copertina giallastra che sembrava recare dei tatuaggi. Sul cartello che lo indicava c’era scritto: fatto con la pelle umana di una delle vittime.

Piango.

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Lo Stato sociale.

22 Gennaio 2017 4 commenti

Il signor Marchesini aveva lavorato come maestro elementare in quella piccola città per molte generazioni di alunni. Ora, finalmente in pensione, si godeva tranquillamente il sole, prendendosi un aperitivo, comodamente seduto presso uno dei tavolini situati davanti a una caffetteria.

Era particolarmente stimato, da tutti, per la sua vasta cultura, alimentata dalla sua inesauribile passione per la lettura di quasi ogni genere di libri, oltre che per la sua simpatia e affabilità.

«Buongiorno, professò. Posso disturbarla per qualche minuto?»

Alzando gli occhi dal giornale che stava leggendo, il maestro vide, in piedi davanti al suo tavolo, un omone che, con aria imbarazzata rigirava tra le mani il berretto. Lo riconobbe, era Gaspare, un napoletano, ex falegname e ora proprietario di un piccolo mobilificio. Anche Gaspare era stato, un tempo, uno dei suoi alunni, non particolarmente brillante a scuola, ma abile e dotato di notevoli capacità artigianali nella vita.

«Certo, Gaspare, buongiorno a te. Accomodati pure, posso esserti utile in qualche cosa?»

«Ecco, professò, anch’io, come moltissimi altri, sto affrontando parecchie difficoltà in questo momento di crisi dell’economia e… con tutti quei paroloni che dicono alla TV, e che si leggono sui giornali, non ci sto capendo più nulla.»

Così dicendo, Gaspare incastrò il suo abbondante posteriore nella poltroncina di ferro del Bar e, sbottonandosi il colletto della camicia per poter meglio respirare, riprese:

«Professò io tra questi sprid, bond, bund, debiti dello Stato, tasse e controtasse, non riesco a capire cosa sta succedendo e come siamo potuti arrivati a questo punto.  Mi trovo in difficoltà anche a pagare gli stipendi ai miei collaboratori, e non riesco a vendere neanche la metà dei mobili che vendevo solo due anni fa. Lei, che sa sempre tutto, mi può spiegare cosa sta succedendo e cosa si può fare?»

Marchesini, ripiegò con calma, il suo giornale sul tavolino, poi, sorridendo, squadrò il suo interlocutore al di sopra dei suoi antiquati occhiali.

«Posso offrirti qualcosa, Gaspare? Un caffè? Un aperitivo?»

«No, no, grazie professò, non mi serve nulla, non si disturbi.»

«Vedi, amico mio; chiariamo alcune cose: io non so tutto e inoltre non sono un economista, qualcosa tuttavia te la posso dire. Tu quanti figli hai? Quanti siete in famiglia?»

«Io? Sette figli, professò» – rispose, meravigliato e perplesso, il mobiliere – «poi ci sta mia moglie, mio padre e mia madre, che si sono fatti anziani e malaticci, e magari anche mia suocera, che ormai ha oltre novant’anni, ma è sempre una quercia! Ma perché questa domanda, professò?»

«Perché quando si ha una famiglia, un’attività, e dei collaboratori, ci si sforza di mantenere tutto in ordine, di evitare contrasti e ingiustizie, e di difendere i propri familiari e i propri beni. Tu, questo lo fai, giusto?»

«Sì, sì, certamente ma…»

«Aspetta. Certamente tu ti sei anche preoccupato dell’istruzione dei tuoi figlioli, dell’addestramento dei tuoi collaboratori e che tutti quelli che ti circondano, e ai quali vuoi bene, o che, comunque, ti sono utili, stiano in buona salute e che, se occorre, abbiano le cure più adatte. È così?»

«Professò lei mi conosce bene e sa che io…»

«…sei una brava persona. Sì, certo, Gaspare, lo so. Vedi? Tu, io, e molti altri come noi, facciamo in piccolo quello che lo Stato fa in grande.  C’è uno Stato minimo che ha il compito di curare l’ordine, la giustizia e la difesa. Poi c’è lo Stato sociale che deve invece provvedere all’istruzione e alla salute dei cittadini. Mi dirai che non sempre lo fa bene, e questo è vero. Tuttavia i suoi compiti sono questi e, come vedi, sono molto simili ai tuoi.»

«È vero, ripensandoci è proprio vero; però io volevo cercare di capire il motivo di questa crisi, di questo debito pubblico che…»

«Ora ci arriviamo. Gaspare, tu certamente avrai sostenuto molte spese, forse solo in apparenza necessarie, perché sapevi che vi erano certe cose che i tuoi desideravano. Non so, magari quella particolare pelliccia per tua moglie, o il motorino per i tuoi figli, o una bella automobile grande e comoda per la famiglia. I migliori medici e le medicine più costose per chi si ammalava, e probabilmente gli aumenti di stipendio per i tuoi collaboratori più meritevoli o semplicemente per dar loro modo di adeguarsi all’aumentato costo della vita. Inoltre avrai dovuto acquistare macchinari più moderni per migliorare la tua azienda e sostenere la concorrenza, e, dimmi, Gaspare, ce l’hai sempre fatta con i tuoi guadagni soltanto?»

«Beh, spesso sì, però in certe occasioni, e in particolare in questi ultimi tempi, sono dovuto ricorrere alle banche per avere dei prestiti.»

«Li hai ottenuti facilmente? Gratis?»

«No, no, che gratis! Hanno sempre richiesto gli interessi, anzi, ultimamente, hanno fatto mille difficoltà e hanno chiesto interessi maggiori! Mi sono pure inc… innervosito, perché a Bartoloni, quello delle costruzioni, non hanno fatto tante storie e hanno preteso un interesse minore di quello che hanno chiesto a me!»

«Ecco, vedi? La stessa cosa succede per lo Stato, quando il PIL (prodotto interno lordo), o per dirla in modo più semplice e grossolano, quello che si incassa con le tasse non è più sufficiente a ricoprire le spese, si ricorre ai prestiti. Si emettono titoli di stato, i famosi BOT e CCT e si incassa del denaro che poi dovrà essere restituito con gli interessi. Questi titoli oggi li chiamano Bund, un temine inglese, mentre quelli tedeschi li chiamano Bond. Ora, così come a te la banca ha chiesto interessi maggiori di quelli di Bartoloni, che è più ricco di te e quindi può offrire maggiori garanzie, anche per acquistare i titoli italiani chiedono interessi maggiori di quelli che chiedono alla Germania che è più ricca di noi. Lo spread che mi chiedevi tu, che si pronunzia spred, è esattamente la differenza  di interesse in più che i nostri titoli devono pagare, se li vogliamo vendere, rispetto e quelli tedeschi.»

«Ah, ora ho capito professò, ma come siamo arrivati ad avere un debito così alto?»

«Eh, amico mio, le cause sono molte: Inizialmente sembrava che il benessere economico non avesse fine. Ognuno voleva qualcosa di più: l’automobile più grande e importante, i capi di abbigliamento firmati, le vacanze costose all’estero. Poi anche il numero di politici in tutte le amministrazioni è aumentato così come sono aumentati i loro stipendi e i privilegi vari. Il denaro proveniente da tasse e balzelli vari non bastava più e lo Stato è ricorso ai prestiti. Conseguentemente ci sono stati sprechi inutili, pessima amministrazione dello Stato, scarsa produttività, evasione fiscale, bustarelle agli amici degli amici per ottenere benefici e appalti, e chi più ne ha più ne metta. Pensa che oggi l’Italia ha un debito di quasi duemila miliardi di euro e che la nostra percentuale di debito in rapporto col PIL è quasi del 120%, mentre solo una trentina di anni fa, nel 1980 era del 55%.»

«Ho capito professò, insomma siamo proprio inguaiati. Ne verremo fuori?»

«Lo spero tanto, Gaspare, ma se non ci dà una mano il Padreterno la vedo proprio brutta. Se riusciremo, ma solo se riusciremo veramente, ad eliminare migliaia di sprechi , spese pazze e inutili, e  insostenibili situazioni di privilegio; a recuperare le tasse da chi le ha sempre parzialmente evase o non le ha mai pagate, e a ridurre un carico fiscale divenuto insostenibile per quelli che invece hanno fatto sempre il loro dovere, allora forse, ma dico forse, l’economia si potrà riprendere e ci sarà maggior lavoro e meno disoccupati.»

«Che devo dire?» – mormorò Gaspare alzandosi e tendendo la mano  al maestro – «Io la ringrazio. Ora ho le idee più chiare, professò, ma l’animo ancora più scuro!»

«A chi lo dici, amico mio… a chi lo dici!» – sospirò il maestro riprendendo tristemente a leggere il suo giornale.

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