Pubblicità molesta

16 Aprile 2014 6 commenti

Stai gustando un succulento pranzetto, oppure stai facendo la doccia; nel peggiore dei casi hai appena preso sonno per la “pennichella” pomeridiana ed ecco… ZAC, il fastidioso e inopportuno squillo del telefono. Ti precipiti (mioddio, cos’è successo? qualcosa di urgente, una disgrazia?) incespichi, eviti a stento di cadere, ti ricopri alla bene e meglio perchè sei uscito, ancora bagnato dalla doccia e… ti giunge la solita vocetta querula e fastidiosa della operatrice di una delle tante (troppe) compagnie telefoniche che non solo ti propone le loro ultime convenientissime (sì, col cavolo!) campagne pubblicitarie, ma inoltre si impiccia dei fatti tuoi e pretende di sapere con chi sei abbonato e quanto paghi. Tra poco vorranno anche sapere se sei gay o bisex e se hai, o meno, una o più amanti!

Da quasi due anni sono iscritto al Registro delle opposizioni che, teoricamente, dovrebbe evitarti queste seccature. Macchè. Non serve a nulla, anche se lo ripeti cento volte alla fastidiosa vocetta che, con la media di una o due volte il giorno, ti affligge con le sue richieste, non ottieni alcun risultato. La più fastidiosa, noiosa e petulante è l’ex compagnia telefonica nazionale! Uno strazio continuo e ripetuto al di là di ogni e qualsiasi sopportazione!

Se poi cerchi uno svago in Internet, e sbarchi in qualche social network, anche lì la pubblicità molesta tra prendendo piede in modo dirompente. E non bastano le aziende e le ditte, ci si mettono pure i privati e, in particolare gli aspiranti scrittori che, in qualche strano e misterioso modo sono entrati in possesso della tua casella e-mail!

Basti pensare, ad esempio, a tutta quella gente che, sempre in maggior numero, si illude di essere diventata lo scrittore best seller dell’anno e che, credendo o sperando di farsi pubblicità, ti assilla con frasi tipo: “compra il mio libro! è bellissimo! se io partecipassi ad un concorso sarei senza dubbio il mumero uno!” e poi te ne danno un saggio di poche righe dove il numero degli errori, e degli orrori,supera quello delle parole. Ragazzi, datevi una calmata, bastano le vostre frasi per farmi passare ogni e qualsiasi voglia di acquisto… e poi, non sapete che chi si loda s’imbroda? state diventando più noiosi di quegli idioti che telefonano ogni dieci minuti per venderti qualcosa!

Avremo mai un po’ di pace?

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Venere allo specchio.

3 Aprile 2014 2 commenti

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(romanzo scaricabile gratuitamente in e-book da Amazon libri)

Una laconica ma corretta sinossi, ci descrive inizialmente il personaggio narrante con queste parole: “Mi chiamo Lillian Edgecombe, e non sono umana.”. Il pensiero del lettore immagina subito di essere in procinto di leggere un romanzo di fantascienza che tratti di extraterrestri; non è così: questo libro appartiene a un genere del tutto diverso che mi riesce difficile inquadrare in uno dei tanti contesti ai quali siamo abituati. La tipologia testuale non appartiene neppure alla fantasy, al mito, all’epica, al poliziesco o ad altri generi consimili.
La narrazione ha, fin dall’inizio, un effetto di straniamento brecthiano: ci troviamo di fronte a una giovane femmina “morfa” che ci introduce nel racconto di una parte della propria travagliata e complessa esistenza. Appare evidente che la protagonista, abile musicista e cantante, è apparentemente un animale, e più precisamente un tasso, dalle sviluppatissime caratteristiche antropomorfe (da qui probabilmente i termini: morfo, morfa e morfi, utilizzati dallo scrittore) che vive e lavora a Londra ove, insieme con i cosiddetti esseri umani, si trovano numerosissimi altri “morfi” con peculiarità fisiche geneticamente derivanti da gatti, cani, tigri, e svariati altri animali.
In alcuni romanzi di fantascienza (e si potrebbe anche citare la famosa “fattoria degli animali” di Orwel), si parla di eventi del genere quale frutto di esperimenti scientifici posti in un lontano futuro o in mondi di fantasia, ma non in questo libro. Qui il lettore apprende con stupore di trovarsi nella Londra dei giorni nostri, come si evince dalla presenza di capi di Stato come Cameron in Inghilterra o di Putin in Russia, inoltre i “morfi” non sembrano derivare da esperimenti di laboratorio. Non voglio entrare in altri particolari per non togliere al lettore il piacere di scoprire da solo molti elementi, dirò solo che secondo il mio parere, e la mia personale interpretazione, ci troviamo di fronte a una sofferta e interessante narrazione allegorica, tesa a denunziare l’ignoranza, la malvagità e i razzismo dei tempi nostri nei confronti dei diversi, siano essi anche semplicemente caratterizzati da un differente colore della pelle o da altre caratteristiche sia fisiche sia comportamentali o religiose.
Molti i refusi presenti in questo volume, ma la cosa particolarmente irritante è l’incongruo e incomprensibile passaggio, in diverse occasioni, dalla narrazione in prima persona a quella in terza persona. Tutti difetti che una maggiore attenzione e la supervisione di un esperto avrebbe potuto facilmente evitare. Se non si considerano queste pur gravi pecche, non si può non riconoscere di trovarsi di fronte ad un’opera di notevole spessore ed interesse, ricca di indimenticabili elementi di vita vera che ci costringono a riflettere. Interessante poi notare come i paesi, tutto sommato, che lo scrittore ritiene più tolleranti e liberali siano quelli latini mentre i paesi slavi e quelli anglosassoni non sembrano brillare per civiltà e comprensione.

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Uova rotte.

31 Marzo 2014 2 commenti

Se un uovo viene rotto dall’esterno c’è una vita che finisce.

Se un uovo viene rotto dall’interno c’è una vita che inizia.

Tutte i grandi avvenimenti iniziano dall’interno.

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VORREI…

6 Marzo 2014 8 commenti

 

Vorrei gustare ancora
il morbido sapore
delle tue labbra
Vorrei correre ancora
sulla soffice rena del mare
Vorrei volare in alto
sopra gli immensi
spazi azzurri
Vorrei vedere ancora
il tuo volto di fanciulla
che sorride solo per me
Vorrei sentire ancora
il tepore delle tue gambe
intrecciate alle mie
Vorrei dimenticare
il dolore passato e ricordare
un ignoto futuro
Vorrei, forse vorrei…
avere ancora un futuro

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Due risate?

21 Gennaio 2014 4 commenti

Stralcio:
Come in ogni grande azienda, anche alla CI.TRAL. fioriva il piccolo commercio tra i lavoratori; Mimì e Cocò, dell’ufficio economato, in occasione delle festività si erano specializzati nella vendita di dolcini artigianali e di fichi secchi. Altri, arrotondavano lo stipendio con la compravendita di monili e chincaglieria varia, autoprodotta o acquistata in occasione di svendite o di chiusura di negozi. Il ragioniere Gramaglia aveva invece scovato la sua grande occasione: un suo parente importava all’ingrosso, da una rinomata fabbrica cinese, cravatte di seta di ottima fattura. Le cravatte, acquistate a bassissimo prezzo e prive di etichetta, erano poi rivendute alle ditte che provvedevano ad applicare il loro contrassegno e a rifornire i dettaglianti che le immettevano sul mercato a prezzi molto superiori a quelli di origine. Alfonso Gramaglia era riuscito a convincere il parente a fornirgli alcuni lotti di dieci confezioni al prezzo di soli cinquanta euro ciascuno. Ogni cravatta, che a lui era costata solo cinque euro, era facilmente rivenduta al prezzo di trenta ai colleghi, per due motivi molto validi: il primo era il costo, notevolmente inferiore a quello praticato nei negozi, il secondo era che in azienda quasi nessuno, anche il più scettico e razionale, aveva il coraggio di inimicarsi una persona la cui fama di menagramo era ben nota
http://www.amazon.it/Paride-Passacantando-Talvolta-limpossibile-avviene-ebook/dp/B0097WVW40/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1390235472&sr=8-4&keywords=sergio+bertoni

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Pietro… Virgilio… Archimede…

12 Gennaio 2014 Nessun commento

Strano il mistero che avvolge certe tombe. A Roma, nel sottosuolo della basilica di S. Pietro sono stati trovati alcuni frammenti di ossa che, si ritiene, appartengano al famoso discepolo di Gesù. Sarà vero? Probabilmente non saremo mai in grado di saperlo. A Napoli, nel Parco Vergiliano di Piedigrotta, si trova, vicino a quella di Giacomo Leopardi, la cosiddetta tomba di Virgilio: un loculo vuoto di epoca romanica sulla cui autenticità di attribuzione continuano a sussistere controversie e dubbi. A Siracusa, nella parte alta della città (epipoli) si trovava, secondo Cicerone, la tomba di Archimede. Oggi, quella che nel parco archeologico viene indicata come la tomba dello scienziato, è invece un colombario romano di epoca successiva a quella del decesso del grande studioso. Molti anni addietro ero andato a trovare un amico a Siracusa, e questi mi condusse a visitare la zona archeologica e le imponenti rovine del castello Eurialo, una fortezza voluta dal re Dionigi quasi duemilatrecento anni fa. Parlammo di questa antica città già popolata in epoca preistorica dai popoli Sicani e, successivamente dai Siculi che probabilmente le dettero il nome di Sùraca, derivante dalla presenza di diversi fiumi. Colonizzata da guerrieri greci, provenienti da Corinto, settecento anni prima di Cristo, Siracusa divenne in breve una delle più potenti città della Sicilia. Nell’osservare le rovine del teatro greco, e una serie di ruderi antichi assolutamente trascurati, e ricoperti da erbacce, il mio amico, siracusano doc, mi mostrò una serie di loculi funerari tra cui quello attribuito erroneamente ad Archimede, e ben diverso dalla tomba individuata da Cicerone della quale si è persa ogni traccia. Con orgoglio mi parlò delle incredibili opere belliche realizzate da Archimede per difendere la città dall’assedio dei romani: baliste, catapulte, scorpioni, gru gigantesche che sollevavano e distruggevano le navi nemiche, specchi ustori che le incendiavano a distanza, e tutto questo grazie a un uomo di scienza, di oltre settant’anni , che nell’immaginario collettivo e secondo le mie vaghe reminiscenze scolastiche, non avrebbe dovuto avere alcuna conoscenza delle arti belliche. Immaginai allora, e ne ebbi conferma da ricerche effettuate in seguito, che anche i grandi filosofi e scienziati dell’epoca, da Archita di Taranto a Platone e forse anche Aristotele, maestro e precettore di Alessandro Magno, fossero uomini esperti nelle arti militari e combattenti loro stessi. Da qui, approfondendo i miei studi, e scoprendo che poco o nulla si conosce della vita di una delle più fertili e acute menti dell’antichità, la mia idea di romanzarne la vita e le opere in un racconto di fantasia, ma ricco di elementi reali e storici: Cleoth e Arkh.

(nota) i possessori di un e-reader possono scaricare il libro in foma elettronica da Amazon.

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AUGURI !

31 Dicembre 2013 Nessun commento

Ogni nuovo inizio d’anno rinnoviamo la speranza che sia veramente quello buono, che ci porti serenità e benessere e che la pace e l’amore conquistino qualche posticino in più in classifica. Tanti auguri a tutti

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“The best is yet to come”: l’importanza di un professore

20 Dicembre 2013 4 commenti

Un post di Roberto Bertoni

20 dicembre 2013 alle ore 3.40

Capita che per quattro anni ti domandi a cosa serva l’università e ne maledica quasi ogni singolo aspetto. Capita che ti laurei, anche abbastanza bene, e ti chieda: a cosa serve questo “pezzo di carta”? Capita che, pur ribadendo in ogni convegno politico il valore e l’importanza dello studio, non ne sia davvero convinto, per il semplice motivo che hai studiato in troppe aule inaccoglienti, che hai ascoltato troppe lezioni fredde, che ti sei confrontato agli esami con troppi professori che ti considerano più un numero, una pratica, un’incombenza da sbrigare che un ragazzo pieno di sogni, di speranze e di voglia di imparare, conoscere, scoprire. Capita, insomma, che studi tanto, ti impegni, ce la metti tutta ma avverti un vuoto dentro di te: il vuoto di una persona che ama la cultura, che ha scelto di dedicare alla cultura una parte importante della propria vita e del proprio impegno politico, ma non riesce ad amarla fino in fondo perché nel luogo dove la sua passione dovrebbe trovare il proprio coronamento si sente terribilmente a disagio. E poi capita un autunno movimentato: l’autunno di un anno in cui molti sogni sono stati infranti, molte illusioni tradite, molte speranze se ne sono andate in un gelido pomeriggio di febbraio e le poche residue in una devastante sera di aprile; un autunno senza particolari aspettative, insomma, in cui l’unica certezza è il trionfo di un personaggio che non ti ha mai convinto fino in fondo e la sicura sconfitta di molti degli ideali in cui hai sempre creduto e per i quali hai deciso di sporcarti le famose mani di cui parlava don Milani. Ebbene, è in quell’autunno che, all’improvviso, accade qualcosa di inaspettato, qualcosa di imprevisto e meraviglioso che irrompe nella tua vita e la cambia radicalmente. Accade che decidi di frequentare un corso sugli Stati Uniti nel XX secolo, premettendo a casa che è l’unico corso che intendi frequentare perché, per il resto, meglio tenersi alla larga dall’università e studiare per conto proprio, e ti imbatti in un professore che insegna come tutti i professori dovrebbero insegnare: coinvolgendo gli alunni, rendendoli protagonisti della lezione, facendo assaporare loro la bellezza e l’intensità di ogni singolo argomento, mettendoli in contatto fra loro, ricostruendo quel senso di comunità di cui noi, a livello politico, ci riempiamo tanto la bocca senza mai riuscire a trasformare in realtà le nostre buone intenzioni.

E così, nel gelo di un autunno che oramai è praticamente inverno, ti accorgi che ciò che mancava ai tuoi studi universitari non era certo l’impegno ma l’anima, la connessione sentimentale, quel senso di vicinanza con il prossimo di cui nessuno di noi, checché ne dicano i liberisti e gli individualisti sfrenati, può davvero fare a meno. E inizi a seguire, dapprima fiducioso, poi entusiasta, infine convinto di aver realizzato qualcosa di incredibile e, proprio per questo, forse irripetibile: di essere tornato umano nel tempo della disumanizzazione e dell’indifferenza spinta all’estremo, di aver ricondotto la cultura al suo significato originario e, se vogliamo, olivettiano, di aver applicato il sapere ad un processo di crescita e maturazione collettiva, di essere stato te stesso senza vergognartene mai neanche per un minuto, di aver imparato e insegnato al tempo stesso, di aver appreso tanto dal professore quanto dai tuoi splendidi colleghi di corso e, più che mai, di essere pronto ad affrontare non un semplice esame ma la vita, con le sue difficoltà, le sue asprezze, i suoi drammi, le sue innumerevoli bassezze e i suoi dolorosi calci negli stinchi.

E allora ricordi, nel silenzio di altri pomeriggi passati a studiare, ora da solo, senza più quel piccolo mondo cui ti eri affezionato, e ti scorrono nella memoria le riflessioni di Roosevelt (il presidente secondo cui l’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa) e il suo sguardo al futuro con la rivoluzione del New Deal; la poesia aspra e ribelle dei cantori della “Beat Generation”; le illusioni spezzate dei Kennedy; le note immortali di Bob Dylan e Joan Baez; l’imperialismo nixoniano e la barbarie liberista del duo Reagan-Thatcher, fino ad arrivare ai giorni nostri, a Clinton, a Bush, ai tuoi primi articoli come giovane giornalista (uno dei primi mi valse una lettera e un orologio da parte dell’allora direttore de “Il Messaggero” Paolo Gambescia) e alle tue innumerevoli battaglie per opporti alla guerra in Iraq ma anche alla tragedia del terrorismo e a tutto ciò che ne è conseguito. E ripensi a quel pranzo nel refettorio del college di Dublino, con le notizie da Londra che si susseguivano sempre più drammatiche e le sirene che suonavano neanche fossimo in presenza di un attacco dell’IRA, e all’emozione che provasti la mattina in cui ti svegliasti all’alba e apprendesti, mentre anche le nuvole erano nere ma al tempo stesso brillava il Sole, che Obama era il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. E pensi alla conferenza organizzata in settembre da AreaDem con un ottimo professore della “Roosevelt University” di Chicago, un tempo collega dello stesso Obama, per mettere a confronto le varie forme di populismo in America e in Italia e alle analisi di Federico Rampini e Maurizio Molinari, alla lezione americana di Gianni Riotta, cui hai avuto modo di partecipare durante un’iniziativa del PD dedicata ai giovani, e alle parole indimenticabili che ti disse, proprio quel pomeriggio, un certo Enrico Letta. E il cerchio si chiude, perché finalmente sei riuscito a connettere l’università con la vita, la politica con la cultura, il sapere e la conoscenza con la passione umana e civile e l’impegno quotidiano con la volontà di guardare avanti e costruire qualcosa di importante. E questo grazie a un professore che ha avuto il coraggio di uscire dagli schemi della classica lezione frontale e proporre un nuovo modello di insegnamento, assai più moderno, assai più accattivante, assai più in sintonia con il tuo modo di interpretare la vita e considerare il ruolo delle persone in questo mondo sempre più globale e interconnesso. E allora, ti dici sorridendo sereno, allora forse aveva ragione Obama nell’asserire che “the best is yet to come”, il meglio deve ancora venire. E che questo vale per ciascuno di noi, se solo avremo il coraggio di credere fino in fondo in noi stessi e nel valore del nostro prossimo.

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Strategia dell’inganno.

18 Dicembre 2013 1 commento

Noam Chomsky, padre della creatività del linguaggio, definito dal New York Times “il più grande intellettuale vivente”, spiega attraverso dieci regole come sia possibile mistificare la realtà.

La necessaria premessa è che i più grandi mezzi di comunicazione sono nelle mani dei grandi potentati economico-finanziari, interessati a filtrare solo determinati messaggi.

1) La strategia della distrazione, fondamentale, per le grandi lobby di potere, al fine di mantenere l’attenzione del pubblico concentrata su argomenti poco importanti, così da portare il comune cittadino ad interessarsi a fatti in realtà insignificanti. Per esempio, l’esasperata concentrazione su alcuni fatti di cronaca (Bruno Vespa é un maestro).

2) Il principio del problema-soluzione-problema: si inventa a tavolino un problema, per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Un esempio? Mettere in ansia la popolazione dando risalto all’esistenza di epidemie, come la febbre aviaria creando ingiustificato allarmismo, con l’obiettivo di vendere farmaci che altrimenti resterebbero inutilizzati.

3) La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4) La strategia del differimento. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, al momento, per un’applicazione futura. Parlare continuamente dello spread per far accettare le “necessarie” misure di austerità come se non esistesse una politica economica diversa.

5) Rivolgersi al pubblico come se si parlasse ad un bambino. Più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Per esempio, diversi programmi delle trasmissioni generaliste. Il motivo? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni, in base alla suggestionabilità, lei tenderà ad una risposta probabilmente sprovvista di senso critico, come un bambino di 12 anni appunto.

6) Puntare sull’aspetto emotivo molto più che sulla riflessione. L’emozione, infatti, spesso manda in tilt la parte razionale dell’individuo, rendendolo più facilmente influenzabile.

7) Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. Pochi, per esempio, conoscono cosa sia il gruppo di Bilderberg e la Commissione Trilaterale. E molti continueranno ad ignorarlo, a meno che non si rivolgano direttamente ad Internet.

8) Imporre modelli di comportamento. Controllare individui omologati é molto più facile che gestire individui pensanti. I modelli imposti dalla pubblicità sono funzionali a questo progetto.

9) L’autocolpevolizzazione. Si tende, in pratica, a far credere all’individuo che egli stesso sia l’unica causa dei propri insuccessi e della propria disgrazia. Così invece di suscitare la ribellione contro un sistema economico che l’ha ridotto ai margini, l’individuo si sottostima, si svaluta e addirittura, si autoflagella. I giovani, per esempio, che non trovano lavoro sono stati definiti di volta in volta, “sfigati”, choosy”, bamboccioni”. In pratica, é colpa loro se non trovano lavoro, non del sistema.

10) I media puntano a conoscere gli individui (mediante sondaggi, studi comportamentali, operazioni di feed back scientificamente programmate senza che l’utente-lettore-spettatore ne sappia nulla) più di quanto essi stessi si conoscano, e questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un gran potere sul pubblico, maggiore di quello che lo stesso cittadino esercita su sé stesso.

Si tratta di un decalogo molto utile. Io suggerirei di tenerlo bene a mente, soprattutto in periodi difficili come questi.

tratto da “L’inkiesta”  (http://www.linkiesta.it)

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Nadia e le Pussy Riot

6 Novembre 2013 19 commenti

Un blog, se vuole avere un significato anche civile e sociale, deve occuparsi pure delle atrocità e delle ingiustizie che si praticano nel mondo. Non è cosa facile, e non è neanche esente da rischi, ma vi sono situazioni di fronte alle quali il cuore si ribella e il sangue sale alla testa. Non ci illudiamo che nei paesi a noi vicini la giustizia sia uguale per tutti e le torture siano state abolite. Si dice che le carceri italiane siano sotto accusa (giustamente) da parte dell’Europa per le condizioni di vita estremamente disagiate dei detenuti. Si parla addirittura di condizioni che rasentano la tortura, può anche darsi, ma vogliamo chiederci cosa succede a poca distanza da noi?

Non mangia più Nadia Tolokonnikova, una delle Pussy Riot incarcerate per essersi esibite  nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca con una parodia liturgica di quaranta secondi e una supplica pop alla Vergine: “Liberaci da Putin”. ”E’ l’unica forma di protesta  che mi rimane per non essere annientata” dice in una lettera pubblicata su Internet in cui descrive la vita disumana nella  Colonia Correttiva numero 14 in Mordovia, a circa 400 km da Mosca. Il pensiero corre subito ai Gulag staliniani: diciassette ore al giorno a cucire divise per la polizia, detenute chiuse fuori dalle baracche d’inverno, rancio a base di pane secco e latte annacquato, pestaggi continui, minacce di morte. Il tutto per una paga ridicola:  ”A giugno ho guadagnato 29 rubli (meno di un euro)”, ha scritto Tolokonnikova.

“Lavoriamo dalle sette e mezza del mattino a mezzanotte e mezza – racconta la giovane, madre di una bambina di 5 anni – Non abbiamo più di quattro ore per dormire. Ci danno un giorno libero ogni sei settimane. Le mani sono piene di piaghe e buchi fatti dagli aghi; il tavolo è coperto di sangue, ma tu continui a cucire”.

La lettera è stata spedita anche al comitato d’indagine locale, che ha promesso di far luce sui vari aspetti della vicenda entro un mese. Nadia ha accusato innanzitutto il vice direttore del suo carcere, Iuri Kuprianov, di averla minacciata di morte lo scorso 30 agosto dopo le sue lamentele.  ”Stai tranquilla, tra poco non avrai di questi problemi nell’ aldilà”, le avrebbe detto, secondo quanto riferito dal marito, Piotr Verzilov.

Tolokonnikova, che deve rimanere in prigione fino al prossimo marzo, racconta che a pranzo, cena e colazione le prigioniere ricevono “avena, pane secco, latte annacquato e patate marce”. Per la minima mancanza scatta il divieto di poter utilizzare il cibo inviato dai parenti. I capelli si possono lavare solo una volta a settimana, ma a volte il turno salta perché la pompa dell’acqua non funziona oppure gli scarichi sono otturati. Per la pulizia intima le 800 recluse hanno a disposizione un solo bagno per cinque persone alla volta.

Ma tutto può essere tolto se le autorità decidono di punire le detenute: “Ci può essere il divieto di andare al gabinetto o quello di lavarsi, o quello di entrare nella baracca, anche d’inverno quando fa molto freddo”. Una detenuta si è vista amputare una gamba e le dita di una mano dopo essere rimasta nell’anticamera della camerata, dove non c’è riscaldamento, per un giorno intero. Una prigioniera rom, invece, è stata picchiata a morte un anno fa e il suo decesso è stato attribuito ad un aneurisma. Nadia finora non è stata percossa, perché è troppo famosa. Per lei si sono mobilitate le organizzazioni per i diritti umani e anche alcune star del mondo dello spettacolo, da Madonna a Paul McCartney.

 ”Esigo che ci trattino come esseri umani, non come schiavi o bestie”, spiega la giovane, che lo scorso febbraio era finita in ospedale per una sorta di stress da carcere.

Il servizio carcerario russo, però, ha respinto le accuse, sostenendo che si tratta di una vendetta dopo che il suo avvocato e suo marito avevano tentato di ottenere per lei migliori condizioni nel campo di lavoro. Nadia Tolokonnikova, 23 anni, Maria Alvokhina, 24, Iekaterina Samutsevich, 22, sono state  arrestate a marzo del 2012 con l’accusa di “teppismo e istigazione all’odio religioso”. Le tre ragazze sono state condannate a due anni di reclusione il 17 agosto 2012.   In appello Samutsevitch è stata scarcerata perché non prese parte alla protesta. Per le altre due sono iniziati i lavori forzati.

In Italia i deputati del PD Michele Anzaldi e Enzo Amendola (componente della commissione Esteri), hanno annunciato una interrogazione urgente al ministero degli Esteri:

“Il ministro degli Esteri, Emma Bonino chieda chiarimenti immediati e rassicurazioni sulla detenzione in un carcere russo della ventitreenne leader della band musicale Pussy Riot, giovane madre di una bambina di 5 anni”.

da un articolo di Monica Ricci Sargentini

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