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Archivio Luglio 2016

Buca d’inferno

8 Luglio 2016 2 commenti

Ancora una volta il sonno di Totò era stato infestato da incubi mostruosi. La sveglia del suo cellulare aveva suonato a lungo: un rauco trillo sempre crescente, prima di riuscire a scuoterlo dal suo torpore. Non ricordava quasi nulla del sogno; sapeva solo di avere avuto un incubo che l’aveva angosciato, e di avere dormito malissimo. Sbadigliò più volte, poi, ricordandosi di un impegno inderogabile gettò i piedi giù dal letto cercando di alzarsi. Ricadde frastornato e dolorante per delle fitte martellanti nel suo cervello annebbiato. Gli veniva da rimettere e si trattenne a stento. Si recò nel cesso per svuotare la vescica; sentiva anche, impellente, la necessità di una dose: badò a iniettarsela tra le dita dei piedi. Da diverso tempo non usava più bucarsi le braccia per non attirare l’attenzione degli sbirri.Aveva solo ventitré anni, ma lo specchio, polveroso e scheggiato, gli rimandò l’immagine di un quarantenne scheletrico e dal viso giallastro, sul cui capo una massa di capelli biondastri e unti iniziava visibilmente a diradarsi. La “roba”, sebbene di tipo scadente e di pessima qualità, iniziò a fare effetto rendendolo più ricettivo. Si spruzzò un poco d’acqua fredda sul viso e si vestì in fretta. Non era troppo tardi: quasi le sei del pomeriggio, tuttavia, al massimo per le otto di sera, avrebbe dovuto trovarsi già sul suo posto di lavoro. Se non lo avesse fatto, i suoi “clienti” avrebbero potuto rivolgersi alla concorrenza. Il problema non era tanto questo, ma «’o Bellillo» si sarebbe incazzato brutto se avesse ancora fatto tardi e questa volta l’avrebbe sgommat’e sanghe[1]. Prese i sacchetti con la neve[2] e se li nascose addosso, nelle mutande e nelle tasche segrete.

Era merce di qualità e «’o Bellillo» l’aveva avvertito:- Guagliò, chesta merce vale tremila euri. É qualità super, statt’accuorto e vendila bene; e, si vuò campà tranquillo, portame ‘mpressa ‘o danaro![3]-

Discese di corsa le scale sbrecciate e, giunto in strada, s’incamminò velocemente.
- Totò, Totòoo –

 Chi cazzo era che lo chiamava?

Si girò innervosito; poi riconobbe il disturbatore, la cui presenza riusciva comunque sempre a intimidirlo. Tacque, atteggiando il volto a un’espressione d’innocente sorpresa. Era don Mario, il parroco di quel quartiere degradato e malavitoso. Da anni, ormai, dedicava il suo tempo e tutte le sue energie per cercare di ricondurre i giovani del quartiere a una vita laboriosa e onesta. Aveva organizzato uno spazio per i giochi e una piccola scuola, dove pochi insegnanti volontari tentavano, tra mille difficoltà, di fornire a quegli emarginati gli elementi base di un’istruzione. C’era anche, più utile di tutto, un modesto ma attrezzato laboratorio artigianale per consentire ai ragazzi di imparare un mestiere. Tra questi, un tempo, c’era stato anche Totò. Si era dimostrato volenteroso e intelligente; in qualche occasione aveva persino fatto il chierichetto e servito la Messa. Poi, arrivato ai sedici anni, le cose erano cambiate. Si era innamorato di una ragazzotta belloccia, di due anni più grande di lui. Questa, fin da quando aveva solo tredici anni, era entrata e uscita più volte dal riformatorio per scippi, furti, prostituzione e spaccio di droga.

La ragazza, iniziandolo ai piaceri del sesso, l’aveva completamente plagiato. Lui l’aveva entusiasticamente seguita nelle sue imprese, partecipandovi e dopandosi a sua volta, fin quando la donna, ancora giovanissima, fu ritrovata in un sottoscala, gettata come un sacco di stracci, morta per overdose.  Già da moltissimo tempo Totò aveva abbandonato don Mario, e ormai era diventato uno dei tanti “pusher” della malavita, sprofondando nel più totale degrado. La sorte di Totò era sempre stata una spina nel cuore di don Mario che, inutilmente, e in innumerevoli occasioni, aveva invano, anni addietro, tentato e sperato di recuperare il ragazzo che ora, per caso, aveva nuovamente incontrato,  riconoscendolo a stento.

- Don Mario, salute a vuie, che vulite?[4] – mormorò imbarazzato Totò, dondolandosi sulle gambe, grattandosi la testa, e gettando furtive occhiate dietro di sé.
- Ragazzo mio, – disse con dolcezza il prete – non vedi come ti sei ridotto? Continuando così ti distruggerai. Ritorna da me, mi prenderò cura di te e cercherò di farti entrare in una comunità che ti potrà aiutare e curare…
Totò aveva intanto adocchiato, poco lontano, o’ Russo, uno dei tirapiedi del capo, che stava già controllando, con evidente sospetto,  il suo incontro con quel parroco che era molto malvisto dalla malavita locale. Decise di assumere un atteggiamento spavaldo e scostante per evitare guai.
- ‘On Ma’, vui nun m’avite a scuccià. Che cazzo n’aggi’ a fa d’a vostra communità? I’aggi’ a campà buono. ‘A vita è ‘a mia e a me sta bene accussì. Vui faciteve i cazzi vostri. Statev’accuorto![5]-
- Figliolo, è il diavolo che ti fa parlare così? Non pensi quante persone si distruggono, si rovineranno la vita e moriranno, per colpa di questa tua attività maledetta? Non ti preoccupi di te stesso e della tua anima immortale? Vuoi proprio consegnarla al demonio? Perché non mi permetti di aiutarti, lo sai che ti ho sempre voluto bene.
- Ma quale diavolo, ‘on Ma’? Cheste so’ tutte cazzate che inventate voi preti! Non esiste nessun demonio e me ne strafotto del vostro «voler bene». E mo jatevenne che tengo che ffà![6]-
Allontanato il prete con uno spintone, confortato dal cenno d’approvazione lanciatogli da o’ Russo, Totò si allontanò di corsa in direzione della metropolitana. Aveva ancora un biglietto da utilizzare. Bene. Il biglietto era necessario sia per accedere ai treni, sia per evitare pericolosi controlli. Prese la metro alla fermata di piazza Dante. Fortunatamente il convoglio arrivò quasi subito. Salì. Solito affollamento di facce di lavoratori fiacchi e sonnolenti. C’erano anche un paio di ubriachi bavosi che traballavano malfermi sulle gambe. Tre o quattro chiattone lardose, stravaccate sui sedili, lo squadrarono con i loro occhietti sospettosi, affogati nel grasso, stringendo con più forza le loro borse. Vicino ad alcuni vecchi, col capo ciondolante, stanchi e semiaddormentati, c’erano sei o sette giovinastri, massicci e deturpati, con l’aria insolente e minacciosa della gente in cerca di guai. Uno lo conosceva di vista. Meglio tenerselo buono. Lo salutò:
- Ciao Pascà, bona serata.

- Uhè Totò, ciao. Vai a faticà? Arò vai stasera?[7]

- Chiaiano, ’a solita zona mia.
- Ah, vabbuò.

L’altoparlante del visore della metropolitana gracchiava gli arrivi con il solito tono saccente:

- Rione Alto – Policlinico – Colli Aminei -
Molti scesero. Ora il vagone era mezzo vuoto. Strano però. Di solito era quasi sempre pieno.
- Prossima fermata: Frullone –

Bene - pensò – manca poco. Ripensò alle parole del parroco: ‘o dimonio? Sì, come no. Solo ‘e ccriature puteveno ancora crierere a cierte strunzate.[8] Ridacchiò tra di sé.
Poi si guardò intorno, era solo. Solo? Come mai? Ah, ecco, c’era rimasto ancora uno strano vecchio, seduto di fronte a lui. Ih comm’ fete e comm’ fa schifo! Tene du’ bozzi ‘ncoppa ‘a capa che parono corna… e la faccia… puro chella pare ‘o musso ‘e nu puorco. Ma perché mi guarda e ride cu chilli diente gialli e fracidi. Quasi quasi ‘o dongo nu buffettone e ‘o scasso ‘o musso. Ma no. Meglio ca me stongo queto. Song’ quasi juntu, è tarde e nun ce sta tiempo.[9]
Il treno ripartì, ora sul vagone erano rimasti solo loro due. La testa gli faceva male con un dolore sordo e pulsante, anche la vista gli si era appannata. Cazzo! chella dose era ‘na schifezza… pensò. In tasca doveva avere delle pastiglie che gli aveva passato un amico. Ne prese una, poi ne aggiunse un’altra e le ingoiò. Poi un’altra ancora. Scrutò nuovamente il vecchio: Chist’ tene ‘na faccia canosciuta… ma nummarricuordo… macari ‘n suonno?[10]

- Pros-ssima fe fer-rmata: Buca d’inferno – ridacchiò il vecchio con voce blesa.
Buca d’inferno? Che cazzo dice ‘sto strunz’? La prossima è ‘a mia: Chiaiano. Ah, ecco ora si ferma. La “roba” ci sta? Sì, ‘a tengo accà. Bene.[11]
Le porte del treno si aprirono. Il vecchio sghignazzò sonoramente dandosi manate sul pancione.

-Ahahah… bu-buca d’inferno…

Ridi, ridi, coglione! I’ songo ‘rrivato![12]
Scese.
Sentì le proprie gambe diventare molli come gelatina. La pensilina e la stazione cominciarono a ondeggiare contorcendosi come se fossero liquide. Il suolo, sotto i suoi piedi si fece molle e cedevole. Totò urlò, atterrito, agitando vanamente le braccia, Poi cominciò a sprofondare come nelle sabbie mobili. Si accasciò, angosciato e confuso. Ombre scure, mostruose e fetide giunsero dal nulla e lo afferrarono. Si sentì ustionare come toccato da ferro rovente. Una voragine di fiamme e di fumo pestilenziale lo inghiottì.


[1] Picchiato a sangue.

[2] Cocaina.

[3] Ragazzo, questa merce è di ottima qualità, vale tremila euro, stai molto attento a quello che fai e vendila bene; e, se vuoi vivere tranquillo, sbrigati a portarmi i soldi.

[4] Vi saluto, don Mario. Cosa volete?

[5] Don Mario, non mi dovete dare noia, Non mi serve la vostra “comunità” io devo badare a me stesso. La vita è la mia e a me sta bene così. Voi fatevi i fatti vostri. State attento!

[6] Ma quale diavolo, don Mario? Queste sono tutte sciocchezze inventate da voi preti. Non esiste alcun demonio e me ne infischio del vostro «voler bene».  Ora andate via, che ho da fare.

[7] Ehi Totò, vai a lavorare? Dove vai stasera?

[8] Il diavolo? Sì, come no. Solo i bambini potevano ancora credere a queste sciocchezze.

[9] Uh, come puzza e come fa schifo. Ha due bernoccoli sul cranio che sembrano corna; e il viso? Sembra quello di un maiale. Ma perché mi guarda e ride con quei denti fradici e gialli… quasi quasi gli do un pugno e gli spacco la faccia. Ma no. Meglio che stia tranquillo Sono quasi arrivato. È tardi.

[10] Costui ha una faccia nota… ma non mi ricordo… forse in qualche sogno?

[11] Buca d’inferno? Ma che dice ‘sto stronzo? Ah, la prossima è la mia: Chiaiano. Ora si ferma. La coca ce l’ho? Sì, eccola qua. Bene.

[12] Ridi, ridi, coglione! Io sono arrivato!

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