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Archivio Ottobre 2012

I napoletani puzzano?

26 Ottobre 2012 17 commenti

Pare sia stato Massimo Taparelli, marchese d’Azeglio, scrittore, pittore, patriota e politico italiano, a dire “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”, subito dopo aver contribuito all’unità d’Italia. Dopo aver finalmente unificato l’Italia, era adesso necessario insegnare agli italiani a sentirsi tali, stimolandone il sentimento di patriottismo.  Alcuni attribuiscono questo motto anche allo scrittore Ferdinando Martini – senatore del Regno d’Italia – che avrebbe ispirato molta della politica successiva alla spedizione dei Mille.

Da allora sono passati oltre 150 anni, ma quella frase resta ancora vera, viva e attuale: l’italianità, l’orgoglio di appartenere a una nazione unica, importante e indivisibile è un sentimento che non sembra far parte delle nostre caratteristiche. Ben differente, anche se talvolta con un pizzico di arroganza, è la fierezza che dimostrano altri popoli: basti pensare ai francesi, agli inglesi, agli americani, ai tedeschi, e così via.

Eppure, malgrado gli scandali, la corruzione, l’inefficienza politica e le difficoltà economiche, il nostro Paese si poneva, e si pone  tuttora, in  una posizione di rilievo tra le nazioni maggiormente industrializzate.

Sembravano, di fatto, superate con la legge costituzionale le iniziali richieste di autonomia manifestate in passato dalla Sicilia, dalla Sardegna, dal Trentino-Alto Adige, e dalle altre due regioni a statuto speciale, fin quando Umberto Bossi, un astuto quarantenne ex cantautore ed ex iscritto al partito comunista, figlio di un operaio e di una portinaia, nato in una cittadina in provincia di Varese, ebbe l’abilità di riuscìre a fondere alcuni movimenti  autonomisti locali in un nuovo partito, tendenzialmente separatista.

Eletto senatore, fu in grado, con indubbia intelligenza, di mobilitare una grande massa di persone, sia stimolando il malcontento politico e fiscale contro il potere centrale di “Roma ladrona”, sia sfruttando il ricordo di antichi fatti storici (Il “carroccio” e la Compagnia della morte della lega lombarda, guidata dal mitico Alberto da Giussano nel  1176 contro l’imperatore Federico Barbarossa);  il tutto , mischiato con un pizzico di richiamo a riti religiosi pseudo celtici (ampolle con l’acqua del sacro fiume Po) e facendo leva sulla  vaga illusione di appartenenza a una sorta di razza superiore .

Il sogno vero di questo partito, aldilà delle richieste federaliste, era e forse è: secessione dall’Italia, fondare una macroregione, denominata Padania, costituita dalla Lombardia, dal Veneto e dal Piemonte, insieme con  Trentino, Friuli, Valle d’Aosta e Liguria. Il passo successivo: incorporare la Svizzera, alcuni  lander tedeschi e porzioni dell’Austria.

Queste tendenze, che in altre nazioni civili potrebbero sembrare assurde, trovano fertile terreno nel “campanilismo”, antico storico retaggio del nostro Paese, ove tuttora persiste, ad esempio, della ruggine tra Firenze e Siena nel ricordo della battaglia di Montaperti , avvenuta nel 1260 e conclusasi con la vittoria dei senesi. Ma la piaga del “campanilismo” si spinge molto oltre fino a creare rivalità e conflitti non solo tra città diverse ma anche tra quartieri diversi della stessa città. Sanguinosi scontri tra opposte tifoserie hanno trasformato il sano divertimento dei campi di calcio in situazioni di estrema pericolosità. Non desta meraviglia, ma solo nausea e disgusto, che un sedicente giornalista della televisione di stato, evidentemente dotato di sopraffina cultura e intelligenza, abbia chiesto ai tifosi della Juventus, in occasione di una partita di calcio contro il Napoli, se riuscissero a distinguere dagli altri i tifosi napoletani  per la puzza da questi emanata.

Quello che volutamente o stoltamente si dimentica, nel corso di queste insensate diatribe, è che migliaia di siciliani, pugliesi, sardi e altri “terroni” del genere, unitamente ai “polentoni” di Genova, Padova, Torino e altre città e paesi del nord hanno combattuto e sono morti insieme, insanguinando montagne e fiumi per difendere l’Italia e i suoi confini. Non basta sospirare e assumere falsi atteggiamenti contriti quando veniamo a conoscenza di altri nostri connazionali, provenienti da ogni lembo del nostro Paese , che hanno perso e perdono la vita in difesa dei nostri valori e della nostra libertà. Sono tutti fratelli e figli nostri, sia che appartengano alle forze di difesa che a quelle dell’ordine.  A quel “giornalista” della RAI, del quale ignoro e non voglio neppure conoscere la cittadinanza, io, che napoletano non sono, vorrei ricordare che Napoli, prima che i Savoia svuotassero le casse delle sue banche e depredassero i macchinari delle sue industrie, era una delle capitali più culturalmente e tecnologicamente avanzate d’Europa. Vorrei anche suggerirgli, qualora avesse realmente sentito della “puzza” in giro, che avrebbe forse fatto meglio a controllare prima se quel fetore non provenisse dai suoi stessi piedi.

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La lingua (parte seconda)

10 Ottobre 2012 24 commenti

Quando ero bambino, verso i cinque anni, ero piuttosto sveglio e avevo già imparato abbastanza bene a leggere e scrivere. Quasi certamente, anche se non me lo ricordo, fu mia madre a fornirmi i primi insegnamenti. Decise quindi di farmi sostenere gli esami, e di passare direttamente alla seconda classe elementare saltando la prima. Non fu un problema, perché nella prima elementare, in quell’epoca, a parte le aste, qualche abbozzo di lettura e di scrittura, e qualche canzoncina, s’imparava ben poco. Nella seconda classe, la mia maestra, che si chiamava Gemma Pirillo Colombati, un donnone materno e simpatico dotato di enorme pazienza, si sforzava con impegno e dolcezza a immettere tutta la sua scienza nelle zucche vuote di ben trentasette marmocchi, maschi e femmine.

Io ero, ovviamente, il più piccolino di tutti, e la classe contava anche qualche ripetente che giganteggiava tra di noi. Uno di questi, che si chiamava Marcandoro, mi prese a benvolere e, quando alla fine dell’anno facemmo la foto di gruppo, mi prese facilmente in braccio. In quel periodo imparammo molte cose: oltre alla lettura e alla scrittura si appresero i primi rudimenti dell’aritmetica, della storia e della geografia. Le giornate passavano veloci e si concludevano, terminate le lezioni, in una fila ordinata, come tanti soldatini, nell’atrio della scuola, davanti al portone d’ingresso. Il direttore si poneva di fronte a noi e, guardandoci severamente in atteggiamento mussoliniano, con le mani sui fianchi, gridava con voce stentorea, “saluto al Re!” E noi, tutti in coro: “Viva il Re!”. Subito dopo: “Saluto al Duce!”, cui seguiva il nostro, “A noi!”. Sommessamente, ma non abbastanza da non buscarsi una severa occhiata da parte  del direttore, Burchiello, il più discolo di noi, ne faceva il seguito in rima: “Poenta e fazoi” (Polenta e fagioli).

In seguito, la guerra, prepotente, iniziò a devastare la città. Dopo oltre otto bombardamenti, come molte altre famiglie, fuggimmo in posti più tranquilli nei paesini vicini. Durante quel lungo periodo, della durata di quasi quattro anni, non ebbi alcuna possibilità di frequentare la scuola, che, tra l’altro, in paese non esisteva. Tutta la mia cultura consistette nel divorare avidamente ogni libro che si trovava in casa. Terminata la guerra e ritornato in città, ripresi gli studi frequentando la terza e la quarta elementare con il nuovo insegnante: il maestro Chino. Ero malconcio e trasandato, e ormai del tutto disavvezzo alla disciplina scolastica. Riuscii, comunque, a cavarmela e a essere promosso in quinta. Purtroppo mia madre, nel generoso tentativo di farmi recuperare gli anni perduti, ebbe l’infelice idea di farmi saltare la quinta classe e, nel corso del periodo estivo, fui inviato a frequentare una scuola privata dove, in sostanza, non imparai quasi nulla. Fu in quel periodo che apparvero i primi albi di Superman, che allora si chiamava l’uomo d’acciaio, e i cui unici poteri erano di spiccare grandi balzi e di riuscire a correre più veloce di un treno. La lettura di quegli albi, insieme con quelli dell’Uomo mascherato e di Gim Toro (che allora andavano per la maggiore) fu il mio maggiore impegno durante le ore trascorse in quell’inutile istituto.

Ancora oggi ignoro in base a quale miracolo riuscii a superare gli esami di ammissione alla scuola media ove, ovviamente, mi trovai malissimo e rischiai diverse volte la bocciatura. Trascurare la basilare formazione che, almeno in quell’epoca, davano le lezioni della quinta elementare, fu un errore gravissimo, errore che mi privò di conoscenze di base fondamentali. Solo negli anni successivi riuscii faticosamente, e in parte, a recuperare. Molto probabilmente, molti elementi sugli accenti, sull’analisi grammaticale del periodo e sull’importanza della punteggiatura si apprendevano nella quinta classe. Certo è, che dopo di allora, non ricordo di aver mai avuto nessun insegnante che ne trattasse.

Il giovane siciliano Gianluca Fiore, bravo e preparato scrittore, e collaboratore di alcuni giornali, mi faceva notare, qualche tempo fa, nel recensire un mio romanzo, che prima di ogni vocativo, cioè quando ci si rivolge a qualcuno, è indispensabile mettere una virgola. Se dico: “Ascolta Giovanni, questa cosa non è fattibile” sembra che io mi rivolga a qualche persona invitandola a seguire il consiglio di Giovanni sulla non fattibilità di una certa cosa. Se invece dico: “Ascolta, Giovanni, questa cosa non è possibile” è chiaro che sono io che mi rivolgo a Giovanni, e che lo invito a non fare qualcosa. Nella scrittura, la posizione delle virgole, e della punteggiatura in genere, è indispensabile per evitare lo stravolgimento della frase.

Bersani dice: Renzi mi sta proprio stancando.

Bersani, dice Renzi, mi sta proprio stancando.

Com’è evidente, le parole sono le stesse ma il significato della prima frase è l’opposto della seconda. L’interpunzione è, infatti, una delle prime cose fondamentali, delle quali è necessario apprendere un corretto uso, da parte di tutti quelli che aspirano a scrivere con proprietà di linguaggio.

Quest’argomento è tuttora abbastanza complesso, e sottoposto a un continuo tentativo di revisione; basti pensare che i principali segni attualmente in uso nella maggior parte delle lingue indoeuropee sono tredici: la virgola, il punto e virgola, i due punti, il punto fermo, il punto interrogativo, quello esclamativo, i punti sospensivi, la lineétta, le virgolétte, l’asterisco, le parentesi tonde e quelle quadre, il trattino. Questi segni sono veramente indispensabili per dare colore e tono a una frase scritta e indicarne le pause. Il loro uso è abbastanza recente, qualcosa si trova negli scritti antichissimi dei Moabiti che risalgono a circa mille anni prima di Cristo, e negli scritti dei greci e degli antichi romani. Tuttavia la maggior parte dei testi molto antichi è in pratica priva di punteggiatura, e ha creato e crea, tra gli studiosi, gravi problemi di interpretazione. L’utilizzo di questi segni è strettamente legato allo stile dello scrittore che ne fa uso. Alcuni abbondano, e tra questi viene accusato persino Manzoni; altri ne fanno un uso estremamente, e forse eccessivamente modesto. Francesco Flora, docente universitario, critico letterario e allievo di Benedetto Croce, affermava che gli scrittori moderni  tendono a diminuire o ad abolire del tutto la punteggiatura; talvolta per un eccesso di raffinatezza ma, il più delle volte, per manifesta ignoranza.

Semplificando: una breve pausa, per separare una parola, o delle frasi, l’una dall’altra, ha bisogno della virgola; una pausa più lunga, o una variante del discorso, del punto e virgola. Il punto fermo indica la fine della frase, mentre i due punti servono per chiarire il discorso precedente o per introdurre il discorso di altre persone. E’ assolutamente auspicabile evitare, nello stesso periodo, di utilizzare più di una volta l’uso dei due punti.  E’ bene ricordare che ogni eccesso è difetto; un difetto che può dare al discorso un andamento faticoso e sgangherato, ben lontano dall’eleganza e dal colore che si sarebbe voluto dare. Una regola ormai saldamente affermata è quella di evitare l’uso smodato dei puntini di sospensione che devono essere rigorosamente tre. Sfuggire, per quanto possibile, l’abitudine di mettere più di un punto esclamativo o interrogativo al termine di una frase. Sono, infatti, rafforzativi inutili che generano solo un senso di fastidio nel lettore. Ammissibile, ma solo in casi particolarissimi e necessari, l’uso contemporaneo del punto esclamativo e di quello interrogativo.  Una cosa è certa, come afferma Aldo Gabrielli, insigne linguista e glottologo italiano: “ Punteggiare bene, è tanto difficile quanto scrivere bene”.

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La lingua (parte prima)

4 Ottobre 2012 16 commenti

Questa volta vorrei fare qualche considerazione sulla lingua. La lingua è di notevole importanza; anche se non mi riferisco a quella degli innamorati (usata nei modi più svariati, e tutti piacevoli), e neanche della buonissima “lingua salmistrata”, un tempo famosa nel Veneto (oggi non so), con la quale si cucinava un gustoso manicaretto. Mi piacerebbe, anche,  intrattenervi sulla meno nota, “lingua” che preparano nell’isola di Procida. Tuttavia l’argomento non è questo, anche se vi consiglio, qualora visitaste quell’isola, di provare quella “lingua”: è un dolce gradevolissimo.

Voglio invece trattare un argomento che, a prima vista, può sembrare pedante e noioso, ma che invece è importantissimo e anche divertente: la lingua italiana.

Ai tempi del fascismo, che sembrava avere a cuore il nostro idioma, non solo si arrivò a eccessi ridicoli, ma si misero al bando dall’alfabeto diverse consonanti, (dimenticando che non si trattava di vocaboli estranei alla nostra cultura, della quale facevano parte a pieno titolo perché derivanti dalla lingua greca).  L’alfabeto che si studiava alle elementari era di sole 21 lettere, erano state estromesse la k, la y, la x e persino la w e la j, considerate contaminazioni straniere. Ancora oggi, le persone di una certa età, hanno qualche difficoltà a individuare nel dizionario la posizione di queste consonanti.

Ovviamente, più passava il tempo, più  si arrivava all’ assurdo; si cambiarono molti cognomi e anche i nomi di alcune località. Persino Courmayeur  divenne Cormaiore e l’intraducibile paradiso degli scapoli (e non solo): la garçonniere  fu grottescamente ribattezzata “giovanottiera”.

Alcune trasformazioni di vocaboli di origine straniera, entrati nell’uso comune, furono accettabili perché suggerite da linguisti di buon senso, come “avanspettacolo” al posto  di “lever de rideau”, oppure “circolo” al posto di “club”; altre, invece, furono aberranti e volgarucce, come ad esempio l’imposizione di chiamare “puttanambolo”  il ”tabarin”.  Persino al famoso comico Renato Ranucci, che aveva scelto come nome d’arte quello di Rachel (poi  modificato in Rascel) fu imposto, secondo le direttive fasciste di Achille Starace , di cambiare in “Rascele”. Ovviamente il comico si fece una risata e non ne tenne conto.

Oggi, dopo i ridicoli eccessi di quell’epoca, si sta cadendo nella grottesca esagerazione opposta; anglicismi e barbarismi invadono sempre più il nostro parlato e la nostra scrittura. Migliaia di persone, che con queste provinciali e servili abitudini hanno ben poco a che fare,  o non le conoscono, si guardano in giro, smarriti e perplessi, e si domandano: “ma che accidenti significa?”

Dal “politichese” al “burocratese” al bombardamento giornalistico e   televisivo di termini ridondanti, inutili, incomprensibili e spesso errati, è una continua insopportabile tempesta di superflue idiozie.

Il tributo (ahimè sempre più pesante) che il cittadino deve pagare, per accedere alle prestazioni sanitarie, ha cambiato nome e si chiama “ticket”, forse sperando che questa misteriosa terminologia intimidisca il povero tartassato paziente. Ebbene, questo termine non solo è astruso, ma è anche totalmente errato! In inglese, il ticket non è altro che il “biglietto”, ossia quel rettangolino di carta che si paga per poter accedere al cinema, al concerto, o per poter viaggiare sui mezzi pubblici o sul treno. Qualcuno sa spiegarmi che cosa c’entri con il contributo al servizio sanitario?

Quante volte si legge, o si sente  dire (sbagliandone tra l’altro la pronuncia)  che: il manager , dopo aver esaminato il trend aziendale, ne modifica il target?  È il trionfo becero della più squallida esterofilia. Non sarebbe più semplice e chiaro dire che: l’imprenditore, esaminato l’andamento aziendale, ne ha modificato gli obiettivi?