Servilismo e Democrazia

15 Settembre 2014 Nessun commento

l’abitudine servile, o smaccatamente adulatoria, connaturata nell’animo di un popolo aduso da secoli al servilismo, risulta evidente nell’uso, in certi casi fortunatamente abbandonato ma in altri ancora vigente, di attribuire alle persone che rivestono certe cariche o certe funzioni, uno spesso inappropriato titolo onorifico.

Fino al 1945, data in cui venne abolito per legge, c’era l’abitudine, anzi l’obbligo, di rivolgersi a personaggi di condizione elevata con il titolo di eccellenza. Quest’usanza risaliva all’epoca medioevale quando si trattava dell’appellativo con il quale ci si rivolgeva al sovrano. Successivamente venne esteso a vescovi e prelati, ambasciatori e alte cariche dello Stato, e di questo titolo se ne fece uso ed abuso attribuendolo anche a persone di infima qualità ma che si ritenevano di grande potere.

L’abolizione per legge del titolo di “eccellenza” non ha tuttavia minimamente intaccato il modo servile con il quale tuttora ci si rivolge a diverse persone in base alle funzioni da queste esercitate. Un deputato, un senatore, un presidente, dovrebbero essere interpellati con il loro titolo specifico, semmai, per maggiore cortesia, preceduto da “signor”. Si avrebbe quindi: signor presidente, signor senatore, signor deputato. L’attribuzione di onorevole, e quindi di persona degna di essere onorata, è ormai un termine ridicolo e che sarebbe bene abolire, così come molti altri di minore valenza ma tuttora ampiamente in uso.

Che cosa dire infatti del termine Don? Questo termine è l’abbreviazione di una parola derivante dal latino dominus, cioè padrone, signore. Don divenne quindi un prefisso per indicare nobili e religiosi oltre che persone degne di rispetto per il loro potere o per la loro saggezza. In molte regioni del sud dell’Italia questo termine ha perso il suo significato titolo onorifico assumendo quello di una benevola cortesia. Ecco quindi i vari Don Ciccio, Don Pasquale, Donna Teresa, rivolti con un sorriso e con gentilezza a persone di modesta condizione sociale che, chiamare semplicemente con il loro nome, sarebbe segno di alterigia e supponenza. In questi casi, che non hanno quindi nulla di servile, il Don può essere mantenuto, ma nei casi, ad esempio, di membri del clero si potrebbe tranquillamente dire: signor sacerdote, signor vescovo, e così via, così come d’altra parte si faceva un tempo in Sardegna.

Se poi vi fossero particolari condizioni di familiarità o di amicizia che consentono di chiamare queste persone per nome, si potrebbe tranquillamente dire: fratello Giuseppe, fratello Pasquale. Non siamo infatti geneticamente (e anche secondo il cristianesimo) tutti fratelli? Ognuno di noi, andando indietro talvolta molto indietro nel tempo, ha certamente qualche elemento di consanguineità con il nostro interlocutore. Abolirei quindi anche il titolo di reverendo, che fa il paio con onorevole, e soprattutto di “padre”, mi sembra infatti ridicolo vedere una persona anziana rivolgersi a un giovane sacerdote appellandolo in tal modo.

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E-cig. sì o no?

6 Settembre 2014 13 commenti

Promosso il vapore delle e-cig: i risultati dell’esame tossicologico (art. di Silvia Segala)

La sigaretta elettronica è nociva? È, o meglio, è stato, il dubbio di tutti gli svapatori, dei curiosi e della comunità scientifica. Al primo esame tossicologico, il vapore passa il test

L’hanno messo alla prova per la prima volta, questo vapore, con un esame tossicologico severo e comparativo. E questo esito era più che atteso.

In cattedra, l’equipe medica formata dai ricercatori del laboratorio italiano Abich e del greco Onassis Cardiac Surgery Center guidata rispettivamente dai Dott. Giorgio Romangna e dal Dott. Konstantinos Farsalinos.

L’esito, pubblicato online sulla rivista “Inhalation Toxicology”, sembra parlar chiaro: “il vapore inalato dalle sigarette elettroniche non è tossico, o, comunque, ha un grado di tossicità minima, di sicuro impareggiabile ed inferiore rispetto alle tradizionali sigarette con tabacco”.

Il test tossicologico sul vapore della sigaretta elettronica: ecco i risultati.

Il team medico ha utilizzato una sigaretta elettronica testando la produzione di vapore di 21 liquidi attualmente in commercio, sottoponendolo alla reazione dei fibroblasti, cellule tipiche del tessuto connettivo, presenti anche nei polmoni umani. Stessa sorte per l’estratto del fumo di una sigaretta tradizionale.

Risultato? Dopo 24 ore di esposizione, i fibroblasti hanno reagito così:

solo il 5,7% sopravvive al fumo di tabacco, mentre ben 20 dei campioni di liquido di sigaretta elettronica hanno permesso una sopravvivenza di più del 70% delle cellule. Solo un campione, considerato il liquido peggiore, ha mostrato una blanda tossicità, con un sopravvivenza cellulare pari al 51%, ma comunque del 795% superiore rispetto al fumo di tabacco. E il vapore ha tirato uno svapo di sollievo.

Farsalinos parla di risultati impressionanti.

Dichiara infatti: “abbiamo confrontato una sigaretta di tabacco con una quantità di vapore di sigaretta elettronica pari a 3 sigarette tradizionali. Considerando i pericoli estremi associati al fumo e che la maggior parte dei fumatori non è in grado o non vuole smettere con i metodi attualmente approvati, vi sono prove sufficienti per sostenere che il passaggio dal tabacco alla sigaretta elettronica può essere benefico per la salute. Le autorità sanitarie dovrebbero basare le proprie decisioni sulle evidenze scientifiche”.

Che fosse meno dannosa lo aveva già sottolineato il presidente ANaFE (Associazione Nazionale Fumo Elettronico) Massimiliano Mancini, commentando una ricerca di Unisalute: “come affermato anche dall’ISS, l’eliminazione della combustione e di conseguenza delle circa 4000 sostanze cancerogene che rilascia, è la prova dimostrata che il fumo elettronico fa meno male, ma nessuno può sostenere che l’uso delle e-cig sia la soluzione per perdere l’abitudine al fumo, semplicemente costituisce un’alternativa”.

Ora che abbiamo un sostegno scientifico alla quasi assente tossicità del vapore, non resta che attendere i provvedimenti delle autorità in merito.

Di Silvia Segala

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Ahi,serva Europa, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta…

5 Agosto 2014 9 commenti

Siamo tutti angosciati per i venti di guerra che si levano ovunque e ci circondano, mentre ci culliamo nelle nostre misere beghe e continuiamo a seguire, estatici, i “consigli” (?) che ci giungono dagli USA, che sono in buona parte i primi responsabili dell’attuale situazione. Non è forse inutile leggere le considerazioni di un nostro illustre storico e cattedratico: il professor Valentino Baldacci.

Tener conto della dimensione storica dei problemi è come salire su una altissima torre e da lì guardare la pianura che si estende davanti. L’Occidente ha – in passato – avuto le idee chiare su quali sono gli elementi fondamentali dell’Islam: conquista e sottomissione. Per secoli l’Occidente si è difeso dall’aggressione prima araba e poi turca, il cui carattere fondamentale non era quello di essere araba o turca ma di essere islamica. La svolta – che a lungo è stata decisiva – fu costituita dalla sconfitta turca sotto le mura di Vienna, nel 1683. Se avessero vinto i turchi – come sa qualunque storico – l’Europa sarebbe stata sottomessa. Vinsero invece gli eserciti cristiani (grazie soprattutto all’aiuto, giunto quasi in extremis, dalla Polonia – Nota mia personale) e da allora l’Impero turco entrò in una lunga crisi che si concluse con l’abolizione del califfato nel 1923, dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nella I guerra mondiale. Intanto però i popoli arabi, che erano stati sottoposti al dominio turco per secoli, avevano iniziato il loro risorgimento nazionale. Purtroppo però, contrariamente a quello che era avvenuto in Italia, in Germania e in altri paesi europei – come anche, nello stesso periodo, stava avvenendo per il popolo ebraico con il sionismo – non era un risorgimento basato su valori laici ma sugli stessi principi islamici che avevano guidato per secoli l’Impero turco. Via via che la riscossa dei popoli arabi procedeva, essa non portava a uno sviluppo di una civiltà che potesse affiancarsi – con tutti gli inevitabili conflitti – a quella europea e americana, ma portava invece o a forme di nazionalismo esasperato – che si ispiravano direttamente al fascismo e al nazismo – oppure alla regressione islamista, che – come tutti i movimenti fondamentalisti – pretende di tornare alla presunta “purezza” originaria dell’Islam. Che è, appunto, basata sulla conquista e sulla sottomissione dei popoli vinti. Naturalmente esiste nel mondo arabo chi ancora crede a un risorgimento laico – come fu quello di Ataturk, che aveva comunque in sè componenti fortemente ispirate al fascismo – e perfino quello di Nasser. Poi ci sono le monarchie assolute – cioè i paesi intesi come proprietà privata di una famiglia – come sono l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo, che naturalmente temono di essere travolti dall’ondata islamista. L’Occidente potrebbe naturalmente stringere alleanze tattiche anche con questi Stati, come ha fatto in passato. Ma questo è possibile a una sola condizione, che sia chiaro che in questa fase storica il risorgimento dei popoli arabi e anche non arabi sta passando attraverso il fondamentalismo islamico, con quello che ne consegue. Non sembra che l’Occidente – anzi, quella che è stata chiamata la Magna Europa, cioè l’Europa occidentale e gli Stati americani – ne abbiano coscienza. L’unico Stato e l’unico popolo che ne ha coscienza – costretto dalla necessità – è un piccolo Stato e un piccolo popolo, quello ebraico. E’ lo Stato e il popolo ebraico che in questo momento – ironia della storia – che sta difendendo, quasi da solo, quell’Europa che lo ha tanto,perseguitato..

Valentino Baldacci

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Lingua italiana in agonia

2 Agosto 2014 2 commenti

Queste riflessioni di una intelligente e preparata ex insegnante sono talmente condivisibili che non ho esitato a rubarle dal suo Blog e a riportarle qui. Buone vacanze a tutti, ci rivedremo a fine mese.

LINGUA ITALIANA IN AGONIA
Una spietata, ahimè inesorabile, agonia sta consumando la lingua che i nostri padri ci hanno consegnato, limandola e perfezionandola nel tempo.
L’italiano è ormai giunto ad uno stadio terminale. Secoli di salvaguardia, di ripetizioni e di coniugazioni, di segni rossi sui compiti in classe, buttati nel gabinetto.
È stato sufficiente che qualcuno dicesse che scrivere un messaggio sulla tastiera di un telefonino, limitato nei numeri e nei caratteri, fosse più importante che una sana e corretta ortografia, per dare inizio alla fine. Alla fine della lingua italiana.
Come se per dire “sto bene, arrivo” fosse necessario accoppare un numero di inconsapevoli vocali, beffandosi di qualunque segno di interpunzione.
E ai messaggi sul cellulare hanno fatto seguito quelli sulle bacheche virtuali dei social.
Le storture hanno avuto il sopravvento, ci si è sentiti improvvisamente autorizzati a scavalcare, quasi con orgoglio, le regole basilari che hanno fatto illustre la nostra lingua.
Come per sortilegio malvagio, sono sparite le lettere maiuscole, non giustificate da alcun segno di punteggiatura. Sì, fare una pausa nel discorso ormai è diventata azione obsoleta.
In compenso hanno fatto irruzione sulla scena numerosi altri segni che, fino a questo tempo, avevano ricoperto un ruolo marginale nell’economia della costruzione delle parole. Le cappa, per esempio.
Così tanti altri simboli strani, comparsi di recente ed assurti a ruolo legittimo di #accompagnatori di parole.
La mostruosità non concerne soltanto l’uso dell’ortografia ma si è allargata anche a coinvolgere l’aspetto propriamente sintattico della questione.
Chi ha detto che i soggetti devono essere sempre concordati con i verbi o che i complementi meglio che siano presenti ed appropriati?
Forse un tempo ma non oggi.
Ora si scrive l’essenziale, cosa volete che interessi degli inutili complementi? Lo spazio è poco, il numero delle lettere limitato. Non si può strafare.
Se l’estensione a disposizione per l’espressione scritta è ristretta, tanto vale restringere pure le proposizioni, lasciandole esigue, ridotte all’osso.
Tutto ciò mi provoca dispiacere, ancor di più se si considera che questo stravolgimento non è da imputare unicamente a “penne giovani”, vale a dire alla maniera di scrivere che si sta affermando tra le nuove generazioni. No, il rammarico è aumentato dal fatto che fra i sovvertitori della lingua ci sono pure tanti adulti, tra cui persone acculturate, insegnanti, insomma proprio chi dovrebbe difendere a spada tratta la conservazione del nostro idioma.
A questi dico: vi costa tanta fatica scrivere con giudizio? È troppo impegnativo lasciar scorrere qualche virgola ogni tanto?
Che coscienza avete a piantare in giro tutte quelle cappa? E come acconsentite al sacrificio delle vocali?
Proprio voi che avete l’obbligo di insegnare vi permettete di sgarrare?

Concetta D’Orazio
http://questepagine.blogspot.it/
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Io-ci-sto!

25 Luglio 2014 6 commenti
Azionariato popolare: si parte, anzi si riparte dalla base, dai cittadini, dal popolo tutto; giovani e meno giovani, con entusiasmo, con allegria. Sarà questa la prima pietra per la rinascita della cultura, del lavoro, dell’entusiasmo e della gioia di vivere per guardare con fiducia il futuro? A Napoli ci stiamo provando, senza attendere che le cose ci piovano dal cielo, o dal governo, o dalle istituzioni, o dai grandi enti. E da voi?
http://youtu.be/UhQUw9PgJ0w
Inaugurazione “Io ci sto” servizio di Valeria Aiello
(cliccare sul link per vedere il video)
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Giornali e giornalismo.

9 Luglio 2014 6 commenti

Ho fatto per sufficiente tempo la “giornalista” per capire che in Italia [salvo le solite eccezioni] Giornali & Giornalisti non sono un granché. Il “comandante in capo” (chiamatelo Direttore o come vi piace) di un Giornale strizza l’occhio ai potentati economici e detta la LINEA EDITORIALE, e i giornalisti eseguono.
In Italia la figura del FREE LANCE è = lo sfigato.
E oggi vogliamo fare un bel pianto di Coccodrillo sui giornali che chiudono?
Tanto le uova nessuno le incarta più, ora te le vendono nelle scatoline di plastica, quindi…
I giornali chiudono? Leggiamo altro. I Giornalisti sono senza lavoro? E perché fino a oggi hanno taciuto lo schifo che passava loro sotto gli occhi?
Perché non sono scesi in piazza per i colleghi precari, quelli sfruttati a 5 euro al pezzo?
Chiude un Giornale e viene meno la tua libertà di conoscere? Forse, in un Paese “normale”, non in questo.
F.P.M.

minimaetmoralia.it
Sergio Bertoni:
Ho letto con attenzione, l’articolo di Christian Raimo, ricco di tristezza e di luci ed ombre. Una cosa è certa: quella che essenzialmente sta morendo nel nostro paese è la cultura. Chiudono le librerie e chiudono i giornali. È vero, molti di questi sono giornali di partito o di scarso peso, che molto poco hanno inciso nella propagazione di idee o di fatti. Alcuni sono del tutto sconosciuti al pubblico. Altri, di tipo politico, come l’Unità o Paese Sera, hanno rappresentato per anni una pietra miliare nell’animo dei loro fedelissimi. È fuor di dubbio che la maggior parte dei giornali politici sia andata avanti per anni grazie alle sovvenzioni dello Stato, ma è anche vero che, comunque, quello che sta avvenendo è un ulteriore gravissimo “vulnus” all’informazione. È altrettanto vero che, purtroppo, il giornalismo in Italia non è più quello che fu un tempo: spariti o quasi i grandi nomi del giornalismo: Scarfoglio, Serao, Salvemini, Calamandrei, Barzini, Brera, Buzzati, Cederna, Fraccaroli, Guerriero, Longanesi, Malaparte, Missiroli, Montanelli, Fallaci, Mosca, Vergani, etc. molti si sono dedicati al semplice mestiere di pennivendoli riportando senza alcuna ricerca specifica solo e soltanto le notizie riportate dall’Ansa o quelle gradite al “padrone”. Che la libera informazione giornalistica in Italia sia ormai tra gli ultimi posti nei paesi civilizzati è cosa nota. Basti pensare che nel 1959 vi erano oltre 100 testate di quotidiani mentre oggi, a stento, bastano le dita delle mani. Vi è, per contro, una grande ridondante abbondanza di riviste e rivistucole, finanziate per il 99%, da inserti pubblicitari, e praticamente carenti di qualsiasi informazione utile e di valore. Auguriamoci (ma ho poche speranze) che si tratti solo di una fase transitoria dovuta a questo lungo, lunghissimo periodo di sostanziale crisi economica, e che l’Italia possa un giorno tornare ai fasti dei grandi giornalisti del passato.
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Orrori senza fine

17 Giugno 2014 9 commenti

Ancora un orrore senza fine, un orrore che trascende la nostra capacità di giudizio e comprensione, un orrore che supera anche la fantasia malata del più folle degli esseri umani. Questa tremenda, terrificante epoca di oscurantismo, nella quale ci stiamo addentrando ogni giorno di più, colpisce con una violenza senza via di scampo e senza che si possa neppure immaginare alcuna possibilità di redenzione o di tolleranza nei confronti di chi la pratica.

Assistiamo, confusi e attoniti, al verificarsi di eventi che colpiscono la nostra mente con tale forza da lasciarla intorpidita e quasi incapace di credere o di reagire a quello che i nostri occhi vedono e le nostre orecchie sentono.  

In Lombardia, Carlo Lissi, un giovane padre ancora quasi fresco sposo, uccide a coltellate e senza alcun apparente motivo, la bella moglie con la quale pochi istanti prima aveva avuto un rapporto e, non pago, subito dopo sgozza la figlioletta di cinque anni, immersa nel sonno e analoga fine fa fare all’altra innocente creatura di pochi mesi  che ha avuto la sfortuna di essergli figlio.

A Lecco,  la giovane mamma Edlira Dobrushi massacra con novanta coltellate le sue tre figlie di tre, dieci e tredici anni, come reazione per essere stata abbandonata dal marito.

In provincia di Bergamo, dopo quattro anni di minuziose e difficilissime indagini, è stato arrestato un muratore di quarantaquattro anni, coniugato e con tre figli, accusato di essere l’assassino della tredicenne Yara Gambirasio.

Tutto questo mentre in Iraq, e in numerose altre parti del pianeta, si svolgono tremende carneficine con il massacro di migliaia di persone.

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Un’ intervista fattami dal bravo scrittore Roberto Bonfanti

6 Giugno 2014 2 commenti
Abbiamo il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Sergio Bertoni, autore di numerosi ebook, fra i quali ricordiamo: Tra realtà e mistero, Cleoth e Arkh, Paride Passacantando, Pasquinate romanesche, Delitti misteriosi e L’Anatema di Tihuta.

1. Ciao Sergio, benvenuto sul mio blog. Ci vuoi raccontare qualcosa di te?
Be’ personalmente credo di avere un carattere abbastanza orso, schivo e riservato, anche se ho un’attività di blogger ormai ultradecennale. Sono abbastanza vecchio e mi giudicherei decrepito e ormai pronto a tirare i remi in barca se non avessi l’esempio consolatorio di Andrea Camilleri (ha qualche annetto più di me)  che continua a dimostrarsi autore fecondo, creativo e pieno di “verve”.  Talvolta  mi sembra di essere uno degli ultimi, o dei penultimi, dinosauri;  testimone storico dei cambiamenti che si sono susseguiti nel corso di quasi un secolo. Ringrazio Roberto Bonfanti per questa cortese intervista, ma mi riesce difficile parlare di me, che cosa potrei raccontare? Potrei probabilmente parlare di quando ero bambino, ma… bambino? Credo di non esserlo mai stato, o forse solo nei miei primissimi sei o sette anni, giusto il tempo di indossare la divisa di “figlio della lupa” e ascoltare la maestra magnificare la figura del re soldato. Un re che avrebbe pochi anni dopo fatto la fine forse più squallida e triste di tutti i discendenti della casa Savoia. Quella era l’epoca dell’Italia imperiale, di un paese che noi bambini eravamo condizionati a vedere come il più civile e il più potente del mondo. Eravamo gli eredi dell’antica Roma e del suo luminoso destino sul quale ci aveva incamminati l’uomo della provvidenza: il duce, il possente guerriero a cavallo, quasi un semidio dal cuore forte e dall’animo gentile. L’uomo che si preoccupava di regalare un violino a un bimbo povero che adorava la musica e che si era rivolto a lui. Era per noi un mito che i ragazzi d’oggi non potrebbero mai immaginare: quasi una via di mezzo tra Superman e Wolverine, l’uomo che lavorava sempre e non dormiva mai. Il mito che alleandosi con il baffuto caporale austriaco, e con i suoi folli sogni di dominio, avrebbe in seguito condotto l’Italia alla rovina. Poi, devastante, scoppiò la guerra e vi furono le città bombardate, la paura, il rombo degli aerei, le distruzioni e gli incendi, la fuga e lo sfollamento in piccoli sperduti paesi del nord e infine la fine dell’infanzia. Dagli otto anni in poi dovetti crescere in fretta, imparare a lottare e difendermi dai selvaggi e ostili contadinelli miei coetanei, imparare a spaccare la legna per accendere il fuoco nella “cucina economica”, tirare la fune per estrarre l’acqua potabile da un pozzo con un pesantissimo secchio di zinco che pesava quasi più di me, aiutare mia madre a fare la spesa, scendendo da una zona collinare periferica, sperduta tra i campi, al centro del paese per comprare dello schifoso pane nero e alcuni viveri razionati dai bollini della “tessera annonaria”.

 

2. Leggendo i tuoi libri risulta evidente che ti diverte narrare storie. Oltre a un abile uso della lingua, curi con particolare attenzione gli aspetti scientifici, storici e culturali. Ci vuoi parlare del tuo rapporto con la scrittura, che importanza ha nella tua vita, quali sono i tuoi metodi, che ricerche fai per documentarti ecc.
Forse, più che con la scrittura, il mio principale rapporto è stato con la lettura, anche se non credo di amare  un libro particolare o di avere un autore preferito. Sono onnivoro, leggo di tutto purché si tratti di narrativa o di storia. Mi attira anche la fantascienza, la fantasy e il paranormale. Ho adorato il ciclo di libri di Asimov, ma fin da bambino (avevo circa otto anni e leggevo di nascosto di notte alla luce di una candela) divoravo la piccola biblioteca di mio padre, e sono passato dai libri dell’ormai dimenticato Luciano Zuccoli, al Decamerone, alle Mille e una notte, ai libri di Merežkovskij: La morte degli dei, e La resurrezione degli dei, senza dimenticare Tolstòj,  Márquez, Poe, King e centinaia di altri autori. Ovviamente non trascuro il genere poliziesco, i cosiddetti “gialli”, e recentemente ho trovato molto interessante l’ultimo che ho letto: “La condanna del sangue”, del bravissimo nuovo autore napoletano Maurizio De Giovanni.  Purtroppo, per mia vergogna, il libro che non sono mai riuscito a terminare è considerato il più importante della letteratura del 20° secolo: l’Ulisse di J. Joyce. Non l’ho certamente trovato noioso ma l’ho trovato incomprensibile e, molto probabilmente, non finirò di leggerlo, mai. Ovviamente mi piace anche scrivere; a scuola i temi di italiano rappresentavano per me un momento di serenità e di svago. Nell’era di Internet Il blog ha costituito per me uno stimolo e una palestra nella quale mi potevo confrontare con gli altri con pensieri e racconti. È così, grazie anche alle sollecitazioni di alcuni amici virtuali, che i miei scritti hanno iniziato a prendere forma e consistenza. Non ho un sistema o un metodo particolare, anche perché sono estremamente pigro; se mi viene un’idea, un argomento che mi attira particolarmente, comincio a scrivere senza un “canovaccio” senza una “scaletta”, ho solo un’immagine generica e, spesso, non ho la minima consapevolezza di come proseguirà o di come andrà a finire la narrazione. In una cosa, questo sì, sono alquanto pignolo: quando si tratta di inserire fatti o eventi reali, mi documento e cerco di evitare imprecisioni o gravi errori diatopici o diacronici come, ad esempio, quello di far colloquiare  un personaggio storico con altri personaggi noti, ma appartenenti a epoche o a località  ben lontane da quella del protagonista.
3. Hai scritto libri di vario genere, dal fantasy storico, al racconto umoristico, alla raccolta di versi, al racconto del mistero, in quale forma di narrazione ti trovi più a tuo agio?
Forse in quelle che coinvolgono la fantasia, il mistero, e anche determinate situazioni storiche.
4. Il tuo interesse per il paranormale nasce da qualche indizio o qualche esperienza particolare vissuta personalmente? E il tuo interesse per la storia di Archimede di Siracusa, che hai romanzato in Cleoth e Arkh, che origini ha?
Negli anni 50 l’arrivo nelle edicole della rivista Urania e dei successivi romanzi di fantascienza aveva stimolato in molti di noi giovani l’interesse per il paranormale in generale e per gli ipotetici poteri della mente studiati da Karl Zener e Joseph Rhine presso la Duke University. Personalmente sono stato sempre alquanto scettico in materia e l’unica esperienza, apparentemente inesplicabile, da me vissuta è stata la breve percezione di un forte profumo nel corso di una visita alla chiesa di padre Pio a S. Giovanni Rotondo. L’ interesse per Archimede (a parte il mio amore per la storia) probabilmente nasce dalla lettura, su di una rivista specializzata, dell’eccezionale ritrovamento del palinsesto Archimede (1998) contenente sette trattati di altissimo interesse scientifico e matematico (vedi: http://www.archimedespalimpsest.org/about/). Altri suggerimenti li ho tratti dal libro “Il teorema del pappagallo” di Denis Guedj, un romanzo per certi aspetti noioso ma di notevole interesse per gli amanti della matematica, oltre a una consistente serie di altre notizie sulla vita del grande scienziato riportate da alcuni studiosi siracusani.
5. Stai lavorando a qualcosa di nuovo in questo momento?
Ho un paio di idee in mente: l’una riguarda un romanzo poliziesco (ma non so se ne sarò capace) e l’altra è il vecchio progetto di riuscire a scrivere un saggio storico che narri, sia pure in breve, la nascita, l’evoluzione e la fine dei cavalieri del Tempio, cercando solo e soltanto di riportare elementi reali e sfrondando e demolendo l’infinita serie di racconti fantastici, leggende e calunnie varie che sono già stati scritti al riguardo. Si tratta di un’impresa che in parte mi spaventa considerate le numerosissime e minuziose ricerche necessarie e gli approfondimenti che richiederanno ore e ore di impegno nelle varie biblioteche.
6. Hai pubblicato sia con case editrici che come self publisher: pro e contro dei due metodi?
Un volume cartaceo lo tocchi, lo rileggi, lo conservi, lo ami o lo maltratti, puoi regalarlo o venderlo, puoi lasciarne traccia ai tuoi figli o ai tuoi nipoti, ma è fisso e immutabile nella sua stesura, salvo la possibilità di farne una seconda edizione riveduta e corretta (cosa non facile). Il self publisher, per contro, è particolarmente portato verso il libro elettronico che può rivedere, correggere, ampliare e modificare con relativa facilità. Inoltre, le attuali possibilità della rete, consentono di sottoporre i propri lavori al giudizio di una platea molto più vasta di quella cui potrebbe aspirare un autore sconosciuto con il solo mezzo cartaceo.
7. Come giudichi l’attuale momento dell’editoria in Italia?
In Italia l’editoria non ha mai avuto una vita particolarmente facile, ancor più in questi tempi di crisi che hanno purtroppo visto la scomparsa di molti gloriosi piccoli editori storici che spesso sono stati, in passato, i mentori di giovani autori di successo. Siamo in un periodo in cui l’e-book contende il passo al cartaceo, probabilmente in futuro troveranno una conveniente coesistenza, così come la televisione non ha portato alla scomparsa del cinema.
8. In base alla tua esperienza, che consigli daresti a un giovane scrittore?
Leggere, leggere e leggere molto. Sprofondarsi nella lettura di autori di un certo spessore, ascoltare e meditare le critiche che sono mosse agli scrittori esordienti nei siti specializzati, evitare come la peste i luoghi comuni e le frasi eccessivamente dolciastre e languorose, usare la lingua in modo corretto, evitare, se possibile, periodi lunghissimi ed estenuanti, evitare la ripetizione ravvicinata delle stesse parole e l’eccessivo uso degli avverbi che terminano in ‘mente. Tutto ciò, com’è ovvio, non ha alcun valore se il proprio scritto non coinvolge, non dice nulla di nuovo e non affronta problematiche che suscitino l’interesse o la curiosità del lettore. Utilizzare la verifica automatica dell’ortografia e della grammatica è utile, ma senza fidarsene troppo perché talvolta, invece di correggere, induce a modifiche errate
Grazie per la chiacchierata, Sergio. Ci puoi indicare qualche link dove trovare i tuoi libri?
Grazie a te, Roberto. I miei e-book si trovano nella piattaforma di Amazon libri e basta digitare il mio nome nella ricerca. Chi desidera una copia cartacea può andare sul mio blog Memorie – Racconti – Considerazioni e nella colonna laterale destra troverà tutte le indicazioni per prenotarle nella propria città nelle librerie fisiche IBS.IT indicando titolo, autore e codice ISBN. Può anche, se vuole, ordinarle direttamente alla Photocity Edizioni
Roberto Bonfanti
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Un autore fuori dal comune

23 Maggio 2014 5 commenti

 Di carattere, sono ostinatamente scettico nei confronti di tutto ciò che non sia materialmente visibile o scientificamente dimostrabile. È probabilmente per questo motivo che il variegato mondo che appartiene al regno della fantasia e del paranormale mi affascina. Mi piace interessarmi ai miti, all’infinita varietà delle credenze religiose, alla teoria del multiverso (cioè di un insieme di universi coesistenti e alternativi al di fuori del nostro spaziotempo), agli immaginari mondi creati dagli scrittori di fantasy e di fantascienza, senza, ovviamente, che questo coinvolgimento mi distolga dal mio prosaico ancoramento alla realtà concreta. A volte, tuttavia, mi viene il sospetto che il cervello umano, e in particolare quello degli scrittori, sia in qualche misura in grado di intuire, e quasi di profetizzare, cose ed eventi che troveranno conferma negli anni o nei secoli futuri.

Per limitarmi a citare come esempio un paio di persone molto famose, trovo straordinario che Jonathan Swift, nel 1726, avesse già descritto due satelliti orbitanti attorno a Marte nel suo libro “Viaggi di Gulliver”. Solo centocinquanta anni dopo, nell’agosto del 1877, l’astronomo  Asaph Hall, con un telescopio rifrattore di 66 cm di diametro, scoprì che esistevano davvero le due lune di Marte (Deimos e Fobos). Altro esempio è uno scrittore francese: Jules Verne, (1828 –1905), che è oggi considerato uno dei padri della moderna fantascienza. Con l’intuizione di un viaggio spaziale  (Dalla Terra alla Luna) del  1865 anticipa l’effettivo allunaggio avvenuto oltre 100 anni dopo, il 20 luglio 1969, e che cosa dire del potente sottomarino (Ventimila leghe sotto i mari) del 1870? anche se è ben vero che dei prototipi di battelli subacquei fossero già stati costruiti molti anni prima.

Quanto sopra detto mi introduce al cuore del discorso: da qualche tempo ho il piacere di far parte di un gruppo di scrittori indipendenti (indie), coordinati su Facebook da una bravissima amministratrice, la dottoressa Concetta D’Orazio. I membri del gruppo appartengono alle categorie più disparate, vi sono avvocati, ingegneri, scienziati, medici, insegnanti, casalinghe etc. ma hanno tutti in comune la passione per la scrittura. Ho letto decine e decine di libri scritti da queste persone e devo dire che molti di questi sono stati una gradita sorpresa per il livello, spesso molto elevato, raggiunto.

Credo di avere in comune con molti lettori la curiosità  di avere maggiori informazioni sull’autore del libro che si sta leggendo, in tal caso si ricorre alle notizie contenute nella prefazione o nelle bandelle della copertina del libro. In queste circostanze, trattandosi di autori che nella maggior parte ricorrono alla scrittura elettronica (e-book), oltre alle eventuali notizie da loro stessi fornite, è spesso possibile ottenere ulteriori informazioni “spulciando” la rete.

Delle tante persone che hanno colpito la mia fantasia e stimolato la mia curiosità ce n’è una della quale oggi voglio parlare:  Marco Bonafede, un medico (e non solo) cefaludese, che dietro lo sguardo bonario ma penetrante e il sorriso ironico, nasconde quella mente vulcanica e geniale di cui la Sicilia è sempre stata madre generosa. Dice di lui il prof. Cristina, persona che lo conosce bene:

 -Marco Bonafede è un personaggio “strano”: lavora al reparto “Salute mentale” dell’Ospedale, ha sempre avuto la passione del fumetto per il quale è stato disegnatore e sceneggiatore con la rivista “Eureka”, dal ‘79 all’ 83.La sua prima opera infatti è stata “La psicanalisi spiegata al popolo” a fumetti! Dopodiché, ha scritto un libro il cui titolo è “L’ultima notte di Crowley”. Un altro romanzo – del ‘94 – è “Mutande virtuali”. Nel 2000, scrive “Fisica della mente” (tradotto anche in inglese); nel 2009 “Asia Anderson e i fantasmi del tempo”, romanzo che ha già vinto due premi nazionali: città di Salerno e premio “Arci lettore”. Nel 2011, oltre ad avere editato, con il metodo “Il mio libro.it”, sia quello della “Psicanalisi” sia quello di “Asia”, ha scritto questo romanzo: “Sciò – Reality con delitto”- .

Di Bonafede avevo già apprezzato la sottile ironia dei suoi deliziosi libri di fumetti senza parole e la penetrante capacità di ipotizzare teorie scientifiche sulla fisica della mente. Teorie plagiate, ricopiate e vergognosamente sbandierate come proprie, in alcune pubblicazioni specialistiche, da parte di due sedicenti scienziati americani.

Il romanzo “Virtual eros”, nome individuato dall’autore, e modificato dall’editore in “Mutande virtuali”, è stato scritto nel 1993 quando la tecnologia e l’evoluzione dei computer e della cibernetica erano ben lontani dai livelli attuali, ecco perché nel leggerlo ho sbarrato gli occhi e ho accomunato la preveggenza  di Bonafede  a quella di Jonathan Swift e di Verne. Nel romanzo si descrive infatti una invenzione che consente a chi l’utilizza di avere un rapporto sessuale completo ma virtuale con una partner o un partner creato dal computer. É  ben vero che una tale invenzione non è ancora in commercio ma è altrettanto vero che già oggi esistono maschere, sensori e guanti particolari che, indossati e collegati a un programma di computer consentono di muoversi in un fantastico mondo virtuale e provare sensazioni non solo visive ma anche tattili e olfattive. L’invenzione  descritta da Bonafede oltre venti anni fa può quindi essere ormai dietro l’angolo.

Altra gradevolissima caratteristica del libro, una sorta di thriller fanta-erotico, è la scorrevolezza dell’azione, la lieve ironia che traspare dalla caratterizzazione di una serie di personaggi e la spietatezza delle multinazionali  industriali con i loro metodi prepotenti e criminali.

Ritengo che il pregio di un libro consista nella rappresentazione di una realtà fatta di carne e sangue, e non tanto nella banale osservanza di un ossessivo interesse all’assenza di un quasi sempre possibile refuso, ho pertanto divorato questo libro con coinvolgimento e divertimento sincero.

(Un consiglio: avviate la musica cliccando sul naso del maialino nella colonna laterale.)

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Stranieri.

20 Maggio 2014 4 commenti

Ho letto un racconto di fantascienza, che a me è sembrato molto ben fatto, scritto da Marco Alfaroli, uno scrittore esordiente che dimostra di avere delle ottime capacità narrative. Il racconto è tratto da “Schegge nello spazio”, antologia di racconti di fantascienza
http://alfaroli.marco.over-blog.it/

Stranieri

Enzo, come tutte le sere, infilò la chiave nella serratura del suo appartamento.
Il tremore delle mani e la debolezza dovuta agli anni, gli fecero perdere la presa. Il mazzo di chiavi cadde a terra. Borbottò qualcosa tra sé, si chinò e lo raccolse, poi si accinse a un altro tentativo.
Strinse forte e, stizzito, inserì la chiave. La girò e la porta si aprì.
Prima di entrare si girò: aveva sentito che qualcuno saliva le scale. Era il suo vicino, un ragazzo che lo faceva sempre arrabbiare. Enzo l’aveva già classificato: era uno con poca voglia di lavorare, uno di quelli che perdono il giorno senza mai concludere niente. Appena incrociò il suo sguardo, sbuffò.
«Buonasera…»
«Macché buonasera, per te, sarà buonasera. Con tutto il rumore che fate in questo palazzo, non riesco a dormire! E stanotte sarà lo stesso!»
«Ma erano quelli che sono andati via che le davano fastidio, non se lo ricorda?»
«Se ne sono andati? Gli stranieri? Quando?»
«Enzo, lei litigava tutti i giorni con loro. Le hanno detto che se ne sarebbero andati. Non li ha visti ieri, mentre traslocavano?»
Qualcosa riaffiorò alla mente del vecchio, forse il ragazzo aveva ragione.
«Extracomunitari! Se ne sono andati loro, ma ne arriveranno altri e sarà peggio. Magari arriveranno dei negri!»
Il ragazzo gli volse le spalle; sopportava a malapena quel vecchio razzista. Entrò nel suo appartamento sbattendo la porta.
«Vuoi fare piano una buona volta, ragazzo? Lo vedi che fai rumore anche tu? Io lo sapevo che avresti fatto rumore!» urlò Enzo, pieno di rabbia.
«Mi chiamo Luca, non ragazzo» replicò l’altro da dietro la porta chiusa.
«Stupido perditempo!» sbraitò il vecchio rimasto solo. «Io ai miei tempi non stavo tutto il giorno in giro. Io lavoravo!»
Chiuse la porta e da dentro fece sferragliare catenacci e doppie serrature. Tutte le sere si barricava in casa.

La mattina dopo, alle sei era già sveglio. Era un vedovo acido che soffriva d’insonnia, pronto a brontolare per qualsiasi cosa non gli andasse a genio. E di cose che non gli andavano a genio, ce n’erano parecchie.
Mise il naso fuori. Per le scale non c’era nessuno, tutti dormivano.
La notte sbattono le porte, pensò… muovono le sedie e ascoltano la musica senza rispetto e poi al mattino non li senti più. Scosse la testa. Tutti sbagliavano tutto. Che ci poteva fare? Un tempo il mondo era migliore… ma quel tempo era passato e non sarebbe tornato.
Con passi incerti scese fino al piano terra. Aprì il portone e uscì. Albeggiava.
La sua giornata, come tutte le altre negli ultimi tempi, la trascorse tra i giardini pubblici e il Duomo. Non parlava con nessuno. Se ne stava seduto su una panchina, rivolgendo al mondo intero il suo sguardo torvo. Squadrava tutti quelli che passavano, borbottava verso i ragazzi che giravano in motorino e brontolava ogni volta che vedeva uno straniero.
«Tornatene a casa tua, negro!» disse stizzito a un ragazzo di colore che gli veniva incontro per i fatti suoi.
«Senti nonno, se non fosse per la tua età, mi sentirei offeso» gli replicò quello, un po’ sorpreso ma calmo.
«Io volevo offenderti. Cosa ci stai a fare, qui? Vendi gli accendini? A cosa servi?»
«Veramente sono un ingegnere elettronico, ma te, chi ti conosce?» ribatté il ragazzo, che lo mandò a quel paese e se ne andò.
Enzo continuò a rimuginare. Questi stranieri, quand’ero giovane io, non c’erano. Noi eravamo tutti italiani. Ci hanno rovinato! Ecco cosa hanno fatto. Ma come fa la gente a non accorgersi della situazione?
Continuò a osservare in cagnesco quelli che passavano ripetendo la stessa nenia fino a sera, quando decise di tornare verso casa.
Mentre camminava, ripensò a sua moglie e a quanto gli mancava. Sospirò e iniziò a piangere, Si coprì il viso col bavero del cappotto, sperando che nessuno l’avesse visto. Nessuno doveva accorgersi della sua debolezza. Nessuno doveva capire perché odiava tanto gli stranieri.

Davanti al palazzo trovò il camion dei traslochi. Luca usciva in quel momento dal portone.
«Buonasera Enzo, sei meno nervoso oggi?»
«Forse… chi sono questi qui?» rispose, iniziando a salire le scale.
«I tuoi nuovi vicini».
Come risposta mugugnò qualcosa d’incomprensibile e continuò a salire. Incuriosito e diffidente, raggiunse il suo piano che, per fortuna, era solo il primo.
Le persone che entravano e uscivano dall’appartamento portavano dentro mobili molto strani, di un tipo che non aveva mai visto.
Anche loro erano strani, sembravano tutti uguali: bianchissimi di pelle, con grossi occhiali neri e capelli platinati pettinati tutti nel medesimo modo.
Di sicuro erano stranieri!
«Non voglio baccano, chiaro?» disse arcigno al primo di loro che gli passò accanto. Questi si fermò e lo guardò. Il suo volto era reso ancora più inespressivo dagli occhiali neri. Fissò la sua attenzione su Enzo solo per un attimo, poi continuò per la sua strada, carico di un grosso contenitore di plastica.
«Lo sapevo!» brontolò Enzo mentre apriva tremante la porta. «Mai che arrivino vicini italiani. Sempre cinesi, negri, o quegli altri che arrivano dall’est. Ecco! Venite dall’est, vero?»
Rimase a guardarli, sperando in una risposta.
Si fermarono tutti e si voltarono verso di lui, ma non dissero niente; passò qualche secondo e subito ripresero il lavoro. Deluso, chiuse la porta con forza, più nervoso del solito.

Quella notte fu dura. Lui che si svegliava per il minimo rumore, fu scosso da sibili acuti, vibrazioni improvvise e boati che fecero muovere addirittura il letto. Alla fine sbottò: “Cosa diavolo stavano facendo quelli nuovi?”
Si alzò e andò in cucina. Prese la scopa e cominciò a sbattere il manico contro la parete.
«Voglio dormire! Andate a casa vostra, maledetti!»
Tutto tacque e tornò il silenzio. Ma lui non era ancora contento. Bisognava chiamare i carabinieri. Sì, era l’unica cosa da fare… e infatti li chiamò subito.
Mentre componeva il numero sulla tastiera del cordless, le sue mani tremavano per la rabbia. Rimpianse la vecchia cornetta che aveva da giovane. Rimpianse la forza che aveva quando era giovane. Rimpianse il fatto di non poter andare lui a dirgliene quattro a quegli sporchi stranieri.
«Carabinieri…» disse qualcuno dall’altra parte del filo.
«Venite subito, ci sono dei pazzi accanto a me che demoliscono il palazzo!»
«Prima di tutto si calmi e mi dica da dove chiama, e poi mi spieghi meglio questa storia della demolizione».
Enzo perse almeno un quarto d’ora per dare tutti i dati e i chiarimenti al carabiniere, per poi sentirsi dire di stare tranquillo. Avrebbero pensato loro a controllare e poi ancora altre balle… ma perché non venivano subito ad arrestare quegli scocciatori? Si sentì abbandonato. Gli extracomunitari facevano i loro porci comodi in casa sua e le forze dell’ordine, invece, che facevano? Niente.
Tornò a letto più arrabbiato di prima. I rumori ricominciarono e continuarono per tutta la notte.

Il mattino dopo alle sei era già sveglio. Ma non uscì per andare ai giardini come faceva sempre. Sentiva ancora i sibili. Molto più flebili, ma li sentiva. Con l’orecchio incollato alla parete, sperò di sentire quello che dicevano: discorsi in una lingua straniera, di sicuro.
Niente. Facevano rumore ma non parlavano. Possibile che fossero tutti muti?
Alle nove squillò il telefono. Erano i carabinieri: avevano fatto dei controlli, l’appartamento accanto al suo risultava sfitto, nessuno doveva essere lì.
“Che cosa aspettate a intervenire?” ribatté. Quella gente si era introdotta abusivamente. Dovevano arrestarli. Invece un “veniamo a verificare” fu tutto quello che ottenne. Gli venne voglia di riattaccare per primo, lo stavano facendo infuriare. Ma temeva i carabinieri… e poi, se non venivano? Non gli conveniva essere scortese. Salutò e aspettò.

La “gazzella” arrivò con calma, dopo un’ora buona. Lui aspettava, affacciato alla finestra. Vide scendere i due militari, che entrarono nel portone del palazzo. Tra poco si sarebbe tolta una soddisfazione. A quelli là che venivano dall’est gli sarebbe passata la voglia di disturbare. Si sentì soddisfatto.
Dallo spioncino della porta vide arrivare i carabinieri. Si fermarono davanti alla porta dei vicini e suonarono.
Qualcuno aprì, ma lui non riuscì a vederli a vedere. Li Vide solo carabinieri fermi sulla porta. Parlavano: di sicuro chiedevano i documenti e magari quelli non li avevano. Sentì il desiderio di aprire e intromettersi nella discussione: “Sono stato io a chiamare!” avrebbe voluto dire.
Poi ci ripensò. E se non gli facevano nulla? Se i carabinieri se ne andavano senza arrestarli quella gente se la sarebbe presa con lui. Decise di aspettare.
I carabinieri entrarono e la porta rimase socchiusa.
Pensò che i carabinieri avrebbero suonato anche da lui: era lui che li aveva chiamati. Gli sembrò strano, anzi, che non lo avessero interpellato per primo. Quindi, se anche ora se ne fosse stato in disparte, presto gli eventi lo avrebbero tirato in ballo… ma lui non aveva certo paura di quegli stranieri. Lui era a casa sua, erano loro che venivano da fuori… a rompere. E poi c’erano i carabinieri, di che cosa doveva aver paura?
Si decise: fece sferragliare tutti i suoi catenacci e aprì la porta.
Uscì e con cautela si avvicinò all’appartamento dei vicini. Una strana luce azzurra veniva da dentro. Spinse piano l’uscio.
«Sono io che ho chiamato… è permesso?»
Un misto di orrore e sorpresa lo pervase.
Nella stanza tutti i mobili erano diventati fosforescenti, per terra c’erano delle strane vasche piene di liquido, anch’esso luminoso, e qualcosa di simile a grossi funghi pulsanti stava crescendo.
Il terrore in lui si accrebbe.
Vide che uno straniero teneva un carabiniere sollevato da terra con una sola mano.
Quella faccia bianca non poteva appartenere a un uomo. Si era tolto gli occhiali ma non aveva occhi, solo una lunga fessura da cui uscivano quattro filamenti. Altri due dalla bocca aperta e tutti erano conficcati nella testa della vittima.
Cosa gli stava facendo?
Si accorse che alla sua destra, in fondo alla stanza, l’altro carabiniere subiva il medesimo trattamento.
Non riuscì a parlare, paralizzato per la paura. Fece per voltarsi e scappare, ma si trovò di fronte un altro straniero. Alto, bianchissimo, con i capelli platinati e senza espressione. L’essere immondo alzò gli occhiali e aprì la bocca. Enzo sentì una fitta alla testa e un lampo lo accecò. Poi fu il buio.

Era difficile stabilire quanto tempo fosse passato, ma a Enzo non importava. Quella mattina si svegliò allegro, si sentiva più giovane. Non che fosse ringiovanito, ma era pieno di energia, aveva tanta voglia di fare. Stava bene.
Vide sua moglie Maria in piedi, in fondo al letto, che gli sorrideva. Lui sapeva che era morta, investita da un extracomunitario ubriaco. Ma ora era lì e questo lo rendeva felice.
Si alzò e le andò incontro. Lei sorrise ancora ma non disse niente, non parlava. Le prese la mano e in un attimo i suoi occhi furono colmi di lacrime.
Maria era tornata. E lui piangeva, piangeva di gioia. Il mondo grigio che tutti i giorni lo consumava senza pietà, era diventato all’improvviso un mondo a colori. Si sentiva come se fosse dentro una favola.
Avrebbe voluto dire tante cose a Maria, avrebbe voluto sentire di nuovo la sua voce… ma qualcosa dentro di sé gli diceva che lei non poteva parlare. ma non si poteva avere tutto .
Era bello stare insieme di nuovo. Doveva tutto ai suoi simpatici vicini. Forse erano svedesi. Sì, così alti e biondi dovevano esserlo di sicuro. Non ricordava in quale modo c’entrassero, nella faccenda di Maria. Ma sapeva che c’entravano. Appena possibile doveva ringraziarli. E voleva raccontare la bella novità anche a Luca, lui che era un così bravo ragazzo. Un gran lavoratore.
Pensò subito a una passeggiata… sì, era il momento di fare una bella passeggiata ai giardini con Maria. Tutto l’astio che provava il giorno prima era come svanito. Oggi stava proprio bene ed era un altro giorno.
«Maria, vieni…» la prese per mano e si avviò alla porta. «C’è il sole fuori, andiamo».
Lei lo seguì, ma sull’uscio si bloccò. Scosse la testa in segno di rifiuto, poi lo guardò negli occhi e sorrise.
E va bene, non si poteva uscire. C’era qualcosa che non andava in Maria: non parlava e non poteva allontanarsi da casa.
Non gli andava bene niente, come sempre. Maria era lì. Questo era già tanto, e lui non chiedeva di più. Non voleva nemmeno cercare di capire perché fosse così strana. Voleva soltanto che quella situazione non cambiasse.
Rimasero in casa tutto il giorno, giocarono a carte e lei gli preparò il pranzo e la cena. Enzo non aveva mai dimenticato quanto Maria fosse brava a cucinare. Gustò con piacere i meravigliosi spaghetti al ragù che lei gli preparò. Lei, però, non mangiò niente. Si limitava a sorridergli, ogni tanto.
Non parlava, non usciva di casa e non mangiava. Ma era accanto a lui. Sembrava un sogno.
Verso sera Enzo si ricordò dei carabinieri e della loro visita ai vicini: chissà cosa avevano scoperto. Sicuramente gli svedesi erano persone a posto. Si dispiacque, anzi, per aver chiamato invano le forze dell’ordine e decise che domani sarebbe andato da loro a scusarsi. Sì, doveva scusarsi per forza con gli svedesi. E l’avrebbe fatto, domani.

Un rumore di mezzi pesanti arrivò dalla strada attraverso la finestra aperta.
Sentì uomini che urlavano ordini, sovrapponendo la loro voce a quella di curiosi e passanti che strillavano. Si affacciò, allarmato.
Erano tutti mezzi militari e molti soldati con armi da guerra scesero e sfondarono il portone, poi salirono su per le scale. Vide anche la torretta di un blindato che puntava al suo piano.
Maria apparve spaurita, ma lui la rassicurò.
«Stai tranquilla, Maria. Vado a vedere cosa succede».
Armeggiò con i catenacci e aprì la porta. Sulle scale c’erano già i soldati piazzati davanti alla soglia dei vicini, pronti per l’irruzione. Uno si voltò verso di lui gridando.
«Vada dentro e chiuda, signore! È pericoloso!»
Proprio in quel momento altri due sfondarono la porta con un calcio. Senza aspettare l’iniziativa di chi stava all’interno, aprirono il fuoco. I colpi a raffica dei mitra fecero tremare il palazzo, il fumo acre cominciò a diffondersi. I proiettili forarono ogni cosa.
Enzo si ritrasse dietro la porta del suo appartamento ma continuò a sbirciare. Perché sparavano sugli svedesi?
Non si riusciva a vedere cosa stesse accadendo là dentro, il muro era crivellato di colpi e la porta ormai era in pezzi. Sentì urla inumane che uscivano di là e non solo: facendo capolino, protetto dal muro, vide uscire filamenti più lunghi e più grossi di quelli che aveva visto il giorno prima. Due di questi afferrarono un soldato per una gamba e lo fecero cadere a terra. Qualcosa cominciò a trascinarlo dentro.
«Mi ha preso! Sparate! Uccidetelo! Ahhhh!»
Scomparve oltre la porta urlando, nonostante i suoi compagni cercassero di salvarlo.
Qualcosa tentò di uscire dalla finestra.
La torretta del blindato aprì il fuoco. Una serie di boati assordanti squassò l’edificio e parti di muro saltarono. Si sentì un altro urlo inumano e poi un tonfo sordo fece capire che il “qualcosa” era precipitato a terra.

Il fumo avvolgeva ogni cosa, Enzo era spaventato, come se gli fosse piombata addosso una guerra.
Si voltò e vide Maria, dietro di lui; voleva aggrapparsi a lei in un momento così drammatico. Fece per andarle incontro e lei gli sorrise.
Una raffica la prese in pieno. La forza d’urto la fece sbattere con violenza contro la parete. Crivellata dai proiettili, rovinò sul pavimento.
«Ce n’è un altro! Di qua, presto!»
Altri soldati accorsero.
Enzo non riusciva a proferire parola. Avevano ucciso Maria. L’aveva persa per la seconda volta.
«Avete sparato a mia moglie! Assassini!» iniziò a gridare fuori di sé. Scoppiò a piangere.
I soldati circondarono il corpo di Maria. Lui, da dov’era, non riusciva a vedere.
«Attenti, si muove ancora!»
Spararono una, due, tre raffiche a bruciapelo.
«Zona bonificata» disse uno di loro parlando alla radio «un civile contaminato, preparate una dose anti spore!»
Qualcuno, dall’altra parte, rispose: «Ricevuto».
La voce gli uscì come un rantolo: «Voglio vedere mia moglie» disse Enzo mentre cercava di avvicinarsi. «Fatemi vedere Maria!»
«È meglio che rimanga dov’è, signore. Quella non è sua moglie, lei è vittima di allucinazioni».
«No, io voglio vederla».
Fra i soldati si fece largo Luca. Non lo fermarono perché il pericolo era cessato e perché i contagiati non potevano infettare a loro volta.
«Enzo, sono io, Luca. Mi riconosce?»
Il vecchio lo guardò assente. I suoi occhi vedevano altro. Vedevano solo quello che aveva perduto.
«Luca, Maria era tornata… gli extracomunitari non sono pericolosi. I soldati invece sì! Me l’hanno ammazzata, capisci?»
Luca lo prese per le spalle e iniziò a scuoterlo.
«Sono extraterrestri! Ne stanno parlando tutti i telegiornali. Siamo in pericolo, si moltiplicano velocemente per invaderci!»
Ma Enzo non lo ascoltava, lui di pericoloso in quella giornata aveva conosciuto solo l’attacco dei soldati. Soltanto poche ore prima la sua vita si era illuminata di nuovo. Aveva afferrato la felicità e aveva cercato di tenerla stretta, per non farla scappar via. Invece ora tutto tornava grigio. Per sempre.
Scoppiò a piangere come un bambino.
«Guarda Enzo, quella non è Maria» gli disse Luca scuotendolo ancora per le spalle. Cercava di farlo tornare alla realtà.
I soldati si spostarono e il vecchio vide quel corpo a terra in posizione scomposta.
Era uno straniero. Uno di quei tipi dalla pelle color marmo. Senza occhiali si vedeva la lunga fessura al posto degli occhi da cui fuoriuscivano quattro lunghi filamenti. Altri due pendevano dalla bocca.
Le dita delle mani si erano allungate moltissimo, forse tanto quanto quelle che avevano trascinato il soldato nell’appartamento.
Enzo capì che Maria non era mai tornata e fu ancora più triste. Singhiozzò disperato. Pianse.
Luca gli rimase vicino, cercando invano di consolarlo.

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