I tristi giorni della non Europa

30 Giugno 2015 Nessun commento

No, per favore, non chiamatela Europa: quella che stiamo vedendo all’opera non è la nostra Europa, quella sognata da De Gasperi e Spinelli, rafforzata da Kohl e Mitterrand e condotta nel Terzo Millennio da Prodi e Delors; quella che stiamo subendo da anni è la stupida miopia di un’orda di liberisti selvaggi, di guerrafondai senz’arte né parte, di ciarlatani che, evidentemente, non hanno ancora imparato la lezione della storia e stanno ripetendo, uno dopo l’altro, i drammatici errori che condussero il Vecchio Continente nel baratro dei due conflitti mondiali che hanno insanguinato il Novecento.

Non a caso, l’unico esponente politico dotato di un pensiero della crisi e della cultura sufficiente per analizzarne cause e conseguenze, opportunità e drammi, ossia papa Francesco, parla da tempo di Terza guerra mondiale differita, fra i silenzi imbarazzati di molti politicanti e le crescenti preoccupazioni di quell’esigua fetta della classe dirigente mondiale che ha capito perfettamente cosa intenda dire.

Per chi non l’avesse ancora compreso, il Pontefice pone l’accento sull’intrecciarsi di due tipi di guerre: una antichissima, riservata agli ultimi della Terra, condannati in quanto poveri e in quanto ex colonie, respinti alle nostre frontiere, sfruttati alla stregua di schiavi, umiliati, torturati e poi compianti con il giusto grado di ipocrisia quando hanno la balzana idea di affondare a bordo dei gusci di noce con cui tentano di sfuggire alla morte certa nei loro paesi; l’altra moderna, riservata ai futuri ultimi, ai futuri sudditi, ai futuri schiavi, ossia a tutti noi europei, che, per dirla con Primo Levi, siamo “sicuri nelle nostre case” e ci crediamo al riparo dalla barbarie, salvo poi renderci conto, e pare che cominci ad accorgersene persino la cancelliera Merkel, che se crolla Atene, viene giù l’intero castello di carte dell’Europa.

Perché questo è l’Europa, smettiamola di raccontarci favole: un castello di carte disposte alla rinfusa, senza un progetto, senza una visione, senza un orizzonte né alcuna idea condivisa di futuro; un’unione monetaria e finanziaria e nulla più, con i popoli sempre più in sofferenza per i quali nessuno ha alzato un dito mentre le banche venivano salvate con centinaia di miliardi, mentre le multinazionali erano messe in condizioni di spadroneggiare ovunque, mentre in alcuni paesi fondamentali, fra cui il nostro, veniva di fatto sospesa la democrazia per affidarsi a una tecnocrazia di cui solo ora iniziamo a comprendere la dannosità.

Non si vota più o, se si vota, si finisce sempre col dar vita a governi di larghe intese che non servono a garantire la stabilità ma a favorire la perpetuazione degli interessi di pochi a scapito della collettività; e se un esecutivo di larghe intese si sforza di assumere anche qualche decisione nell’interesse del proprio popolo, dopo un po’, guarda caso, viene prontamente sostituito, magari perché ha avuto la dignità e l’intelligenza di rifiutarsi di distruggere la Costituzione o magari perché chi lo guidava, pur essendo un moderato e un convinto europeista, era un galantuomo, contrario alla confusione perenne fra destra e sinistra e per nulla incline a manomettere i capisaldi della convivenza civile, a cominciare dal rispetto sacro per le istituzioni.

Se poi qualcuno osa eleggere un uomo di sinistra che non si piega alla logica barbara delle larghe intese a tutti i costi, allora quel qualcuno, politicamente parlando, deve morire: e giù con richieste insostenibili, ricatti, un isolamento internazionale che mira a renderlo inviso al proprio popolo, avvertimenti e minacce di catastrofi imminenti che non servono a rinsaldare l’Europa ma a scongiurare che altri popoli decidano di spezzare queste catene e di riappropriarsi della propria sovranità. In poche parole, questo trattamento riservato ai greci serve da monito: non osate alzare la testa, non osate mettere in discussione i dogmi del liberismo sfrenato, non osate rivendicare le ragioni stesse per cui fu concepito il sogno dell’Europa unita, non osate pensare di poter vivere in pace col resto del mondo; in poche parole, non osate neanche solo immaginare di poter tornare ad essere cittadini europei perché non ve lo consentiremo.

Per questo, i signori che si riuniscono costantemente a Bruxelles non hanno il diritto di chiamarla Europa né, tanto meno, di definirsi europeisti: loro sono i veri nemici dell’Europa, coloro che ne hanno minato le fondamenta e svuotato dall’interno i valori, i responsabili della nostra subalternità in campo economico e della nostra irrilevanza in ambito geo-politico e geo-strategico; sono loro che stanno spingendo Tsipras a guardare a est, dopo aver imposto assurde sanzioni alla Russia che ci stanno costando milioni di posti di lavoro e perdite irreparabili, come se non bastasse questa maledetta crisi che si protrae ormai da sette anni a metterci in ginocchio.

E sbaglia, spiace dirlo, sbaglia di grosso chi ancora si illude che le cose possano migliorare in futuro: da questo baratro, con questa classe dirigente, non ne usciremo mai, per il semplice motivo che molti di loro rispondono agli interessi privati di quell’un per cento denunciato nel 2011 dai ragazzi di Occupy Wall Street che con la crisi si è arricchita a dismisura a scapito del restante novantanove per cento della popolazione e che, quindi, non ha alcun interesse a porvi rimedio.

Così come sbaglia chi ancora si illude che abbia senso parlare di socialismo europeo e socialdemocrazia: concetti nobili e storicamente importantissimi, espressione di una cultura politica che per tanti anni è stata anche la mia, ma che oggi non hanno più alcun senso né ragione di esistere, essendo i suoi esponenti i principali alleati della parte che dovrebbe essere avversa e, invece, quasi ovunque, è sodale, nella strenua difesa di un sistema capitalista che ormai mostra la corda e sta inducendo persino gli Stati Uniti a rivedere le proprie posizioni.

Anche oltreoceano, infatti, i democratici si stanno accorgendo che la Terza via clintoniana ha avuto come unica conseguenza quella di consegnare il Paese nelle mani di Bush e delle lobby delle armi e del petrolio; e la prima a farsi portavoce di questo pensiero è stata, incredibilmente, la moglie del presidente di allora, quella Hillary Clinton che ha capito benissimo che non può pensare di vincere nel 2016 riproponendo le ricette fallimentari e fallite del ’92 e del ’96.

Peccato che in Europa le posizioni più retrive e fuori dal mondo siano appannaggio non della destra, che pure con i Cameron, le Merkel e i Rajoy ci ha messo del suo, ma della finta sinistra che agisce sull’asse italo-francese, attuando a cuor leggero ricette palesemente sbagliate e socialmente insostenibili, i cui unici risultati sono la svalutazione del lavoro e lo sfarinamento del tessuto civile, con milioni di persone ormai in bilico o, peggio ancora, costrette a vivere sotto la soglia di povertà.

No, questa non è l’Europa e chiamare questo ricettacolo di mezze figure con un nome tanto nobile non è giusto né storicamente accettabile. Questo è il continente degli ipocriti che sono tutti “Charlie” per qualche giorno, salvo poi non far nulla per tutelare la libertà d’informazione; è il continente che si commuove di fronte alle bare schierate a Lampedusa ma poi non sostiene un Mare Nostrum europeo; è il continente che non batte ciglio di fronte alla malvagità nazistoide dell’impresentabile Orbán, con i suoi muri e le sue chiusure vergognose; è il continente che non dice una parola di solidarietà alla Tunisia, sconvolta dagli attentati della jihad islamica, e il cui sguardo non si spinge fino al Kuwait o agli altri paesi del Golfo; infine, è il continente della linea Maginot sulla frontiera di Ventimiglia, dove ad essere respinti non sono però i nazisti ma dei poveri cristi in fuga dalla disperazione e dalla fame.

Questa è oggi la non Europa e, se ci pensate, la logica dell’ISIS in Tunisia, il principio in base al quale l’unica primavera araba riuscita deve essere soffocata nel sangue e nella distruzione, sembra essersi spostata anche da noi, dove l’unica primavera mediterranea deve essere annegata nella miseria e nell’umiliazione definitiva e senza ritorno affinché nessun altro si azzardi ad imitarla.

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E se a salvarci fossero proprio i giovani?

14 Giugno 2015 4 commenti

Opinioni

E se a salvarci fossero proprio i giovani?

Quando leggo sulla bacheca di una ragazza che ha poco più della mia età, una giovane parlamentare del Movimento 5 Stelle, che a breve tornerà a svolgere il proprio lavoro perché, al pari dei suoi colleghi, non vuole “marcire” all’interno delle istituzioni, mi si delinea plasticamente la misura del nostro fallimento.

Perché se Silvia è arrivata a scrivere parole così dure, aspre e convinte, pur essendo una persona di valore, unanimemente stimata e capace di conquistarsi la fiducia di un mondo difficile e dagli umori fragili come quello della scuola, la colpa non è sua: è nostra. Siamo stati noi, infatti, a mostrarle in tutti questi anni il lato peggiore di noi stessi e delle istituzioni che pure abbiamo ripetuto a lungo, con ipocrisia rara, di voler onorare e rispettare. Siamo stati noi, ammettiamolo, a farvi entrare dei personaggi che non avrebbero mai dovuto vedere in cartolina nemmeno un consiglio comunale, figuarsi il Parlamento della Repubblica, per il quale uomini come Giacomo Matteotti hanno perso la vita e ragazzi della nostra età sono saliti in montagna, per poi diventare i pilastri di una democrazia matura e credibile, proprio perché nata dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo e non, come questa putrefatta Seconda Repubblica, dal sangue delle stragi di Capaci e via D’Amelio e dal senso di vuoto e smarrimento collettivo che si protrae ormai da vent’anni.

Se Silvia ha scritto quelle parole è perché, giustamente, ce l’ha anche con noi giornalisti: pavidi, cinici, vigliacchi, capaci di scagliarci contro questi ragazzi entrati in Parlamento in punta di piedi, col solo desiderio di portare una ventata di onestà e d’aria pulita, come mai abbiamo fatto in tutti questi anni contro alcuni dei nobili soggetti oggi travolti da scandali, avvisi di garanzia e, addirittura, richieste d’arresto per reati gravissimi.

Personalmente, me li ricordo bene quei giorni, quando arrivarono e noi, invece di accoglierli con la doverosa curiosità e il rispetto che si deve a ciascun essere umano, demmo vita a un’autentica caccia all’uomo, tentando di metterli in ogni modo in difficoltà, schernendoli di continuo, aggredendoli qualunque cosa dicessero o facessero, andando a cercare con perfidia rara i personaggi più improponibili per mettere in ridicolo l’intero gruppo parlamentare, come se altrove allignassero De Gasperi e Togliatti ad ogni angolo.

Sì Silvia, hai ragione a sfogare la tua rabbia: siamo stati noi a costruire questa democrazia della sfiducia e del disincanto, questa post-democrazia senza rappresentanza, queste istituzioni autoreferenziali in cui chi non è parte del sistema non ha voce né dignità, quest’universo di intollerabili privilegi a causa dei quali è venuto meno, col tempo, ogni afflato etico, fino all’abisso cui stiamo assistendo in questi giorni, con il malaffare annidato ovunque e il sentimento di ribellione e scoramento collettivo che finisce col prevalere su ogni ragionamento lucido e razionale.
Sì, l’abbiamo costruita noi, negli ultimi vent’anni, questa sorta di “casa dei mostri”, nella quale hanno finito col perdersi o col preferire il silenzio persino le tantissime persone perbene che un tempo sarebbero insorte di fronte a forme di ingiustizia che non sono mai accettabili ma superano davvero ogni limite nel momento in cui ci si trova a fare i conti con le macerie fumanti di un Paese ridotto allo stremo.

E non mi riferisco, quando parlo di privilegi, ai tanto vituperati finanziamenti pubblici ai partiti che, personalmente, manterrei, pur comprendendo la necessità di regolarli con norme stringenti e di vincolarli a una rigida supervisione da parte di un’autorità terza, per il semplice motivo che li considero indispensabili se non vogliamo consegnare definitivamente la politica nelle mani delle lobby e dei potentati che già oggi se la stanno spartendo, tenendo scientificamente fuori tutti coloro che vorrebbero cambiarla e renderla migliore. Né mi riferisco al numero dei mandati, anche perché Mafia Capitale insegna che per essere dei personaggi assai poco raccomandabili non bisogna essere dei fossili: basta cedere fin da subito alle lusinghe del potere e a rapporti e pratiche che nulla hanno a che vedere con il bene comune e gli interessi della collettività.

Mi riferisco, ovviamente, ai rimborsi elettorali erogati a partiti morti e sepolti o a partiti non più presenti in Parlamento per via della conclusione anticipata della legislatura; e mi riferisco al fatto che c’è voluta la crisi più grave dal ’29 perché la politica si rendesse finalmente conto dell’indecenza di cifre elevatissime, sconsiderate, per nulla rispondenti alle spese effettivamente sostenute in campagna elettorale, fino ad annegare in questo spreco legalizzato che attualmente rischia di trasformare i partiti, se ancora li si può chiamare così, in meri comitati d’affari o, peggio ancora, in comitati elettorali al servizio di questo o di quel leader.

Al che, leggendo quel messaggio, quello sfogo, quella sana e genuina indignazione, mi è tornata in mente una parte consistente della mia storia personale, la quale mi ha indotto a interrogarmi e a riflettere su dove sarei, su come vedrei il mondo se non avessi avuto la fortuna di incontrare a diciott’anni Beppe Giulietti, il quale mi ha assegnato una rubrica tutta mia su Articolo 21, e, in seguito, Andrea Costi, col quale abbiamo costruito una collana editoriale presso Imprimatur, Sandro Cardulli che mi ha insegnato di molto ciò che so di questo mestiere, oltre ad avermi sempre accolto con affetto nei suoi giornali, e Mariantonietta Colimberti che mi ha preso all’AREL, facendomi trascorrere alcune fra le ore più intense della mia vita nello studio che fu di Beniamino Andreatta, padre dell’Ulivo e del riformismo migliore di cui oggi avremmo più che mai bisogno. E dove sarei se non avessi incontrato Vincenzo Vita, che mi ha fatto conoscere il volto nobile, e spesso per questo umiliato e messo ai margini, della sinistra; se Alfredo Reichlin e Aldo Tortorella non mi avessero narrato in presa diretta l’epopea di Berlinguer; se Raniero La Valle non mi avesse messo a contatto con la feconda saggezza del cattolicesimo democratico; se Stefano Rodotà non mi avesse regalato la testimonianza del miglior pensiero giuridico liberale e se Antonio Ghirelli non mi avesse fornito, a diciassette anni, un ritratto del presidente Pertini? Insomma, se non avessi avuto l’incredibile fortuna di conoscere la parte più bella della politica e del mondo della cultura, siete proprio sicuri che non sarei anch’io un esponente di quel partito trasversale della rabbia, della disperazione e dell’esclusione che ha trovato in questi ragazzi stellini la rappresentanza e l’ascolto che noi, con la nostra insopportabile presunzione, gli abbiamo negato?

Posso escludere a priori che non sarei anch’io uno di loro se, invece di una rubrica personale sul sito di una prestigiosa associazione per la libertà d’informazione, tornando a casa, avessi dovuto fare i conti con la solitudine e il disprezzo di chi ignorava le nostre proteste, disprezzava le nostre idee e le nostre stesse persone e arrivava addirittura a definirci “guerriglieri”?

Può uno come me tenere per se tutto questo patrimonio, questo capitale culturale e politico, questa meraviglia acquisita in anni di lavoro e ottime frequentazioni e pensare di salvarsi da solo mentre la propria generazione affonda? Sono mesi che me lo chiedo e, un bel giorno, davanti al Parlamento, nel corso di una manifestazione in difesa della scuola pubblica, mi sono reso conto di quanto fosse ingiusta e crudele questa mia scelta, e così sto provando ad aprirmi, a condividere questa ricchezza morale, a mettere la mia piccola esperienza di vita al servizio della comunità.

E mi risuonano spesso nelle orecchie le parole di Giulia, anche lei mia coetanea, anche lei stellina, anche lei parlamentare, la quale ama ripetere una frase del giudice Paolo Borsellino: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

Lei si occupa prevalentemente di giustizia e anti-mafia, ma questa frase di Borsellino è perfetta per descrivere anche la voglia di reagire dei liceali, degli universitari, dei precari, dei lavoratori poveri, degli ultimi e degli esclusi che, ormai, sono diventati un popolo, una categoria sociale, un bacino elettorale enorme che spesso, purtroppo, non fidandosi più di nessuno, si rifugia nell’astensione.
È su questo che vorrei interrogare il Movimento 5 Stelle: siete sicuri di riuscire ancora a intercettare la fatica di esistere di questa miriade parcellizzata di solitudini? Perché la mia amara sensazione è che un tempo, sentendosi presa in giro da tutti, scegliesse voi per ritrovare almeno una speranza, mentre oggi sta cominciando ad abbandonare anche voi, vedendo un’ottima opposizione ma non una compiuta prospettiva di governo, non la possibilità di veder davvero rappresentate le proprie istanze, non l’occasione storica di conquistarsi finalmente una possibilità di riscatto. E ancora, mi piacerebbe riflettere con voi su questa rivoluzionaria idea del cittadino che si fa Stato, che diviene nuovamente protagonista, che si riappropria della sua soggettività e torna a fare politica in prima persona, seguendo il modello della democrazia ateniese o, per stare nella modernità, della politica partecipata che Bauman contrappone all’aberrazione della società liquida, caposaldo del pensiero liberista; vorrei discuterne perché la suggestione è affascinante ma temo che il passo verso l’utopia possa rivelarsi breve e senza ritorno.

Ciò che penso di questo movimento, ormai, dovrebbe essere chiaro a tutti: contro le mie stesse convinzioni iniziali, devo ammettere che ha fatto un gran bene alla politica italiana, che ha portato in Parlamento ragazze come Giulia e Silvia che meritano pienamente il titolo di onorevoli, avendo portato una boccata d’ossigeno in un ambiente infestato da troppe incrostazioni di potere e da troppi interessi opachi, e non ho remore ad ammettere che ha in parte risvegliato anche quelli come me, un tempo avviati a una grigia carriera da megafoni del potere e ora, invece, spinti a porsi domande che non si erano mai posti sul destino di un’intera generazione. Ciò detto, penso anche che debba crollare questo muro di incomunicabilità che io stesso ho contribuito a edificare con non pochi mattoni e che ad abbatterlo debba essere, in primo luogo, la nostra generazione. A tal proposito, mi torna in mente una bellissima frase di Carlos Dittborn, organizzatore dei Mondiali cileni del ’62, il quale, di fronte al devastante terremoto che aveva martoriato la sua terra, per reazione, fece scrivere in tutti gli stadi: “Porque nada tenemos, lo haremos todo” (“Proprio perché non abbiamo più nulla, riavremo tutto”). Ecco, questo è il messaggio che sento di inviarvi, questa è la visione del mondo che vorrei condividere con voi: quella di una generazione che, proprio perché è stata privata persino della forza di sperare, si rimbocca le maniche, abbatte i muri che le sono stati eretti intorno e torna a costruire, ispirandosi all’ideologia europea e inclusiva di cui oggi c’è bisogno e scegliendo non di rottamare o di rinnegare l’esperienza di chi è venuto prima di noi ma di coglierne gli aspetti e gli insegnamenti migliori, ben cosciente che solo andando insieme si può andare lontano.

Infine, una volta definiti i punti programmatici, sarà necessario accantonare gli egoismi e trovare un punto di riferimento comune: una figura che abbia idea di come si governa un Paese nelle condizioni in cui versa il nostro, che abbia una certa credibilità in Europa e nel mondo e che sia in grado di immergersi nella modernità, tenendo insieme democrazia diretta e democrazia rappresentativa, tradizione e innovazione, cercando il dialogo al posto dello scontro e rendendo evidente, fin dai toni e dai comportamenti, la sua radicale estraneità al renzismo.

L’alternativa, visto che ormai è chiaro che in primavera si vota, è uno scontro all’arma bianca fra due destre: quella economico-finanziaria-confindustriale di Renzi e quella populista e anti-sistema di Salvini, con una sinistra bella ma irrilevante (Civati e Landini) e un movimento di cittadini (il Movimento 5 Stelle, per l’appunto) forte ma, purtroppo, ininfluente a fare da comprimari.

Al che, in conclusione,  ripenso alla frase di don Hélder Pessoa Câmara che citai, a diciassette anni, candidandomi alla Consulta provinciale degli studenti: “Se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno; se il sogno è fatto insieme ad altri, esso è già l’inizio della realtà”. E poiché finora abbiamo frequentato le stesse piazze senza capirci e lo stesso mondo associativo senza mai compiere lo sforzo di confrontarci, mi chiedo quante altre occasioni crediamo di poter sprecare e, soprattutto, di poter far perdere a un’intera generazione.

Roberto Bertoni

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Primi approcci

9 Giugno 2015 3 commenti

Nel 1964 immaginai l’incontro di una bimba di nove o dieci anni con uno strano personaggio e scrissi un breve racconto che, nelle mie intenzioni, doveva apparire come una pagina del diario della bambina scritto, ovviamente, con un linguaggio abbastanza infantile.
Non ricordo più quale titolo avessi scelto io per il racconto, comunque lo inviai alla Mondadori che il 5 aprile del ’64 lo pubblicò, con il titolo “Primi approcci” nel numero 331 dei Romanzi d’Urania. Ovviamente il mio racconto seguiva al romanzo principale che era “Gli incappucciati d’ombra”
Immaginate quale fu la mia sorpresa, tredici anni dopo, quando andai nel 1977 a vedere il film “L’uomo che cadde sulla terra”, interpretato dal cantante ed attore David Bowie,nel ritrovarvi parecchi elementi ed incredibili somiglianze con il mio racconto: la magrezza del protagonista, la debolezza dei suoi occhi, la sedia a rotelle, l’incredulità della gente e soprattutto la conclusione.
Bowie interpretava magnificamente Thomas Jerome Newton, un alieno che arriva sulla terra per procurare l’acqua e cercare inutilmente di salvare il suo pianeta dalla siccità.
Ovviamente non avevo la più pallida idea che il film fosse stato tratto da un libro di Walter Tevis (scritto nel 1963!) e a me del tutto sconosciuto.

Ad ogni buon fine mi fa piacere riproporre qui il mio racconto.

PRIMI APPROCCI

La casa di fronte alla mia è quella del signor Jones. Papà dice che il signor Jones è un vecchio pazzo ma la mamma dice che è soltanto uno straniero e che forse è così perché è stato sfortunato nella vita e non ha trovato nessuno che si prendesse cura di lui.
Papà scuote la testa e dice dove prenderà i soldi e mamma dice mah.
I vicini hanno paura di lui e dicono a noi bambini di non avvicinarci perché ci mangia.
Il signor Jones è magrissimo, ha la barba rossa e gli occhiali neri neri che non si toglie mai. Non esce mai fuori dal suo giardino e va in giro su una sedia con le ruote.
Durante la settimana lo va a trovare la vecchia Mattia che è una nera grassa grassache si chiama così perché il padre non sapeva che è un nome di uomo.
Mattia cammina lentamente e si muove a destra e sinistra come le oche, ma è fortissima e dice non ho paura neanche del demonio. Un giorno Jeff che è cattivo ed è stato in prigione ha voluto prendere la sua borsetta ma lei con uno schiaffo l’ha gettato in terra e poi gli ha dato anche un calcio.
Mattia va a comprare il latte e i biscotti al signor Jones che mangia solo quello e poi gli sbriga le faccende di casa,
Un giorno sono andata piano piano vicino al signor Jones che stava davanti allo scalino di casa sua, e non sapevo se mi guardava perché con gli occhiali neri non si vede.
Avevo un po’ paura però l’ho guardato e poi gli ho chiesto se è vero che mangia i bambini. Lui mi ha detto di sì ma si è messo a ridere, e così ho visto che è senza denti. Poi mi ha chiesto se volevo comprargli il latte.
Io l’ho comprato e lui mi ha detto che sono una brava bambina e che gli ricordo sua figlia. Io allora mi sono arrabbiata e gli ho detto che dice bugie, perché sua figlia non si è mai vista. Allora il signor Jones mi ha fatto sedere sullo scalino e mi ha chiesto se avevo paura di lui. Io ho detto di no e lui mi ha raccontatoche dove stava prima aveva una figlia e poteva camminare perché era più leggero.
Io ho chiesto perché non tornava dove stava prima e lui non ha risposto ed è rimasto zitto zitto. Dopo un po’ mi sono annoiata e gli ho tirata la giacca per vedere se dormiva e lui si è girato verso di me. Poi ha sospirato e ha detto che tanto a me lo poteva dire che lui era uno straniero e che gli faceva bene dirlo finalmente a qualcuno. Io gli ho detto che lo sapevano tutti e che lo sapevo pure io che era uno straniero e lui si è messo a ridere e mi ha detto tu non sai quanto perché vengo da una stella che sta nel cielo. Gli ho chiesto se stava con babbo Natale e lui mi ha detto di no, che stava più lontano ancora e che era venuto con una macchina speciale che poi si era rotta.
Io allora mi sono ricordata dei giornalini di mio fratello grande che leggo di nascosto perché mamma non vuole e ho chiesto al signor Jones se era uno spaziale. Lui mi ha guardato a lungo senza parlare, poi ha detto di sì, e io gli ho detto che era un bugiardo perché non aveva le antenne e la faccia verde, e lui si è messo a ridere e mi ha detto che non tutti gli spaziali hanno le antenne e che lui però aveva gli occhi diversi. Io gli ho detto di farmeli vedere e lui mi ha chiesto se avevo paura. Io gli ho detto di no e allora si è tolto gli occhiali e mi ha fatto vedere che aveva gli occhi tutti rossi. Gli ho detto che mi sembrava il nostro coniglio e lui si è messo a ridere mi ha dato una moneta e mi ha detto di tornarmene a casa.
A casa ho detto alla mamma che il signor Jones è uno spaziale con gli occhi rossi e lei mi ha detto di non fare la scema. Io ho detto che me l’aveva detto lui e che avevo visto io che aveva gli occhi rossi e la mamma ha gridato che sono una cattiva bambina perché dico le bugie e poi ha detto a papà di non far comprare più a mio fratello grande quei giornalini perché ci riempiamo la testa di sciocchezze.
Io ho gridato che avevo detta la verità e di chiederlo al signor Jones e papà ha fatto la faccia seria seria e mi ha detto che mi dava uno schiaffo e di non permettermi più di andare dal signor Jones.
Quando sono uscita ho visto il signor Jones che mi guardava dalla finestra e sorrideva.
Allora io gli ho tirato fuori la lingua. Non so perché l’ho fatto, lui ha abbassata la testa e sembrava triste ed io mi sono pentita e mi ha fatto dispiacere.

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Self publicing

16 Maggio 2015 6 commenti

Una bravissima e colta giornalista: Flaminia P. Mancinelli ha tracciato una recensione, su di me e sui miei lavori, che mi ha francamente commosso e lusingato. Non sono così modesto da negare l’immenso piacere che ho provato nel leggere quello scritto, che non posso fare a meno di condividere con tutte le persone che mi seguono e che mi vogliono bene. Ecco il link dove si trova:

http://www.leggereonline.com/pianeta-self-publishing/578-un-self-per-tutti-i-gusti.html

Un Self Publisher a 360°, dal racconto al saggio,
passando per il romanzo storico e il mistery

«Ogni opera artistica ci comunica una interpretazione del mondo e della vita che è sempre connessa con la realtà sociale esistente nel momento storico in cui l’opera stessa è stata concepita.

Analizzare un’opera d’arte, qualunque essa sia, vuol quindi dire effettuare un processo di storicizzazione, ossia conoscerne il clima storico culturale che ha caratterizzato, e improntato di sé, la vita e il mondo spirituale dell’artista, percepire la trama ideativa più intima e profonda, talvolta inconscia, della sua opera e decifrare i complessi segni connotativi che trovano la loro origine in una prospettiva culturale che ha un suo preciso radicamento epocale.

Dalla nascita alla morte, l’uomo vive come membro di una società e ne subisce la costante, condizionante e pervasiva influenza. Ogni tipo di società, in qualsiasi epoca, presenta la caratteristica di essere una collettività organizzata di soggetti interagenti che tendono a condividere credenze, comportamenti e modalità di azione, e i cui modi di essere si estrinsecano secondo una serie di convenzioni.

Per quanto una società possa ritenere di essere rispettosa della dimensione umana singola, è inevitabile che il processo di “incorporazione” attraverso il quale l’individuo entra a far parte della comunità, comprenda importanti componenti di destrutturazione della identificazione di sé e debba quindi essere considerato come un vero e proprio condizionamento.

I rapporti tra personalità e sistema sociale sono pertanto un perenne conflitto tra il comportamento interiorizzato, vale a dire la personalità, e il comportamento prescritto, vale a dire il sistema sociale. Questo incontro/scontro viene definito da alcuni sociologi come azione formativa ininterrotta e pressante, esercitata dalla organizzazione esterna sulla personalità individuale allo scopo di renderla più congruente al ruolo che deve svolgere
[tratto da La crisi delle certezze e dei canoni comportamentali in “Candida”di George Bernard Shaw, di Sergio Bertoni]

Basterebbe questa citazione per comprendere il valore del suo autore. Sergio Bertoni

In neanche mezza pagina, difatti, Sergio Bertoni riesce a consegnarci non solo le ragioni personali della scrittura di questo suo saggio su Candida di George Bernard Shaw, ma soprattutto egli ci regala, a costo zero, la sua interpretazione della vita e di quell’aspetto, oggi tanto svalutato, che ha nome Cultura.

Non ho la più pallida idea di come abbia condotto la sua esistenza Bertoni, quale attività lavorativa abbia svolto. Non mi è mai capitato di chiederglielo, e forse poi non è neppure così importante.

Ma è certo che scorrendo la sua bibliografia ci si avventura in una produzione molto vasta per immaginarla soltanto come un hobby. Opere di narrativa, romanzi e racconti, scritti satirici e ora questo, un saggio su una particolare opera scritta per il teatro inglese dell’ultimo ventennio dell’Ottocento e mandata in scena proprio a ridosso del nuovo secolo.

C’è da chiedersi, e immagino voi lo stiate già facendo, cosa può esserci da dire ancora -oggi- su un’opera teatrale così “antica”…

C’è, c’è… e la ragione, se volete, è proprio nel titolo del saggio di Sergio Bertoni che recita: La crisi delle certezze e dei canoni comportamentali in “Candida”di George Bernard Shaw.

Ma questo titolo siamo certi che si riferisca proprio e soltanto all’opera teatrale dell’autore irlandese? La definizione di quello stato - crisi delle certezze e dei canoni comportamentali – sembra, invece, calzare perfettamente come descrizione di questo nostro tempo, qualcosa più di un secolo dopo di quello nel quale Candida è stato scritto…

Ma il saggio che abbiamo in mano ha molti altri pregi, stilistici e contenutistici. Prende il lettore comune e per mano, senza alcuno sforzo apparente, lo conduce nell’Inghilterra vittoriana, gliela racconta con la stessa lieve prosa che potrebbe usare un narratore, e gliela fa conoscere, sia da un punto di vista storico-politico sia sociologico.

Non avete mai letto l’opera di Shaw né vi è capitato di vederla a teatro? Non importa, dopo aver camminato tra i personaggi, i loro caratteri e ciò che devono rappresentare, non solo voi conoscerete Candida più che in originale, ma vi saranno rivelati particolari inediti, non solo della commedia e del suo autore, ma anche dell’irresistibile “commedia umana” che ogni giorno oggi, come ieri, anche noi siamo chiamati a mettere in scena.

Ma Sergio Bertoni, questo autore colto e appartato, ha in serbo per chi ama leggere, per chi è curioso di conoscere e di frequentare nuove regioni una gamma molto ampia di scritture. Verrebbe da chiamarle note, perché mi viene spontaneo immaginarlo alle prese con uno spartito, sul quale, ad ogni libro, egli sceglie nuovi strumenti e accordi inediti, almeno per lui.

È come se la sua produzione nasca, per prima cosa, da un suo desiderio di conoscenza posto in un parallelo simmetrico a un evidente desiderio di misurare se stesso con prove sempre nuove.

Così aprendo le pagine di Bertoni, si accede ad altri mondi, i più differenti, ma tutti infusi di una costante: la vittoria del bene sul male. Anche al di là del tempo e dello spazio, quando il “pareggio dei conti” parrebbe un impossibile onirico, il bene riesce a cancellare il male portato a un innocente. Qualcosa che un po’ rammenta la “provvidenza” di manzoniana memoria.

Cos’è poi il “bene” e cos’è il “male” per il nostro autore, non avete che da scoprirlo leggendolo.

Io dopo il saggio su “Candida”, mi sono goduta L’Anatema di Tihuta un racconto che si snoda dal lontano 1400 agli anni Settanta, in un luogo remoto ma affascinante a due passi dai Carpazi dove si ha la ventura di incontrare il celebre Vlad l’impalatore (che così bene ispirò Bram Stoker per il suo Dracula) ma anche un moderno assassino seriale…

Preferite storie ambientate ancor più nel passato, ad esempio nell’Antico Egitto? Per voi Sergio Bertoni ha scritto la vicenda di Cleoth e Arkh, ambientata appunto nella splendida Alessandria, la città ove aveva sede la leggendaria Biblioteca che raccoglieva tutto lo scibile dell’umanità.

Ma vi è poi la sottile ironia di Paride Passacantando o la satira pungente di Pasquinate Romanesche, e poi i numerosi racconti, singoli o in raccolte… Insomma, non avete che da iniziare, e si sa che: l’appetito vien mangiando!

F.P.M.
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4 chiacchiere con l’autore

In questa pagina dedicata a uno dei Self Publisher che più stimo, non troverete la consueta intervista. Perché? Perché, quando proposi a Sergio la partecipazione a questa rubrica (era il 29 settembre c.a.) egli mi rispose che preferiva lasciare spazio ad autori più giovani e … E questo gesto davvero altruistico gli ha guadagnato questo spazio, of course.

Se volete scambiare 4 chiacchiere con lui, non avete che da contattarlo direttamente, quando gli impegni lo lasciano respirare è sempre molto disponibile al colloquio e allo scambio.
Ad esempio, su Facebook ?

In alternativa, potete visitare dal suo Blog: ? Memorie, Racconti, Considerazioni

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Breve nota biografica trovata sul Web

Sergio Bertoni, nato a Roma, figlio di un impiegato di banca, a soli due anni fu trasferito con la sua famiglia a Padova, dove ha trascorso la sua fanciullezza, subendo il terribile periodo della guerra e sopravvivendo a otto bombardamenti tra i quali quello della sua abitazione.

Conserva di quel periodo un ricordo vivissimo di cui si trova traccia in alcuni suoi racconti.

Precocissimo il suo interesse per la lettura; dopo essere stati sfollati in un paesino dei colli Euganei, a soli otto anni (di nascosto), già divorava di notte, al lume di una candela, tutti i libri della biblioteca paterna, da “Le cose più grandi di lui” di Luciano Zuccoli, al “Decameron” del Boccaccio, alle “Mille e una notte”, fino alle opere di Verga, di Capuana e di molti altri, compresi libri, non proprio facili, come “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj o la trilogia “La nascita, La morte e La Resurrezione degli Dei” di Dimitri Mereskovskij.

Trasferitosi, verso i quattordici anni, prima a Reggio di Calabria, dove ha frequentato il ginnasio e il liceo classico, e poi a Messina, si è definitivamente stabilito, per motivi di lavoro, a Napoli, che è diventata la sua città adottiva, nel 1961.

Laureatosi in lingue e letterature moderne a Milano, con una tesi di ricerca su “Candida” di George Bernard Shaw, ha ora, dopo una vita di lavoro in una delle più grandi aziende italiane, tutto il tempo necessario per dedicarsi alle grandi passioni della sua vita: la lettura e la scrittura.

Trovate tutti i suoi scritti su ? Amazon, ma diversi sono anche in formato carteceo.

 

Tra realtà e mistero -Bertoni  Pasquinate romanesche -Bertoni
L'anatema di Tihuta -Bertoni Cleoth e Arkh -Bertoni
 L'esperimento -Bertoni  La ciocca di capelli-Bertoni
 Delitti misteriosi -Bertoni  Paride Passacantando -Bertoni
La crisi delle certezze e dei canoni comportamentali in: “Candida”  -Bertoni  L'anatema di Tihuta -Bertoni
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Canale di Sicilia: Una barbarie europea.

20 Aprile 2015 2 commenti

Di Roberto Bertoni.

Dov’è l’Europa di fronte all’ennesima tragedia del mare che sembra aver trascinato fra le onde settecento disperati, in fuga dalla miseria e dalla guerra?

Che senso ha quest’Europa assetata del sangue di chi non si piega ai dogmi liberisti se, al cospetto di un’emergenza che ormai non è più lecito considerare tale, trattandosi di una realtà consolidata, dai suoi vertici non proviene che un miserabile, assordante silenzio? E che senso ha la falsa compassione del governo italiano, lo stesso che ha abolito Mare Nostrum per inseguire Salvini in questa campagna elettorale permanente, quando per alleggerire le cifre agghiaccianti di questa tragedia basterebbe ripristinare l’operazione e battersi a Bruxelles affinché se ne faccia carico l’Unione?

Come si fa ad accettare quest’oceano di ipocrisia, quest’indegna classe dirigente internazionale che applaude papa Francesco e poi fa l’opposto, anteponendo le ragioni del denaro a quelle dei popoli e dell’umanità nel suo complesso?

Perché è inutile proclamare giorni di lutto nazionale o celebrare funerali di Stato, è inutile, e sinceramente fastidiosa, l’indignazione di un momento, quella buona solo per ottenere un titolo sui giornali o l’apertura dei telegiornali, è e sarà sempre tutto inutile fino a quando la suddetta classe dirigente non avrà il coraggio di fare “mea culpa” e di ammettere che questa è sempre stata, ed è ora più che mai, una questione europea, della quale non possono farsi carico solo i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, essendo anche i più deboli ed economicamente in difficoltà.

Allo stesso modo, è inutile porsi sempre le stesse domande e chiedere di rafforzare la stupida missione “Triton”, salvo poi voltarsi dall’altra parte e continuare ad occuparsi unicamente di come strangolare la povera Grecia con riforme criminali il cui solo obiettivo è quello di mettere ulteriormente in ginocchio un paese già allo stremo.

Intervenire stavolta può significare una sola cosa: aprire dei corridoi umanitari e favorire l’arrivo di questi poveri cristi in condizioni di sicurezza; rivedere gli ottusi accordi di Dublino 3, redatti in quel modo solamente per scaricare i crescenti carichi di migranti sulle spalle fragili delle nazioni mediterranee, esentando i ricchi stati nordici dall’assunzione di ogni responsabilità e, soprattutto, stipulare un accordo con l’Egitto del generale al-Sisi al fine di istituire un campo i profughi fra l’Egitto e la Libia, gestito e pagato dall’ONU, con truppe arabe a controllarlo e ispettori internazionali a verificare e contrastare eventuali abusi, allo scopo di accogliere e prendersi cura di queste persone per poi distribuirle equamente fra i vari paesi europei.

Dopodiché, visti i tempi, bisognerebbe compiere un’azione ancor più rivoluzionaria: definire i populisti xenofobi che infestano il Vecchio Continente per ciò che sono realmente e invitare i sedicenti “riformisti” a rivelarsi tali, smettendola di inseguire le idee medioevali di chi lucra sulla disperazione altrui per guadagnare uno zerovirgola in elezioni sempre meno partecipate e credibili.

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Tanti auguri a tutti gli amici!

5 Aprile 2015 7 commenti
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Poste Italiane… ma quali?

24 Febbraio 2015 13 commenti

C’era una volta un istituto che si chiamava Poste Italiane. Facevano parte di questo istituto i benemeriti “postini”. Persone che conoscevano bene la zona loro assegnata, e che erano pertanto in grado di consegnare la posta anche quando l’indirizzo non era del tutto preciso. Oggi, a parte il fatto che non si capisce bene perché le Poste Italiane si chiamino ancora così, visto che fanno quasi tutto: servizi bancari, vendite di libri ed opuscoli, servizi finanziari, eccetera, tranne che consegnare puntualmente e con precisione la posta e gli oggetti che vengono loro affidati, (previo notevole e abbondante pagamento per un servizio che solo raramente viene reso). Non so se sia una condizione generale, ma quello che opera nella mia zona, è uno stramaledetto postino, sicuramente saltuario con contratto per due o per tre mesi, e altrettanto sicuramente malpagato, ma, senza alcun dubbio, malaccorto e fannullone! Considerato che io non mi muovo quasi mai da casa, per motivi di età, e che recarsi in un ufficio postale significa fare ore ed ore di fila, spesso all’aperto sotto la pioggia, non capisco per quale motivo quello stramaledetto fannullone, che si qualifica come postino e che opera nella mia zona, non si sogna mai di bussare il campanello per consegnare una raccomandata, non si sogna mai di depositare la corrispondenza nelle apposite cassette, e invece spesso e volentieri la ammucchia sopra un qualsiasi contenitore presente nell’ingresso dello stabile, lasciando alla maggiore o minore civiltà degli inquilini, il compito di distribuire la posta. Inutile enumerare il numerosissimo quantitativo di avvisi e di bollette che non vengono consegnati. Inutile sperare che un qualsiasi oggetto sia pur di minimo valore, spedito tramite posta, come ad esempio un libro o un CD, venga consegnato. Inutile sperare di poter inoltrare un qualche reclamo contro questo incredibile disservizio. Alla posta centrale vengono forniti tre numeri telefonici ai quali ci si dovrebbe rivolgere per eventuali reclami. Numeri ai quali naturalmente nessuno ha mai risposto, e nessuno risponderà mai. C’è da domandarsi come mai il cittadino non abbia alcun mezzo legale per difendersi dai soprusi perpetrati dalle cosiddette Poste Italiane, i cui servizi vengono peraltro profumatamente pagati e sono soggetti a continui e incredibili aumenti. Ovviamente anche trovare dei semplici francobolli è diventato praticamente impossibile: raramente se ne trovano presso i tabaccai, e ovviamente i tagli intermedi di francobolli, tanto per capirci: quelli in centesimi, non esistono più. Quindi o si arrotonda l’affrancatura ovviamente in eccesso, o si devono fare ore ed ore di fila presso gli uffici postali, che suppliranno alla mancanza di francobolli mettendo un timbro sulla vostra corrispondenza. Fino a quando dovremo sopportare questo disgustoso stato di cose?

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Dedica…

24 Febbraio 2015 3 commenti

Ho trovato su Internet queste parole, che ho ritenuto molto belle, attuali e degne di di essere citate insieme con il suo bravo autore: Mimmo Losacco.
Dedica di un padre al proprio figlio:

se un giorno mi vedrai vecchio; se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi… abbi pazienza. Ricorda il tempo che ho trascorso a insegnartelo.

Se quando parlo con te, ripeto sempre le stesse cose… non m’interrompere… ascoltami. Quando eri piccolo, dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia, finché non ti addormentavi.

Quando non voglio lavarmi, non biasimarmi e non farmi vergognare… ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagno.

Quando vedi la mia ignoranza delle nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico: ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l’abc!  Quando a un certo punto non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso …. Dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non t’innervosire …. La cosa più importante non è quello che dico, ma il mio bisogno di essere con te e averti lì che mi ascolti.

Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo. non trattarmi come se fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti, nello stesso modo con cui io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi. Quando dico che vorrei essere morto… non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo. Cerca di capire che alla mia eta’ non si vive. si sopravvive.

Un giorno scoprirai che nonostante i miei errori ho sempre voluto il meglio per te, e che ho tentato di spianarti la strada. Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io,un tempo, l’ho fatto per te. Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza, in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te.

Ti amo figlio mio e prego per te anche se m’ignori.

Papà

 

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CONSIGLI PER LA CASA.

3 Febbraio 2015 6 commenti

1-Come mantenere il fuoco nel camino quando c’è scarsità di legname: Raccogliere una grossa quantità di giornali, bagnarli uno per uno nell’acqua, e stropicciarli fino a farne delle palle. Mettere le palle così ottenute ad asciugare al sole. Quando dopo qualche tempo saranno completamente asciutte, potrete utilizzarle nel camino, nella stufa o nella cucina economica, al posto della legna.

2-Come accendere facilmente il fuoco: tagliare un ciocco di legno bene asciutto in listelli sottili, accartocciare due o tre fogli di giornale inumiditi con qualche goccia di alcol. In mancanza fare colare sui giornali parecchie gocce di cera da una candela. Disporre i listelli di legno precedentemente preparati sopra la carta accartocciata e accendere il tutto con uno zolfanello.

3-Come fare il bucato e ottenere biancheria pulita e bianca: porre nel mastello due o tre secchi di acqua calda, immergete la biancheria nell’acqua  e lasciatela riposare qualche minuto. Poi ponete la tavoletta nel mastello e sfregate energicamente la biancheria con un mattoncino di sapone, eventuali macchie possono essere eliminate o comunque sbiadite versando sulla stoffa umida alcune gocce di limone. Sciacquate bene la biancheria con acqua pulita, ponetela nel mastello e ricopritela con un telo spesso, versate sul telo, abbondante cenere di legna passata con un setaccio, versate acqua bollente sulla cenere, lasciate riposare il tutto per almeno una nottata, poi risciacquate la biancheria in acqua pulita e stendetela al sole.

4-Come ottenere acqua da bere fresca anche durante l’estate: riempite con l’acqua, appena raccolta dal pozzo, un’anfora di coccio non verniciata, ponete l’anfora in un luogo ombreggiato e ventilato e lasciatela trasudare. L’acqua che andrete a bere avrà un sapore fresco e gradevole.

5-Come mantenere il latte a lungo: portate il latte ad ebollizione facendo attenzione che non trabocchi della pentola, poi conservatelo in un luogo fresco ombreggiato e ventilato. Avrà una durata anche di due o tre giorni.

6-Come ottenere del burro: riempite per tre quarti una bottiglia con del latte fresco e appena munto, tappate bene la bottiglia e agitatela a lungo con una certa violenza da destra verso sinistra e viceversa, dopo qualche tempo vedrete che all’interno della bottiglia si sarà formato del burro.

7-Come ottenere il sale fino dal sale grosso: se non disponete di un mortaio e del relativo pestello, ponete il sale grosso sopra un tovagliolo di stoffa consistente e ben pulita, quindi schiacciate il sale grosso con una bottiglia di vetro che utilizzerete come se fosse un mattarello fino ad ottenere il sale della grandezza voluta.

8-Come conservare la carne senza problemi anche per tre o quattro giorni: ponete una padella sul fuoco con un filo d’olio, e scottate leggermente la carne su entrambi i lati. Conservate quindi la carne in un luogo fresco e asciutto dopo averla bene avvolta tra due fogli di carta oleata.

(Sorpresi? Beh, un tempo non troppo lontano si faceva così)

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Attacco alla libertà di stampa

9 Gennaio 2015 14 commenti

“Attacco terrorista alla libertà di stampa nel cuore d’Europa.”

Giusto. Questi i titoli della maggior parte dei giornali ed è difficile commentare l’orrore e lo sdegno per quanto è successo. La mostruosa follia che, a quanto pare, sta sconvolgendo la mente di migliaia di persone, senza distinzione di età, cultura, sesso, appartenenza linguistica o religiosa, è un cancro che sta devastando quella creatura che un tempo era definita homo sapiens.

E’ un viscido vento di terrore e di morte che ha ripreso a soffiare sul nostro pianeta forse con una violenza addirittura superiore a quella che sconvolse il mondo tra il 1 settembre 1939 e l’8 maggio 1945.

E’ un virus mentale di gran lunga più diffuso e pernicioso di quello dell’ebola! Mai avrei creduto che l’avvento del ventunesimo secolo avrebbe visto lapidazioni, taglio della testa, massacro di donne e bambini, stupri e rapimenti, strage di innocenti giornalisti e passanti, fino all’indescrivibile orrore di un colpo sparato alla testa di un infelice poliziotto, ferito e steso in terra che chiede pietà. Ma che cosa stiamo diventando? Che cosa SIAMO diventati?

A ciò si aggiunga che, pur nella inimmaginabile difficoltà di potersi difendere da tale fenomeno, si resta sbigottiti di fronte alla incapacità e all’incompetenza della polizia e dei servizi segreti di un grandissimo paese qual’è la Francia che pur essendo a conoscenza dei precedenti terroristici di alcuni individui, non solo non li ha tenuti sotto costante osservazione, ma se questi non avessero, quasi come per sfida (!), dimenticato sul luogo del crimine la propria carta di identità, forse sia la polizia che i servizi non sarebbero neppure stati in grado di individuarli.

Riusciranno ad arrestarli? sembra inconcepibile, ma il tempo passa e ogni assicurazione che regolarmente arriva ogni tre o quattro ore, e dai luoghi più diversi, di essere sulle loro tracce svanisce regolarmente nel nulla. Ancora migliaia di uomini, con elicotteri e mezzi sofisticatissimi, non hanno ottenuto alcun risultato, e se non vi riusciranno nelle prossime ore ho la sensazione e il timore che non potranno ottenerlo mai più. Spero, domani, di essere smentito.

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