Wirton, un poeta che mi piace!

25 Novembre 2014 3 commenti
Wirton Arvel

16 novembre 16.26.34

Oggi ti ho incontrato

Ti ho visto
in quell’uomo un po’ incazzato
e ne ho sorriso

Ti ho intravisto
fra le rughe di una vecchia mamma
e il mio cuore un po’ ne ha pianto

Eri fra i gabbiani bianchi e oro
che volavano sul fiume
e ho sfiorato il cielo

Eri nel tenue verde degli alberi
che tingevano di vita la terra
e ho danzato con il vento

Eri nell’acre odore dell’asfalto
che calpestavo incurante
con i miei piedi da uomo

Eri negli occhi
della donna che amo
e ti ho stretto a me

Mio Dio
oggi ti ho sentito accanto
accanto a me
in questo piccolo mondo

Sentivo la mia anima colmarsi d’amore
come polvere
che brilla in un raggio di sole

~ Oggi ti ho incontrato – 16 novembre 2014

§

(versione inedita e rivisitata, diversa rispetto a quella contenuta in “Vagabondando fra le stelle” http://smarturl.it/stelle)

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Tout passe, tout casse, tout lasse…

8 Novembre 2014 8 commenti

È ben conosciuto il detto che in Italia vi siano più scrittori che lettori. Ciò è parzialmente vero se identifichiamo come “scrittore” chiunque ponga la penna sulla carta, o il dito sulla tastiera, allo scopo di scrivere un racconto, un romanzo, o un qualsiasi impegno di genere letterario. Personalmente ritengo che possa definirsi “scrittore” solo colui che riesce a concepire un’opera che penetra e colpisce l’animo del lettore, aprendogli nuovi scenari, confermandogli di non essere l’unico a provare certe sensazioni, circondandolo e accarezzandolo con la consapevolezza di non essere la sola persona ad essere afflitta da certi dubbi, da certi timori, da certi tragici e spesso devastanti avvenimenti della vita, ma di far parte di una dolorosa e numerosa umanità che condivide le medesime emozioni. Altra caratteristica dello “scrittore” è quella di trasmettere, consapevolmente o meno, nella propria opera la parte più intima e profonda del suo pensiero, delle sue sensazioni e della propria vita. È una specie di involontaria confessione: un’apertura inconscia ai personali sentimenti e alle sensazioni più profonde, un discorso che l’autore affida alla scrittura e che, probabilmente, non sarebbe mai stato in grado, o non avrebbe mai voluto, confidare in voce a nessuno. La lettura delle opere di “questi” scrittori non è mai facile: interi paragrafi o intere pagine devono essere letti riletti e approfonditi, si devono gustare e meditare fino a comprenderne l’essenza e a farli propri. “Le nuvole non si fermano mai” mi ha impegnato nella lettura per diverso tempo, lettura che si è conclusa verso le quattro di questa notte. Conclusa la lettura, ma non la riflessione che sicuramente mi indurrà a rileggere e meditare interi capitoli. La composizione del romanzo è inusuale: un romanzo che racconta un altro romanzo, una donna che narra se stessa, le proprie esperienze, i propri timori, e nel contempo le vicissitudini della protagonista del suo romanzo; due persone che in definitiva rappresentano lo sdoppiamento della stessa persona, gravata dal peso delle incomprensioni, delle sofferenze, delle malattie e dei dubbi esistenziali che sono spesso la caratteristica di un’intera umanità. “Gott ist tot” Dio è morto, affermava Friedrich Nietzsche, e questa constatazione ha scavato un immenso solco nelle tradizioni consolatorie che per millenni hanno pervaso le civiltà occidentali (e non solo). Se Dio è morto, ossia se Dio non esiste, allora non esiste uno scopo nella nostra vita, una speranza di vita futura, una conservazione della memoria individuale o di quella storica della nostra razza. Tutto è vano, si ingigantisce la paura della morte come conclusione definitiva di ogni cosa, e la scomparsa di una persona cara: una madre, un figlio, crea un vuoto perenne nella nostra vita, un vuoto difficile da colmare o da seppellire rifugiandosi in altri affetti o in altre partecipazioni. Ma questa è solo una sensazione, un semplice assaggio dei numerosi temi trattati nel romanzo: le ipocrisie, le invidie, il retaggio di antichi aforismi conseguenti ad una società patriarcale ottusa e prepotente; inamovibili sentenze su ciò che è normale e morale, e su ciò che invece non lo è, talmente inculcate nella mentalità di alcune persone al punto da creare insanabili fratture anche tra l’amore che una madre deve avere verso il proprio figlio. C’è, tuttavia, un elemento che occhieggia, quasi nascosto, tra le pagine del libro e che ristora con un soffio catartico le impressioni del lettore: è l’amore, quell’amore possente e prorompente che infrange e supera sia le tradizioni che le barriere, l’amore e la complicità di una persona verso un’altra persona, quella capacità di empatia e di condivisione che lega indissolubilmente due esseri e che consente loro di affrontare l’esistenza con rinnovata fiducia anche se questa non potrà dare una risposta definitiva ai loro problemi esistenziali. “Le nuvole non si fermano mai” un libro di una grande scrittrice, vera perla rara nel grande universo di coloro che riversano sulla carta, o sui file di un computer, i pensieri che affollano le loro menti.

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Una lettera da mio figlio: 50 anni… di matrimonio

6 Ottobre 2014 6 commenti

50 anni… 18250 giorni… 438000 ore… 26280000 minuti di Ordinario che diventa Straordinario.

Cari genitori, cari papà e mamma… Sembra incredibile eppure ce l’avete fatta!
A prescindere dalle difficoltà tecniche di sopravvivenza: i possibili incidenti-accidenti che possono capitare, determinando sospensioni o addirittura interruzioni della propria esistenza; la capacità di restare insieme tra tante difficoltà per un tempo così lungo appare al giorno d’oggi come un fatto unico e quasi irripetibile.
Io poi, nato quasi subito per rompere le scatole a una giovane coppia, ho avuto la fortuna, da unico e fin troppo amato figlio, di vivere buona parte di questo periodo accanto a voi, testimone oculare della Vostra Vita, con i suoi Pro e i suoi Contro, i momenti di gioia e serenità forse (sicuramente) troppo pochi, e quelli di inquietudine, di infelicità e incomprensione forse (sicuramente) troppo numerosi.
Eppure il bilancio di questi vostri 50 anni di matrimonio pur nella sua complessità è decisamente positivo: avete saputo, avete voluto stare e restare insieme, avete saputo e voluto navigare in acque spesso agitate cercando tra 1000 difficoltà una rotta comune; non sono mancati, e non mancano a tutt’oggi, i momenti di disagio, di sconforto, di incomprensione e di litigio eppure qualcosa come un filo invisibile (che io e Rossella chiamiamo Amore) vi continua ad unire come se fosse ancora la prima volta.
Certo!… non con quella passione, quel giovanile e acerbo ardore ricco di sogni (troppo spesso prematuramente infranti dalla durezza della vita, dalle difficoltà economiche, dalle convivenze forzate, dalle differenze caratteriali, eccetera) che li caratterizzava nei primissimi anni e che oggi, e negli ultimi anni, si è offuscato sotto il peso della maturità e della incombente anzianità, della troppa saggezza e consapevolezza, ma anche dalle troppe disillusioni che da sempre hanno appesantito il vostro rapporto.
Ciò nonostante siete un esempio e lo sarete nel futuro per me, per mia moglie, per i miei figli e per quanti vi conoscono.
Caro papà indubbiamente mi hai sorpreso! Con gli acciacchi e tutti gli altri fastidi che recentemente ti affliggono, e soprattutto con il tuo carattere storicamente sedentario, non pensavo che avresti accondisceso alla richiesta di mamma di festeggiare questo evento con un viaggio: dopo tanti anni è difficile comunque mettersi in gioco anche per piccoli spostamenti, rinunciando seppur per un breve periodo alle proprie certezze, alle proprie comodità, ai modi comuni con cui si fa fronte alle difficoltà del proprio quotidiano; e tu mamma sai bene che il tuo cinquantenario compagno ti darà del filo da torcere! Eppure hai voluto portare fino in fondo con caparbietà encomiabile questa sfida il cui esito non è comunque scontato: litigi e incomprensione, piccoli acciacchi… sappiamo sono dietro l’angolo e spesso ci aspettano nei momenti di riposo o di ferie. Lo sai bene che dovrai un po’ lottare anche contro di essi.
Una preghiera: non fatevi la guerra, stabilite un armistizio uno di quelli veri (non quelli fasulli che si vedono in tv) anzi stipulate un patto reciproco di non belligeranza perché questo è un evento unico, eccezionale e irripetibile.
Non vale, ripeto, non vale la pena inquinarlo con il grigiore della quotidianità (che comunque vi aspetta dopo poco più di una settimana).
Fatelo per voi e fatelo anche per me perché io Vi sappia per qualche giorno sereni, senza eccessi e senza perdere né annullare il Vostro carattere, la Vostra personalità. Semplicemente cercate di essere come bambini: cercate di scoprire, di far prevalere la curiosità se pure magari a distanza perché papà non vuole scendere dalla cabina o dalla nave perché è stanco, non ha dormito o gli fa male il collo, ma comunque mette la testa fuori dall’oblò e passeggia sul ponte. Tu mamma, al suo fianco o magari per strada, nelle trasferte fuori bordo, pensi a Te, a Lui e anche a noi, e godi con gli occhi e con le orecchie quello che ti circonda e che non hai mai visto e sentito.
Insomma un evento speciale che lo sarà veramente se anche voi sarete per qualche giorno speciali, reciprocamente speciali; e io mi sentirò con voi ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo, ricordando uno dei pezzi più belli della mia vita che fu quel viaggio in Grecia. Perché anch’io, per tante ragioni, in questi anni ho avuto poche, pochissime occasioni, di viaggiare e credo che quello del viaggio sia uno dei principali aneliti di ogni essere umano.
Quindi fatevi forza, mi raccomando! Godete tutto il possibile e auguri di cuore per questo Vostro Magico Anniversario da chi Vi vuol bene, da chi è carne della vostra carne, un po’ nel male (ansia e senso di responsabilità) ma soprattutto nel bene (affettività, volontà e onestà)… con tutto il cuore.
Tullio, Rossella e i ragazzi.

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Servilismo e Democrazia

15 Settembre 2014 8 commenti

l’abitudine servile, o smaccatamente adulatoria, connaturata nell’animo di un popolo aduso da secoli al servilismo, risulta evidente nell’uso, in certi casi fortunatamente abbandonato ma in altri ancora vigente, di attribuire alle persone che rivestono certe cariche o certe funzioni, uno spesso inappropriato titolo onorifico.

Fino al 1945, data in cui venne abolito per legge, c’era l’abitudine, anzi l’obbligo, di rivolgersi a personaggi di condizione elevata con il titolo di eccellenza. Quest’usanza risaliva all’epoca medioevale quando si trattava dell’appellativo con il quale ci si rivolgeva al sovrano. Successivamente venne esteso a vescovi e prelati, ambasciatori e alte cariche dello Stato, e di questo titolo se ne fece uso ed abuso attribuendolo anche a persone di infima qualità ma che si ritenevano di grande potere.

L’abolizione per legge del titolo di “eccellenza” non ha tuttavia minimamente intaccato il modo servile con il quale tuttora ci si rivolge a diverse persone in base alle funzioni da queste esercitate. Un deputato, un senatore, un presidente, dovrebbero essere interpellati con il loro titolo specifico, semmai, per maggiore cortesia, preceduto da “signor”. Si avrebbe quindi: signor presidente, signor senatore, signor deputato. L’attribuzione di onorevole, e quindi di persona degna di essere onorata, è ormai un termine ridicolo e che sarebbe bene abolire, così come molti altri di minore valenza ma tuttora ampiamente in uso.

Che cosa dire infatti del termine Don? Questo termine è l’abbreviazione di una parola derivante dal latino dominus, cioè padrone, signore. Don divenne quindi un prefisso per indicare nobili e religiosi oltre che persone degne di rispetto per il loro potere o per la loro saggezza. In molte regioni del sud dell’Italia questo termine ha perso il suo significato titolo onorifico assumendo quello di una benevola cortesia. Ecco quindi i vari Don Ciccio, Don Pasquale, Donna Teresa, rivolti con un sorriso e con gentilezza a persone di modesta condizione sociale che, chiamare semplicemente con il loro nome, sarebbe segno di alterigia e supponenza. In questi casi, che non hanno quindi nulla di servile, il Don può essere mantenuto, ma nei casi, ad esempio, di membri del clero si potrebbe tranquillamente dire: signor sacerdote, signor vescovo, e così via, così come d’altra parte si faceva un tempo in Sardegna.

Se poi vi fossero particolari condizioni di familiarità o di amicizia che consentono di chiamare queste persone per nome, si potrebbe tranquillamente dire: fratello Giuseppe, fratello Pasquale. Non siamo infatti geneticamente (e anche secondo il cristianesimo) tutti fratelli? Ognuno di noi, andando indietro talvolta molto indietro nel tempo, ha certamente qualche elemento di consanguineità con il nostro interlocutore. Abolirei quindi anche il titolo di reverendo, che fa il paio con onorevole, e soprattutto di “padre”, mi sembra infatti ridicolo vedere una persona anziana rivolgersi a un giovane sacerdote appellandolo in tal modo.

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E-cig. sì o no?

6 Settembre 2014 13 commenti

Promosso il vapore delle e-cig: i risultati dell’esame tossicologico (art. di Silvia Segala)

La sigaretta elettronica è nociva? È, o meglio, è stato, il dubbio di tutti gli svapatori, dei curiosi e della comunità scientifica. Al primo esame tossicologico, il vapore passa il test

L’hanno messo alla prova per la prima volta, questo vapore, con un esame tossicologico severo e comparativo. E questo esito era più che atteso.

In cattedra, l’equipe medica formata dai ricercatori del laboratorio italiano Abich e del greco Onassis Cardiac Surgery Center guidata rispettivamente dai Dott. Giorgio Romangna e dal Dott. Konstantinos Farsalinos.

L’esito, pubblicato online sulla rivista “Inhalation Toxicology”, sembra parlar chiaro: “il vapore inalato dalle sigarette elettroniche non è tossico, o, comunque, ha un grado di tossicità minima, di sicuro impareggiabile ed inferiore rispetto alle tradizionali sigarette con tabacco”.

Il test tossicologico sul vapore della sigaretta elettronica: ecco i risultati.

Il team medico ha utilizzato una sigaretta elettronica testando la produzione di vapore di 21 liquidi attualmente in commercio, sottoponendolo alla reazione dei fibroblasti, cellule tipiche del tessuto connettivo, presenti anche nei polmoni umani. Stessa sorte per l’estratto del fumo di una sigaretta tradizionale.

Risultato? Dopo 24 ore di esposizione, i fibroblasti hanno reagito così:

solo il 5,7% sopravvive al fumo di tabacco, mentre ben 20 dei campioni di liquido di sigaretta elettronica hanno permesso una sopravvivenza di più del 70% delle cellule. Solo un campione, considerato il liquido peggiore, ha mostrato una blanda tossicità, con un sopravvivenza cellulare pari al 51%, ma comunque del 795% superiore rispetto al fumo di tabacco. E il vapore ha tirato uno svapo di sollievo.

Farsalinos parla di risultati impressionanti.

Dichiara infatti: “abbiamo confrontato una sigaretta di tabacco con una quantità di vapore di sigaretta elettronica pari a 3 sigarette tradizionali. Considerando i pericoli estremi associati al fumo e che la maggior parte dei fumatori non è in grado o non vuole smettere con i metodi attualmente approvati, vi sono prove sufficienti per sostenere che il passaggio dal tabacco alla sigaretta elettronica può essere benefico per la salute. Le autorità sanitarie dovrebbero basare le proprie decisioni sulle evidenze scientifiche”.

Che fosse meno dannosa lo aveva già sottolineato il presidente ANaFE (Associazione Nazionale Fumo Elettronico) Massimiliano Mancini, commentando una ricerca di Unisalute: “come affermato anche dall’ISS, l’eliminazione della combustione e di conseguenza delle circa 4000 sostanze cancerogene che rilascia, è la prova dimostrata che il fumo elettronico fa meno male, ma nessuno può sostenere che l’uso delle e-cig sia la soluzione per perdere l’abitudine al fumo, semplicemente costituisce un’alternativa”.

Ora che abbiamo un sostegno scientifico alla quasi assente tossicità del vapore, non resta che attendere i provvedimenti delle autorità in merito.

Di Silvia Segala

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Ahi,serva Europa, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta…

5 Agosto 2014 9 commenti

Siamo tutti angosciati per i venti di guerra che si levano ovunque e ci circondano, mentre ci culliamo nelle nostre misere beghe e continuiamo a seguire, estatici, i “consigli” (?) che ci giungono dagli USA, che sono in buona parte i primi responsabili dell’attuale situazione. Non è forse inutile leggere le considerazioni di un nostro illustre storico e cattedratico: il professor Valentino Baldacci.

Tener conto della dimensione storica dei problemi è come salire su una altissima torre e da lì guardare la pianura che si estende davanti. L’Occidente ha – in passato – avuto le idee chiare su quali sono gli elementi fondamentali dell’Islam: conquista e sottomissione. Per secoli l’Occidente si è difeso dall’aggressione prima araba e poi turca, il cui carattere fondamentale non era quello di essere araba o turca ma di essere islamica. La svolta – che a lungo è stata decisiva – fu costituita dalla sconfitta turca sotto le mura di Vienna, nel 1683. Se avessero vinto i turchi – come sa qualunque storico – l’Europa sarebbe stata sottomessa. Vinsero invece gli eserciti cristiani (grazie soprattutto all’aiuto, giunto quasi in extremis, dalla Polonia – Nota mia personale) e da allora l’Impero turco entrò in una lunga crisi che si concluse con l’abolizione del califfato nel 1923, dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nella I guerra mondiale. Intanto però i popoli arabi, che erano stati sottoposti al dominio turco per secoli, avevano iniziato il loro risorgimento nazionale. Purtroppo però, contrariamente a quello che era avvenuto in Italia, in Germania e in altri paesi europei – come anche, nello stesso periodo, stava avvenendo per il popolo ebraico con il sionismo – non era un risorgimento basato su valori laici ma sugli stessi principi islamici che avevano guidato per secoli l’Impero turco. Via via che la riscossa dei popoli arabi procedeva, essa non portava a uno sviluppo di una civiltà che potesse affiancarsi – con tutti gli inevitabili conflitti – a quella europea e americana, ma portava invece o a forme di nazionalismo esasperato – che si ispiravano direttamente al fascismo e al nazismo – oppure alla regressione islamista, che – come tutti i movimenti fondamentalisti – pretende di tornare alla presunta “purezza” originaria dell’Islam. Che è, appunto, basata sulla conquista e sulla sottomissione dei popoli vinti. Naturalmente esiste nel mondo arabo chi ancora crede a un risorgimento laico – come fu quello di Ataturk, che aveva comunque in sè componenti fortemente ispirate al fascismo – e perfino quello di Nasser. Poi ci sono le monarchie assolute – cioè i paesi intesi come proprietà privata di una famiglia – come sono l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo, che naturalmente temono di essere travolti dall’ondata islamista. L’Occidente potrebbe naturalmente stringere alleanze tattiche anche con questi Stati, come ha fatto in passato. Ma questo è possibile a una sola condizione, che sia chiaro che in questa fase storica il risorgimento dei popoli arabi e anche non arabi sta passando attraverso il fondamentalismo islamico, con quello che ne consegue. Non sembra che l’Occidente – anzi, quella che è stata chiamata la Magna Europa, cioè l’Europa occidentale e gli Stati americani – ne abbiano coscienza. L’unico Stato e l’unico popolo che ne ha coscienza – costretto dalla necessità – è un piccolo Stato e un piccolo popolo, quello ebraico. E’ lo Stato e il popolo ebraico che in questo momento – ironia della storia – che sta difendendo, quasi da solo, quell’Europa che lo ha tanto,perseguitato..

Valentino Baldacci

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Lingua italiana in agonia

2 Agosto 2014 2 commenti

Queste riflessioni di una intelligente e preparata ex insegnante sono talmente condivisibili che non ho esitato a rubarle dal suo Blog e a riportarle qui. Buone vacanze a tutti, ci rivedremo a fine mese.

LINGUA ITALIANA IN AGONIA
Una spietata, ahimè inesorabile, agonia sta consumando la lingua che i nostri padri ci hanno consegnato, limandola e perfezionandola nel tempo.
L’italiano è ormai giunto ad uno stadio terminale. Secoli di salvaguardia, di ripetizioni e di coniugazioni, di segni rossi sui compiti in classe, buttati nel gabinetto.
È stato sufficiente che qualcuno dicesse che scrivere un messaggio sulla tastiera di un telefonino, limitato nei numeri e nei caratteri, fosse più importante che una sana e corretta ortografia, per dare inizio alla fine. Alla fine della lingua italiana.
Come se per dire “sto bene, arrivo” fosse necessario accoppare un numero di inconsapevoli vocali, beffandosi di qualunque segno di interpunzione.
E ai messaggi sul cellulare hanno fatto seguito quelli sulle bacheche virtuali dei social.
Le storture hanno avuto il sopravvento, ci si è sentiti improvvisamente autorizzati a scavalcare, quasi con orgoglio, le regole basilari che hanno fatto illustre la nostra lingua.
Come per sortilegio malvagio, sono sparite le lettere maiuscole, non giustificate da alcun segno di punteggiatura. Sì, fare una pausa nel discorso ormai è diventata azione obsoleta.
In compenso hanno fatto irruzione sulla scena numerosi altri segni che, fino a questo tempo, avevano ricoperto un ruolo marginale nell’economia della costruzione delle parole. Le cappa, per esempio.
Così tanti altri simboli strani, comparsi di recente ed assurti a ruolo legittimo di #accompagnatori di parole.
La mostruosità non concerne soltanto l’uso dell’ortografia ma si è allargata anche a coinvolgere l’aspetto propriamente sintattico della questione.
Chi ha detto che i soggetti devono essere sempre concordati con i verbi o che i complementi meglio che siano presenti ed appropriati?
Forse un tempo ma non oggi.
Ora si scrive l’essenziale, cosa volete che interessi degli inutili complementi? Lo spazio è poco, il numero delle lettere limitato. Non si può strafare.
Se l’estensione a disposizione per l’espressione scritta è ristretta, tanto vale restringere pure le proposizioni, lasciandole esigue, ridotte all’osso.
Tutto ciò mi provoca dispiacere, ancor di più se si considera che questo stravolgimento non è da imputare unicamente a “penne giovani”, vale a dire alla maniera di scrivere che si sta affermando tra le nuove generazioni. No, il rammarico è aumentato dal fatto che fra i sovvertitori della lingua ci sono pure tanti adulti, tra cui persone acculturate, insegnanti, insomma proprio chi dovrebbe difendere a spada tratta la conservazione del nostro idioma.
A questi dico: vi costa tanta fatica scrivere con giudizio? È troppo impegnativo lasciar scorrere qualche virgola ogni tanto?
Che coscienza avete a piantare in giro tutte quelle cappa? E come acconsentite al sacrificio delle vocali?
Proprio voi che avete l’obbligo di insegnare vi permettete di sgarrare?

Concetta D’Orazio
http://questepagine.blogspot.it/
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Io-ci-sto!

25 Luglio 2014 6 commenti
Azionariato popolare: si parte, anzi si riparte dalla base, dai cittadini, dal popolo tutto; giovani e meno giovani, con entusiasmo, con allegria. Sarà questa la prima pietra per la rinascita della cultura, del lavoro, dell’entusiasmo e della gioia di vivere per guardare con fiducia il futuro? A Napoli ci stiamo provando, senza attendere che le cose ci piovano dal cielo, o dal governo, o dalle istituzioni, o dai grandi enti. E da voi?
http://youtu.be/UhQUw9PgJ0w
Inaugurazione “Io ci sto” servizio di Valeria Aiello
(cliccare sul link per vedere il video)
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Giornali e giornalismo.

9 Luglio 2014 6 commenti

Ho fatto per sufficiente tempo la “giornalista” per capire che in Italia [salvo le solite eccezioni] Giornali & Giornalisti non sono un granché. Il “comandante in capo” (chiamatelo Direttore o come vi piace) di un Giornale strizza l’occhio ai potentati economici e detta la LINEA EDITORIALE, e i giornalisti eseguono.
In Italia la figura del FREE LANCE è = lo sfigato.
E oggi vogliamo fare un bel pianto di Coccodrillo sui giornali che chiudono?
Tanto le uova nessuno le incarta più, ora te le vendono nelle scatoline di plastica, quindi…
I giornali chiudono? Leggiamo altro. I Giornalisti sono senza lavoro? E perché fino a oggi hanno taciuto lo schifo che passava loro sotto gli occhi?
Perché non sono scesi in piazza per i colleghi precari, quelli sfruttati a 5 euro al pezzo?
Chiude un Giornale e viene meno la tua libertà di conoscere? Forse, in un Paese “normale”, non in questo.
F.P.M.

minimaetmoralia.it
Sergio Bertoni:
Ho letto con attenzione, l’articolo di Christian Raimo, ricco di tristezza e di luci ed ombre. Una cosa è certa: quella che essenzialmente sta morendo nel nostro paese è la cultura. Chiudono le librerie e chiudono i giornali. È vero, molti di questi sono giornali di partito o di scarso peso, che molto poco hanno inciso nella propagazione di idee o di fatti. Alcuni sono del tutto sconosciuti al pubblico. Altri, di tipo politico, come l’Unità o Paese Sera, hanno rappresentato per anni una pietra miliare nell’animo dei loro fedelissimi. È fuor di dubbio che la maggior parte dei giornali politici sia andata avanti per anni grazie alle sovvenzioni dello Stato, ma è anche vero che, comunque, quello che sta avvenendo è un ulteriore gravissimo “vulnus” all’informazione. È altrettanto vero che, purtroppo, il giornalismo in Italia non è più quello che fu un tempo: spariti o quasi i grandi nomi del giornalismo: Scarfoglio, Serao, Salvemini, Calamandrei, Barzini, Brera, Buzzati, Cederna, Fraccaroli, Guerriero, Longanesi, Malaparte, Missiroli, Montanelli, Fallaci, Mosca, Vergani, etc. molti si sono dedicati al semplice mestiere di pennivendoli riportando senza alcuna ricerca specifica solo e soltanto le notizie riportate dall’Ansa o quelle gradite al “padrone”. Che la libera informazione giornalistica in Italia sia ormai tra gli ultimi posti nei paesi civilizzati è cosa nota. Basti pensare che nel 1959 vi erano oltre 100 testate di quotidiani mentre oggi, a stento, bastano le dita delle mani. Vi è, per contro, una grande ridondante abbondanza di riviste e rivistucole, finanziate per il 99%, da inserti pubblicitari, e praticamente carenti di qualsiasi informazione utile e di valore. Auguriamoci (ma ho poche speranze) che si tratti solo di una fase transitoria dovuta a questo lungo, lunghissimo periodo di sostanziale crisi economica, e che l’Italia possa un giorno tornare ai fasti dei grandi giornalisti del passato.
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Orrori senza fine

17 Giugno 2014 9 commenti

Ancora un orrore senza fine, un orrore che trascende la nostra capacità di giudizio e comprensione, un orrore che supera anche la fantasia malata del più folle degli esseri umani. Questa tremenda, terrificante epoca di oscurantismo, nella quale ci stiamo addentrando ogni giorno di più, colpisce con una violenza senza via di scampo e senza che si possa neppure immaginare alcuna possibilità di redenzione o di tolleranza nei confronti di chi la pratica.

Assistiamo, confusi e attoniti, al verificarsi di eventi che colpiscono la nostra mente con tale forza da lasciarla intorpidita e quasi incapace di credere o di reagire a quello che i nostri occhi vedono e le nostre orecchie sentono.  

In Lombardia, Carlo Lissi, un giovane padre ancora quasi fresco sposo, uccide a coltellate e senza alcun apparente motivo, la bella moglie con la quale pochi istanti prima aveva avuto un rapporto e, non pago, subito dopo sgozza la figlioletta di cinque anni, immersa nel sonno e analoga fine fa fare all’altra innocente creatura di pochi mesi  che ha avuto la sfortuna di essergli figlio.

A Lecco,  la giovane mamma Edlira Dobrushi massacra con novanta coltellate le sue tre figlie di tre, dieci e tredici anni, come reazione per essere stata abbandonata dal marito.

In provincia di Bergamo, dopo quattro anni di minuziose e difficilissime indagini, è stato arrestato un muratore di quarantaquattro anni, coniugato e con tre figli, accusato di essere l’assassino della tredicenne Yara Gambirasio.

Tutto questo mentre in Iraq, e in numerose altre parti del pianeta, si svolgono tremende carneficine con il massacro di migliaia di persone.

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