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Archivio Maggio 2014

Un autore fuori dal comune

23 Maggio 2014 5 commenti

 Di carattere, sono ostinatamente scettico nei confronti di tutto ciò che non sia materialmente visibile o scientificamente dimostrabile. È probabilmente per questo motivo che il variegato mondo che appartiene al regno della fantasia e del paranormale mi affascina. Mi piace interessarmi ai miti, all’infinita varietà delle credenze religiose, alla teoria del multiverso (cioè di un insieme di universi coesistenti e alternativi al di fuori del nostro spaziotempo), agli immaginari mondi creati dagli scrittori di fantasy e di fantascienza, senza, ovviamente, che questo coinvolgimento mi distolga dal mio prosaico ancoramento alla realtà concreta. A volte, tuttavia, mi viene il sospetto che il cervello umano, e in particolare quello degli scrittori, sia in qualche misura in grado di intuire, e quasi di profetizzare, cose ed eventi che troveranno conferma negli anni o nei secoli futuri.

Per limitarmi a citare come esempio un paio di persone molto famose, trovo straordinario che Jonathan Swift, nel 1726, avesse già descritto due satelliti orbitanti attorno a Marte nel suo libro “Viaggi di Gulliver”. Solo centocinquanta anni dopo, nell’agosto del 1877, l’astronomo  Asaph Hall, con un telescopio rifrattore di 66 cm di diametro, scoprì che esistevano davvero le due lune di Marte (Deimos e Fobos). Altro esempio è uno scrittore francese: Jules Verne, (1828 –1905), che è oggi considerato uno dei padri della moderna fantascienza. Con l’intuizione di un viaggio spaziale  (Dalla Terra alla Luna) del  1865 anticipa l’effettivo allunaggio avvenuto oltre 100 anni dopo, il 20 luglio 1969, e che cosa dire del potente sottomarino (Ventimila leghe sotto i mari) del 1870? anche se è ben vero che dei prototipi di battelli subacquei fossero già stati costruiti molti anni prima.

Quanto sopra detto mi introduce al cuore del discorso: da qualche tempo ho il piacere di far parte di un gruppo di scrittori indipendenti (indie), coordinati su Facebook da una bravissima amministratrice, la dottoressa Concetta D’Orazio. I membri del gruppo appartengono alle categorie più disparate, vi sono avvocati, ingegneri, scienziati, medici, insegnanti, casalinghe etc. ma hanno tutti in comune la passione per la scrittura. Ho letto decine e decine di libri scritti da queste persone e devo dire che molti di questi sono stati una gradita sorpresa per il livello, spesso molto elevato, raggiunto.

Credo di avere in comune con molti lettori la curiosità  di avere maggiori informazioni sull’autore del libro che si sta leggendo, in tal caso si ricorre alle notizie contenute nella prefazione o nelle bandelle della copertina del libro. In queste circostanze, trattandosi di autori che nella maggior parte ricorrono alla scrittura elettronica (e-book), oltre alle eventuali notizie da loro stessi fornite, è spesso possibile ottenere ulteriori informazioni “spulciando” la rete.

Delle tante persone che hanno colpito la mia fantasia e stimolato la mia curiosità ce n’è una della quale oggi voglio parlare:  Marco Bonafede, un medico (e non solo) cefaludese, che dietro lo sguardo bonario ma penetrante e il sorriso ironico, nasconde quella mente vulcanica e geniale di cui la Sicilia è sempre stata madre generosa. Dice di lui il prof. Cristina, persona che lo conosce bene:

 -Marco Bonafede è un personaggio “strano”: lavora al reparto “Salute mentale” dell’Ospedale, ha sempre avuto la passione del fumetto per il quale è stato disegnatore e sceneggiatore con la rivista “Eureka”, dal ‘79 all’ 83.La sua prima opera infatti è stata “La psicanalisi spiegata al popolo” a fumetti! Dopodiché, ha scritto un libro il cui titolo è “L’ultima notte di Crowley”. Un altro romanzo – del ‘94 – è “Mutande virtuali”. Nel 2000, scrive “Fisica della mente” (tradotto anche in inglese); nel 2009 “Asia Anderson e i fantasmi del tempo”, romanzo che ha già vinto due premi nazionali: città di Salerno e premio “Arci lettore”. Nel 2011, oltre ad avere editato, con il metodo “Il mio libro.it”, sia quello della “Psicanalisi” sia quello di “Asia”, ha scritto questo romanzo: “Sciò – Reality con delitto”- .

Di Bonafede avevo già apprezzato la sottile ironia dei suoi deliziosi libri di fumetti senza parole e la penetrante capacità di ipotizzare teorie scientifiche sulla fisica della mente. Teorie plagiate, ricopiate e vergognosamente sbandierate come proprie, in alcune pubblicazioni specialistiche, da parte di due sedicenti scienziati americani.

Il romanzo “Virtual eros”, nome individuato dall’autore, e modificato dall’editore in “Mutande virtuali”, è stato scritto nel 1993 quando la tecnologia e l’evoluzione dei computer e della cibernetica erano ben lontani dai livelli attuali, ecco perché nel leggerlo ho sbarrato gli occhi e ho accomunato la preveggenza  di Bonafede  a quella di Jonathan Swift e di Verne. Nel romanzo si descrive infatti una invenzione che consente a chi l’utilizza di avere un rapporto sessuale completo ma virtuale con una partner o un partner creato dal computer. É  ben vero che una tale invenzione non è ancora in commercio ma è altrettanto vero che già oggi esistono maschere, sensori e guanti particolari che, indossati e collegati a un programma di computer consentono di muoversi in un fantastico mondo virtuale e provare sensazioni non solo visive ma anche tattili e olfattive. L’invenzione  descritta da Bonafede oltre venti anni fa può quindi essere ormai dietro l’angolo.

Altra gradevolissima caratteristica del libro, una sorta di thriller fanta-erotico, è la scorrevolezza dell’azione, la lieve ironia che traspare dalla caratterizzazione di una serie di personaggi e la spietatezza delle multinazionali  industriali con i loro metodi prepotenti e criminali.

Ritengo che il pregio di un libro consista nella rappresentazione di una realtà fatta di carne e sangue, e non tanto nella banale osservanza di un ossessivo interesse all’assenza di un quasi sempre possibile refuso, ho pertanto divorato questo libro con coinvolgimento e divertimento sincero.

(Un consiglio: avviate la musica cliccando sul naso del maialino nella colonna laterale.)

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Stranieri.

20 Maggio 2014 4 commenti

Ho letto un racconto di fantascienza, che a me è sembrato molto ben fatto, scritto da Marco Alfaroli, uno scrittore esordiente che dimostra di avere delle ottime capacità narrative. Il racconto è tratto da “Schegge nello spazio”, antologia di racconti di fantascienza
http://alfaroli.marco.over-blog.it/

Stranieri

Enzo, come tutte le sere, infilò la chiave nella serratura del suo appartamento.
Il tremore delle mani e la debolezza dovuta agli anni, gli fecero perdere la presa. Il mazzo di chiavi cadde a terra. Borbottò qualcosa tra sé, si chinò e lo raccolse, poi si accinse a un altro tentativo.
Strinse forte e, stizzito, inserì la chiave. La girò e la porta si aprì.
Prima di entrare si girò: aveva sentito che qualcuno saliva le scale. Era il suo vicino, un ragazzo che lo faceva sempre arrabbiare. Enzo l’aveva già classificato: era uno con poca voglia di lavorare, uno di quelli che perdono il giorno senza mai concludere niente. Appena incrociò il suo sguardo, sbuffò.
«Buonasera…»
«Macché buonasera, per te, sarà buonasera. Con tutto il rumore che fate in questo palazzo, non riesco a dormire! E stanotte sarà lo stesso!»
«Ma erano quelli che sono andati via che le davano fastidio, non se lo ricorda?»
«Se ne sono andati? Gli stranieri? Quando?»
«Enzo, lei litigava tutti i giorni con loro. Le hanno detto che se ne sarebbero andati. Non li ha visti ieri, mentre traslocavano?»
Qualcosa riaffiorò alla mente del vecchio, forse il ragazzo aveva ragione.
«Extracomunitari! Se ne sono andati loro, ma ne arriveranno altri e sarà peggio. Magari arriveranno dei negri!»
Il ragazzo gli volse le spalle; sopportava a malapena quel vecchio razzista. Entrò nel suo appartamento sbattendo la porta.
«Vuoi fare piano una buona volta, ragazzo? Lo vedi che fai rumore anche tu? Io lo sapevo che avresti fatto rumore!» urlò Enzo, pieno di rabbia.
«Mi chiamo Luca, non ragazzo» replicò l’altro da dietro la porta chiusa.
«Stupido perditempo!» sbraitò il vecchio rimasto solo. «Io ai miei tempi non stavo tutto il giorno in giro. Io lavoravo!»
Chiuse la porta e da dentro fece sferragliare catenacci e doppie serrature. Tutte le sere si barricava in casa.

La mattina dopo, alle sei era già sveglio. Era un vedovo acido che soffriva d’insonnia, pronto a brontolare per qualsiasi cosa non gli andasse a genio. E di cose che non gli andavano a genio, ce n’erano parecchie.
Mise il naso fuori. Per le scale non c’era nessuno, tutti dormivano.
La notte sbattono le porte, pensò… muovono le sedie e ascoltano la musica senza rispetto e poi al mattino non li senti più. Scosse la testa. Tutti sbagliavano tutto. Che ci poteva fare? Un tempo il mondo era migliore… ma quel tempo era passato e non sarebbe tornato.
Con passi incerti scese fino al piano terra. Aprì il portone e uscì. Albeggiava.
La sua giornata, come tutte le altre negli ultimi tempi, la trascorse tra i giardini pubblici e il Duomo. Non parlava con nessuno. Se ne stava seduto su una panchina, rivolgendo al mondo intero il suo sguardo torvo. Squadrava tutti quelli che passavano, borbottava verso i ragazzi che giravano in motorino e brontolava ogni volta che vedeva uno straniero.
«Tornatene a casa tua, negro!» disse stizzito a un ragazzo di colore che gli veniva incontro per i fatti suoi.
«Senti nonno, se non fosse per la tua età, mi sentirei offeso» gli replicò quello, un po’ sorpreso ma calmo.
«Io volevo offenderti. Cosa ci stai a fare, qui? Vendi gli accendini? A cosa servi?»
«Veramente sono un ingegnere elettronico, ma te, chi ti conosce?» ribatté il ragazzo, che lo mandò a quel paese e se ne andò.
Enzo continuò a rimuginare. Questi stranieri, quand’ero giovane io, non c’erano. Noi eravamo tutti italiani. Ci hanno rovinato! Ecco cosa hanno fatto. Ma come fa la gente a non accorgersi della situazione?
Continuò a osservare in cagnesco quelli che passavano ripetendo la stessa nenia fino a sera, quando decise di tornare verso casa.
Mentre camminava, ripensò a sua moglie e a quanto gli mancava. Sospirò e iniziò a piangere, Si coprì il viso col bavero del cappotto, sperando che nessuno l’avesse visto. Nessuno doveva accorgersi della sua debolezza. Nessuno doveva capire perché odiava tanto gli stranieri.

Davanti al palazzo trovò il camion dei traslochi. Luca usciva in quel momento dal portone.
«Buonasera Enzo, sei meno nervoso oggi?»
«Forse… chi sono questi qui?» rispose, iniziando a salire le scale.
«I tuoi nuovi vicini».
Come risposta mugugnò qualcosa d’incomprensibile e continuò a salire. Incuriosito e diffidente, raggiunse il suo piano che, per fortuna, era solo il primo.
Le persone che entravano e uscivano dall’appartamento portavano dentro mobili molto strani, di un tipo che non aveva mai visto.
Anche loro erano strani, sembravano tutti uguali: bianchissimi di pelle, con grossi occhiali neri e capelli platinati pettinati tutti nel medesimo modo.
Di sicuro erano stranieri!
«Non voglio baccano, chiaro?» disse arcigno al primo di loro che gli passò accanto. Questi si fermò e lo guardò. Il suo volto era reso ancora più inespressivo dagli occhiali neri. Fissò la sua attenzione su Enzo solo per un attimo, poi continuò per la sua strada, carico di un grosso contenitore di plastica.
«Lo sapevo!» brontolò Enzo mentre apriva tremante la porta. «Mai che arrivino vicini italiani. Sempre cinesi, negri, o quegli altri che arrivano dall’est. Ecco! Venite dall’est, vero?»
Rimase a guardarli, sperando in una risposta.
Si fermarono tutti e si voltarono verso di lui, ma non dissero niente; passò qualche secondo e subito ripresero il lavoro. Deluso, chiuse la porta con forza, più nervoso del solito.

Quella notte fu dura. Lui che si svegliava per il minimo rumore, fu scosso da sibili acuti, vibrazioni improvvise e boati che fecero muovere addirittura il letto. Alla fine sbottò: “Cosa diavolo stavano facendo quelli nuovi?”
Si alzò e andò in cucina. Prese la scopa e cominciò a sbattere il manico contro la parete.
«Voglio dormire! Andate a casa vostra, maledetti!»
Tutto tacque e tornò il silenzio. Ma lui non era ancora contento. Bisognava chiamare i carabinieri. Sì, era l’unica cosa da fare… e infatti li chiamò subito.
Mentre componeva il numero sulla tastiera del cordless, le sue mani tremavano per la rabbia. Rimpianse la vecchia cornetta che aveva da giovane. Rimpianse la forza che aveva quando era giovane. Rimpianse il fatto di non poter andare lui a dirgliene quattro a quegli sporchi stranieri.
«Carabinieri…» disse qualcuno dall’altra parte del filo.
«Venite subito, ci sono dei pazzi accanto a me che demoliscono il palazzo!»
«Prima di tutto si calmi e mi dica da dove chiama, e poi mi spieghi meglio questa storia della demolizione».
Enzo perse almeno un quarto d’ora per dare tutti i dati e i chiarimenti al carabiniere, per poi sentirsi dire di stare tranquillo. Avrebbero pensato loro a controllare e poi ancora altre balle… ma perché non venivano subito ad arrestare quegli scocciatori? Si sentì abbandonato. Gli extracomunitari facevano i loro porci comodi in casa sua e le forze dell’ordine, invece, che facevano? Niente.
Tornò a letto più arrabbiato di prima. I rumori ricominciarono e continuarono per tutta la notte.

Il mattino dopo alle sei era già sveglio. Ma non uscì per andare ai giardini come faceva sempre. Sentiva ancora i sibili. Molto più flebili, ma li sentiva. Con l’orecchio incollato alla parete, sperò di sentire quello che dicevano: discorsi in una lingua straniera, di sicuro.
Niente. Facevano rumore ma non parlavano. Possibile che fossero tutti muti?
Alle nove squillò il telefono. Erano i carabinieri: avevano fatto dei controlli, l’appartamento accanto al suo risultava sfitto, nessuno doveva essere lì.
“Che cosa aspettate a intervenire?” ribatté. Quella gente si era introdotta abusivamente. Dovevano arrestarli. Invece un “veniamo a verificare” fu tutto quello che ottenne. Gli venne voglia di riattaccare per primo, lo stavano facendo infuriare. Ma temeva i carabinieri… e poi, se non venivano? Non gli conveniva essere scortese. Salutò e aspettò.

La “gazzella” arrivò con calma, dopo un’ora buona. Lui aspettava, affacciato alla finestra. Vide scendere i due militari, che entrarono nel portone del palazzo. Tra poco si sarebbe tolta una soddisfazione. A quelli là che venivano dall’est gli sarebbe passata la voglia di disturbare. Si sentì soddisfatto.
Dallo spioncino della porta vide arrivare i carabinieri. Si fermarono davanti alla porta dei vicini e suonarono.
Qualcuno aprì, ma lui non riuscì a vederli a vedere. Li Vide solo carabinieri fermi sulla porta. Parlavano: di sicuro chiedevano i documenti e magari quelli non li avevano. Sentì il desiderio di aprire e intromettersi nella discussione: “Sono stato io a chiamare!” avrebbe voluto dire.
Poi ci ripensò. E se non gli facevano nulla? Se i carabinieri se ne andavano senza arrestarli quella gente se la sarebbe presa con lui. Decise di aspettare.
I carabinieri entrarono e la porta rimase socchiusa.
Pensò che i carabinieri avrebbero suonato anche da lui: era lui che li aveva chiamati. Gli sembrò strano, anzi, che non lo avessero interpellato per primo. Quindi, se anche ora se ne fosse stato in disparte, presto gli eventi lo avrebbero tirato in ballo… ma lui non aveva certo paura di quegli stranieri. Lui era a casa sua, erano loro che venivano da fuori… a rompere. E poi c’erano i carabinieri, di che cosa doveva aver paura?
Si decise: fece sferragliare tutti i suoi catenacci e aprì la porta.
Uscì e con cautela si avvicinò all’appartamento dei vicini. Una strana luce azzurra veniva da dentro. Spinse piano l’uscio.
«Sono io che ho chiamato… è permesso?»
Un misto di orrore e sorpresa lo pervase.
Nella stanza tutti i mobili erano diventati fosforescenti, per terra c’erano delle strane vasche piene di liquido, anch’esso luminoso, e qualcosa di simile a grossi funghi pulsanti stava crescendo.
Il terrore in lui si accrebbe.
Vide che uno straniero teneva un carabiniere sollevato da terra con una sola mano.
Quella faccia bianca non poteva appartenere a un uomo. Si era tolto gli occhiali ma non aveva occhi, solo una lunga fessura da cui uscivano quattro filamenti. Altri due dalla bocca aperta e tutti erano conficcati nella testa della vittima.
Cosa gli stava facendo?
Si accorse che alla sua destra, in fondo alla stanza, l’altro carabiniere subiva il medesimo trattamento.
Non riuscì a parlare, paralizzato per la paura. Fece per voltarsi e scappare, ma si trovò di fronte un altro straniero. Alto, bianchissimo, con i capelli platinati e senza espressione. L’essere immondo alzò gli occhiali e aprì la bocca. Enzo sentì una fitta alla testa e un lampo lo accecò. Poi fu il buio.

Era difficile stabilire quanto tempo fosse passato, ma a Enzo non importava. Quella mattina si svegliò allegro, si sentiva più giovane. Non che fosse ringiovanito, ma era pieno di energia, aveva tanta voglia di fare. Stava bene.
Vide sua moglie Maria in piedi, in fondo al letto, che gli sorrideva. Lui sapeva che era morta, investita da un extracomunitario ubriaco. Ma ora era lì e questo lo rendeva felice.
Si alzò e le andò incontro. Lei sorrise ancora ma non disse niente, non parlava. Le prese la mano e in un attimo i suoi occhi furono colmi di lacrime.
Maria era tornata. E lui piangeva, piangeva di gioia. Il mondo grigio che tutti i giorni lo consumava senza pietà, era diventato all’improvviso un mondo a colori. Si sentiva come se fosse dentro una favola.
Avrebbe voluto dire tante cose a Maria, avrebbe voluto sentire di nuovo la sua voce… ma qualcosa dentro di sé gli diceva che lei non poteva parlare. ma non si poteva avere tutto .
Era bello stare insieme di nuovo. Doveva tutto ai suoi simpatici vicini. Forse erano svedesi. Sì, così alti e biondi dovevano esserlo di sicuro. Non ricordava in quale modo c’entrassero, nella faccenda di Maria. Ma sapeva che c’entravano. Appena possibile doveva ringraziarli. E voleva raccontare la bella novità anche a Luca, lui che era un così bravo ragazzo. Un gran lavoratore.
Pensò subito a una passeggiata… sì, era il momento di fare una bella passeggiata ai giardini con Maria. Tutto l’astio che provava il giorno prima era come svanito. Oggi stava proprio bene ed era un altro giorno.
«Maria, vieni…» la prese per mano e si avviò alla porta. «C’è il sole fuori, andiamo».
Lei lo seguì, ma sull’uscio si bloccò. Scosse la testa in segno di rifiuto, poi lo guardò negli occhi e sorrise.
E va bene, non si poteva uscire. C’era qualcosa che non andava in Maria: non parlava e non poteva allontanarsi da casa.
Non gli andava bene niente, come sempre. Maria era lì. Questo era già tanto, e lui non chiedeva di più. Non voleva nemmeno cercare di capire perché fosse così strana. Voleva soltanto che quella situazione non cambiasse.
Rimasero in casa tutto il giorno, giocarono a carte e lei gli preparò il pranzo e la cena. Enzo non aveva mai dimenticato quanto Maria fosse brava a cucinare. Gustò con piacere i meravigliosi spaghetti al ragù che lei gli preparò. Lei, però, non mangiò niente. Si limitava a sorridergli, ogni tanto.
Non parlava, non usciva di casa e non mangiava. Ma era accanto a lui. Sembrava un sogno.
Verso sera Enzo si ricordò dei carabinieri e della loro visita ai vicini: chissà cosa avevano scoperto. Sicuramente gli svedesi erano persone a posto. Si dispiacque, anzi, per aver chiamato invano le forze dell’ordine e decise che domani sarebbe andato da loro a scusarsi. Sì, doveva scusarsi per forza con gli svedesi. E l’avrebbe fatto, domani.

Un rumore di mezzi pesanti arrivò dalla strada attraverso la finestra aperta.
Sentì uomini che urlavano ordini, sovrapponendo la loro voce a quella di curiosi e passanti che strillavano. Si affacciò, allarmato.
Erano tutti mezzi militari e molti soldati con armi da guerra scesero e sfondarono il portone, poi salirono su per le scale. Vide anche la torretta di un blindato che puntava al suo piano.
Maria apparve spaurita, ma lui la rassicurò.
«Stai tranquilla, Maria. Vado a vedere cosa succede».
Armeggiò con i catenacci e aprì la porta. Sulle scale c’erano già i soldati piazzati davanti alla soglia dei vicini, pronti per l’irruzione. Uno si voltò verso di lui gridando.
«Vada dentro e chiuda, signore! È pericoloso!»
Proprio in quel momento altri due sfondarono la porta con un calcio. Senza aspettare l’iniziativa di chi stava all’interno, aprirono il fuoco. I colpi a raffica dei mitra fecero tremare il palazzo, il fumo acre cominciò a diffondersi. I proiettili forarono ogni cosa.
Enzo si ritrasse dietro la porta del suo appartamento ma continuò a sbirciare. Perché sparavano sugli svedesi?
Non si riusciva a vedere cosa stesse accadendo là dentro, il muro era crivellato di colpi e la porta ormai era in pezzi. Sentì urla inumane che uscivano di là e non solo: facendo capolino, protetto dal muro, vide uscire filamenti più lunghi e più grossi di quelli che aveva visto il giorno prima. Due di questi afferrarono un soldato per una gamba e lo fecero cadere a terra. Qualcosa cominciò a trascinarlo dentro.
«Mi ha preso! Sparate! Uccidetelo! Ahhhh!»
Scomparve oltre la porta urlando, nonostante i suoi compagni cercassero di salvarlo.
Qualcosa tentò di uscire dalla finestra.
La torretta del blindato aprì il fuoco. Una serie di boati assordanti squassò l’edificio e parti di muro saltarono. Si sentì un altro urlo inumano e poi un tonfo sordo fece capire che il “qualcosa” era precipitato a terra.

Il fumo avvolgeva ogni cosa, Enzo era spaventato, come se gli fosse piombata addosso una guerra.
Si voltò e vide Maria, dietro di lui; voleva aggrapparsi a lei in un momento così drammatico. Fece per andarle incontro e lei gli sorrise.
Una raffica la prese in pieno. La forza d’urto la fece sbattere con violenza contro la parete. Crivellata dai proiettili, rovinò sul pavimento.
«Ce n’è un altro! Di qua, presto!»
Altri soldati accorsero.
Enzo non riusciva a proferire parola. Avevano ucciso Maria. L’aveva persa per la seconda volta.
«Avete sparato a mia moglie! Assassini!» iniziò a gridare fuori di sé. Scoppiò a piangere.
I soldati circondarono il corpo di Maria. Lui, da dov’era, non riusciva a vedere.
«Attenti, si muove ancora!»
Spararono una, due, tre raffiche a bruciapelo.
«Zona bonificata» disse uno di loro parlando alla radio «un civile contaminato, preparate una dose anti spore!»
Qualcuno, dall’altra parte, rispose: «Ricevuto».
La voce gli uscì come un rantolo: «Voglio vedere mia moglie» disse Enzo mentre cercava di avvicinarsi. «Fatemi vedere Maria!»
«È meglio che rimanga dov’è, signore. Quella non è sua moglie, lei è vittima di allucinazioni».
«No, io voglio vederla».
Fra i soldati si fece largo Luca. Non lo fermarono perché il pericolo era cessato e perché i contagiati non potevano infettare a loro volta.
«Enzo, sono io, Luca. Mi riconosce?»
Il vecchio lo guardò assente. I suoi occhi vedevano altro. Vedevano solo quello che aveva perduto.
«Luca, Maria era tornata… gli extracomunitari non sono pericolosi. I soldati invece sì! Me l’hanno ammazzata, capisci?»
Luca lo prese per le spalle e iniziò a scuoterlo.
«Sono extraterrestri! Ne stanno parlando tutti i telegiornali. Siamo in pericolo, si moltiplicano velocemente per invaderci!»
Ma Enzo non lo ascoltava, lui di pericoloso in quella giornata aveva conosciuto solo l’attacco dei soldati. Soltanto poche ore prima la sua vita si era illuminata di nuovo. Aveva afferrato la felicità e aveva cercato di tenerla stretta, per non farla scappar via. Invece ora tutto tornava grigio. Per sempre.
Scoppiò a piangere come un bambino.
«Guarda Enzo, quella non è Maria» gli disse Luca scuotendolo ancora per le spalle. Cercava di farlo tornare alla realtà.
I soldati si spostarono e il vecchio vide quel corpo a terra in posizione scomposta.
Era uno straniero. Uno di quei tipi dalla pelle color marmo. Senza occhiali si vedeva la lunga fessura al posto degli occhi da cui fuoriuscivano quattro lunghi filamenti. Altri due pendevano dalla bocca.
Le dita delle mani si erano allungate moltissimo, forse tanto quanto quelle che avevano trascinato il soldato nell’appartamento.
Enzo capì che Maria non era mai tornata e fu ancora più triste. Singhiozzò disperato. Pianse.
Luca gli rimase vicino, cercando invano di consolarlo.

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