Archivio

Archivio Ottobre 2016

Ancora due parole sulla “lingua”

26 Ottobre 2016 14 commenti

Gli “orrori” della lingua.
Sì, lo so. Il termine “ministra” è stato usato anche dal padre Dante e da Boccaccio, tuttavia sono passati oltre cinquecento anni e alle mie orecchie stride e suona male. L’assonanza con “minestra” è comica e inevitabile. Ministressa? sindachessa? Peggio che peggio! Ma che cosa ci sarebbe stato di male nel continuare a dire e a scrivere: il ministro Maria Rosaria? o il sindaco Giuseppina Rossi? Maschilismo? ma quando mai? solo buon senso. E ancora, altro uso balordo è quello di usare male gli articoli determinativi. Abbiamo soppresso il “loro”? Va bene, era antiquato e pedante, infatti se scriviamo: “entrarono Carlo e Vincenzo, e dissi loro di andar via” vi piace? A me no, puzza di stantio. Molto meglio scrivere “e gli dissi di andar via”… ma… se invece entra Marialuisa? gli dico di andar via? NO! a parte che per educazione il gentil sesso non si manda via, resta il fatto che se proprio non possiamo fare a meno di scacciarla occorre usare “le”.
“entrò Marialuisa e le dissi di andar via”.
Il discorso è infatti diverso. Trovo purtroppo spesso l’uso di “gli” al posto di “le”e mi si drizzano i capelli (almeno i pochi rimasti) in testa!
Non è solo un errore, è un ORRORE!

Categorie:cultura Tag:

Una lunga poesia di G.Pascoli

23 Ottobre 2016 8 commenti

Questa poesia di Giovanni Pascoli, (oggi così ignobilmente dimenticato) la recitava, sia pure in parte e con qualche errore, mia madre. E’ talmente lunga e poco conosciuta che persino la Fondazione Pascoli ne conosceva solo un piccolo brano iniziale. Con un po’ di fatica e molte ricerche sono riuscito a ricomporre la versione integrale e può anche darsi che ne esista qualche altra versione con qualche lieve variante. Qualche erudito pedante potrà anche obiettare che alcuni versi sono zoppicanti, o che altri non sono del tutto chiari, io credo invece che si tratti di un raro gioiello che non merita l’oblio nel quale è precipitata, e quindi la ripropongo sperando  che qualcuno l’apprezzi. Se così non sarà, sarò comunque contento di averla ritrovata anche se solo per me.

          Pierino

(Il nonno e il nipotino)

Giovanni Pascoli

 

il bimbo nacque, sua madre morì.

La morte nel suo cammino

com’è distratta a volte

dimenticò di prendere il bambino.

Un anno dopo il padre

riprese moglie, e il bimbo

aveva il torto d’esserci.

Un buon vecchio l’esserino

accettò ch’era di troppo.

Chiusi gli occhi

tenea nella sua culla

e la boccuccia mezza

aperta al sonno,

il vecchio in braccio

si recò quel nulla

caldo, e divenne madre;

Era suo nonno.

 

Quando si resta al mondo,

un po’ di più, che c’è di meglio a fare

ch’essere mite e buono?

Essere quello che, via,

via che passa,

gente ne spera il piccoletto dono?

Quello che gente picchia alla sua porta

ed ei s’affaccia col pio capo bianco?

Quello che prende su ciò che ha lasciato

di sé la madre morta?

Quello che al bimbo che ricerca il petto

di mamma e annaspa con le sue manine,

porta la capra che lascia il capretto

sopra le balze alpine?

 

Dunque Pierino nacque,

fu povero orfanello, ebbe gli occhioni

di cielo col riflesso

del latte, e poi, bel bello

quel solitario balbettio sommesso

che par la boschereccia d’un uccello:

fu l’angelo ch’è l’uomo

avanti d’esser uomo: ed il suo nonno

lo contemplava al mo’ che si contempla

un cielo che si dora:

e quel tramonto amava quell’aurora.

Il nonno lo portò nella sua casa

antica e grande in mezzo a un gran giardino.

Oh! quanto verde! Intorno c’erano peri e meli

un tremolar di steli,

frulli di foglie e d’ale

un gridio di cicale

nel greve mezzogiorno,

e poi tra lusco e brusco

i pigolii sommessi dei nidi sui cipressi

e cinguettii di polle,

e lo sdrucciolo molle

dell’acqua in mezzo al musco;

era per l’angioletto un paradiso

quell’antico giardino!

Al Paradiso s’avvezzò Pierino.

 

Sua balia era una capra,

suo fratello di latte era un capretto

e il caprettino, adesso, già faceva

le sue corse ed i suoi balzi

e l’omettino anch’esso

volle incignare i suoi piedini scalzi

e fece il primo passo

e fatto il primo volle farne un altro…

un altro, un’altro.

E via, col capo avanti

e con le braccia avanti,

trempellando, nuotando, vacillando

fra le tremule mani del buon avo,

che gli era intorno e gli dicea

“Vieni oh! non ti tengo più…

là… là… là… bravo

 

Oh! bei giorni sereni

com’erano contenti!

S’udian due risatine a quando a quando

ch’eran tutte e due la gentil cosa

ch’erano tutte e due color di rosa

senza biancor di denti.

Egli era il re, suo nonno

era il suo servo: “Babbo aspetta!”

il nonno aspettava

“No vieni” egli veniva

“Ridi” rideva

“Canta” cantava.

O Famigliuola

fra i nidi e l’ombre,

sola, sola, sola.

L’uno due anni, l’altro sugli ottanta

l’uno dicea le ultime parole,

l’altro le prime

ed erano le stesse.

Dicea il nonno al bimbo le più care

le meglio che sapesse

per farlo compitare.

Dicea: “Pierino, core del mio core”

e lui: “Pielino, cole del mio cole”.

Li benediva il sole.

 

E suo padre? Suo padre

Vivea con l’altra moglie: e nella casa

Intanto era un novello essere entrato:

a Pierino era nato

un fratello, e vagìa nella sua culla,

Pierino non sapeva,

e non vedeva nulla;

avea suo nonno, e molto era beato.

Altro per lui non c’era.

E suo nonno, una sera,

morì….Non se ne accorse

Pierino; non capì. Spesso suo nonno

Gli avea detto: “Pierino,

presto, domani forse,

morrò: questo tuo povero nonnino

che ti voleva tanto, tanto bene,

non rivedrai mai più….”

Sì; ma Pierino

non lo capiva un sonno

che non ha un caffè e latte al suo mattino!

 

Un prete andava innanzi mormorando

Le sue preghiere. Verde era e fiorita

La campagna, odoravan le siepi.

Alcuni vecchi raccogliean la voce

Del prete con un brontolio discorde.

Una vacca aggiaccata sopra un greppo

Li guardò coi suoi grandi occhi materni.

Dietro l’umile cassa era il piccino.

Si giunse al camposanto solitario

Cinto d’una marèa verde di felci,

senza cipressi, senza monumenti,

pieno solo di croci e di fiorranci.

S’entrava da un cancello, che la notte

Si chiudeva. Alle verdi aste di legno

S’attorcigliava un’edera. Pierino

(perché mai?) si fermò con gli occhi fissi

A riguardare il tremulo cancello.

 

Dopo due mesi…- “Brutto!

Sudicio! Sporco! Non ti si può guardare!

Via! Non lo voglio a tavola. Oh! Ecco

Io non ci reggo più! Mangia lui tutto!

Domani acqua e pan secco!

Lèvati, brutto! Vattene, cretino!

Nato male! –  A chi parla ella…? A Pierino.

O povero Pierino!

Dopo portato il nonno al camposanto,

venne un uomo (suo padre) ed una donna

con un bambino, l’altro. E quella donna

l’aborriva, e Pierino non capiva.

Ma pianse, e quanto! Quanto!

 

S’addormentava a sera

con gli occhi pieni zeppi del suo pianto;

li riapriva a giorno

con una meraviglia nera nera.

“O dov’è?” –non appena era veduto,

“che fai costì?” – gli si diceva, ed esso

a poco a poco s’appartò nell’ombra:

Era come una culla

Che si affonda nell’acqua a poco a poco.

Non rise più: gli presero i balocchi

suoi, per darli a quell’altro. Non un giuoco

più: non parlava più: solo con gli occhi

grandi cercava intorno.

 

Il cocchino d’un tempo

diventò l’appestato, il maledetto.

Suo padre non vedeva: egli vedeva

con gli occhi della moglie!

Oh! Era stato un angioletto; ed ora?…

era di troppo.

Gli si diceva: “Al diavolo…” La cosa

Però finiva in baci ed in carezze….

Oh! Non a lui – “Mio bottoncin di rosa!

mia gioia e luce! Vita mia! Cuor mio!

Io v’ho lassù rubato

Il più bello dei vostri angioli, o Dio!

Io porto il vostro paradiso in collo!”

 

Pierino in terra, muto, in un cantuccio,

si ricordava un po’…Quelle parole

Non gli eran nuove. Non piangeva. Il viso,

Lo smunto suo visino,

voltava in là. Guardava fiso fiso

all’uscio del giardino.

senza cipressi, senza monumenti,

Una sera…una sera

lo cercano: non c’era

più. Dov’era? D’inverno!

per una nottataccia orrida e buia!

La neve avea coperte

Le tracce dei suoi piedi. Ecco, e Pierino

Si ritrovò soltanto

sul fare del mattino.

Qualcun nella nottata

avea creduto di sentir per aria

Una voce di pianto,

Una voce di vento solitaria:

“Papà! Papà! Papà!” Tutto il villaggio

Cercò di qua, cercò di là. Pierino

era nel camposanto.

Egli era steso, freddo come pietra,

avanti quel cancello.

Com’era giunto per la gran pianura,

dentro la notte scura,

Sino all’entrata? Delle sue manine

una toccava un’asta del cancello.

Avea voluto aprire.

Lì dentro era qualcuno che l’amava!

Avea chiamato tanto! Tanto! Tanto!

“Papà! Papà! Papà!”

Era caduto alfine,

rimpetto al camposanto.

Pierino s’era anch’esso addormentato

a quattro passi dal suo vecchio amico.

L’avea chiamato: il nonno

non si destava: e allor gli pigliò sonno.

Categorie:cultura Tag:

La lingua italiana – parte seconda.

10 Ottobre 2016 5 commenti

Queste riflessioni di una intelligente e preparata ex insegnante sono talmente condivisibili che non ho esitato a rubarle dal suo Blog e a riportarle qui..

LINGUA ITALIANA IN AGONIA
Una spietata, ahimè inesorabile, agonia sta consumando la lingua che i nostri padri ci hanno consegnato, limandola e perfezionandola nel tempo.
L’italiano è ormai giunto ad uno stadio terminale. Secoli di salvaguardia, di ripetizioni e di coniugazioni, di segni rossi sui compiti in classe, buttati nel gabinetto.
È stato sufficiente che qualcuno dicesse che scrivere un messaggio sulla tastiera di un telefonino, limitato nei numeri e nei caratteri, fosse più importante che una sana e corretta ortografia, per dare inizio alla fine. Alla fine della lingua italiana.
Come se per dire “sto bene, arrivo” fosse necessario accoppare un numero di inconsapevoli vocali, beffandosi di qualunque segno di interpunzione.
E ai messaggi sul cellulare hanno fatto seguito quelli sulle bacheche virtuali dei social.
Le storture hanno avuto il sopravvento, ci si è sentiti improvvisamente autorizzati a scavalcare, quasi con orgoglio, le regole basilari che hanno fatto illustre la nostra lingua.
Come per sortilegio malvagio, sono sparite le lettere maiuscole, non giustificate da alcun segno di punteggiatura. Sì, fare una pausa nel discorso ormai è diventata azione obsoleta.
In compenso hanno fatto irruzione sulla scena numerosi altri segni che, fino a questo tempo, avevano ricoperto un ruolo marginale nell’economia della costruzione delle parole. Le cappa, per esempio.
Così tanti altri simboli strani, comparsi di recente ed assurti a ruolo legittimo di #accompagnatori di parole.
La mostruosità non concerne soltanto l’uso dell’ortografia ma si è allargata anche a coinvolgere l’aspetto propriamente sintattico della questione.
Chi ha detto che i soggetti devono essere sempre concordati con i verbi o che i complementi meglio che siano presenti ed appropriati?
Forse un tempo ma non oggi.
Ora si scrive l’essenziale, cosa volete che interessi degli inutili complementi? Lo spazio è poco, il numero delle lettere limitato. Non si può strafare.
Se l’estensione a disposizione per l’espressione scritta è ristretta, tanto vale restringere pure le proposizioni, lasciandole esigue, ridotte all’osso.
Tutto ciò mi provoca dispiacere, ancor di più se si considera che questo stravolgimento non è da imputare unicamente a “penne giovani”, vale a dire alla maniera di scrivere che si sta affermando tra le nuove generazioni. No, il rammarico è aumentato dal fatto che fra i sovvertitori della lingua ci sono pure tanti adulti, tra cui persone acculturate, insegnanti, insomma proprio chi dovrebbe difendere a spada tratta la conservazione del nostro idioma.
A questi dico: vi costa tanta fatica scrivere con giudizio? È troppo impegnativo lasciar scorrere qualche virgola ogni tanto?
Che coscienza avete a piantare in giro tutte quelle cappa? E come acconsentite al sacrificio delle vocali?
Proprio voi che avete l’obbligo di insegnare vi permettete di sgarrare? 

Concetta D’Orazio
Categorie:cultura Tag: