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Archivio Maggio 2016

Un lungo racconto del mio amico Angelo: I folletti dentro di noi

7 Maggio 2016 Commenti chiusi

I FOLLETTI DENTRO DI NOI 

 ” Si metta comodo, se ci riesce!”

Il tono suonava fra l’invito, la presa in giro e la scusa, e la poltroncina metallica con braccioli ma senza cuscino era bianca, fredda e poco invitante. La guardai e mi ci avviai con passo tutt’altro che entusiasta. Mi poggiai sulle ginocchia il soprabito, che da due giorni mi seguiva senza scopo per Napoli, e mi sedetti accavallando le gambe. Attraverso l’ampia finestra di fronte a me potevo vedere, oltre la cima degli alberi di delimitazione del piazzale dell’Ospedale, la sagoma inconfondibile del Castello di S. Martino e, più in basso, quella del Mastio Angioino con le banchine del porto. L’orizzonte si perdeva nella bruna del calore estivo, lasciando soltanto una pennellata d’azzurro dove sapevo che si trovava Capri.

La primavera inoltrata e calda si precipitava nella stanza attraverso la bocca spalancata della finestra, portando con se il fine pulviscolo del polline ed i rumori delle auto che giravano senza posa in attesa di trovare un buchetto ove parcheggiare. Da un centinaio di metri giungeva sin li la voce cantilenante di un venditore ambulante di Dio solo sa cosa e, di tanto in tanto, si potevano udire strilli di scugnizzi che si rincorrevano, con una palla rimediata in qualche modo, fra le auto in sosta strette fra loro come mattoni in un muro.

“Gradisce un caffè?” la voce del dr. Morelli mi scosse dalla leggera ipnosi in cui stavo per cadere. Mi volsi verso di lui e vidi che si era a sua volta seduto nella altrettanto scomoda poltroncina metallica dietro la scrivania; dietro gli eleganti occhiali d’oro, i suoi occhi penetranti mi ricordavano che non era solo un medico e un primario del più prestigioso ospedale napoletano,  ma anche uno psicologo di fama internazionale, un uomo dalla cultura ampia ed eclettica che avevo incontrato casualmente poche sere prima al Circolo dell’Unione, il selettivo quanto esclusivo circolo dell’aristocrazia partenopea, e con il quale avevo scambiato le opinioni sulla conferenza – accalorata quanto disordinata ed inconcludente – di un nuovo Socio appena immigrato dalla Sicilia. Solo dopo qualche minuto il Principe  Ferdinando A….., che avevo conosciuto a Francoforte durante una sua visita al Direttore Generale della più grossa Compagnia di assicurazioni tedesca, ci aveva presentati invitandoci a cenare al suo tavolo. La conversazione era continuata ben oltre la fine della cena, fino a che avevamo deciso di concludere in itinere mentre mi avrebbero accompagnato al mio albergo sulla poco distante via Caracciolo. Arrivati al mio albergo, li avevo invitati entrambi a prendere con me il bicchiere della staffa e la conversazione era continuata intorno al tavolino del bar, accompagnata dalle antiche canzoni in dialetto che un giovane capellone suonava al piano. Solo verso le due, quando il giovane smise di suonare e chiuse il coperchio della tastiera, ci accorgemmo che il tempo era passato piacevolmente in fretta, ma che era ora di lasciarci. Ci si era promesso di rinnovare presto il piacere della conversazione e ci si era salutati nella hall con calorose strette di mano.

Il pomeriggio del giorno dopo, il dr. Morelli – che era anche il quattordicesimo Barone di B…- mi aveva telefonato in albergo ed aveva esordito col raccontarmi che il centralinista, nel ripetergli lettera per lettera il mio cognome,  aveva commentato ” ‘O tedesco!? Dottò, chillo è cchiù nnapulitano ‘e me!” Aveva continuato rammentandomi che avevo accennato di sfuggita, la sera prima, ad alcune esperienze curiose – degne di Carl Gustav Jung – che nel campo del paranormale mi erano occorse durante i miei viaggi. Ne volevo fare una nuova ed inedita? Avevo risposto  di si e lui mi aveva dato  appuntamento per la mattina seguente, e cioè ora, nel suo studio all’Ospedale Cardarelli.

In Italia un caffè non si rifiuta mai ed a Napoli il farlo suona quasi di offesa. Accettai di buon grado quello che il dottor Morelli mi offriva e, dopo qualche minuto trascorso a chiacchierare del magnifico maggio napoletano, delle  incredibili luci di cui  esso  inonda anche i vicoli più oscuri della Vecchia Città spagnola, del mare che sembra un lago e di mille altre cose che entrambi conoscevamo ed amavamo, il caffè era arrivato per entrambi, servito da un’infermiera in divisa.

Sorbimmo entrambi in silenzio il nero e bollente nettare dalle preziose tazzine in porcellana cinese che certo non potevano figurare nell’inventario dell’Ospedale  e, quando posai la mia nel  vassoio il dottor Morelli assunse un’aria seria e cominciò a parlare.

“Caro Conte, come Le ho accennato al telefono, ho un caso realmente fuori dell’ordinario di cui io ed il mio staff ci stiamo interessando , anche se senza cavare ancora un ragno dal buco. Io non Le chiedo certo di risolvermelo, ma Le sarei molto grato se – alla luce della sua esperienza di casi strani – potesse almeno indirizzarci nella giusta direzione per una comprensione del fenomeno. Le dico subito di che si tratta. Tre – no, quattro – giorni fa, verso sera la Polizia ha portato al Pronto Soccorso dell’Ospedale una donna di poco più di quarant’anni, ricoperta di lividi un po’ in tutte le parti del corpo. Presentava ematomi estesi specialmente sui fianchi e sulla schiena, ed alcuni persino sul ventre e sul pube. I segni erano quelli che un grosso bastone avrebbe potuto procurare, ed in qualche punto la pelle era anche – seppur per brevi tratti – lacerata, probabilmente a causa di qualche rugosità od irregolarità del corpo contundente. Le radiografie non rivelarono fratture od altre lesioni interne, né emorragie più profonde di quelle superficiali degli ematomi. La Polizia parlò di probabile aggressione, anche se nessuna denuncia fu presentata nei confronti di alcuno; la donna venne curata e trattenuta in osservazione. Il responsabile del Pronto Soccorso, dottor Pietrafesa, dando prova delle sua ormai nota professionalità, cercò di capire le cause delle condizioni in cui la paziente si trovava, ma ricevette solo silenzi e pianti sommessi. Negò di essere caduta così come di essere stata aggredita da alcuno. Disse solo che, mentre stava dormendo, aveva sentito una gragnola di colpi raggiungerla da tutte le parti, che si era girata e rigirata sotto quell’infernale scarica di violenza, ma non aveva  visto nessuno intorno a se.

Il figlio della donna, un quattordicenne esile e timido che viveva con lei, era accorso alle sue grida dalla stanza vicina e l’aveva vista contorcersi e gridare senza alcuna causa apparente. Nessuno era entrato nella casa, le finestre erano chiuse come la porta d’ingresso ed una vicina, svegliata dalle grida della donna, aveva successivamente dichiarato alla Polizia di esser assolutamente certa di non aver visto nessuno entrare od uscire. Nella casa non v’era traccia di bastoni od altri oggetti abbastanza grossi da giustificare gli ematomi e le abrasioni. L’unico testimone era stato il figlio adolescente, che era stato trovato in lagrime al fianco della madre dal  personale dell’ambulanza chiamata dalla vicina .”

Fece una breve pausa per accendersi uno dei profumatissimi sigari che portava nel taschino dell’immacolato camice bianco, dopo avermene offerto uno che rifiutai.

“Il giorno dopo, il mio collega responsabile del Pronto Soccorso andò a visitarla al Reparto Ortopedico cui era stata destinata, e …. – fece una breve pausa ad effetto soffiando una nuvola di fumo – …. e rimase di stucco riscontrando che tutte le abrasioni, contusioni ed ematomi che segnavano la sua pelle liscia e regolare si stavano risolvendo con velocità superiore al normale. La donna fu dimessa, ovviamente, ed il mio collega venne a trovarmi per riferirmi quel caso inconsueto, ben sapendo che uno dei fenomeni che più profondamente mi incuriosisce sono i fenomeni… non normali.”

Emise una nuova nuvola di fumo che s’illuminò dei raggi solari fino a sembrare una fitta nebbia, e si appoggiò allo schienale della poltroncina.

Poiché taceva, cambiai posizione accavallando le gambe in modo più comodo e lo guardai con aria interrogativa.

“Lo stesso pomeriggio di ieri telefonai alla donna, e la feci venire qui in ambulatorio per sottoporla ad una visita neurologica approfondita e, subito dopo, ad una intervista – non ancora una seduta – di natura psicanalitica. Venne di nuovo col figlio, che lei disse di non sapere dove lasciare, e la intrattenni per oltre tre ore. Mi narrò che il marito – defunto da ormai due anni – era stato un uomo di alta statura e robusta corporatura, portato alla violenza anche per inezie, e che per i dieci anni del loro matrimonio ella aveva dovuto subire frequentissime scenate, specialmente di gelosia anche se immotivate, ed innumerevoli episodi di pestaggio in ogni parte del corpo.  Avrei potuto accertarmene presso i Pronto Soccorso dei due ospedali vicini alla sua abitazione, presso i quali ogni volta era stata ricoverata per uno o due giorni, ed ai quali aveva rifiutato di accusare il marito delle contusioni ed abrasioni riportate, dichiarando al poliziotto di turno di essere caduta dalle scale, di aver sbattuto contro mobili, finestre ed altri oggetti, e comunque di essersi procurata da sé, accidentalmente, i danni riscontrati su di lei. Il figlio, che l’aveva accompagnata ogni volta in ospedale, aveva ogni volta confermato piangendo le dichiarazioni della madre, ed amorevolmente l’aveva riaccompagnata a casa appena dimessa.  In effetti, ho chiesto conferma delle dichiarazioni di Rosa – così si chiama la donna – e tutto concordava con quanto ella mi aveva dichiarato. ”

“Ed ora entra in ballo Lei!” mi disse guardandomi dritto negli occhi dopo aver emesso un’altra pigra e voluminosa nuvola di fumo del suo sigaro.

Credo di avere avuto, in quel momento, un’aria abbastanza stupida e sorpresa, perché si affrettò a soggiungere “No, caro Conte, non credo affatto che sia stato Lei a picchiarla, ma penso invece che si tratti di un caso di manifestazioni paranormali, occulte, o come meglio Le pare definirle, di cui io sono completamente ignorante e Lei invece, a quanto dice il Principe A…., ha avuto delle sorprendenti esperienze. Se vuole sapere la mia impressione, è che non di fronte ad un caso normalmente spiegabile ci si trovi, ma a qualcosa come i poltergheist o loro stretti parenti. Che ne dice?”

“Beh,” cominciai dopo essermi schiarito la voce. “Vede, non è facile così, di botto, esprimere un’opinione… Certo che la cosa mi incuriosisce, come ben può immaginare, ma a prima vista non saprei proprio che dire…”

Tacqui imbarazzato, ed il dottor Morelli, con aria furbesca  si piegò verso di me attraverso la scrivania e poggiandomi una mano sull’avambraccio commentò:

” Lo avevo immaginato. E’ perciò ho avvertito telefonicamente la signora Rosa, fin da ieri sera, che oggi avrebbe potuto ricevere una nostra visita. Si, ha capito bene, una nostra visita a casa sua; io e Lei, se oggi dispone di un’oretta, andremo a trovarla a casa, lì dove l’episodio della sua aggressione inspiegabile si è verificato. Se Lei, caro Conte, è curioso di questi fenomeni, io non lo sono da meno. Da decenni cerco di capirli, ma tutto ciò che riesco ad ottenere è soltanto una raccolta massiccia di aneddoti e storie che non recano in sé un briciolo di spiegazione, e che è addirittura difficile catalogare: apparizioni, sparizioni, piogge di sassi, rane, pesci e sa Dio cos’altro, combustioni spontanee, apparizioni spettrali, poltergheist…..un guazzabuglio senza capo né coda che deve – dico deve – avere un senso ed una spiegazione, no?”

Gli occhi gli brillavano quasi di furore represso, e mentre parlava le sue mani tradivano la sua napoletanità agitandosi freneticamente a sottolineare quel che diceva.

Pensai che tanto fervore meritasse un premio, sicché aspettai qualche secondo che si calmasse, e quindi, con voce più grave e suadente del mio solito tono, cominciai.

“Ebbene, la cosa mi stimola molto, e sono disposto a venire con Lei da questa …Rosa ha detto?” Feci una breve pausa “Sono libero oggi dopo le sedici, quindi potrei incontrarLa verso le diciassette all’indirizzo della sua… paziente. D’accordo?”

Il dottor Morelli scribacchiò l’indirizzo su uno dei  foglietti che si trovavano sulla scrivania, me lo consegnò, ed io ripresi.

“Innanzi tutto, caro Dottore, Le do assolutamente ragione – esordii mentre mettevo in tasca il foglietto  – quando dice che tutti i fenomeni che Lei ha ricordato, e molti altri ancora di cui non è neanche a conoscenza, debbono avere un senso ed un significato. E ce l’ hanno, ne sia sicuro, ce l’ hanno, anche se non credo di essere in grado di spiegarglielo, né  forse Lei di afferrarlo a causa della formazione razionalistica e pragmatica che come tutti ha ricevuto. Se questo può consolarLa, quel che io sono riuscito a capire negli ultimi trenta anni, usando strumenti fisici, matematici, filosofici, etnologici, archeologici e di natura interdisciplinare difficilmente classificabile, rappresenta solo una scalfittura sulla superficie di un monolito enorme e durissimo, un graffio sulla Luna e niente di più. Molto probabilmente, e non sarebbe una novità, non riuscirò a capire nulla di quel che accade a questa Rosa, ma verrò con Lei e cercherò di darLe una mano a risolvere il problema. Ma badi bene, non si aspetti nulla, e soprattutto non faccia nascere inutili speranze in quella povera donna!”

Si passò una mano sui capelli con aria perplessa.

“Senta, Conte” propose “Non sarebbe possibile rinviare il Suo appuntamento e darmi la chance di invitarLa a colazione con me? Avremmo modo di parlare di questi argomenti, che per me sono affascinanti più di quanto Lei non creda, e darebbe a Lei una chance di gustare alcuni piatti assolutamente poco noti della cucina tradizionale napoletana. Che ne dice?”

La sua proposta mi allettava molto e gli chiesi se potevo usare il suo telefono per provare a rinviare all’indomani il mio appuntamento delle quattordici. Acconsentì e, per darmi la necessaria riservatezza, mi lasciò solo per una decina di minuti nel suo studio, per andare – od almeno così disse – a controllare rapidamente  le terapie prescritte ai pazienti e consegnate  il giorno prima alla caposala.

Differire il mio appuntamento fu cosa rapida, sicché – posato il telefono – detti uno sguardo in giro ai libri che, numerosi, stipavano gli scaffali della libreria tutt’intorno alla stanza.

Naturalmente, la maggior parte dei libri era di carattere medico, psichiatrico, psicologico e clinico. Ovviamente, erano presenti le opere complete di Sigmund Freud e di Carl Gustav Jung, oltre a decine di Annali delle più prestigiose Associazioni mondiali di Psicanalisi ed agli Atti di altrettante decine di Convegni Internazionali di psicanalisi e psicologia dell’inconscio.  Due o tre scaffali erano invece dedicati a libri e pubblicazioni sui fenomeni paranormali. Vidi una copia del Rhine, il Dizionario enciclopedico del paranormale, alcuni vecchi lavori di Talamonti e Inardi, nonché una vecchia edizione in inglese del Complete Book  di Charles Forte e numerose altre opere , sia note che pressoché sconosciute, sulla parapsicologia ed il paranormale. Si, Morelli aveva detto la verità nell’asserire di essere curioso in materia di eventi paranormali.

Ma quanta elasticità mentale poteva celarsi dietro tale curiosità, perché riuscisse a capire il fascino che l’abisso della spiritualità esercita anche sulle menti più evolute e più preparate? Sarei riuscito ad innescare in lui la scintilla che porta alla crescita interiore indispensabile per intuire la Verità senza perdere l’equilibrio fra buon senso e misticismo? In ogni caso, valeva la pena di provare.

Ero assorto in questi ragionamenti, quando Morelli rientrò, i capelli in disordine ed un graffio sul viso, con il camice bianco sbottonato e qualche bottone mancante.

“Mi scusi l’aspetto, ma ho dovuto anche visitare un paranoico in piena crisi di esaltazione, e Lei può immaginare….”

Gli comunicai il successo nella posposizione del mio appuntamento, ed il suo viso s’illuminò. Si rimise rapidamente in ordine nel piccolo bagno contiguo allo studio ed indossò una giacca di tweed.

Uscimmo dallo studio e, dopo aver attraversato lunghissimi corridoi in penombra, sempre più ingombri di lettini e pazienti man mano che ci si avvicinava all’uscita, sbucammo nell’abbagliante sole del piazzale.

Dopo poche decine di minuti, eravamo giunti, attraverso scorciatoie note solo a lui, che dalla collina ci portarono fino alla Riviera di Chiaia, a un ristorante la cui insegna sull’angolo della strada indicava il primo piano di un edificio anonimo.

Il pranzo fu all’altezza delle meraviglie decantate dall’anfitrione: il ménu comprendeva molte portate che mi erano praticamente sconosciute e ne scelsi alcune che si rivelarono squisite quanto inconsuete, come le melanzane al cacao, il sartout di riso ai polpi “veraci”, e altro, che il dr. Morelli suggerì di annaffiare con un vino rosso celebre quanto antico, il “Falerno” invecchiato, che solo una volta in vita mia avevo già gustato. Color rosso sangue ed altrettanto denso, discendeva lentamente dalla bottiglia e lasciava spessi e carichi depositi sulle pareti dei bicchieri, rilasciando nell’aria un profumo delizioso.

Fu alla fine del pranzo, quando il cameriere ci lasciò soli con una bottiglia di limoncello di Sorrento, che il dottor Morelli riprese il tema interrotto nel suo studio all’Ospedale.

“Le dicevo – iniziò – che in un primo tempo avevo pensato a fenomeni di poltergheist, ma ho dovuto scartare l’ipotesi per l’assenza, nella casa della paziente, di alcun oggetto o corpo contundente capace di lasciare sul corpo i segni che abbiamo riscontrato.” Sollevò gli occhi dal bicchierino di limoncello e mi fissò in silenzio in attesa di un mio commento.

“Beh, vede – gli risposi -  in linea di massima sono d’accordo con Lei, dottore, ma non sempre il fatto che gli oggetti non siano materialmente presenti sul posto è sufficiente a scartare a priori tale ipotesi. In realtà, come documentato ampiamente da Charles Forte – dei cui lavori ho notato la presenza nel Suo studio – sono numerosi i casi in cui i più strani oggetti si materializzano e smaterializzano subito dopo essersi fatti vedere. Piuttosto, vi è da chiedersi se la paziente, oppure suo figlio, abbiano  visto qualcosa muoversi per una frazione di secondo nell’aria e colpire le varie parti del corpo. E’ così?”

“No, né l’una né l’altro hanno visto nulla. Ma, visto che ci siamo, può darmi un’idea, anche se approssimativa e minimale, di come possa accadere che gli oggetti si possano materializzare e smaterializzare?”

Non era una domanda facile cui rispondere, e mi ci volle un po’ per spiegargli il significato matematico di “dimensione” e fargli immaginare cosa sia un “iperatto” od un “ombelico” in più di quattro dimensioni; fortunatamente aveva discrete  nozioni di  matematica e non ci volle molto a portarlo a comprendere come l’universo in cui viviamo non sia che una sezione in quattro dimensioni – tre spaziali ed una temporale – di un universo molto più complesso che esiste al di fuori di esso in qualcosa come dieci od undici dimensioni, di cui almeno quattro spaziali, tre temporali e  due energetico-spirituali, un supersolido a stento concepibile e quasi impossibile da immaginare per chi non abbia speso quasi tutta la vita a cercare di comprenderne la portata ed il senso. Più facile mi riuscì invece richiamare alla sua mente quanto poco ancora si sappia delle funzioni del cervello umano e quante altre esso ne possa svolgere, sia pure inconsciamente, mettendo in moto meccanismi estremamente più grandi di lui o facendo da catalizzatore o punto d’incontro fra realtà sovra-dimensionali.

Alla fine della mia lunga chiacchierata, che egli seguì con gli occhi sgranati e con concentrazione totale, mi guardò fisso e mi chiese :

“Ma come cavolo… mi scusi, volevo dire come ha raggiunto una concezione così lucida ed allo stesso tempo inestricabile….?”

Ritenni doveroso a questo punto spiegargli anche che è indispensabile saper coniugare la conoscenza con la spiritualità, e la scienza con la ricerca dell’armonia della realtà, superando ogni visione divisionistica per raggiungere una concezione olistica dell’esistente. Gli accennai il significato della comprensione della Vita e della Non-Vita e del velo immateriale che le separa, l’intersecarsi nel tempo e nello spazio delle esistenze, la falsità del concetto fisico di nascita e di quello di morte, finché non mi accorsi che il suo sguardo vagava vacuamente nell’aria e che stavo per mandarlo in tilt. Mi fermai ed attesi che si riprendesse da quello stato di quasi-trance in cui vedevo la sua mente arrancare per afferrare intuizioni che – inevitabilmente – erano nate nel suo subconscio ma non avevano ancora un barlume di chiarezza o di coerenza.

” Ho studiato, senza praticarlo, lo yoga – mi disse con aria di grande perplessità dopo qualche minuto – sia lo Hata Yoga che l’Atarva-Yoga, e credo ora di capire che molte delle cose che consideravo soltanto vuote parole o metafore puramente astratte vanno reinterpretate in chiave più moderna, più… scientifica se vogliamo. E’ così?”

Annuii versandomi un altro po’ di limoncello e, sorseggiando lentamente quel fresco nettare, gli spiegai a chi rivolgersi , a Napoli, tra i miei Fratelli più preparati nella ricerca esoterica e più avanzati sul sentiero della spiritualità. Gli dissi anche di quale Grande, antica e prestigiosa Famiglia facessi umilmente parte insieme alla persona che gli avevo indicato, di quali fossero gli scopi che essa persegue, e della disinformazione che in Italia aleggia intorno ad essa.

Mi ringraziò e mi chiese se poteva presentarsi a quella persona a mio nome, cosa che gli assicurai di buon grado ed anzi, ritenni di aggiungere, avrei preannunciato la sua telefonata e l’interesse che egli rivestiva verso i grandi temi della spiritualità.

Con evidente emozione mi ringraziò di nuovo, poi dette un’occhiata al Rolex che portava al polso ed osservò che il tempo, in mia compagnia, era davvero volato. Dovevamo affrettarci, disse, per non far tardi all’appuntamento con la sua paziente.

Come appresi dalla targhetta accanto al campanello che egli premette affianco ad un portone vecchio e consunto in un vicolo presso Via Duomo, la sua paziente si chiamava Esposito. Un nome tanto comune a Napoli che almeno il dieci per  cento degli abitanti lo porta. Un nome che profuma ancora di antiche illegittimità, di peccatucci sconvenienti che un secolo fa avevano indotto una, cento, mille ragazze-madri a depositare il frutto di una relazione clandestina nella “ruota” di uno dei tanti monasteri della città, e cioè a trasformarlo in un “esposto” alla carità di questo o quell’altro Ordine religioso. Sentire quel nome, e nel meridione d’Italia capita di frequente, ha sempre evocato alla mia mente l’immagine della “ruota degli esposti” ancora presente, anche se cigolante e – credo – ormai non più utilizzata, nei pressi dell’ ingresso dello stupefacente  Monastero di Santa Chiara.

Una voce femminile chiese al citofono chi fosse e, subito dopo, il portone si aprì allo schioccare di un apri-porta elettrico. Salimmo a piedi tre piani di scale in pietra serena, dagli scalini lucidi e consunti, e ci trovammo dinanzi ad una porta socchiusa che dava su un ballatoio ad arcate molto ampie prospiciente il grande cortile del palazzo. Una bella donna sui trenta o trentacinque anni fece capolino da dietro il battente e, con un inconfondibile accento partenopeo, ci invitò ad entrare; dopo una rapida presentazione ci invitò a seguirla in salotto. Nel precederci, i suoi fianchi pieni e sodi si muovevano in modo quasi provocatorio, oscillando di quasi cinque centimetri  rispetto alla spina dorsale; la gonna, aderente alla figura, accentuava l’oscillazione e creava l’impressione che tutta la parte inferiore del corpo fosse snodata ed indipendente da quella superiore alla vita. Era uno spettacolo degno di essere visto e notai che il dottor Morelli , al mio fianco, non se ne perdeva neanche un secondo.

Con le pupille ancora oscillanti, entrammo nel salotto e seguimmo l’invito della signora Rosa a sederci. Prendemmo posto, il dottor Morelli ed io, su due poltrone rivestite in broccato e dall’aria almeno secolare, mentre la signora Rosa si sedeva nel divano fra le due poltrone.

Il dottor Morelli spiegò che aveva chiesto la mia presenza al colloquio in quanto casi simili al suo facevano parte del mio bagaglio di esperienze insolite, e vidi che gli occhi della signora Rosa si riempirono di rispetto e di stupore quando si posarono su di me. La guardai più attentamente e, nella luce che generosamente inondava la stanza, notai anche che il suo viso, perfettamente ovale, recava segni ancora freschi di un pestaggio degno di uno scaricatore di porto; uno zigomo era tumefatto e, nell’altra metà del viso, un occhio violaceo e contornato di giallo testimoniava di una incredibile volontà di far male da parte di chiunque fosse stato a procurarlo. Se queste erano le condizioni in cui era ridotto il viso, figuriamoci il resto! pensai.

Non avevo torto, perché quando la donna suggerì al dottor Morelli di far vedere – di nuovo per lui, ma la prima volta per me – le ecchimosi, le abrasioni e le contusioni che in quella occasione, ultima di una serie iniziata due anni prima, vidi una strana luce sfottente accendersi negli occhi dello psichiatra, il quale candidamente fece notare che forse sarebbe stato il caso di andare nella camera da letto , dove la signora avrebbe potuto stendersi più comodamente.

Ci spostammo di nuovo in una delle stanze adiacenti; la signora Rosa chiese permesso un attimo e si recò a spogliarsi nel bagno. Ne tornò drappeggiata in un accappatoio di spugna ed andò direttamente a stendersi sul grande letto matrimoniale che troneggiava su una delle pareti della stanza.

La pregammo di voltarsi sullo stomaco per esaminare il dorso e, scostandosi i lunghi capelli corvini che portava sciolti, ella si rigirò ed aprì l’accappatoio sul lato anteriore. Il posteriore della signora Rosa si ergeva – colle dolcissimo e perfetto – di parecchi centimetri rispetto alle gambe ed al tronco. Con lentezza sadica, il dottor Morelli sollevò su uno dei fianchi l’accappatoio, e scoprì la parte inferiore di un fianco fino alla caviglia.

In un altro momento, e se non avessi visto quel che vidi, avrei apprezzato in ben altro modo la superficie morbida e bianca che si rivelò ai miei occhi. Ma in quell’occasione notai immediatamente soltanto le strisce violacee che ancora attraversavano trasversalmente la pelle della parte di dorso che riuscivo a scorgere. Le ecchimosi erano lunghe almeno venti centimetri ciascuna ed avevano già assunto il classico colore giallino ai margini, mentre verso il centro erano prima violacee e poi rossastre. Erano circa una quindicina e si sovrapponevano in più punti. Due di esse recavano nella parte centrale piccole escoriazioni, come se l’oggetto con cui erano stati inferti i colpi fosse stato ruvido, probabilmente di legno grezzo. Facendo uso di una lampadina tascabile e di una lente d’ingrandimento che Morelli  aveva con sé, esaminai la pelle da vicino per verificare se vi fossero schegge infitte nell’epidermide, od altri indizi e segni, anche piccoli, che – anche se a distanza di tre giorni – potessero suggerire soluzioni all’enigma del “corpo contundente” con cui la donna era stata colpita.

La donna era immobile e di tanto in tanto emetteva piccoli gemiti di dolore. Ricopersi la parte scoperta di quel magnifico corpo e dissi che mi bastava. Morelli mi chiese se volevo vedere i segni presenti anche sulla parte anteriore della signora Rosa, ma mi schernii e, con tristezza (debbo ammetterlo) ma anche con galanteria,  commentai che avevamo già disturbato la signora abbastanza: non era il caso di farlo ulteriormente.

Mi guardai intorno mentre la signora richiudeva l’accappatoio e si alzava rapidamente per tornare in bagno a rivestirsi. Il mobilio era scuro e pesante; su un comò settecentesco troneggiava una splendida Madonna Addolorata dell’Ottocento napoletano coperta da una campana di vetro; accanto ad essa una fotografia in una cornice d’argento e con un lumino elettrico acceso dinanzi mostrava a colori il volto di un uomo sulla quarantina. Un viso tutt’altro che ordinario, pensai nel guardarlo; un uomo il cui sguardo attento e vivace sembrava prendere in giro chi lo cogliesse. Perfettamente sbarbato, il viso sovrastava un immacolato colletto di camicia chiuso da una splendida cravatta dall’aria costosa.

“Era il marito” disse sottovoce il dottor Morelli che aveva seguito il mio sguardo “è morto circa due anni fa. Lavorava alla Banca… a dieci metri dal portone. Ha anche un figlio…”

“Si, me lo aveva detto – commentai – e potrebbe essere interessante conoscere anche lui. C’è?”

“Ora lo chiediamo” mi rispose.

Tornammo nel salotto senza attendere la signora Rosa, che ci raggiunse qualche minuto dopo completamente rivestita con la stessa gonna provocante di prima. Il ragazzo era in casa, impegnato, disse la signora Rosa,  nei compiti per l’indomani.

“E’ molto bravo a scuola, e l’anno venturo intendo mandarlo a scuola pubblica, ora che mio marito non c’è più. Fino alla fine del Ginnasio ho preferito tenerlo come prima dai Gesuiti. Mio marito Vincenzo ci teneva tanto…” I suoi occhi si inumidirono. Si scosse e chiamò ad alta voce: “Roberto!”.

“Si mammà” sentimmo dopo un attimo rispondere.

La voce apparteneva ad un adolescente pallido e sottile che emerse dalla penombra di una grossa poltrona, con la spalliera rivolta verso il salotto, nell’angolo opposto della stanza. Lentamente e con l’aria goffa e dinoccolata propria di tutti gli adolescenti  longilinei, il ragazzo si fece avanti verso la parte della stanza ove eravamo seduti.

Osservandolo da vicino, mentre impacciato ci guardava a turno con le mani dietro la schiena ed il capo abbassato, mi accorsi che era più esile ed ossuto di quanto già non mi fosse apparso a distanza. Aveva i polsi e le caviglie sottili, ed i suoi capelli lisci e lunghi fino quasi al colletto del maglione gli conferivano un’aria debole e malaticcia. La pelle era di un bianco quasi diafano, come se raramente trascorresse del tempo all’aria aperta. Portava le spalle quasi curve e piegate in avanti, frutto probabilmente delle lunghe ore trascorse da solo allo scrittoio.  Lo sguardo, invece, era fiero e teso: quello di un ragazzo ambizioso e testardo, difficile da educare e perfino da aiutare, senza prima averne conquistato l’assoluta fiducia. Il soggetto ideale, mi dissi, per fenomeni di poltergheist; sarebbe stato bene tenerlo presente durante le lunghe riflessioni che avrei dovuto certamente fare per aiutare Morelli a venire a capo della storia. In compenso, ricordai, non avevo avuto nessuna impressione, entrando nella casa, di presenze  o di negatività: meno male!

“Ciao, giovanotto, come va lo studio?” chiese il dottor Morelli  al ragazzo.

“Come sempre” rispose quello in modo asciutto.

“Abbiamo chiesto di te, io ed il mio amico dottor Von Walddreihausen, perché volevamo farti alcune domande su quanto è accaduto giorni fa. Ti spiace sederti con noi ed aiutarci ad aiutare la mamma?”

“Certo che non  mi dispiace” – rispose Roberto – “anche se non so proprio come la si possa aiutare. Quel che è accaduto è assolutamente illogico, irrazionale e spaventoso; neanche nel film L’esorcista  c’è niente del genere.”

Si voltò verso di me e guardandomi fisso negli occhi mi chiese: “Lei non è per caso un esorcista, vero?”

“No” mi affrettai a rispondere, e soggiunsi “solo che quello che è capitato a tua madre è sorprendente; in forme diverse, di cui ho visto e conosco vagamente le manifestazioni, ciò è già accaduto e continua ad accadere in molte parti del mondo. Per puro caso ho incontrato il dottor Morelli l’altro ieri ed ho accettato di  venire di persona per capire se è la stessa cosa, che può risolversi abbastanza facilmente e presto, oppure no. Ma il solo modo di capirlo è rendersi conto di come siano esattamente andate le cose. Ti va di parlarne con me?”

“Sarà – mi rispose – ma secondo me si tratta del fantasma di mio padre che ha ripreso anche dopo morto a picchiare la mamma!”

Rimasi sconcertato. “Perché, il tuo compianto padre la picchiava?” gli chiesi. Con la coda dell’occhio vidi la signora Rosa arrossire e piegare il capo per nascondere il  viso.

La voce del ragazzo suonò dura: “Tanto per cominciare, mio padre è morto, ma non compianto se non dalla mamma. Era stupidamente geloso della mamma, ed ogni sera la sottoponeva ad interrogatori del terzo grado; peggio dell’ Inquisizione: cos’ hai fatto, dove sei andata, con chi sei stata? e tante altre domande del genere, e se lei non rispondeva o gli dava rispostacce, erano schiaffi e bastonate. Aveva il bastone da passeggio del nonno, grosso quanto un pollice e nodoso, e con quello giù botte! E se vuole saperlo, i lividi che le faceva da vivo sono gli stessi che ha visto, e che ho visto anch’io; solo che ho fatto chiudere il bastone nella bara, quando lo hanno portato via: non potevo più vederlo!”

La donna piangeva ora sommessamente, e Roberto le si avvicinò, s’inginocchiò dinanzi a lei e le prese il capo sulla esile spalla.

“E quante volte ne ho prese anch’io, di botte, per difenderla! Ora i segni si sono cancellati, ma certe volte ero viola sulle braccia, sulla schiena e sulle gambe, come una melanzana! E sono sicuro che prima o poi me lo rifarà, quel disgraziato, muorto e bbuono!

“Non parlare così di tuo padre” gli intimò la donna con voce tremante.

“Vedete – riprese, rivolta a me e Morelli – sono nata e cresciuta in un basso (abitazione classicamente napoletana al piano-terra degli edifici) ad una decina di metri dal portone. Mio padre era violinista, ma i reumatismi gli consentivano soltanto di fare il posteggiatore (suonatore ambulante). Quel che guadagnava bastava si e no per pagare l’affitto, e da ragazza ho preso tanta di quell’umidità da procurarmi una scoliosi che non sono più riuscita a curare. E’ quella la causa del mio modo di camminare, lo sapete? Ed invece, sin da quando ero giovane tutti pensavano che lo facessi apposta, ad ancheggiare, per attirare l’attenzione. Anche mio marito, il povero Vincenzo, sebbene sapesse che non ero io a voler ancheggiare, riteneva che fossi poco seria e cercassi l’attenzione degli uomini. Era geloso, incredibilmente geloso, ed anche se il suo ufficio, la banca, era a pochi metri dal portone di casa, voleva sempre sapere se dovevo uscire, dove e con chi dovessi andare, e faceva domande, domande, una tortura…”

Grossi lacrimoni ripresero a scivolarle lungo le gote, mentre la voce era divenuta quasi lamentosa; con un fazzolettino, che aveva tenuto fin li chiuso nel pugno, cominciò ad asciugarsi il viso e riprese:

 

“E la sera…. se non gli rispondevo come si aspettava, se avevo incertezze sull’esattezza al minuto di quel che avevo fatto o sul dove ero andata, era come ha detto Roberto… botte, bastonate…” le lacrime scendevano ormai copiose sul suo viso e, dopo pochi secondi, mormorò una scusa e fuggì via verso il bagno.

Roberto sedette sul divano accanto al posto occupato una attimo prima dalla madre, accavallò le ossute estremità inferiori e ci guardò entrambi con durezza. Ora capite perché ce l’ ho con lui.” esclamò “Cristo, ma è possibile che anche dopo morto…”

“Smettila! ” gli dissi seccamente ” e comportati da uomo. Che tu ami tua madre è giusto e naturale, ma che senza sapere o capire nulla di ciò che accade tu condanni ora, dopo anni dalla sua morte, l’uomo che ti ha dato la vita ed ha posto le basi del tuo futuro, mi sembra indegno del ragazzo serio  che vuoi sembrare. E questo, fra l’altro, certo non aiuta tua madre a dimenticare o ad accettare quel che accade.”

Alzò gli occhi, e vidi che le mie parole lo avevano scosso.

“Si, d’accordo, ma cos’è che sta accadendo? Perché forse non sa che è già successo altre due volte, solo che in quelle due altre occasioni non avevamo dovuto andare in ospedale! Ai vicini abbiamo detto che era caduta dalla scaletta mentre lavava i vetri, e forse lo hanno creduto. Ma questa volta non si poteva trovare una scusa, visto che è successo di notte e che la donna delle pulizie era venuta quello stesso mattino. Allora, se non è lui  a perseguitarla ancora, cosa diavolo sta accadendo? E Lei, dottor Frankenstein, è o no un esorcista?”

” Non mi chiamo Frankenstein, e non sono un esorcista. Ma dato che sei curioso, ti dirò che sono uno studioso di fenomeni strani chiamati paranormali, quale quello che sta capitando a te e tua madre. Ora, piuttosto, rispondi a qualche domanda che ti farò; fallo senza esitare e soprattutto non mentirmi neanche una volta!”

“Non è un medico, non è un esorcista, e ne ha approfittato per vedere nuda la mia mamma! Bel maiale! Mi stupisco di Voi, dottor Morelli, che vi siete prestato a questa sporca recita!”

Morelli si sentì punto sul vivo, perché gli rispose piccato: “Roberto, io sono un neurologo, e sono una persona seria. Se ho ritenuto necessario che il dottor Walddreihausen vedesse coi suoi occhi i lividi e tutto il resto delle ferite di tua madre, vuol dire che non ho alcuna idea di quel che è successo né di come sia successo: se preferisci, possiamo pure andarcene, ma dì pure a tua madre che ho già abbastanza clienti, e abbastanza donne anche, senza bisogno di fare lo sporcaccione come tu stupidamente credi. E’ chiaro? Ed ora, penso che sia il caso di andarcene!…”

Stava finendo la sua filippica, quando la signora Rosa riapparve sulla porta.

“Che succede?” chiese allarmata all’udire la voce secca con cui Morelli aveva pronunciato le ultime parole.

Morelli le spiegò che Roberto si era espresso nei nostri riguardi in modo ingiurioso insinuando che la nostra venuta potesse essere una specie di intrusione a scopi libidinosi , e non una visita volta a cercare soluzioni e risposte al suo problema. Ma forse, aggiunse, Roberto cercava in quel modo provocatorio soltanto di  eludere le mie domande.

“Tu sei matto come… ” iniziò la donna rivolta al figlio. Si corresse subito “come un cavallo. Come puoi pensare..!?  Chiedi subito scusa! ”

Roberto era impallidito a causa della sfuriata della madre, e chinò il viso.

“Io… – iniziò – mi spiace; davvero non so… io voglio bene a mammà, e l’idea che… ecco, ero infuriato e non sapevo quel che dicevo. Mi dispiace…”

“… di essere diventato geloso anche tu senza ragione.” completai per lui la frase iniziata. “Vedi Roberto, amare qualcuno comporta naturalmente una certa dose di gelosia: la persona che amiamo è nostra, e niente e nessuno deve trattarla o considerarla meno di quanto noi stessi la consideriamo. Per te la mamma è tutto, ed è naturale così; e almeno fino a quando, fra qualche anno, non incontrerai la donna della tua vita, per te lei sarà madre, sorella, amica e fidanzata. Ma credimi: sia il dottor Morelli che io la consideriamo con il massimo rispetto. Per lui, lei è una paziente che lui non sa come aiutare e curare, e per me, oltre che una padrona di casa eccellente ed una madre tenera e premurosa, ella è un essere umano in difficoltà, che soffre soprattutto dell’incertezza – o dell’ignoranza, se credi – di quel che le è capitato. Se a te capita di conoscere qualcuno in difficoltà, pensi di approfittartene, o non piuttosto di fare del tuo meglio per aiutarlo a superare i suoi problemi?”

Roberto arrossì, questa volta, e guardandomi con palese imbarazzo mi chiese “Cosa voleva sapere, dottor Walddreihausen?” Così, ora lo ricordava, il mio nome!

Mi rilassai nella poltrona, mentre la signora Rosa tornava a sedere sul divano accanto al figlio.

“Cominciamo così. Quella sera tu eri in casa, visto che è successo di notte. Eri nella tua stanza, o…?” chiesi.

“Si, non ho mai dormito nella stanza dei miei genitori, e tanto meno ora dormirei in quella di mia madre.”

“Dormivi?”

“Non ancora. Anche se era già molto tardi ero ancora sveglio per finire di prepararmi a una interrogazione per l’indomani”.

“Hai sentito rumori, o strilli della mamma e sei corso…?”

“No, ho solo sentito dei lamenti sommessi, quasi un pianto, della mamma, e sono andato con calma a vedere.”

“E che cosa hai visto?”

“Nulla di particolare, solo la mamma che si muoveva nel letto e si rigirava. Poi, qualche secondo dopo, lei ha gridato e si è svegliata, ed io le sono corso accanto. L’ ho abbracciata, e le ho chiesto se si sentisse male, ma lei ha continuato a strillare di dolore ed a contorcersi tutta, e ho capito che si stava verificando la stessa cosa di due anni fa. Solo che due anni fa dormivo, e quando sono arrivato tutto stava per finire.”

“Durante quale stagione è successo due anni fa, ricordi il mese?”

“Si, era di agosto e faceva un gran caldo; il balcone era aperto e tutto il vicinato ha sentito gridare; dopo due minuti la gente ha cominciato a bussare alla porta per chiedere se serviva qualcosa, ed io e la mamma ci siamo vergognati da morire”.

“Ma non siete andati all’ospedale neanche il giorno dopo, vero?”

“No, c’erano meno lividi, e meno grandi di tre giorni fa. Dicemmo ai vicini che mamma aveva avuto un incubo perché aveva mangiato qualcosa di pesante a cena. E tutto finì li. Non come questa seconda volta, che dopo la fine dei colpi la mamma continuava a gridare dal dolore ed era viola dappertutto. ”

“Roberto, ora devo farti qualche domanda strana; non ti stupire, ma rispondimi con la stessa sincerità con cui l’ hai fatto finora, ti prego.”

“Va bene.”

“Roberto, mentre stavi accanto alla mamma, ed i colpi continuavano, ricordi di aver visto qualcosa muoversi dentro il letto, o le coperte sollevarsi ed abbassarsi ogni volta che la mamma gridava, o qualsiasi altro movimento, lento o veloce prima di ogni grido di mamma?”

“No, nulla del genere. La mamma strillava e basta.”

“Ed hai visto se qualche oggetto nella stanza si muovesse da solo, che so, un lume, una sedia, un quadro , qualsiasi cosa?”

“No, anche se non mi guardavo certo intorno, abbracciavo la mamma stretto stretto, ed i miei occhi potevano vedere almeno metà della stanza. E avevo acceso la luce, pure.”

“Ricordi di aver trovato qualcosa fuori posto l’altrieri, dopo che siete tornati dall’ospedale? E Lei, signora, ricorda qualcosa del genere?”

“No” mi risposero insieme madre e figlio.

“Posso tornare da solo nella stanza da letto? chiesi. Fecero per alzarsi, ma li fermai con un gesto: “Conosco la strada, grazie.”

Tornai sulla soglia della camera  e mi ci fermai per qualche minuto affinando al massimo le “antenne della mente” per cercare di percepire quelle strane sensazioni che più volte ho provato in luoghi in cui fenomeni di poltergheist si erano verificati, ma non avvertii nulla, nemmeno il più piccolo brivido né rizzarsi di peli sulla nuca. In quella stanza non c’era mai stato alcun fenomeno di poltergheist. Si trattava certamente di altro, ma di qualcosa che nemmeno aveva a che fare con presenze che aleggiassero nel posto o che si fossero manifestate in esso. Inutile seguire sia l’una che l’altra ipotesi; la spiegazione, sempre che ce ne fosse una, non era una di quelle due.

Tornai nel salotto e, restando in piedi, dissi che poteva bastare così, almeno per quel giorno,  che avevamo recato abbastanza disturbo ad entrambi. Si alzarono tutti e tre e io e Morelli ci avviammo verso la porta.

Quando fummo sulla porta, e ci accingevamo a salutarci, dissi a mezza voce a Roberto:

“Ascoltami: anche se sono un estraneo, voglio darti un suggerimento come se fossi – non dico tuo padre – ma un vecchio zio; la mamma non è né tua né di nessun altro, è una donna ed ha diritto di appartenere solo a se stessa. Rispetta la sua volontà e questo suo diritto e continua lo stesso a volerle tutto il bene del mondo, ma con questo rispetto da uomo a donna, non come se non avesse una volontà ed una vita sue proprie. Capito? ”

Mi guardò in modo strano, e deglutendo bisbigliò un “si” poco convinto.

Nel lasciarci alle spalle il portone del fabbricato, mi guardai intorno: La strada era poco più larga di quattro o cinque metri e, su entrambi i lati di essa, si allineavano i negozi ed i “bassi” tipici di ogni strada secondaria nel cuore di Napoli. Pochi metri oltre il portone, un venditore di calzoni con la ricotta aveva installato il tegame con l’olio fumante e gridava a gran voce i pregi delle sue “pizze fritte”. Dall’altro lato della strada , un monumentale affresco che giungeva ai balconi del primo piano ritraeva l’idolo dei tifosi partenopei – Maradona – che tirava un calcio al pallone. A breve distanza si vedeva l’agenzia della Banca in cui il defunto Esposito aveva con estrema probabilità lavorato.

Il profumo delle pizze fritte mi solleticava le nari, ed emisi un sospiro. Morelli, che mi stava guardando, chiese con aria tentatrice.

“Conte, e se ci facessimo una pizza fritta? E’ l’ora giusta per la merenda, no?”

Ci avvicinammo al banchetto dell’ambulante e demmo entrambi vita ad una delle solite dispute su chi dovesse pagare: “La prego, faccia fare a me” “No, voglio il privilegio….” ” Ma Le pare, è un vero piacere….” . La pantomima, che viene eseguita mentre entrambi i contendenti cercano i soldi nelle tasche, è tanto consueta che gli esercenti, fissi od ambulanti che siano, abbassano il capo, preparano quello che i due sembra vogliano acquistare ed aspettano tranquilli che la faccenda si risolva; ciò normalmente accade  con un finto atto di forza che vede vincere il più veloce ad estrarre i soldi ed a metterglieli in mano, mentre con l’altro braccio scansano il perdente designato. Sapevo da lungo tempo che  i napoletani adorano quelle finte dispute, e che di solito il vincitore deve essere quello dei due che nell’ultima occasione è stato ospite dell’altro, quasi fosse in dovere di ricambiare la cortesia di quello per aver pagato l’ultima volta. Questa volta dovevo per forza vincere  io, visto che Morelli mi aveva invitato a pranzo, sicché – emulo dei pistoleri del Far West – riuscii ad “estrarre per primo”  qualche banconota ed a pagare all’omino le due fumanti pizze che ci infilò in mano.

Con passo lento, entrambe le mani strette intorno a quelle roventi ghiottonerie, muovemmo alcuni passi senza profferire parola. Del resto, dato che l’olio di frittura raggiunge temperature astronomiche, l’aprire bocca per altro che per cacciare nuvole di fumo, è impossibile a chiunque. Ci fermammo a guardare l’affresco di Maradona e, con versi incomprensibili accompagnati da un vago gesto di una mano e da buffe espressioni degli occhi, Morelli mi fece capire che quello, si, era stato un vero campione, eh!

Gli occhi mi corsero al balconcino sopra l’affresco: ad un tavolino coperto di libri era chinato un uomo sulla quarantina, che mi presentava il profilo.

I mediterranei sono tutti begli uomini, anche se non sempre di statura elevata. Questo invece sembrava appollaiato sulla sedia, tanto lunghe erano le sue gambe. La metà del viso che riuscivo a scorgere era decisamente pura di lineamenti, ed un perfetto naso greco lo completava. Per un attimo si voltò per guardare giù nella strada, e vidi che  i suoi occhi scurissimi conferivano al suo volto l’espressione nobile di un falco in caccia.

Finii di trangugiare la mia pizza fritta e mi pulii le mani prima col tovagliolino di carta datomi dal pizzaiolo, poi, visto che quello non serviva a niente, col fazzoletto. Morelli finì anche lui e riprendemmo a camminare verso il parcheggio ove aveva lasciato l’auto, commentando la squisitezza dell’ammazza-fegato che avevamo appena finito di mandar giù.

Morelli  mi accompagnò al mio albergo e lungo il tragitto gli dissi che avrei avuto piacere se l’indomani avessi potuto averlo mio ospite a pranzo, in modo da dargli le risposte che cercava, e che avrei trovato nel corso delle ore che sarebbero seguite.

Accettò l’invito e disse che era impaziente di conoscere la mia impressione su quel che avevamo visto e sentito quel giorno. Ci separammo con una stretta di mano e salii nella mia camera.

Il balcone affacciava direttamente sulla Via Caracciolo e sul Castel dell’Ovo. Il tempo era trascorso rapidamente, quel pomeriggio, ed il sole era ormai avviato a dare spettacolo sul Golfo, spargendo pennellate d’oro e di rosso sulle poche nuvole basse sull’orizzonte, fra cui Capri mostrava il suo profilo. L’aria era tenera ed una lievissima brezza faceva ondeggiare  le multicolori bandiere dei tre famosi ristoranti nel braccio di mare fra la bianca fontana di Santa Lucia ed il castello. Spostai una chaise longue di fronte al sole, e mi ci adagiai confortevolmente. Avevo preso un soft drink dal frigo-bar e, con quello in mano, restai a lungo a pensare, godendomi quel magnifico spettacolo.

Dunque non poltergheist, ruminavo nella mente, e neanche manifestazione di una presenza; mi sentivo abbastanza sicuro di escludere entrambe tali cause . Ma allora cosa?

Un raggio del sole che ormai lambiva il filo dell’orizzonte si riflesse su di me dal vetro che proteggeva  un quadro appeso sopra la testata del letto. Non lo avevo notato nei giorni precedenti, e mi alzai per andare a guardarlo. Era una riproduzione del volto della Sindone. Tornai alla chaise longue e mi ci distesi. La Sindone! il mistero più importante che ancora non aveva rivelato tutti i suoi segreti. La Sindone: il sangue, i segni delle frustate, i fori delle mani e dei piedi… No, non delle mani, ma i fori dei polsi! Anche se tutta l’iconografia cristiana aveva mostrato per ormai due millenni i fori nelle mani del Crocefisso, i Romani – quando volevano affrettare la morte dei condannati a quell’atroce supplizio – li fissavano al patibulum ( la trave trasversale della croce) con chiodi anziché con funi. La morte sopravveniva egualmente per asfissia, ma il dolore causato dai chiodi era tale da consentire più difficilmente che i condannati si tirassero su ogni tanto per respirare. L’affissione mediante corde lo consentiva, ma prolungava atrocemente l’agonia per molte ore. E che i carnefici Romani volessero aiutare l’Uomo della Sindone a morire presto era testimoniato anche dalla ferita al costato, che il leggendario Lancino avrebbe inferto col pilum, il giavellotto in dotazione ai legionari. Le ferite ai polsi… e le stigmate? Che collegamento poteva mai esserci fra il supplizio dell’Uomo della Sindone e le stigmate che centinaia di uomini e donne hanno recato o tuttora periodicamente recano sui palmi e sui dorsi delle mani? Senza contare la presenza fra loro di uomini di levatura morale gigantesca come il Poverello di Assisi, Padre Pio e pochi altri, nella maggior parte dei casi i portatori di stigmate erano stati persone comuni, dotate di grande religiosità, che per ore avevano fissato il Crocefisso e… si, c’ero, avevano somatizzato le ferite che apparivano nelle immagini, nelle sculture o nei bassorilievi dinanzi ai loro occhi e che quasi mai riproducevano fedelmente l’immagine della Sindone. Avevano nella loro mente  e nel fondo del loro animo sofferto tanto da rivivere le sofferenze dell’Uomo e da impartire inconsciamente al loro corpo l’ordine di riprodurre fisicamente e dolorosamente quelle stesse piaghe e ferite che essi avevano fissato nella loro memoria del Condannato alla Croce.

Somatizzazione… sofferenza, senso di colpa, rimorso. Si, forse la soluzione del caso della signora Rosa era proprio quella.

Il sole era ormai tramontato e la piacevole brezza che ne aveva intiepidito i bagliori si era trasformata in un venticello pungente e niente affatto piacevole. Rientrai nella stanza e cercai nella tasca della giacca il biglietto di visita che il dottor Morelli mi aveva dato due giorni prima: si, era li, e recava anche il numero telefonico di casa.

Lo chiamai immediatamente e gli esposi il frutto dell’ispirazione di poco prima. Ne fu entusiasta e convenne che non era il caso di parlarne con la donna in presenza del giovane Roberto. Disse che avrebbe organizzato un incontro a tre per l’indomani pomeriggio nel suo studio all’Ospedale e, dopo essersi più volte complimentato con me, mi augurò la buona notte nell’intesa che la mattina dopo, appena possibile, avrebbe lasciato al centralino dell’albergo un messaggio per confermarmi i dettagli dell’appuntamento.

La signora Rosa fu puntualissima: alle tre del pomeriggio successivo bussò alla porta dello studio di Morelli ed entrò col suo passo strano e provocante. Si accomodò senza accavallare le gambe in una delle scomode poltroncine da ospedale e rivolse ad entrambi un timido sorriso.

Morelli prese l’iniziativa.

“Signora Esposito – le disse – il nostro amico dr. Walddreihausen ha considerato a lungo tutti gli aspetti del Suo problema, ed è giunto a delle conclusioni molto promettenti ai fini della Sua guarigione definitiva: ne è contenta?”

Il viso della signora Rosa si illuminò di un sorriso ben più aperto.

“Ma abbiamo bisogno della Sua collaborazione e di tutta la Sua sincerità – riprese Morelli – Innanzi tutto, ci serve di sapere come si chiama il Suo dirimpettaio, il professor…”

Il viso della signora avvampò di colpo.

“Io… si chiama Jovene… Salvatore Jovene; ma che c’entra lui, con quello che succede a me?”

“C’entra – interruppi il dialogo con Morelli – c’entra perché è anche lui un Suo vicino, ma soprattutto… – misurai le parole – perché abbiamo avuto  l’impressione che il professor Jovene Le sia molto caro.”

“E’ vero – rispose la signora Rosa ancora rossa in viso – E’ una persona gentilissima, piena di premure per Roberto a cui dà anche, e gratis, lezioni private per facilitarlo nello studio. Anche grazie a lui Roberto è così bravo a scuola. E poi si è dimostrato tanto premuroso quando il mio povero marito morì: s’interessò di persona di tutto quanto riguardava i funerali, gli annunci sul “Mattino”, ed anticipò addirittura tutte le spese fino a quando la banca non  mi pagò la liquidazione e gli arretrati di pensione di Vincenzo. Brava persona!”

“Signora Rosa – ripresi – Roberto non è presente e la Sua sincerità è ora indispensabile: il Professor Jovene Le è o non Le è molto caro?”

Una nuova vampata di rossore le imporporò le guance.”E’ vero” mormorò infine “ma non pensate a male: non  c’è mai stato nulla fra me e lui, se non buongiorno e buonasera quando c’incontriamo. Ma non potrò mai dimenticare quanto sensibile e dolce si è dimostrato sempre con me e con Roberto: un vero gentiluomo.”

“E Roberto…?”

“Roberto lo stima moltissimo, ne segue i consigli e qualche volta va con lui a sentire concerti, o a teatro, o ai musei. Stanno bene insieme, e qualche volta mi fanno invidia ed un po’ rabbia: con suo padre, Roberto non si è comportato mai così. E poi, Roberto ha preso tutto da suo padre ed anche lui è geloso di me: mi vuole troppo bene!”

“Signora Rosa, Roberto sta crescendo, e comincia a capire della vita molto più di quanto Lei non creda” le feci notare.

“Dottò – osservò la signora Rosa – ma che c’azzecca Salvatore… il professor Jovene, con quello che mi è successo?”

“Signò – le risposi – c’azzecca, c’azzecca. Quello che Le è successo è molto semplice. Lei gli vuol bene, e pure tanto, ma se ne vergogna perché è vedova, ed ogni volta che la Sua solitudine le accende la voglia di affetto e di tenerezza che Lei non ha mai avuto, allora anche durante il sonno, o di giorno, è Lei stessa a punirsi come faceva Suo marito senza che Lei lo meritasse. Lei è stata una brava moglie ed una buona madre, ma come donna non ha mai realizzato la Sua femminilità in termini di gentilezza, di tenerezza e di tranquilla vita familiare. Ora che sa la verità, io non posso più aiutarLa: sta al dottor Morelli di tenere con Lei una decina di sedute psicanalitiche, sperando che siano sufficienti, perché il suo problema sia definitivamente risolto. Un’altra cosa: se questa prossima domenica Roberto ed il professore escono insieme per andare da qualche parte, chieda senza arrossire se può andare con loro: e non se ne faccia uno scrupolo verso nessuno; ricorda quel passo del Vangelo in cui il Cristo dice che i morti debbono stare coi morti, e i vivi coi vivi? Vale anche per Lei, lo sa? Farà un mucchio di bene a tre persone, se lo farà, e Lei sa chi sono, no?”

Mi alzai e dopo stretta la mano ad entrambi mi avviai alla porta. Sia l’uno che l’altra avrebbero voluto trattenermi, ma avevo fretta di uscire: dalla finestra avevo visto che la signora Rosa era venuta accompagnata dal figlio ed aveva lasciato  quest’ultimo ad attenderla all’ombra sul piazzale. Ora era necessario parlare qualche minuto con Roberto; c’era qualcosa da aggiungere alle poche parole che gli avevo detto il giorno prima nel lasciare la casa, e questo era il momento giusto per farlo.

Angelo Marcello

 

 

 

 

 

 

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