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Archivio Giugno 2015

I tristi giorni della non Europa

30 Giugno 2015 1 commento

No, per favore, non chiamatela Europa: quella che stiamo vedendo all’opera non è la nostra Europa, quella sognata da De Gasperi e Spinelli, rafforzata da Kohl e Mitterrand e condotta nel Terzo Millennio da Prodi e Delors; quella che stiamo subendo da anni è la stupida miopia di un’orda di liberisti selvaggi, di guerrafondai senz’arte né parte, di ciarlatani che, evidentemente, non hanno ancora imparato la lezione della storia e stanno ripetendo, uno dopo l’altro, i drammatici errori che condussero il Vecchio Continente nel baratro dei due conflitti mondiali che hanno insanguinato il Novecento.

Non a caso, l’unico esponente politico dotato di un pensiero della crisi e della cultura sufficiente per analizzarne cause e conseguenze, opportunità e drammi, ossia papa Francesco, parla da tempo di Terza guerra mondiale differita, fra i silenzi imbarazzati di molti politicanti e le crescenti preoccupazioni di quell’esigua fetta della classe dirigente mondiale che ha capito perfettamente cosa intenda dire.

Per chi non l’avesse ancora compreso, il Pontefice pone l’accento sull’intrecciarsi di due tipi di guerre: una antichissima, riservata agli ultimi della Terra, condannati in quanto poveri e in quanto ex colonie, respinti alle nostre frontiere, sfruttati alla stregua di schiavi, umiliati, torturati e poi compianti con il giusto grado di ipocrisia quando hanno la balzana idea di affondare a bordo dei gusci di noce con cui tentano di sfuggire alla morte certa nei loro paesi; l’altra moderna, riservata ai futuri ultimi, ai futuri sudditi, ai futuri schiavi, ossia a tutti noi europei, che, per dirla con Primo Levi, siamo “sicuri nelle nostre case” e ci crediamo al riparo dalla barbarie, salvo poi renderci conto, e pare che cominci ad accorgersene persino la cancelliera Merkel, che se crolla Atene, viene giù l’intero castello di carte dell’Europa.

Perché questo è l’Europa, smettiamola di raccontarci favole: un castello di carte disposte alla rinfusa, senza un progetto, senza una visione, senza un orizzonte né alcuna idea condivisa di futuro; un’unione monetaria e finanziaria e nulla più, con i popoli sempre più in sofferenza per i quali nessuno ha alzato un dito mentre le banche venivano salvate con centinaia di miliardi, mentre le multinazionali erano messe in condizioni di spadroneggiare ovunque, mentre in alcuni paesi fondamentali, fra cui il nostro, veniva di fatto sospesa la democrazia per affidarsi a una tecnocrazia di cui solo ora iniziamo a comprendere la dannosità.

Non si vota più o, se si vota, si finisce sempre col dar vita a governi di larghe intese che non servono a garantire la stabilità ma a favorire la perpetuazione degli interessi di pochi a scapito della collettività; e se un esecutivo di larghe intese si sforza di assumere anche qualche decisione nell’interesse del proprio popolo, dopo un po’, guarda caso, viene prontamente sostituito, magari perché ha avuto la dignità e l’intelligenza di rifiutarsi di distruggere la Costituzione o magari perché chi lo guidava, pur essendo un moderato e un convinto europeista, era un galantuomo, contrario alla confusione perenne fra destra e sinistra e per nulla incline a manomettere i capisaldi della convivenza civile, a cominciare dal rispetto sacro per le istituzioni.

Se poi qualcuno osa eleggere un uomo di sinistra che non si piega alla logica barbara delle larghe intese a tutti i costi, allora quel qualcuno, politicamente parlando, deve morire: e giù con richieste insostenibili, ricatti, un isolamento internazionale che mira a renderlo inviso al proprio popolo, avvertimenti e minacce di catastrofi imminenti che non servono a rinsaldare l’Europa ma a scongiurare che altri popoli decidano di spezzare queste catene e di riappropriarsi della propria sovranità. In poche parole, questo trattamento riservato ai greci serve da monito: non osate alzare la testa, non osate mettere in discussione i dogmi del liberismo sfrenato, non osate rivendicare le ragioni stesse per cui fu concepito il sogno dell’Europa unita, non osate pensare di poter vivere in pace col resto del mondo; in poche parole, non osate neanche solo immaginare di poter tornare ad essere cittadini europei perché non ve lo consentiremo.

Per questo, i signori che si riuniscono costantemente a Bruxelles non hanno il diritto di chiamarla Europa né, tanto meno, di definirsi europeisti: loro sono i veri nemici dell’Europa, coloro che ne hanno minato le fondamenta e svuotato dall’interno i valori, i responsabili della nostra subalternità in campo economico e della nostra irrilevanza in ambito geo-politico e geo-strategico; sono loro che stanno spingendo Tsipras a guardare a est, dopo aver imposto assurde sanzioni alla Russia che ci stanno costando milioni di posti di lavoro e perdite irreparabili, come se non bastasse questa maledetta crisi che si protrae ormai da sette anni a metterci in ginocchio.

E sbaglia, spiace dirlo, sbaglia di grosso chi ancora si illude che le cose possano migliorare in futuro: da questo baratro, con questa classe dirigente, non ne usciremo mai, per il semplice motivo che molti di loro rispondono agli interessi privati di quell’un per cento denunciato nel 2011 dai ragazzi di Occupy Wall Street che con la crisi si è arricchita a dismisura a scapito del restante novantanove per cento della popolazione e che, quindi, non ha alcun interesse a porvi rimedio.

Così come sbaglia chi ancora si illude che abbia senso parlare di socialismo europeo e socialdemocrazia: concetti nobili e storicamente importantissimi, espressione di una cultura politica che per tanti anni è stata anche la mia, ma che oggi non hanno più alcun senso né ragione di esistere, essendo i suoi esponenti i principali alleati della parte che dovrebbe essere avversa e, invece, quasi ovunque, è sodale, nella strenua difesa di un sistema capitalista che ormai mostra la corda e sta inducendo persino gli Stati Uniti a rivedere le proprie posizioni.

Anche oltreoceano, infatti, i democratici si stanno accorgendo che la Terza via clintoniana ha avuto come unica conseguenza quella di consegnare il Paese nelle mani di Bush e delle lobby delle armi e del petrolio; e la prima a farsi portavoce di questo pensiero è stata, incredibilmente, la moglie del presidente di allora, quella Hillary Clinton che ha capito benissimo che non può pensare di vincere nel 2016 riproponendo le ricette fallimentari e fallite del ’92 e del ’96.

Peccato che in Europa le posizioni più retrive e fuori dal mondo siano appannaggio non della destra, che pure con i Cameron, le Merkel e i Rajoy ci ha messo del suo, ma della finta sinistra che agisce sull’asse italo-francese, attuando a cuor leggero ricette palesemente sbagliate e socialmente insostenibili, i cui unici risultati sono la svalutazione del lavoro e lo sfarinamento del tessuto civile, con milioni di persone ormai in bilico o, peggio ancora, costrette a vivere sotto la soglia di povertà.

No, questa non è l’Europa e chiamare questo ricettacolo di mezze figure con un nome tanto nobile non è giusto né storicamente accettabile. Questo è il continente degli ipocriti che sono tutti “Charlie” per qualche giorno, salvo poi non far nulla per tutelare la libertà d’informazione; è il continente che si commuove di fronte alle bare schierate a Lampedusa ma poi non sostiene un Mare Nostrum europeo; è il continente che non batte ciglio di fronte alla malvagità nazistoide dell’impresentabile Orbán, con i suoi muri e le sue chiusure vergognose; è il continente che non dice una parola di solidarietà alla Tunisia, sconvolta dagli attentati della jihad islamica, e il cui sguardo non si spinge fino al Kuwait o agli altri paesi del Golfo; infine, è il continente della linea Maginot sulla frontiera di Ventimiglia, dove ad essere respinti non sono però i nazisti ma dei poveri cristi in fuga dalla disperazione e dalla fame.

Questa è oggi la non Europa e, se ci pensate, la logica dell’ISIS in Tunisia, il principio in base al quale l’unica primavera araba riuscita deve essere soffocata nel sangue e nella distruzione, sembra essersi spostata anche da noi, dove l’unica primavera mediterranea deve essere annegata nella miseria e nell’umiliazione definitiva e senza ritorno affinché nessun altro si azzardi ad imitarla.

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E se a salvarci fossero proprio i giovani?

14 Giugno 2015 4 commenti

Opinioni

E se a salvarci fossero proprio i giovani?

Quando leggo sulla bacheca di una ragazza che ha poco più della mia età, una giovane parlamentare del Movimento 5 Stelle, che a breve tornerà a svolgere il proprio lavoro perché, al pari dei suoi colleghi, non vuole “marcire” all’interno delle istituzioni, mi si delinea plasticamente la misura del nostro fallimento.

Perché se Silvia è arrivata a scrivere parole così dure, aspre e convinte, pur essendo una persona di valore, unanimemente stimata e capace di conquistarsi la fiducia di un mondo difficile e dagli umori fragili come quello della scuola, la colpa non è sua: è nostra. Siamo stati noi, infatti, a mostrarle in tutti questi anni il lato peggiore di noi stessi e delle istituzioni che pure abbiamo ripetuto a lungo, con ipocrisia rara, di voler onorare e rispettare. Siamo stati noi, ammettiamolo, a farvi entrare dei personaggi che non avrebbero mai dovuto vedere in cartolina nemmeno un consiglio comunale, figuarsi il Parlamento della Repubblica, per il quale uomini come Giacomo Matteotti hanno perso la vita e ragazzi della nostra età sono saliti in montagna, per poi diventare i pilastri di una democrazia matura e credibile, proprio perché nata dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo e non, come questa putrefatta Seconda Repubblica, dal sangue delle stragi di Capaci e via D’Amelio e dal senso di vuoto e smarrimento collettivo che si protrae ormai da vent’anni.

Se Silvia ha scritto quelle parole è perché, giustamente, ce l’ha anche con noi giornalisti: pavidi, cinici, vigliacchi, capaci di scagliarci contro questi ragazzi entrati in Parlamento in punta di piedi, col solo desiderio di portare una ventata di onestà e d’aria pulita, come mai abbiamo fatto in tutti questi anni contro alcuni dei nobili soggetti oggi travolti da scandali, avvisi di garanzia e, addirittura, richieste d’arresto per reati gravissimi.

Personalmente, me li ricordo bene quei giorni, quando arrivarono e noi, invece di accoglierli con la doverosa curiosità e il rispetto che si deve a ciascun essere umano, demmo vita a un’autentica caccia all’uomo, tentando di metterli in ogni modo in difficoltà, schernendoli di continuo, aggredendoli qualunque cosa dicessero o facessero, andando a cercare con perfidia rara i personaggi più improponibili per mettere in ridicolo l’intero gruppo parlamentare, come se altrove allignassero De Gasperi e Togliatti ad ogni angolo.

Sì Silvia, hai ragione a sfogare la tua rabbia: siamo stati noi a costruire questa democrazia della sfiducia e del disincanto, questa post-democrazia senza rappresentanza, queste istituzioni autoreferenziali in cui chi non è parte del sistema non ha voce né dignità, quest’universo di intollerabili privilegi a causa dei quali è venuto meno, col tempo, ogni afflato etico, fino all’abisso cui stiamo assistendo in questi giorni, con il malaffare annidato ovunque e il sentimento di ribellione e scoramento collettivo che finisce col prevalere su ogni ragionamento lucido e razionale.
Sì, l’abbiamo costruita noi, negli ultimi vent’anni, questa sorta di “casa dei mostri”, nella quale hanno finito col perdersi o col preferire il silenzio persino le tantissime persone perbene che un tempo sarebbero insorte di fronte a forme di ingiustizia che non sono mai accettabili ma superano davvero ogni limite nel momento in cui ci si trova a fare i conti con le macerie fumanti di un Paese ridotto allo stremo.

E non mi riferisco, quando parlo di privilegi, ai tanto vituperati finanziamenti pubblici ai partiti che, personalmente, manterrei, pur comprendendo la necessità di regolarli con norme stringenti e di vincolarli a una rigida supervisione da parte di un’autorità terza, per il semplice motivo che li considero indispensabili se non vogliamo consegnare definitivamente la politica nelle mani delle lobby e dei potentati che già oggi se la stanno spartendo, tenendo scientificamente fuori tutti coloro che vorrebbero cambiarla e renderla migliore. Né mi riferisco al numero dei mandati, anche perché Mafia Capitale insegna che per essere dei personaggi assai poco raccomandabili non bisogna essere dei fossili: basta cedere fin da subito alle lusinghe del potere e a rapporti e pratiche che nulla hanno a che vedere con il bene comune e gli interessi della collettività.

Mi riferisco, ovviamente, ai rimborsi elettorali erogati a partiti morti e sepolti o a partiti non più presenti in Parlamento per via della conclusione anticipata della legislatura; e mi riferisco al fatto che c’è voluta la crisi più grave dal ’29 perché la politica si rendesse finalmente conto dell’indecenza di cifre elevatissime, sconsiderate, per nulla rispondenti alle spese effettivamente sostenute in campagna elettorale, fino ad annegare in questo spreco legalizzato che attualmente rischia di trasformare i partiti, se ancora li si può chiamare così, in meri comitati d’affari o, peggio ancora, in comitati elettorali al servizio di questo o di quel leader.

Al che, leggendo quel messaggio, quello sfogo, quella sana e genuina indignazione, mi è tornata in mente una parte consistente della mia storia personale, la quale mi ha indotto a interrogarmi e a riflettere su dove sarei, su come vedrei il mondo se non avessi avuto la fortuna di incontrare a diciott’anni Beppe Giulietti, il quale mi ha assegnato una rubrica tutta mia su Articolo 21, e, in seguito, Andrea Costi, col quale abbiamo costruito una collana editoriale presso Imprimatur, Sandro Cardulli che mi ha insegnato di molto ciò che so di questo mestiere, oltre ad avermi sempre accolto con affetto nei suoi giornali, e Mariantonietta Colimberti che mi ha preso all’AREL, facendomi trascorrere alcune fra le ore più intense della mia vita nello studio che fu di Beniamino Andreatta, padre dell’Ulivo e del riformismo migliore di cui oggi avremmo più che mai bisogno. E dove sarei se non avessi incontrato Vincenzo Vita, che mi ha fatto conoscere il volto nobile, e spesso per questo umiliato e messo ai margini, della sinistra; se Alfredo Reichlin e Aldo Tortorella non mi avessero narrato in presa diretta l’epopea di Berlinguer; se Raniero La Valle non mi avesse messo a contatto con la feconda saggezza del cattolicesimo democratico; se Stefano Rodotà non mi avesse regalato la testimonianza del miglior pensiero giuridico liberale e se Antonio Ghirelli non mi avesse fornito, a diciassette anni, un ritratto del presidente Pertini? Insomma, se non avessi avuto l’incredibile fortuna di conoscere la parte più bella della politica e del mondo della cultura, siete proprio sicuri che non sarei anch’io un esponente di quel partito trasversale della rabbia, della disperazione e dell’esclusione che ha trovato in questi ragazzi stellini la rappresentanza e l’ascolto che noi, con la nostra insopportabile presunzione, gli abbiamo negato?

Posso escludere a priori che non sarei anch’io uno di loro se, invece di una rubrica personale sul sito di una prestigiosa associazione per la libertà d’informazione, tornando a casa, avessi dovuto fare i conti con la solitudine e il disprezzo di chi ignorava le nostre proteste, disprezzava le nostre idee e le nostre stesse persone e arrivava addirittura a definirci “guerriglieri”?

Può uno come me tenere per se tutto questo patrimonio, questo capitale culturale e politico, questa meraviglia acquisita in anni di lavoro e ottime frequentazioni e pensare di salvarsi da solo mentre la propria generazione affonda? Sono mesi che me lo chiedo e, un bel giorno, davanti al Parlamento, nel corso di una manifestazione in difesa della scuola pubblica, mi sono reso conto di quanto fosse ingiusta e crudele questa mia scelta, e così sto provando ad aprirmi, a condividere questa ricchezza morale, a mettere la mia piccola esperienza di vita al servizio della comunità.

E mi risuonano spesso nelle orecchie le parole di Giulia, anche lei mia coetanea, anche lei stellina, anche lei parlamentare, la quale ama ripetere una frase del giudice Paolo Borsellino: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

Lei si occupa prevalentemente di giustizia e anti-mafia, ma questa frase di Borsellino è perfetta per descrivere anche la voglia di reagire dei liceali, degli universitari, dei precari, dei lavoratori poveri, degli ultimi e degli esclusi che, ormai, sono diventati un popolo, una categoria sociale, un bacino elettorale enorme che spesso, purtroppo, non fidandosi più di nessuno, si rifugia nell’astensione.
È su questo che vorrei interrogare il Movimento 5 Stelle: siete sicuri di riuscire ancora a intercettare la fatica di esistere di questa miriade parcellizzata di solitudini? Perché la mia amara sensazione è che un tempo, sentendosi presa in giro da tutti, scegliesse voi per ritrovare almeno una speranza, mentre oggi sta cominciando ad abbandonare anche voi, vedendo un’ottima opposizione ma non una compiuta prospettiva di governo, non la possibilità di veder davvero rappresentate le proprie istanze, non l’occasione storica di conquistarsi finalmente una possibilità di riscatto. E ancora, mi piacerebbe riflettere con voi su questa rivoluzionaria idea del cittadino che si fa Stato, che diviene nuovamente protagonista, che si riappropria della sua soggettività e torna a fare politica in prima persona, seguendo il modello della democrazia ateniese o, per stare nella modernità, della politica partecipata che Bauman contrappone all’aberrazione della società liquida, caposaldo del pensiero liberista; vorrei discuterne perché la suggestione è affascinante ma temo che il passo verso l’utopia possa rivelarsi breve e senza ritorno.

Ciò che penso di questo movimento, ormai, dovrebbe essere chiaro a tutti: contro le mie stesse convinzioni iniziali, devo ammettere che ha fatto un gran bene alla politica italiana, che ha portato in Parlamento ragazze come Giulia e Silvia che meritano pienamente il titolo di onorevoli, avendo portato una boccata d’ossigeno in un ambiente infestato da troppe incrostazioni di potere e da troppi interessi opachi, e non ho remore ad ammettere che ha in parte risvegliato anche quelli come me, un tempo avviati a una grigia carriera da megafoni del potere e ora, invece, spinti a porsi domande che non si erano mai posti sul destino di un’intera generazione. Ciò detto, penso anche che debba crollare questo muro di incomunicabilità che io stesso ho contribuito a edificare con non pochi mattoni e che ad abbatterlo debba essere, in primo luogo, la nostra generazione. A tal proposito, mi torna in mente una bellissima frase di Carlos Dittborn, organizzatore dei Mondiali cileni del ’62, il quale, di fronte al devastante terremoto che aveva martoriato la sua terra, per reazione, fece scrivere in tutti gli stadi: “Porque nada tenemos, lo haremos todo” (“Proprio perché non abbiamo più nulla, riavremo tutto”). Ecco, questo è il messaggio che sento di inviarvi, questa è la visione del mondo che vorrei condividere con voi: quella di una generazione che, proprio perché è stata privata persino della forza di sperare, si rimbocca le maniche, abbatte i muri che le sono stati eretti intorno e torna a costruire, ispirandosi all’ideologia europea e inclusiva di cui oggi c’è bisogno e scegliendo non di rottamare o di rinnegare l’esperienza di chi è venuto prima di noi ma di coglierne gli aspetti e gli insegnamenti migliori, ben cosciente che solo andando insieme si può andare lontano.

Infine, una volta definiti i punti programmatici, sarà necessario accantonare gli egoismi e trovare un punto di riferimento comune: una figura che abbia idea di come si governa un Paese nelle condizioni in cui versa il nostro, che abbia una certa credibilità in Europa e nel mondo e che sia in grado di immergersi nella modernità, tenendo insieme democrazia diretta e democrazia rappresentativa, tradizione e innovazione, cercando il dialogo al posto dello scontro e rendendo evidente, fin dai toni e dai comportamenti, la sua radicale estraneità al renzismo.

L’alternativa, visto che ormai è chiaro che in primavera si vota, è uno scontro all’arma bianca fra due destre: quella economico-finanziaria-confindustriale di Renzi e quella populista e anti-sistema di Salvini, con una sinistra bella ma irrilevante (Civati e Landini) e un movimento di cittadini (il Movimento 5 Stelle, per l’appunto) forte ma, purtroppo, ininfluente a fare da comprimari.

Al che, in conclusione,  ripenso alla frase di don Hélder Pessoa Câmara che citai, a diciassette anni, candidandomi alla Consulta provinciale degli studenti: “Se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno; se il sogno è fatto insieme ad altri, esso è già l’inizio della realtà”. E poiché finora abbiamo frequentato le stesse piazze senza capirci e lo stesso mondo associativo senza mai compiere lo sforzo di confrontarci, mi chiedo quante altre occasioni crediamo di poter sprecare e, soprattutto, di poter far perdere a un’intera generazione.

Roberto Bertoni

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Primi approcci

9 Giugno 2015 3 commenti

Nel 1964 immaginai l’incontro di una bimba di nove o dieci anni con uno strano personaggio e scrissi un breve racconto che, nelle mie intenzioni, doveva apparire come una pagina del diario della bambina scritto, ovviamente, con un linguaggio abbastanza infantile.
Non ricordo più quale titolo avessi scelto io per il racconto, comunque lo inviai alla Mondadori che il 5 aprile del ’64 lo pubblicò, con il titolo “Primi approcci” nel numero 331 dei Romanzi d’Urania. Ovviamente il mio racconto seguiva al romanzo principale che era “Gli incappucciati d’ombra”
Immaginate quale fu la mia sorpresa, tredici anni dopo, quando andai nel 1977 a vedere il film “L’uomo che cadde sulla terra”, interpretato dal cantante ed attore David Bowie,nel ritrovarvi parecchi elementi ed incredibili somiglianze con il mio racconto: la magrezza del protagonista, la debolezza dei suoi occhi, la sedia a rotelle, l’incredulità della gente e soprattutto la conclusione.
Bowie interpretava magnificamente Thomas Jerome Newton, un alieno che arriva sulla terra per procurare l’acqua e cercare inutilmente di salvare il suo pianeta dalla siccità.
Ovviamente non avevo la più pallida idea che il film fosse stato tratto da un libro di Walter Tevis (scritto nel 1963!) e a me del tutto sconosciuto.

Ad ogni buon fine mi fa piacere riproporre qui il mio racconto.

PRIMI APPROCCI

La casa di fronte alla mia è quella del signor Jones. Papà dice che il signor Jones è un vecchio pazzo ma la mamma dice che è soltanto uno straniero e che forse è così perché è stato sfortunato nella vita e non ha trovato nessuno che si prendesse cura di lui.
Papà scuote la testa e dice dove prenderà i soldi e mamma dice mah.
I vicini hanno paura di lui e dicono a noi bambini di non avvicinarci perché ci mangia.
Il signor Jones è magrissimo, ha la barba rossa e gli occhiali neri neri che non si toglie mai. Non esce mai fuori dal suo giardino e va in giro su una sedia con le ruote.
Durante la settimana lo va a trovare la vecchia Mattia che è una nera grassa grassache si chiama così perché il padre non sapeva che è un nome di uomo.
Mattia cammina lentamente e si muove a destra e sinistra come le oche, ma è fortissima e dice non ho paura neanche del demonio. Un giorno Jeff che è cattivo ed è stato in prigione ha voluto prendere la sua borsetta ma lei con uno schiaffo l’ha gettato in terra e poi gli ha dato anche un calcio.
Mattia va a comprare il latte e i biscotti al signor Jones che mangia solo quello e poi gli sbriga le faccende di casa,
Un giorno sono andata piano piano vicino al signor Jones che stava davanti allo scalino di casa sua, e non sapevo se mi guardava perché con gli occhiali neri non si vede.
Avevo un po’ paura però l’ho guardato e poi gli ho chiesto se è vero che mangia i bambini. Lui mi ha detto di sì ma si è messo a ridere, e così ho visto che è senza denti. Poi mi ha chiesto se volevo comprargli il latte.
Io l’ho comprato e lui mi ha detto che sono una brava bambina e che gli ricordo sua figlia. Io allora mi sono arrabbiata e gli ho detto che dice bugie, perché sua figlia non si è mai vista. Allora il signor Jones mi ha fatto sedere sullo scalino e mi ha chiesto se avevo paura di lui. Io ho detto di no e lui mi ha raccontatoche dove stava prima aveva una figlia e poteva camminare perché era più leggero.
Io ho chiesto perché non tornava dove stava prima e lui non ha risposto ed è rimasto zitto zitto. Dopo un po’ mi sono annoiata e gli ho tirata la giacca per vedere se dormiva e lui si è girato verso di me. Poi ha sospirato e ha detto che tanto a me lo poteva dire che lui era uno straniero e che gli faceva bene dirlo finalmente a qualcuno. Io gli ho detto che lo sapevano tutti e che lo sapevo pure io che era uno straniero e lui si è messo a ridere e mi ha detto tu non sai quanto perché vengo da una stella che sta nel cielo. Gli ho chiesto se stava con babbo Natale e lui mi ha detto di no, che stava più lontano ancora e che era venuto con una macchina speciale che poi si era rotta.
Io allora mi sono ricordata dei giornalini di mio fratello grande che leggo di nascosto perché mamma non vuole e ho chiesto al signor Jones se era uno spaziale. Lui mi ha guardato a lungo senza parlare, poi ha detto di sì, e io gli ho detto che era un bugiardo perché non aveva le antenne e la faccia verde, e lui si è messo a ridere e mi ha detto che non tutti gli spaziali hanno le antenne e che lui però aveva gli occhi diversi. Io gli ho detto di farmeli vedere e lui mi ha chiesto se avevo paura. Io gli ho detto di no e allora si è tolto gli occhiali e mi ha fatto vedere che aveva gli occhi tutti rossi. Gli ho detto che mi sembrava il nostro coniglio e lui si è messo a ridere mi ha dato una moneta e mi ha detto di tornarmene a casa.
A casa ho detto alla mamma che il signor Jones è uno spaziale con gli occhi rossi e lei mi ha detto di non fare la scema. Io ho detto che me l’aveva detto lui e che avevo visto io che aveva gli occhi rossi e la mamma ha gridato che sono una cattiva bambina perché dico le bugie e poi ha detto a papà di non far comprare più a mio fratello grande quei giornalini perché ci riempiamo la testa di sciocchezze.
Io ho gridato che avevo detta la verità e di chiederlo al signor Jones e papà ha fatto la faccia seria seria e mi ha detto che mi dava uno schiaffo e di non permettermi più di andare dal signor Jones.
Quando sono uscita ho visto il signor Jones che mi guardava dalla finestra e sorrideva.
Allora io gli ho tirato fuori la lingua. Non so perché l’ho fatto, lui ha abbassata la testa e sembrava triste ed io mi sono pentita e mi ha fatto dispiacere.

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