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Archivio Ottobre 2013

Miserabile quel Paese che non rispetta i propri anziani.

28 Ottobre 2013 23 commenti

 

Se ognuno, o almeno la maggior parte dei giovani, la pensasse come mio nipote, poco più che ventenne, forse questo Paese potrebbe ancora salvarsi.

Ecco il suo articolo:

di Roberto Bertoni

È arrivato il momento di fare chiarezza, di dire la verità e di iniziare a confutare con il dovuto vigore le falsità di chi mente o per ignoranza o, peggio ancora, per crudeltà e malafede. L’argomento in questione sono gli anziani, precisamente i pensionati, da tempo sotto attacco a causa dei loro redditi differiti che, essendo in alcuni casi erogati con il vecchio sistema retributivo (di gran lunga il migliore, il più onesto e l’unico che risponda a dei veri criteri di sostenibilità e accettabilità sociale), sono oramai oggetto quotidiano di richieste di decurtazione, giustificate dall’accusa infamante di essere “pensioni d’oro”.

Ora, posto che le pensioni veramente d’oro, cioè quelle superiori ai dieci-quindicimila euro netti in su, rappresentano una percentuale minima del monte pensioni (che a sua volta è stato stimato in circa duecentosettanta miliardi, cioè circa un ottavo del PIL italiano) e posto che i venditori di fumo e gli spara-sentenze che dimorano giorno e notte nei salotti televisivi dimostrano evidentemente di non conoscere la differenza tra il reddito lordo e il reddito netto (e c’è una bella differenza), è bene smontare con altrettanto vigore l’incredibile balla di chi asserisce che le pensioni dei “nonni d’oro” siano a carico dei figli e/o dei nipoti.

Purtroppo, infatti, è semmai vero il contrario: attualmente, a causa di riforme del mercato del lavoro totalmente sbagliate quando non addirittura deleterie, sono i figli e i nipoti ad essere per lo più a carico di quei nonni che, dopo aver lavorato per quarant’anni e aver pagato fior di contributi (spesso molto più di quanto verrà loro restituito, anche nel caso dei pensionati col retributivo), si vedono costretti a mantenere, con una pensione che, per forza di cose, perde col tempo potere d’acquisto, generazioni prive di speranza, di futuro e, soprattutto, di prospettive occupazionali decenti, almeno in Italia.

Tuttavia, è bene chiarire anche che qui la posta in gioco è assai più alta di quel che vogliono propagandisticamente farci credere. La posta in gioco, difatti, riguarda il concetto stesso di pensione: non più un reddito in grado di assicurare a tutti quell’“esistenza libera e dignitosa” (e aggiungerei in linea con il tenore di vita condotto fino a quel momento) di cui parla l’articolo 36 della Costituzione bensì, al massimo, un assegno di sopravvivenza, una somma umiliante che consenta all’anziano, peraltro assai più bisognoso del giovane di affetto, cure e assistenza medica, di mangiare, bere e dormire senza accampare ulteriori pretese.

Al fine di far passare questo messaggio orribile, dunque, sono stati escogitati tutti i marchingegni più inverecondi: dall’accusa agli anziani di aver rubato il futuro ai propri figli a quella di essere dei garantiti, dei ladri, dei farabutti, di essersi mangiati tutto, di essersela spassata alle spalle delle nuove generazioni e di aver lasciato volutamente e scientemente dietro di sé la disperazione e il deserto.

Alla luce di alcune recenti stime, secondo cui i nonni da soli costituiscono un welfare di trenta miliardi (pari a circa tre volte la Legge di Stabilità recentemente varata dal governo Letta), verrebbe da ridere, se non fosse che vien da piangere e gridare, soprattutto se si pensa da quali pulpiti provengono questi attacchi.

Gli illustri sostenitori di queste tesi, infatti, sono spesso personaggi che, come detto, trascorrono le giornate a blaterare in televisione e, quando non stanno in tivù, stanno ad accapigliarsi in Parlamento o a mettere a posto il mondo in qualche redazione, in qualche centro studi o dietro qualche cattedra universitaria, comunque sempre seduti su una comoda poltrona, con i loro cinque-diecimila euro netti di stipendio mensili, un lavoro sicuro e un tenore di vita di gran lunga superiore a quello della stragrande maggioranza dei pensionati italiani.

Qualcuno potrebbe obiettare che anch’io, pur non avendo alcun posto fisso e non percependo quelle cifre mirabili, appartengo a questa speciale “casta” di privilegiati: perché scrivo sui giornali, perché faccio politica, perché partecipo spesso a seminari, incontri e convegni e perché, infine, ho avuto la fortuna di potermi iscrivere all’università proprio grazie a una discreta condizione di benessere familiare che i sostenitori del neoliberismo duro e puro vorrebbero smantellare.

Ebbene, rispondo così: questa battaglia la dobbiamo combattere tutti insieme, poveri e benestanti, perché quei signori che blaterano dalla mattina alla sera, con le loro non idee, il loro non pensiero e la loro messe gratuita di insulti e offese, costituiscono il più grave attacco non solo agli anziani, ai pensionati e ai ceti sociali più deboli ma al concetto stesso di democrazia, alle istituzioni, al valore e all’importanza della politica, spalancando le porte al dominio delle lobbies, della cattiva finanza e di altri mostri generati da trent’anni di propaganda reaganian-thatcheriana, i cui effetti li stanno pagando a carissimo prezzo coloro che hanno meno possibilità, culturali e materiali, di difendersi.

Anche perché qui non si tratta solo di persone ma di storia, di cultura, di tradizioni, del nostro passato e, soprattutto, del nostro futuro. Perché senza memoria non c’è futuro e ciò che si vuole distruggere, con questo attacco indiscriminato e sistematico contro gli anziani, non è solo la loro pensione ma ciò che essi rappresentano, i loro ricordi, il loro esempio, la bellezza di quell’Italia solidale che si teneva per mano e usciva insieme dalle macerie della guerra, la meraviglia di quelle città in cui la gente lasciava la chiave appesa nella toppa della porta, la poesia delle prime vacanze, dei primi viaggi in Cinquecento, dell’arrivo di un benessere a lungo sognato e poi conquistato con sudore e fatica. Ma, più che mai, si vuole distruggere l’Italia della Costituzione, dei diritti, di una politica in grado di suscitare passioni ed emozioni, di partiti veri in grado di confrontarsi anche con accanimento ma senza odio, senza violenza, senza il rancore devastante che ha ridotto questo Paese ad un’arena.

Ciò che veniva rimproverato a suo tempo a Bersani, ad esempio, era proprio di essere “vecchio”, di non saper parlare alla pancia degli italiani, di essere buonista quando, invece, era ed è soltanto una brava persona, incapace di essere feroce, colta, intimamente e profondamente buona, legata agli ideali della propria gioventù (che poi, se permettete, sarebbero quelli di Enrico Berlinguer) e non in grado di rispondere al populismo con altro populismo, con altra insopportabile demagogia, con i toni barbari e sprezzanti di chi, in realtà, vuole solo distruggere senza cambiare nulla.

Ha perso, certo, ha sbagliato e anche molto, ma il vero motivo per cui non è stato capito è che non può essere capito e apprezzato un galantuomo in quest’Italia sfregiata dal berlusconismo, intrisa di cattiveria, travolta dal rancore, in questa Italia senza speranza in cui qualcuno pensa di porre rimedio a tutti i problemi passando con il caterpillar e “asfaltando”.

Mi rivolgo, in conclusione, soprattutto alla mia generazione, perché si opponga a questa crociata vigliacca e selvaggia contro le uniche generazioni che veramente ci hanno teso la mano in questi anni di disperazione; le stesse generazioni che ci hanno accompagnato in corteo contro la Gelmini; le stesse generazioni che, in qualche caso, ci hanno preso per mano e condotto sui monti dove sono stati partigiani e hanno lottato contro il nazi-fascismo per un’Italia più giusta, più libera, migliore e, in particolare, democratica.

E perché tenga presente, sempre, in ogni circostanza, soprattutto chi si avvicina alla politica, che l’ultima volta che qualcuno si è scagliato contro i privilegi e le ingiustizie commesse dalle generazioni precedenti e ha inneggiato alla “giovinezza”, arrivando addirittura a definirla “primavera di bellezza”, ci sono voluti vent’anni, una guerra maledetta e un numero imprecisato di morti per liberarci di quel cancro. E a liberarci, come detto, sono stati proprio quei nonni che oggi ci raccontano le loro esperienze, animati dalla speranza di strappare dai nostri occhi la miseria e l’indifferenza di questo tempo cinico.

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Stiamo per perdere la testa?

24 Ottobre 2013 6 commenti

La TV spazzatura del cavaliere senza cavallo ha abituato il ventre molle del popolo a seguire, sghignazzando, personaggi più o meno noti che litigano, urlano, si insultano e magari vengono alle mani. La RAI, con deprecabile mancanza di idee, si è accodata. L’importante non è più comunicare, informare, istruire, creare cultura; l’importante è fare “share”. Siamo ormai in un triste e malinconico periodo neomedievale che, del medioevo, ha tutti i difetti e nessuna delle virtù. Dilaga una spaventosa ignoranza e indifferenza, unita a disillusione e disgusto, che porta le masse, rimbecillite dai rimbombanti tamburi di comunicatori ottusi e idioti, a seguire non chi ragiona meglio, ma chi urla di più. E se tra i vari urlatori di turno vi sono abili affabulatori, che uniscono il divertimento dell’abilità comica con l’insulto becero e indiscriminato verso qualsiasi cosa rappresenti un potere statale, il successo è assicurato. Dopo che per decine di anni di incultura si è creata una massa amorfa e insoddisfatta di popolo, basta pescare in questo brodo primordiale di ignoranza e malessere per farsi seguire e osannare. Fin quando la pancia era piena si poteva stare tranquilli, ma ora che anche la pancia, oltre alla testa, inizia a essere vuota, basta un minimo di conoscenza storica per riscontrare tutti gli elementi che, in un passato non lontano, portarono alla presa della Bastiglia, allo sterminio di migliaia di persone e all’apoteosi del terrore: problemi economici crescenti, decadenza della produzione industriale, tassazione indiscriminata del 98% della popolazione con esclusione dei soliti privilegiati, disoccupazione galoppante, crescita spaventosa del debito pubblico. Se a questi fattori si aggiunge lo strapotere della malavita, la diffusione della droga, l’inefficienza e l’insipienza della politica e di buona parte della magistratura, l’incertezza del diritto e l’insicurezza per la propria vita e l’incolumità personale, il quadro è completo. Non meravigliamoci se anche i prossimi “vaffanculo” saranno seguiti da una folla osannante al santone di turno

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Alle donne.

23 Ottobre 2013 3 commenti

 

Personalmente ho già scritto qualcosa sulle donne e sul “femminicidio” ricevo ora una nota e una poesia di mio nipote e ritengo giusto e opportuno riportarla qui.

——-

Un appello contro la violenza sulle donne e contro la barbarie del femminicidio; un inno alla giustizia e alla libertà delle donne; un grido d’allarme per l’indifferenza della società verso il tema dei diritti e della tutela dei ceti sociali più deboli, là dove spesso si consumano gli atti di barbarie di cui poi riferiscono le cronache. Infine, un atto d’amore verso la donna in sé, verso ciò che essa rappresenta, verso il suo ruolo sociale e culturale. Per questo, l’ho chiamata semplicemente donna: non certo per freddezza o per rendere anonimo il mio pensiero; al contrario, ho voluto conferire ad esso un tocco di universalità. Mi auguro di cuore di esserci riuscito.

Roberto

—–

Donna

Donna che sfidi il vento

donna che sogni

ridi

ascolti il tempo.

Donna che aspetti

speri

pensi

incontri il cielo

donna che sfiori il Sole

donna che gridi

donna

che abbracci e muori

senza volto.

Donna

non mi rassegno al tuo dolore.

 

Roberto Bertoni

Monterotondo

22 ottobre 2013

(Alle donne,

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Siamo sempre più poveri!

16 Ottobre 2013 6 commenti
Ma che brutta notizia ha detto la radio e ho letto sul” Mattino”: Napoli, che un tempo era la culla della cultura, ora, dopo 100 anni, perde anche uno dei nostri orgogli nazionali: la libreria Guida! Una dinastia di librai editori, di grande capacità e intelligenza, chiude. E pensare che le loro librerie, e in particolare la capostipite a Port’Alba, è classificata patrimonio culturale nazionale. Ma il sindaco, invece di buttare soldi in feste notturne del cavolo, perchè non pensa a valorizzare e aiutare attività come queste?

Da: “IL MATTINO

NAPOLI – Tra poco più di un mese dove da 95 anni c’è stato l’ingresso di Guida a Port’Alba, la libreria di generazioni e generazioni di napoletani, ci saranno quattro porte sbarrate. Guida chiude. E se ne va un pezzo non solo della cultura, e quanta cultura, ma della vita sociale della città.

Chi non è mai andato a comprare un libro, scolastico soprattutto, a pianterreno o nell’ammezzato dello storico palazzetto, alzi mano. Guida a Port’Alba è stato per tutti la porta del libro, la guida del libro. Ma il suo tempo, se non ci sarà un miracolo dell’ultima ora, è finito. Lo conferma con la voce impastata dall’amarezza Mario Guida, 81 anni, tutti passati tra i volumi nuovi e antichi, tra gli autori italiani e stranieri che hanno presentato le proprie opere nella Saletta Rossa. «Andremo via a novembre, al massimo a dicembre» spiega. «Abbiamo tirato avanti finora facendo i salti mortali. Ma nessuno ci ha dato una mano».

Sembra impossibile, ma è così. Tutto è cominciato con la chiusura della gemella del Vomero, a via Merliani. Ma la crisi economica e quella dell’editoria hanno fatto precipitare tutto. E l’annunciato avvento dei libri scolastici digitali ha staccato l’ossigeno. Doveva partire adesso. È stato rinviato di un anno, ma la strada è ormai segnata. In termini tecnici la libreria Guida è fallita. Non è la prima a chiudere a Port’Alba. Qualche tempo fa aveva abbassato le saracinesche anche la libreria Alba. Guida, però, era e resta un simbolo, quasi un sinonimo della strada delle bancarelle, per quanto i due nomi sono legati.

L’abisso si è aperto quando le banche hanno imposto il rientro di una forte cifra per la quale Guida era esposta e ha chiesto il fallimento che è stato giudiziariamente sancito lo scorso marzo. Inutile contare sul valore del palazzo che, essendo dal 1978 vincolato come locale storico è stato valutato un terzo del suo effettivo prezzo di mercato. È stato messo in vendita, ma, permanendo il vincolo, non è appetibile per chi voglia impegnarsi in un’attività commerciale diversa da quella culturale. Dei venti dipendenti ne sono rimasti solo quattro, il resto licenziati e in cassa integrazione.

Da allora si è andati avanti, spiega l’altro fratello e socio della libreria, Geppino Guida, con una nuova ragione sociale «Librinonsolo», ma ora bisogna lasciare i locali. Mario e Geppino hanno anche scritto al presidente Giorgio Napolitano, chiedendo, come estrema ratio, di far togliere il vincolo per poter vendere a un prezzo che consentisse di ripianare il debito e andare avanti. «L’ultima chance» continua Mario «è un intervento del ministro Massimo Bray».

Con il nuovo marchio, «Librinonsolo di Guida» la libreria potrebbe aprire altrove. Ma non è la stessa cosa. Qualche settimana fa, per disfarsi dei libri (molti antichi, testi introvabili, da collezione) sono state inviate delle mail ai clienti più affezionati, offrendoli con il trenta per cento di sconto. «Ma non abbiamo avuto risposte» commenta Geppino. La crisi non è solo dei librai e degli editori, ma pure dei lettori, con le tasche sempre più vuote. Mentre, invece, appena due anni fa, quando chiuse Guida Merliani al Vomero (per un forte aumento, insostenibile, del fitto) e furono messi in vendita i libri con un forte ribasso, ci fu l’assalto.

Quella che si annuncia è la fine di una dinastia che ha fatto la storia dell’editoria e della cultura napoletana del Novecento. Nei tempi d’oro, tra gli anni Settanta e Novanta, solo a Napoli c’erano ben sei librerie Guida: a Port’Alba, a piazza San Domenico Maggiore, a piazza dei Martiri e altre tre al Vomero, tutte appartenenti ai figli di Alfredo Guida e dei suoi due fratelli. Una alla volta sono scomparse tutte. A mantenere l’ultima bandiera è Sergio Guida (che un tempo gestiva la libreria di piazza San Domenico, punto di riferimento degli studenti universitari) con un piccolo esercizio, aperto due settimane fa a Montesanto e chiamato «Papiria». Senza il brand Guida, quindi.

Restano aperte le Guida di Salerno, Benevento e Caserta che sono gestite da cooperative dei dipendenti. E resta la Guida Editori (con la nuova sede a via Bisignano, a Chiaia), il marchio che è passato nelle mani di Diego Guida, nipote di Mario e Geppino, dopo la fine dell’esperienza come assessore comunale. La speranza di tutti è che diventi un seme e non si trasformi in una reliquia.

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Tampinetors…

10 Ottobre 2013 8 commenti

Già! brutta epoca la nostra: un’ epoca in cui tra le tante schifezze dalle quali siamo sommersi c’è anche una ributtante ondata di quacquaracquà (1) che iniziano col tampinare le donne e spesso finiscono con l’ucciderle. Si è coniato il neologismo “femminicidio” e si sono varate nuove e sempre più incalzanti leggi, ma con quale risultato? Fino ad oggi sono solo 51 le donne perseguitate che, grazie al decreto, hanno visto arrestare i loro carnefici. E  le altre migliaia, o decine di migliaia? Intervenire è difficile: polizia e carabinieri, mal retribuiti e con pochi mezzi a disposizione, fanno quello che possono; i magistrati sono sommersi da montagne di cause e milioni di processi, le carceri sono stracolme e si parla di amnistia e indulto… e allora? chi ci salva dai tampinetors (o se preferite altro termine, dagli stalkers?). Proposta: c’era una simpatica abitudine medioevale, di bassissimo costo e di indubbia efficacia, la “gogna”. Sono  tavole di legno provviste di cerniera che formano fori attraverso i quali sono inseriti la testa e le mani del condannato; le tavole sono poi bloccate insieme. Il tutto viene costruito al centro di una piazza e corredato con alcune ceste di pomidoro fradici e uova stantie a disposizione del pubblico. Il tampinetor che, malgrado una prima diffida, insiste a importunare, molestare e, soprattutto seguire con insistenza e minacciare la sua vittima, deve essere sottoposto a tre ore di gogna. La seconda violazione comporta sei ora di gogna, e la terza nove ore con sostituzione delle uova e dei pomidoro con robuste pietre. Soluzione definitiva e a costi irrisori.

(1) Classifica napoletana dell’uomo: – omm, omm ‘e mmerda, omm ‘e niente, ominicchio e quacquaracquà.

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Pierino. di Giovanni Pascoli.

2 Ottobre 2013 7 commenti

Questa poesia è poco conosciuta e se ne trovano anche versioni monche o leggermente differenti. Per me resta un poema dolcissimo e struggente. Lo so, Pascoli è stato considerato un decadente e ormai si studia sempre meno. Io mi auguro che questa nostra epoca, così gretta, meschina e materialistica, possa sperare di trovare molti “decadenti” come Pascoli.

Il bimbo nacque e la mamma morì.
La morte nel suo cammino
com’è distratta a volte
dimenticò di prendere il bambino.
Un anno dopo il padre
riprese moglie, e il bimbo
aveva il torto d’esserci.
Un buon vecchio il piccino
accettò ch’era di troppo.
Chiusi gli occhi
tenea nella sua culla
e la boccuccia mezza
aperta al sonno,
il vecchio in braccio
si recò quel nulla
caldo, e divenne padre;
Era suo nonno.
Quando si resta soli al mondo,
un po’ di più, che c’è di meglio a fare
ch’esser mite e buono?
Essere quello che, via, via che passa
gente ne spera il piccioletto dono?
Quello che gente picchia alla sua porta
ed ei s’affaccia col pio capo bianco?
Quello che prende su ciò che ha lasciato
di sè la madre morta?
Quello che al bimbo che ricerca il petto
di mamma e annaspa con le sue manine,
porta la capra che lascia il capretto
sopra le balze alpine?
Dunque Pierino nacque,
fu povero orfanello, ebbe gli occhioni
di cielo con del latte il riflesso, e poi, bel bello
quel solitario balbettio sommesso
che par la boschereccia d’un uccello:
fu l’angelo ch’è l’uomo
avanti d’esser uomo: ed il suo nonno
lo contemplava al mo’ che si contempla
un cielo che si dora:
e quel tramonto amava quell’aurora.
Il nonno lo portò nella sua casa
antica e grande in mezzo a un gran giardino.
Oh! quanto verde! Intorno, c’erano peri e meli
un tremolar di steli,
frulli di foglie e d’ale
un gridio di cicale
nel greve mezzogiorno,
e poi tra lusco e brusco
i pigolii sommessi dei nidi sui cipressi
e cinguettii di polle,
e lo sdrucciolo molle
dell’acqua in mezzo al musco;
era per l’angioletto un paradiso
quell’antico giardino!
Al Paradiso s’avvezzò Pierino.
Sua balia era una capra,
suo fratello di latte era un capretto
e il caprettino adesso già faceva
le sue corse ed i suoi balzi
e l’omettino anch’esso
volle incignare i suoi piedini scalzi
e fece il primo passo
e fatto il primo volle farne un altro…
un altro, un’altro.
E via col capo avanti
e con le braccia avanti,
trempellando, nuotando, vacillando
fra le tremule mani del buon avo,
che gli era intorno e gli dicea:
“Vieni, oh! non ti tengo più…
là… là… là… bravo
Oh! bei giorni sereni
com’erano contenti!
S’udian due risatine a quando a quando
ch’eran tutte e due la gentil cosa
ch’erano tutte e due color di rosa
senza biancor di denti.
Egli era il re, suo nonno
era il suo servo: “Babbo aspetta!”
il nonno aspettava
“No vieni” egli veniva
“Ridi” rideva
“Canta” cantava.
O Famigliuola
fra i nidi e l’ombre,
sola, sola, sola.
L’uno, due anni, e l’altro sugli ottanta
l’uno diceva le ultime parole,
l’altro le prime
ed erano le stesse.
Diceva il nonno al bimbo le più care
le meglio che sapesse per farlo compitare
Dicea: “Pierino, core del mio core”
e lui: “Pielino, cole del mio cole”.
Li benediva il sole.
E suo padre? Suo padre
Vivea con l’altra moglie: e nella casa
Intanto era un novello essere entrato:
a Pierino era nato
un fratello, e vagìa nella sua culla,
Pierino non sapeva
E non vedeva nulla;
avea suo nonno, e molto era beato.
Altro per lui non c’era.
E suo nonno, una sera,
morì… non se ne accorse
Pierino; non capì. Spesso suo nonno
Gli avea detto: “Pierino,
presto, domani forse,
morrò: questo tuo povero nonnino
che ti voleva tanto tanto bene,
non lo vedrai mai più…” Sì; ma Pierino
non lo capiva un sonno
che non ha un caffè e latte al suo mattino!
Un prete andava innanzi mormorando
Le sue preghiere. Verde era e fiorita
La campagna, odoravan le siepi.
Alcuni vecchi raccogliean la voce
Del prete con un brontolio discorde.
Una vacca aggiaccata sopra un greppo
Li guardò coi suoi grandi occhi materni.
Dietro l’umile cassa era il piccino.
Si giunse al camposanto solitario
Cinto d’una marèa verde di felci,
senza cipressi, senza monumenti,
pieno solo di croci e di fiorranci.
S’entrava da un cancello, che la notte
Si chiudeva. Alle verdi aste di legno
S’attorcigliava un’edera. Pierino
(perché mai?) si fermò con gli occhi fissi
A riguardare il tremulo cancello.
Dopo due mesi…- “Brutto!
Sudicio! Sporco! Non si può guardare!
Via! Non lo voglio a tavola. Oh! Ecco
Io non lo reggo più! Mangia lui tutto!
Domani acqua e pan secco!
Lèvati, brutto! Vattene, cretino!
Nato male!” A chi parla ella…? A Pierino.
O povero Pierino!
Dopo portato il nonno al camposanto,
venne un uomo (suo padre) e una donna
con un bambino, l’altro. E quella donna
l’aborriva, e Pierino non capiva.
Ma pianse, e quanto! Quanto!
S’addormentava a sera
con gli occhi pieni zeppi del suo pianto;
li riapriva a giorno
con una meraviglia nera nera.
“O dov’è?” –non appena era veduto,
“che fai costì?” – gli si diceva, ed esso
a poco a poco s’appartò nell’ombra:
Era come una culla
Che si affonda nell’acqua a poco a poco.
Non rise più: gli presero i balocchi
Suoi, per darli a quell’altro. Non un giuoco
più: non parlava più: solo con gli occhi
grandi cercava intorno.
Il cocchino d’un tempo
diventò l’appestato, il maledetto.
Suo padre non vedeva: egli vedeva
con gli occhi della moglie!
Oh! Era stato un angioletto; ed ora?…
Gli si diceva: “Al diavolo…” La cosa
Però finiva in baci ed in carezze….
Oh! Non a lui – “Mio bottoncin di rosa!
mia gioia e luce! Vita mia! Cuor mio!
Io v’ho lassù rubato
Il più bello dei vostri angioli, o Dio!
Io porto il vostro paradiso in collo!”
Pierino in terra, muto, in un cantuccio,
si ricordava un po’…Quelle parole
Non gli eran nuove. Non piangeva. Il viso,
Lo smunto suo visino,
voltava in là. Guardava fiso fiso
all’uscio del giardino.
senza cipressi, senza monumenti,
Una sera…una sera
lo cercano: non c’era
più. Dov’era? D’inverno!
per una nottataccia orrida e buia!
La neve avea coperte
Le tracce dei suoi piedi. Ecco, e Pierino
Si ritrovò soltanto
Sul fare del mattino.
Qualcun nella nottata
avea creduto di sentir per aria
Una voce di pianto,
Una voce di vento solitaria:
“Papà! Papà! Papà!” Tutto il villaggio
Cercò di qua, cercò di là. Pierino
Era nel camposanto.
Egli era steso, freddo come pietra,
avanti quel cancello.
Com’era giunto per la gran pianura,
dentro la notte scura,
Sino all’entrata? Delle sue manine
Una toccava un’asta del cancello.
Avea voluto aprire.
Lì dentro era qualcuno che l’amava!
Avea chiamato tanto! Tanto! Tanto!
“Papà! Papà! Papà!”
Era caduto alfine,
rimpetto al camposanto.
Pierino s’era anch’esso addormentato
A quattro passi dal suo vecchio amico.
L’avea chiamato: il nonno
Non si destava: e allor gli pigliò sonno.

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