Uno vale uno? ma chi idiota l’ha detto?

29 Settembre 2016 Nessun commento

I vari “galletti cedroni” del M5S dovrebbero solamente vergognarsi. Io condivido in pieno il seguente post:
Francesco Guarino
16 h ·
Nel giorno in cui il cittadino portavoce Bartolomeo Pepe – portato in parlamento da quel “partito” lì – cerca di pubblicizzare a nome e in aule di competenza del Senato la proiezione del docufilm #Vaxxed di Andrew Wakefield (il gastroenterologo autore della più grande truffa medica della storia: non vi faccio perdere tempo, era stato pagato per dimostrare che esiste una correlazione tra vaccini e autismo. Lo ha dimostrato falsificando i dati e sottoponendo bambini autistici a punture lombari e altre terapie invasive non necessarie. Radiato, ovviamente…), ma il Presidente del Senato Pietro Grasso gli chiude la porta in faccia (grazie), la senatrice di Scelta Civica Ilaria Capua si dimette dal Parlamento.

Perché la cosa dovrebbe interessarci?
Perché Ilaria Capua è una virologa di fama mondiale, nota per i suoi studi sui virus influenzali e, in particolare, sull’influenza aviaria. Nel 2006 – leggete bene, eh – la Capua decise di rendere pubblica la sequenza genetica del virus dell’aviaria, invece di brevettarla o cederne i diritti di sfruttamento ad una casa farmaceutica dietro lauto compenso. Il suo gesto ha dato il via ad una campagna scientifica di libero accesso ai dati sulle sequenze genetiche dei virus influenzali. La rivista Seed l’ha eletta “mente rivoluzionaria” ed è entrata fra i 50 scienziati top di Scientific American.

Perché se n’è andata?
Perché il 4 aprile 2014 un articolo sul settimanale l’Espresso riporta che Ilaria Capua è stata iscritta nel registro degli indagati per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso di ufficio e traffico illecito di virus. Roba da ergastolo, per intenderci.
Appena esce la notizia, il solito “partito” inizia il linciaggio preventivo.
Il cittadino portavoce Gianluca Vacca, dall’alto della sua laurea in Lettere, la aggredisce verbalmente in Commissione Cultura http://www.corriere.it/…/finisce-calvario-ilaria-ma-ora-mi-…
La cittadina portavoce Silvia Chimienti, che dubito abbia fatto anche solo un esame di chimica quando si è laureata in Filologia e Letterature dell’antichità, sul suo sito personale tira fuori un bel post di accusa (cancellato dopo la sentenza definitiva) con tanto di fotomontaggio della Capua, su cui appare la scritta molto poco garantista “TRAFFICO DI VIRUS? NEL DUBBIO DIMETTITI” http://www.ilfoglio.it/…/ilaria-capua-prosciolta-m5s-gogna_…

Una settimana dopo la notizia, arriva una pacata richiesta di dimissioni da parte del solito “partito”, con un post sul solito blog, altrettanto pacatamente intitolata “LA GRANDE TRUFFA DEL TRAFFICO DI VIRUS PER VENDERE VACCINI”
http://www.movimento5stelle.it/…/la-grande-truffa-del-traff…
Se conoscete un pochino Facebook e Twitter di questi tempi, vi lascio immaginare con quale tipologia di commentatori si sia dovuta interfacciare la dottoressa Capua per 2 anni.

In compenso in questi 2 anni Ilaria Capua non è stata mai ascoltata dalla giustizia. Né dal procuratore aggiunto di Roma, né dagli altri magistrati competenti. Nel luglio del 2016 viene prosciolta da tutti i capi di accusa, perché “il fatto non sussiste”. Assoluzione piena.

Oggi si è dimessa dal Parlamento, annunciando allo stesso tempo il trasferimento della sua intera famiglia in America. Sarà Direttore di un Centro di Eccellenza all’Università della Florida.
Questa una parte delle sue motivazioni: “Ho deciso di trasferire la mia famiglia negli Stati Uniti per proteggerla dalle accuse senza senso, ma nel contempo infamanti che mi portavo sulle spalle. Perché una mamma ed una moglie deve farsi carico anche di questo. Proteggere. E, aggiungo, una donna di scienza nel quale questo Paese e l’Europa hanno investito ha il dovere di non fermarsi. Ha il dovere di continuare a condurre le proprie ricerche nonostante tutto, perché la scienza è di tutti ed è strumento essenziale per il progresso”.

Ve la riassumo così: invece di mandarci legittimamente affanculo, ha detto “Scusate se me ne vado, ma non riesco a lavorare serenamente se ancora mi insultano. Continuerò a mandare avanti la ricerca per tutti voi”.

Io sto scavando un fosso per seppellirmi dalla vergogna. Se qualcuno vuole farmi compagnia, ditemelo che lo allargo.

http://www.corriere.it/scuola/universita/16_settembre_28/ilaria-capua-ecco-perche-oggi-lascio-parlamento-6968d308-856c-11e6-be66-7ada332d8493.shtml

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La lingua (parte prima)

14 Settembre 2016 1 commento

Questa volta vorrei fare qualche considerazione sul linguaggio. La lingua è di notevole importanza; anche se non mi riferisco a quella degli innamorati (usata nei modi più svariati, e tutti piacevoli), e neanche della buonissima “lingua salmistrata”, un tempo famosa nel Veneto (oggi non so), con la quale si cucinava un gustoso manicaretto. Mi piacerebbe, anche,  intrattenervi sulla meno nota, “lingua” che preparano nell’isola di Procida. Tuttavia l’argomento non è questo, anche se vi consiglio, qualora visitaste quell’isola, di provare quella “lingua”: è un dolce gradevolissimo.

Voglio invece trattare un argomento che, a prima vista, può sembrare pedante e noioso, ma che invece è importantissimo e anche divertente: la lingua italiana.

Ai tempi del fascismo, che sembrava avere a cuore il nostro idioma, non solo si arrivò a eccessi ridicoli, ma si misero al bando dall’alfabeto diverse consonanti, (dimenticando che non si trattava di vocaboli estranei alla nostra cultura, della quale facevano parte a pieno titolo perché derivanti dalla lingua greca).  L’alfabeto che si studiava alle elementari era di sole 21 lettere, erano state estromesse la k, la y, la x e persino la w e la j, considerate contaminazioni straniere. Ancora oggi, le persone di una certa età. hanno qualche difficoltà a individuare nel dizionario la posizione di queste consonanti.

Ovviamente, più passava il tempo, più  si arrivava all’ assurdo; si cambiarono molti cognomi e anche i nomi di alcune località. Persino Courmayeur  divenne Cormaiore e l’intraducibile paradiso degli scapoli (e non solo): la garçonniere  fu grottescamente ribattezzata “giovanottiera”.

Alcune trasformazioni di vocaboli di origine straniera, entrati nell’uso comune, furono accettabili perché suggerite da linguisti di buon senso, come “avanspettacolo” al posto  di “lever de rideau”, oppure “circolo” al posto di “club”; altre, invece, furono aberranti e volgarucce, come ad esempio l’imposizione di chiamare “puttanambolo”  il ”tabarin”.  Persino al famoso comico Renato Ranucci, che aveva scelto come nome d’arte quello di Rachel (poi  modificato in Rascel) fu imposto, secondo le direttive fasciste di Achille Starace , di cambiare in “Rascele”. Ovviamente il comico si fece una risata e non ne tenne conto.

Oggi, dopo i ridicoli eccessi di quell’epoca, si sta cadendo nella grottesca esagerazione opposta; anglicismi e barbarismi invadono sempre più il nostro parlato e la nostra scrittura. Migliaia di persone, che con queste provinciali e servili abitudini hanno ben poco a che fare,  o non le conoscono, si guardano in giro, smarriti e perplessi, e si domandano: “ma che accidenti significa?”

Dal “politichese” al “burocratese” al bombardamento giornalistico e   televisivo di termini ridondanti, inutili, incomprensibili e spesso errati, è una continua insopportabile tempesta di superflue idiozie.

Il tributo (ahimè sempre più pesante) che il cittadino deve pagare, per accedere alle prestazioni sanitarie, ha cambiato nome e si chiama “ticket”, forse sperando che questa misteriosa terminologia intimidisca il povero tartassato paziente. Ebbene, questo termine non solo è astruso, ma è anche totalmente errato! In inglese, il ticket non è altro che il “biglietto”, ossia quel rettangolino di carta che si paga per poter accedere al cinema, al concerto, o per poter viaggiare sui mezzi pubblici o sul treno. Qualcuno sa spiegarmi che cosa c’entri con il contributo al servizio sanitario?

Quante volte si legge, o si sente  dire (sbagliandone tra l’altro la pronuncia)  che: il manager , dopo aver esaminato il trend aziendale, ne modifica il target?  È il trionfo becero della più squallida esterofilia. Non sarebbe più semplice e chiaro dire che: l’imprenditore, esaminato l’andamento aziendale, ne ha modificato gli obiettivi?

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Buca d’inferno

8 Luglio 2016 2 commenti

Ancora una volta il sonno di Totò era stato infestato da incubi mostruosi. La sveglia del suo cellulare aveva suonato a lungo: un rauco trillo sempre crescente, prima di riuscire a scuoterlo dal suo torpore. Non ricordava quasi nulla del sogno; sapeva solo di avere avuto un incubo che l’aveva angosciato, e di avere dormito malissimo. Sbadigliò più volte, poi, ricordandosi di un impegno inderogabile gettò i piedi giù dal letto cercando di alzarsi. Ricadde frastornato e dolorante per delle fitte martellanti nel suo cervello annebbiato. Gli veniva da rimettere e si trattenne a stento. Si recò nel cesso per svuotare la vescica; sentiva anche, impellente, la necessità di una dose: badò a iniettarsela tra le dita dei piedi. Da diverso tempo non usava più bucarsi le braccia per non attirare l’attenzione degli sbirri.Aveva solo ventitré anni, ma lo specchio, polveroso e scheggiato, gli rimandò l’immagine di un quarantenne scheletrico e dal viso giallastro, sul cui capo una massa di capelli biondastri e unti iniziava visibilmente a diradarsi. La “roba”, sebbene di tipo scadente e di pessima qualità, iniziò a fare effetto rendendolo più ricettivo. Si spruzzò un poco d’acqua fredda sul viso e si vestì in fretta. Non era troppo tardi: quasi le sei del pomeriggio, tuttavia, al massimo per le otto di sera, avrebbe dovuto trovarsi già sul suo posto di lavoro. Se non lo avesse fatto, i suoi “clienti” avrebbero potuto rivolgersi alla concorrenza. Il problema non era tanto questo, ma «’o Bellillo» si sarebbe incazzato brutto se avesse ancora fatto tardi e questa volta l’avrebbe sgommat’e sanghe[1]. Prese i sacchetti con la neve[2] e se li nascose addosso, nelle mutande e nelle tasche segrete.

Era merce di qualità e «’o Bellillo» l’aveva avvertito:- Guagliò, chesta merce vale tremila euri. É qualità super, statt’accuorto e vendila bene; e, si vuò campà tranquillo, portame ‘mpressa ‘o danaro![3]-

Discese di corsa le scale sbrecciate e, giunto in strada, s’incamminò velocemente.
- Totò, Totòoo –

 Chi cazzo era che lo chiamava?

Si girò innervosito; poi riconobbe il disturbatore, la cui presenza riusciva comunque sempre a intimidirlo. Tacque, atteggiando il volto a un’espressione d’innocente sorpresa. Era don Mario, il parroco di quel quartiere degradato e malavitoso. Da anni, ormai, dedicava il suo tempo e tutte le sue energie per cercare di ricondurre i giovani del quartiere a una vita laboriosa e onesta. Aveva organizzato uno spazio per i giochi e una piccola scuola, dove pochi insegnanti volontari tentavano, tra mille difficoltà, di fornire a quegli emarginati gli elementi base di un’istruzione. C’era anche, più utile di tutto, un modesto ma attrezzato laboratorio artigianale per consentire ai ragazzi di imparare un mestiere. Tra questi, un tempo, c’era stato anche Totò. Si era dimostrato volenteroso e intelligente; in qualche occasione aveva persino fatto il chierichetto e servito la Messa. Poi, arrivato ai sedici anni, le cose erano cambiate. Si era innamorato di una ragazzotta belloccia, di due anni più grande di lui. Questa, fin da quando aveva solo tredici anni, era entrata e uscita più volte dal riformatorio per scippi, furti, prostituzione e spaccio di droga.

La ragazza, iniziandolo ai piaceri del sesso, l’aveva completamente plagiato. Lui l’aveva entusiasticamente seguita nelle sue imprese, partecipandovi e dopandosi a sua volta, fin quando la donna, ancora giovanissima, fu ritrovata in un sottoscala, gettata come un sacco di stracci, morta per overdose.  Già da moltissimo tempo Totò aveva abbandonato don Mario, e ormai era diventato uno dei tanti “pusher” della malavita, sprofondando nel più totale degrado. La sorte di Totò era sempre stata una spina nel cuore di don Mario che, inutilmente, e in innumerevoli occasioni, aveva invano, anni addietro, tentato e sperato di recuperare il ragazzo che ora, per caso, aveva nuovamente incontrato,  riconoscendolo a stento.

- Don Mario, salute a vuie, che vulite?[4] – mormorò imbarazzato Totò, dondolandosi sulle gambe, grattandosi la testa, e gettando furtive occhiate dietro di sé.
- Ragazzo mio, – disse con dolcezza il prete – non vedi come ti sei ridotto? Continuando così ti distruggerai. Ritorna da me, mi prenderò cura di te e cercherò di farti entrare in una comunità che ti potrà aiutare e curare…
Totò aveva intanto adocchiato, poco lontano, o’ Russo, uno dei tirapiedi del capo, che stava già controllando, con evidente sospetto,  il suo incontro con quel parroco che era molto malvisto dalla malavita locale. Decise di assumere un atteggiamento spavaldo e scostante per evitare guai.
- ‘On Ma’, vui nun m’avite a scuccià. Che cazzo n’aggi’ a fa d’a vostra communità? I’aggi’ a campà buono. ‘A vita è ‘a mia e a me sta bene accussì. Vui faciteve i cazzi vostri. Statev’accuorto![5]-
- Figliolo, è il diavolo che ti fa parlare così? Non pensi quante persone si distruggono, si rovineranno la vita e moriranno, per colpa di questa tua attività maledetta? Non ti preoccupi di te stesso e della tua anima immortale? Vuoi proprio consegnarla al demonio? Perché non mi permetti di aiutarti, lo sai che ti ho sempre voluto bene.
- Ma quale diavolo, ‘on Ma’? Cheste so’ tutte cazzate che inventate voi preti! Non esiste nessun demonio e me ne strafotto del vostro «voler bene». E mo jatevenne che tengo che ffà![6]-
Allontanato il prete con uno spintone, confortato dal cenno d’approvazione lanciatogli da o’ Russo, Totò si allontanò di corsa in direzione della metropolitana. Aveva ancora un biglietto da utilizzare. Bene. Il biglietto era necessario sia per accedere ai treni, sia per evitare pericolosi controlli. Prese la metro alla fermata di piazza Dante. Fortunatamente il convoglio arrivò quasi subito. Salì. Solito affollamento di facce di lavoratori fiacchi e sonnolenti. C’erano anche un paio di ubriachi bavosi che traballavano malfermi sulle gambe. Tre o quattro chiattone lardose, stravaccate sui sedili, lo squadrarono con i loro occhietti sospettosi, affogati nel grasso, stringendo con più forza le loro borse. Vicino ad alcuni vecchi, col capo ciondolante, stanchi e semiaddormentati, c’erano sei o sette giovinastri, massicci e deturpati, con l’aria insolente e minacciosa della gente in cerca di guai. Uno lo conosceva di vista. Meglio tenerselo buono. Lo salutò:
- Ciao Pascà, bona serata.

- Uhè Totò, ciao. Vai a faticà? Arò vai stasera?[7]

- Chiaiano, ’a solita zona mia.
- Ah, vabbuò.

L’altoparlante del visore della metropolitana gracchiava gli arrivi con il solito tono saccente:

- Rione Alto – Policlinico – Colli Aminei -
Molti scesero. Ora il vagone era mezzo vuoto. Strano però. Di solito era quasi sempre pieno.
- Prossima fermata: Frullone –

Bene - pensò – manca poco. Ripensò alle parole del parroco: ‘o dimonio? Sì, come no. Solo ‘e ccriature puteveno ancora crierere a cierte strunzate.[8] Ridacchiò tra di sé.
Poi si guardò intorno, era solo. Solo? Come mai? Ah, ecco, c’era rimasto ancora uno strano vecchio, seduto di fronte a lui. Ih comm’ fete e comm’ fa schifo! Tene du’ bozzi ‘ncoppa ‘a capa che parono corna… e la faccia… puro chella pare ‘o musso ‘e nu puorco. Ma perché mi guarda e ride cu chilli diente gialli e fracidi. Quasi quasi ‘o dongo nu buffettone e ‘o scasso ‘o musso. Ma no. Meglio ca me stongo queto. Song’ quasi juntu, è tarde e nun ce sta tiempo.[9]
Il treno ripartì, ora sul vagone erano rimasti solo loro due. La testa gli faceva male con un dolore sordo e pulsante, anche la vista gli si era appannata. Cazzo! chella dose era ‘na schifezza… pensò. In tasca doveva avere delle pastiglie che gli aveva passato un amico. Ne prese una, poi ne aggiunse un’altra e le ingoiò. Poi un’altra ancora. Scrutò nuovamente il vecchio: Chist’ tene ‘na faccia canosciuta… ma nummarricuordo… macari ‘n suonno?[10]

- Pros-ssima fe fer-rmata: Buca d’inferno – ridacchiò il vecchio con voce blesa.
Buca d’inferno? Che cazzo dice ‘sto strunz’? La prossima è ‘a mia: Chiaiano. Ah, ecco ora si ferma. La “roba” ci sta? Sì, ‘a tengo accà. Bene.[11]
Le porte del treno si aprirono. Il vecchio sghignazzò sonoramente dandosi manate sul pancione.

-Ahahah… bu-buca d’inferno…

Ridi, ridi, coglione! I’ songo ‘rrivato![12]
Scese.
Sentì le proprie gambe diventare molli come gelatina. La pensilina e la stazione cominciarono a ondeggiare contorcendosi come se fossero liquide. Il suolo, sotto i suoi piedi si fece molle e cedevole. Totò urlò, atterrito, agitando vanamente le braccia, Poi cominciò a sprofondare come nelle sabbie mobili. Si accasciò, angosciato e confuso. Ombre scure, mostruose e fetide giunsero dal nulla e lo afferrarono. Si sentì ustionare come toccato da ferro rovente. Una voragine di fiamme e di fumo pestilenziale lo inghiottì.


[1] Picchiato a sangue.

[2] Cocaina.

[3] Ragazzo, questa merce è di ottima qualità, vale tremila euro, stai molto attento a quello che fai e vendila bene; e, se vuoi vivere tranquillo, sbrigati a portarmi i soldi.

[4] Vi saluto, don Mario. Cosa volete?

[5] Don Mario, non mi dovete dare noia, Non mi serve la vostra “comunità” io devo badare a me stesso. La vita è la mia e a me sta bene così. Voi fatevi i fatti vostri. State attento!

[6] Ma quale diavolo, don Mario? Queste sono tutte sciocchezze inventate da voi preti. Non esiste alcun demonio e me ne infischio del vostro «voler bene».  Ora andate via, che ho da fare.

[7] Ehi Totò, vai a lavorare? Dove vai stasera?

[8] Il diavolo? Sì, come no. Solo i bambini potevano ancora credere a queste sciocchezze.

[9] Uh, come puzza e come fa schifo. Ha due bernoccoli sul cranio che sembrano corna; e il viso? Sembra quello di un maiale. Ma perché mi guarda e ride con quei denti fradici e gialli… quasi quasi gli do un pugno e gli spacco la faccia. Ma no. Meglio che stia tranquillo Sono quasi arrivato. È tardi.

[10] Costui ha una faccia nota… ma non mi ricordo… forse in qualche sogno?

[11] Buca d’inferno? Ma che dice ‘sto stronzo? Ah, la prossima è la mia: Chiaiano. Ora si ferma. La coca ce l’ho? Sì, eccola qua. Bene.

[12] Ridi, ridi, coglione! Io sono arrivato!

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Un lungo racconto del mio amico Angelo: I folletti dentro di noi

7 Maggio 2016 Commenti chiusi

I FOLLETTI DENTRO DI NOI 

 ” Si metta comodo, se ci riesce!”

Il tono suonava fra l’invito, la presa in giro e la scusa, e la poltroncina metallica con braccioli ma senza cuscino era bianca, fredda e poco invitante. La guardai e mi ci avviai con passo tutt’altro che entusiasta. Mi poggiai sulle ginocchia il soprabito, che da due giorni mi seguiva senza scopo per Napoli, e mi sedetti accavallando le gambe. Attraverso l’ampia finestra di fronte a me potevo vedere, oltre la cima degli alberi di delimitazione del piazzale dell’Ospedale, la sagoma inconfondibile del Castello di S. Martino e, più in basso, quella del Mastio Angioino con le banchine del porto. L’orizzonte si perdeva nella bruna del calore estivo, lasciando soltanto una pennellata d’azzurro dove sapevo che si trovava Capri.

La primavera inoltrata e calda si precipitava nella stanza attraverso la bocca spalancata della finestra, portando con se il fine pulviscolo del polline ed i rumori delle auto che giravano senza posa in attesa di trovare un buchetto ove parcheggiare. Da un centinaio di metri giungeva sin li la voce cantilenante di un venditore ambulante di Dio solo sa cosa e, di tanto in tanto, si potevano udire strilli di scugnizzi che si rincorrevano, con una palla rimediata in qualche modo, fra le auto in sosta strette fra loro come mattoni in un muro.

“Gradisce un caffè?” la voce del dr. Morelli mi scosse dalla leggera ipnosi in cui stavo per cadere. Mi volsi verso di lui e vidi che si era a sua volta seduto nella altrettanto scomoda poltroncina metallica dietro la scrivania; dietro gli eleganti occhiali d’oro, i suoi occhi penetranti mi ricordavano che non era solo un medico e un primario del più prestigioso ospedale napoletano,  ma anche uno psicologo di fama internazionale, un uomo dalla cultura ampia ed eclettica che avevo incontrato casualmente poche sere prima al Circolo dell’Unione, il selettivo quanto esclusivo circolo dell’aristocrazia partenopea, e con il quale avevo scambiato le opinioni sulla conferenza – accalorata quanto disordinata ed inconcludente – di un nuovo Socio appena immigrato dalla Sicilia. Solo dopo qualche minuto il Principe  Ferdinando A….., che avevo conosciuto a Francoforte durante una sua visita al Direttore Generale della più grossa Compagnia di assicurazioni tedesca, ci aveva presentati invitandoci a cenare al suo tavolo. La conversazione era continuata ben oltre la fine della cena, fino a che avevamo deciso di concludere in itinere mentre mi avrebbero accompagnato al mio albergo sulla poco distante via Caracciolo. Arrivati al mio albergo, li avevo invitati entrambi a prendere con me il bicchiere della staffa e la conversazione era continuata intorno al tavolino del bar, accompagnata dalle antiche canzoni in dialetto che un giovane capellone suonava al piano. Solo verso le due, quando il giovane smise di suonare e chiuse il coperchio della tastiera, ci accorgemmo che il tempo era passato piacevolmente in fretta, ma che era ora di lasciarci. Ci si era promesso di rinnovare presto il piacere della conversazione e ci si era salutati nella hall con calorose strette di mano.

Il pomeriggio del giorno dopo, il dr. Morelli – che era anche il quattordicesimo Barone di B…- mi aveva telefonato in albergo ed aveva esordito col raccontarmi che il centralinista, nel ripetergli lettera per lettera il mio cognome,  aveva commentato ” ‘O tedesco!? Dottò, chillo è cchiù nnapulitano ‘e me!” Aveva continuato rammentandomi che avevo accennato di sfuggita, la sera prima, ad alcune esperienze curiose – degne di Carl Gustav Jung – che nel campo del paranormale mi erano occorse durante i miei viaggi. Ne volevo fare una nuova ed inedita? Avevo risposto  di si e lui mi aveva dato  appuntamento per la mattina seguente, e cioè ora, nel suo studio all’Ospedale Cardarelli.

In Italia un caffè non si rifiuta mai ed a Napoli il farlo suona quasi di offesa. Accettai di buon grado quello che il dottor Morelli mi offriva e, dopo qualche minuto trascorso a chiacchierare del magnifico maggio napoletano, delle  incredibili luci di cui  esso  inonda anche i vicoli più oscuri della Vecchia Città spagnola, del mare che sembra un lago e di mille altre cose che entrambi conoscevamo ed amavamo, il caffè era arrivato per entrambi, servito da un’infermiera in divisa.

Sorbimmo entrambi in silenzio il nero e bollente nettare dalle preziose tazzine in porcellana cinese che certo non potevano figurare nell’inventario dell’Ospedale  e, quando posai la mia nel  vassoio il dottor Morelli assunse un’aria seria e cominciò a parlare.

“Caro Conte, come Le ho accennato al telefono, ho un caso realmente fuori dell’ordinario di cui io ed il mio staff ci stiamo interessando , anche se senza cavare ancora un ragno dal buco. Io non Le chiedo certo di risolvermelo, ma Le sarei molto grato se – alla luce della sua esperienza di casi strani – potesse almeno indirizzarci nella giusta direzione per una comprensione del fenomeno. Le dico subito di che si tratta. Tre – no, quattro – giorni fa, verso sera la Polizia ha portato al Pronto Soccorso dell’Ospedale una donna di poco più di quarant’anni, ricoperta di lividi un po’ in tutte le parti del corpo. Presentava ematomi estesi specialmente sui fianchi e sulla schiena, ed alcuni persino sul ventre e sul pube. I segni erano quelli che un grosso bastone avrebbe potuto procurare, ed in qualche punto la pelle era anche – seppur per brevi tratti – lacerata, probabilmente a causa di qualche rugosità od irregolarità del corpo contundente. Le radiografie non rivelarono fratture od altre lesioni interne, né emorragie più profonde di quelle superficiali degli ematomi. La Polizia parlò di probabile aggressione, anche se nessuna denuncia fu presentata nei confronti di alcuno; la donna venne curata e trattenuta in osservazione. Il responsabile del Pronto Soccorso, dottor Pietrafesa, dando prova delle sua ormai nota professionalità, cercò di capire le cause delle condizioni in cui la paziente si trovava, ma ricevette solo silenzi e pianti sommessi. Negò di essere caduta così come di essere stata aggredita da alcuno. Disse solo che, mentre stava dormendo, aveva sentito una gragnola di colpi raggiungerla da tutte le parti, che si era girata e rigirata sotto quell’infernale scarica di violenza, ma non aveva  visto nessuno intorno a se.

Il figlio della donna, un quattordicenne esile e timido che viveva con lei, era accorso alle sue grida dalla stanza vicina e l’aveva vista contorcersi e gridare senza alcuna causa apparente. Nessuno era entrato nella casa, le finestre erano chiuse come la porta d’ingresso ed una vicina, svegliata dalle grida della donna, aveva successivamente dichiarato alla Polizia di esser assolutamente certa di non aver visto nessuno entrare od uscire. Nella casa non v’era traccia di bastoni od altri oggetti abbastanza grossi da giustificare gli ematomi e le abrasioni. L’unico testimone era stato il figlio adolescente, che era stato trovato in lagrime al fianco della madre dal  personale dell’ambulanza chiamata dalla vicina .”

Fece una breve pausa per accendersi uno dei profumatissimi sigari che portava nel taschino dell’immacolato camice bianco, dopo avermene offerto uno che rifiutai.

“Il giorno dopo, il mio collega responsabile del Pronto Soccorso andò a visitarla al Reparto Ortopedico cui era stata destinata, e …. – fece una breve pausa ad effetto soffiando una nuvola di fumo – …. e rimase di stucco riscontrando che tutte le abrasioni, contusioni ed ematomi che segnavano la sua pelle liscia e regolare si stavano risolvendo con velocità superiore al normale. La donna fu dimessa, ovviamente, ed il mio collega venne a trovarmi per riferirmi quel caso inconsueto, ben sapendo che uno dei fenomeni che più profondamente mi incuriosisce sono i fenomeni… non normali.”

Emise una nuova nuvola di fumo che s’illuminò dei raggi solari fino a sembrare una fitta nebbia, e si appoggiò allo schienale della poltroncina.

Poiché taceva, cambiai posizione accavallando le gambe in modo più comodo e lo guardai con aria interrogativa.

“Lo stesso pomeriggio di ieri telefonai alla donna, e la feci venire qui in ambulatorio per sottoporla ad una visita neurologica approfondita e, subito dopo, ad una intervista – non ancora una seduta – di natura psicanalitica. Venne di nuovo col figlio, che lei disse di non sapere dove lasciare, e la intrattenni per oltre tre ore. Mi narrò che il marito – defunto da ormai due anni – era stato un uomo di alta statura e robusta corporatura, portato alla violenza anche per inezie, e che per i dieci anni del loro matrimonio ella aveva dovuto subire frequentissime scenate, specialmente di gelosia anche se immotivate, ed innumerevoli episodi di pestaggio in ogni parte del corpo.  Avrei potuto accertarmene presso i Pronto Soccorso dei due ospedali vicini alla sua abitazione, presso i quali ogni volta era stata ricoverata per uno o due giorni, ed ai quali aveva rifiutato di accusare il marito delle contusioni ed abrasioni riportate, dichiarando al poliziotto di turno di essere caduta dalle scale, di aver sbattuto contro mobili, finestre ed altri oggetti, e comunque di essersi procurata da sé, accidentalmente, i danni riscontrati su di lei. Il figlio, che l’aveva accompagnata ogni volta in ospedale, aveva ogni volta confermato piangendo le dichiarazioni della madre, ed amorevolmente l’aveva riaccompagnata a casa appena dimessa.  In effetti, ho chiesto conferma delle dichiarazioni di Rosa – così si chiama la donna – e tutto concordava con quanto ella mi aveva dichiarato. ”

“Ed ora entra in ballo Lei!” mi disse guardandomi dritto negli occhi dopo aver emesso un’altra pigra e voluminosa nuvola di fumo del suo sigaro.

Credo di avere avuto, in quel momento, un’aria abbastanza stupida e sorpresa, perché si affrettò a soggiungere “No, caro Conte, non credo affatto che sia stato Lei a picchiarla, ma penso invece che si tratti di un caso di manifestazioni paranormali, occulte, o come meglio Le pare definirle, di cui io sono completamente ignorante e Lei invece, a quanto dice il Principe A…., ha avuto delle sorprendenti esperienze. Se vuole sapere la mia impressione, è che non di fronte ad un caso normalmente spiegabile ci si trovi, ma a qualcosa come i poltergheist o loro stretti parenti. Che ne dice?”

“Beh,” cominciai dopo essermi schiarito la voce. “Vede, non è facile così, di botto, esprimere un’opinione… Certo che la cosa mi incuriosisce, come ben può immaginare, ma a prima vista non saprei proprio che dire…”

Tacqui imbarazzato, ed il dottor Morelli, con aria furbesca  si piegò verso di me attraverso la scrivania e poggiandomi una mano sull’avambraccio commentò:

” Lo avevo immaginato. E’ perciò ho avvertito telefonicamente la signora Rosa, fin da ieri sera, che oggi avrebbe potuto ricevere una nostra visita. Si, ha capito bene, una nostra visita a casa sua; io e Lei, se oggi dispone di un’oretta, andremo a trovarla a casa, lì dove l’episodio della sua aggressione inspiegabile si è verificato. Se Lei, caro Conte, è curioso di questi fenomeni, io non lo sono da meno. Da decenni cerco di capirli, ma tutto ciò che riesco ad ottenere è soltanto una raccolta massiccia di aneddoti e storie che non recano in sé un briciolo di spiegazione, e che è addirittura difficile catalogare: apparizioni, sparizioni, piogge di sassi, rane, pesci e sa Dio cos’altro, combustioni spontanee, apparizioni spettrali, poltergheist…..un guazzabuglio senza capo né coda che deve – dico deve – avere un senso ed una spiegazione, no?”

Gli occhi gli brillavano quasi di furore represso, e mentre parlava le sue mani tradivano la sua napoletanità agitandosi freneticamente a sottolineare quel che diceva.

Pensai che tanto fervore meritasse un premio, sicché aspettai qualche secondo che si calmasse, e quindi, con voce più grave e suadente del mio solito tono, cominciai.

“Ebbene, la cosa mi stimola molto, e sono disposto a venire con Lei da questa …Rosa ha detto?” Feci una breve pausa “Sono libero oggi dopo le sedici, quindi potrei incontrarLa verso le diciassette all’indirizzo della sua… paziente. D’accordo?”

Il dottor Morelli scribacchiò l’indirizzo su uno dei  foglietti che si trovavano sulla scrivania, me lo consegnò, ed io ripresi.

“Innanzi tutto, caro Dottore, Le do assolutamente ragione – esordii mentre mettevo in tasca il foglietto  – quando dice che tutti i fenomeni che Lei ha ricordato, e molti altri ancora di cui non è neanche a conoscenza, debbono avere un senso ed un significato. E ce l’ hanno, ne sia sicuro, ce l’ hanno, anche se non credo di essere in grado di spiegarglielo, né  forse Lei di afferrarlo a causa della formazione razionalistica e pragmatica che come tutti ha ricevuto. Se questo può consolarLa, quel che io sono riuscito a capire negli ultimi trenta anni, usando strumenti fisici, matematici, filosofici, etnologici, archeologici e di natura interdisciplinare difficilmente classificabile, rappresenta solo una scalfittura sulla superficie di un monolito enorme e durissimo, un graffio sulla Luna e niente di più. Molto probabilmente, e non sarebbe una novità, non riuscirò a capire nulla di quel che accade a questa Rosa, ma verrò con Lei e cercherò di darLe una mano a risolvere il problema. Ma badi bene, non si aspetti nulla, e soprattutto non faccia nascere inutili speranze in quella povera donna!”

Si passò una mano sui capelli con aria perplessa.

“Senta, Conte” propose “Non sarebbe possibile rinviare il Suo appuntamento e darmi la chance di invitarLa a colazione con me? Avremmo modo di parlare di questi argomenti, che per me sono affascinanti più di quanto Lei non creda, e darebbe a Lei una chance di gustare alcuni piatti assolutamente poco noti della cucina tradizionale napoletana. Che ne dice?”

La sua proposta mi allettava molto e gli chiesi se potevo usare il suo telefono per provare a rinviare all’indomani il mio appuntamento delle quattordici. Acconsentì e, per darmi la necessaria riservatezza, mi lasciò solo per una decina di minuti nel suo studio, per andare – od almeno così disse – a controllare rapidamente  le terapie prescritte ai pazienti e consegnate  il giorno prima alla caposala.

Differire il mio appuntamento fu cosa rapida, sicché – posato il telefono – detti uno sguardo in giro ai libri che, numerosi, stipavano gli scaffali della libreria tutt’intorno alla stanza.

Naturalmente, la maggior parte dei libri era di carattere medico, psichiatrico, psicologico e clinico. Ovviamente, erano presenti le opere complete di Sigmund Freud e di Carl Gustav Jung, oltre a decine di Annali delle più prestigiose Associazioni mondiali di Psicanalisi ed agli Atti di altrettante decine di Convegni Internazionali di psicanalisi e psicologia dell’inconscio.  Due o tre scaffali erano invece dedicati a libri e pubblicazioni sui fenomeni paranormali. Vidi una copia del Rhine, il Dizionario enciclopedico del paranormale, alcuni vecchi lavori di Talamonti e Inardi, nonché una vecchia edizione in inglese del Complete Book  di Charles Forte e numerose altre opere , sia note che pressoché sconosciute, sulla parapsicologia ed il paranormale. Si, Morelli aveva detto la verità nell’asserire di essere curioso in materia di eventi paranormali.

Ma quanta elasticità mentale poteva celarsi dietro tale curiosità, perché riuscisse a capire il fascino che l’abisso della spiritualità esercita anche sulle menti più evolute e più preparate? Sarei riuscito ad innescare in lui la scintilla che porta alla crescita interiore indispensabile per intuire la Verità senza perdere l’equilibrio fra buon senso e misticismo? In ogni caso, valeva la pena di provare.

Ero assorto in questi ragionamenti, quando Morelli rientrò, i capelli in disordine ed un graffio sul viso, con il camice bianco sbottonato e qualche bottone mancante.

“Mi scusi l’aspetto, ma ho dovuto anche visitare un paranoico in piena crisi di esaltazione, e Lei può immaginare….”

Gli comunicai il successo nella posposizione del mio appuntamento, ed il suo viso s’illuminò. Si rimise rapidamente in ordine nel piccolo bagno contiguo allo studio ed indossò una giacca di tweed.

Uscimmo dallo studio e, dopo aver attraversato lunghissimi corridoi in penombra, sempre più ingombri di lettini e pazienti man mano che ci si avvicinava all’uscita, sbucammo nell’abbagliante sole del piazzale.

Dopo poche decine di minuti, eravamo giunti, attraverso scorciatoie note solo a lui, che dalla collina ci portarono fino alla Riviera di Chiaia, a un ristorante la cui insegna sull’angolo della strada indicava il primo piano di un edificio anonimo.

Il pranzo fu all’altezza delle meraviglie decantate dall’anfitrione: il ménu comprendeva molte portate che mi erano praticamente sconosciute e ne scelsi alcune che si rivelarono squisite quanto inconsuete, come le melanzane al cacao, il sartout di riso ai polpi “veraci”, e altro, che il dr. Morelli suggerì di annaffiare con un vino rosso celebre quanto antico, il “Falerno” invecchiato, che solo una volta in vita mia avevo già gustato. Color rosso sangue ed altrettanto denso, discendeva lentamente dalla bottiglia e lasciava spessi e carichi depositi sulle pareti dei bicchieri, rilasciando nell’aria un profumo delizioso.

Fu alla fine del pranzo, quando il cameriere ci lasciò soli con una bottiglia di limoncello di Sorrento, che il dottor Morelli riprese il tema interrotto nel suo studio all’Ospedale.

“Le dicevo – iniziò – che in un primo tempo avevo pensato a fenomeni di poltergheist, ma ho dovuto scartare l’ipotesi per l’assenza, nella casa della paziente, di alcun oggetto o corpo contundente capace di lasciare sul corpo i segni che abbiamo riscontrato.” Sollevò gli occhi dal bicchierino di limoncello e mi fissò in silenzio in attesa di un mio commento.

“Beh, vede – gli risposi -  in linea di massima sono d’accordo con Lei, dottore, ma non sempre il fatto che gli oggetti non siano materialmente presenti sul posto è sufficiente a scartare a priori tale ipotesi. In realtà, come documentato ampiamente da Charles Forte – dei cui lavori ho notato la presenza nel Suo studio – sono numerosi i casi in cui i più strani oggetti si materializzano e smaterializzano subito dopo essersi fatti vedere. Piuttosto, vi è da chiedersi se la paziente, oppure suo figlio, abbiano  visto qualcosa muoversi per una frazione di secondo nell’aria e colpire le varie parti del corpo. E’ così?”

“No, né l’una né l’altro hanno visto nulla. Ma, visto che ci siamo, può darmi un’idea, anche se approssimativa e minimale, di come possa accadere che gli oggetti si possano materializzare e smaterializzare?”

Non era una domanda facile cui rispondere, e mi ci volle un po’ per spiegargli il significato matematico di “dimensione” e fargli immaginare cosa sia un “iperatto” od un “ombelico” in più di quattro dimensioni; fortunatamente aveva discrete  nozioni di  matematica e non ci volle molto a portarlo a comprendere come l’universo in cui viviamo non sia che una sezione in quattro dimensioni – tre spaziali ed una temporale – di un universo molto più complesso che esiste al di fuori di esso in qualcosa come dieci od undici dimensioni, di cui almeno quattro spaziali, tre temporali e  due energetico-spirituali, un supersolido a stento concepibile e quasi impossibile da immaginare per chi non abbia speso quasi tutta la vita a cercare di comprenderne la portata ed il senso. Più facile mi riuscì invece richiamare alla sua mente quanto poco ancora si sappia delle funzioni del cervello umano e quante altre esso ne possa svolgere, sia pure inconsciamente, mettendo in moto meccanismi estremamente più grandi di lui o facendo da catalizzatore o punto d’incontro fra realtà sovra-dimensionali.

Alla fine della mia lunga chiacchierata, che egli seguì con gli occhi sgranati e con concentrazione totale, mi guardò fisso e mi chiese :

“Ma come cavolo… mi scusi, volevo dire come ha raggiunto una concezione così lucida ed allo stesso tempo inestricabile….?”

Ritenni doveroso a questo punto spiegargli anche che è indispensabile saper coniugare la conoscenza con la spiritualità, e la scienza con la ricerca dell’armonia della realtà, superando ogni visione divisionistica per raggiungere una concezione olistica dell’esistente. Gli accennai il significato della comprensione della Vita e della Non-Vita e del velo immateriale che le separa, l’intersecarsi nel tempo e nello spazio delle esistenze, la falsità del concetto fisico di nascita e di quello di morte, finché non mi accorsi che il suo sguardo vagava vacuamente nell’aria e che stavo per mandarlo in tilt. Mi fermai ed attesi che si riprendesse da quello stato di quasi-trance in cui vedevo la sua mente arrancare per afferrare intuizioni che – inevitabilmente – erano nate nel suo subconscio ma non avevano ancora un barlume di chiarezza o di coerenza.

” Ho studiato, senza praticarlo, lo yoga – mi disse con aria di grande perplessità dopo qualche minuto – sia lo Hata Yoga che l’Atarva-Yoga, e credo ora di capire che molte delle cose che consideravo soltanto vuote parole o metafore puramente astratte vanno reinterpretate in chiave più moderna, più… scientifica se vogliamo. E’ così?”

Annuii versandomi un altro po’ di limoncello e, sorseggiando lentamente quel fresco nettare, gli spiegai a chi rivolgersi , a Napoli, tra i miei Fratelli più preparati nella ricerca esoterica e più avanzati sul sentiero della spiritualità. Gli dissi anche di quale Grande, antica e prestigiosa Famiglia facessi umilmente parte insieme alla persona che gli avevo indicato, di quali fossero gli scopi che essa persegue, e della disinformazione che in Italia aleggia intorno ad essa.

Mi ringraziò e mi chiese se poteva presentarsi a quella persona a mio nome, cosa che gli assicurai di buon grado ed anzi, ritenni di aggiungere, avrei preannunciato la sua telefonata e l’interesse che egli rivestiva verso i grandi temi della spiritualità.

Con evidente emozione mi ringraziò di nuovo, poi dette un’occhiata al Rolex che portava al polso ed osservò che il tempo, in mia compagnia, era davvero volato. Dovevamo affrettarci, disse, per non far tardi all’appuntamento con la sua paziente.

Come appresi dalla targhetta accanto al campanello che egli premette affianco ad un portone vecchio e consunto in un vicolo presso Via Duomo, la sua paziente si chiamava Esposito. Un nome tanto comune a Napoli che almeno il dieci per  cento degli abitanti lo porta. Un nome che profuma ancora di antiche illegittimità, di peccatucci sconvenienti che un secolo fa avevano indotto una, cento, mille ragazze-madri a depositare il frutto di una relazione clandestina nella “ruota” di uno dei tanti monasteri della città, e cioè a trasformarlo in un “esposto” alla carità di questo o quell’altro Ordine religioso. Sentire quel nome, e nel meridione d’Italia capita di frequente, ha sempre evocato alla mia mente l’immagine della “ruota degli esposti” ancora presente, anche se cigolante e – credo – ormai non più utilizzata, nei pressi dell’ ingresso dello stupefacente  Monastero di Santa Chiara.

Una voce femminile chiese al citofono chi fosse e, subito dopo, il portone si aprì allo schioccare di un apri-porta elettrico. Salimmo a piedi tre piani di scale in pietra serena, dagli scalini lucidi e consunti, e ci trovammo dinanzi ad una porta socchiusa che dava su un ballatoio ad arcate molto ampie prospiciente il grande cortile del palazzo. Una bella donna sui trenta o trentacinque anni fece capolino da dietro il battente e, con un inconfondibile accento partenopeo, ci invitò ad entrare; dopo una rapida presentazione ci invitò a seguirla in salotto. Nel precederci, i suoi fianchi pieni e sodi si muovevano in modo quasi provocatorio, oscillando di quasi cinque centimetri  rispetto alla spina dorsale; la gonna, aderente alla figura, accentuava l’oscillazione e creava l’impressione che tutta la parte inferiore del corpo fosse snodata ed indipendente da quella superiore alla vita. Era uno spettacolo degno di essere visto e notai che il dottor Morelli , al mio fianco, non se ne perdeva neanche un secondo.

Con le pupille ancora oscillanti, entrammo nel salotto e seguimmo l’invito della signora Rosa a sederci. Prendemmo posto, il dottor Morelli ed io, su due poltrone rivestite in broccato e dall’aria almeno secolare, mentre la signora Rosa si sedeva nel divano fra le due poltrone.

Il dottor Morelli spiegò che aveva chiesto la mia presenza al colloquio in quanto casi simili al suo facevano parte del mio bagaglio di esperienze insolite, e vidi che gli occhi della signora Rosa si riempirono di rispetto e di stupore quando si posarono su di me. La guardai più attentamente e, nella luce che generosamente inondava la stanza, notai anche che il suo viso, perfettamente ovale, recava segni ancora freschi di un pestaggio degno di uno scaricatore di porto; uno zigomo era tumefatto e, nell’altra metà del viso, un occhio violaceo e contornato di giallo testimoniava di una incredibile volontà di far male da parte di chiunque fosse stato a procurarlo. Se queste erano le condizioni in cui era ridotto il viso, figuriamoci il resto! pensai.

Non avevo torto, perché quando la donna suggerì al dottor Morelli di far vedere – di nuovo per lui, ma la prima volta per me – le ecchimosi, le abrasioni e le contusioni che in quella occasione, ultima di una serie iniziata due anni prima, vidi una strana luce sfottente accendersi negli occhi dello psichiatra, il quale candidamente fece notare che forse sarebbe stato il caso di andare nella camera da letto , dove la signora avrebbe potuto stendersi più comodamente.

Ci spostammo di nuovo in una delle stanze adiacenti; la signora Rosa chiese permesso un attimo e si recò a spogliarsi nel bagno. Ne tornò drappeggiata in un accappatoio di spugna ed andò direttamente a stendersi sul grande letto matrimoniale che troneggiava su una delle pareti della stanza.

La pregammo di voltarsi sullo stomaco per esaminare il dorso e, scostandosi i lunghi capelli corvini che portava sciolti, ella si rigirò ed aprì l’accappatoio sul lato anteriore. Il posteriore della signora Rosa si ergeva – colle dolcissimo e perfetto – di parecchi centimetri rispetto alle gambe ed al tronco. Con lentezza sadica, il dottor Morelli sollevò su uno dei fianchi l’accappatoio, e scoprì la parte inferiore di un fianco fino alla caviglia.

In un altro momento, e se non avessi visto quel che vidi, avrei apprezzato in ben altro modo la superficie morbida e bianca che si rivelò ai miei occhi. Ma in quell’occasione notai immediatamente soltanto le strisce violacee che ancora attraversavano trasversalmente la pelle della parte di dorso che riuscivo a scorgere. Le ecchimosi erano lunghe almeno venti centimetri ciascuna ed avevano già assunto il classico colore giallino ai margini, mentre verso il centro erano prima violacee e poi rossastre. Erano circa una quindicina e si sovrapponevano in più punti. Due di esse recavano nella parte centrale piccole escoriazioni, come se l’oggetto con cui erano stati inferti i colpi fosse stato ruvido, probabilmente di legno grezzo. Facendo uso di una lampadina tascabile e di una lente d’ingrandimento che Morelli  aveva con sé, esaminai la pelle da vicino per verificare se vi fossero schegge infitte nell’epidermide, od altri indizi e segni, anche piccoli, che – anche se a distanza di tre giorni – potessero suggerire soluzioni all’enigma del “corpo contundente” con cui la donna era stata colpita.

La donna era immobile e di tanto in tanto emetteva piccoli gemiti di dolore. Ricopersi la parte scoperta di quel magnifico corpo e dissi che mi bastava. Morelli mi chiese se volevo vedere i segni presenti anche sulla parte anteriore della signora Rosa, ma mi schernii e, con tristezza (debbo ammetterlo) ma anche con galanteria,  commentai che avevamo già disturbato la signora abbastanza: non era il caso di farlo ulteriormente.

Mi guardai intorno mentre la signora richiudeva l’accappatoio e si alzava rapidamente per tornare in bagno a rivestirsi. Il mobilio era scuro e pesante; su un comò settecentesco troneggiava una splendida Madonna Addolorata dell’Ottocento napoletano coperta da una campana di vetro; accanto ad essa una fotografia in una cornice d’argento e con un lumino elettrico acceso dinanzi mostrava a colori il volto di un uomo sulla quarantina. Un viso tutt’altro che ordinario, pensai nel guardarlo; un uomo il cui sguardo attento e vivace sembrava prendere in giro chi lo cogliesse. Perfettamente sbarbato, il viso sovrastava un immacolato colletto di camicia chiuso da una splendida cravatta dall’aria costosa.

“Era il marito” disse sottovoce il dottor Morelli che aveva seguito il mio sguardo “è morto circa due anni fa. Lavorava alla Banca… a dieci metri dal portone. Ha anche un figlio…”

“Si, me lo aveva detto – commentai – e potrebbe essere interessante conoscere anche lui. C’è?”

“Ora lo chiediamo” mi rispose.

Tornammo nel salotto senza attendere la signora Rosa, che ci raggiunse qualche minuto dopo completamente rivestita con la stessa gonna provocante di prima. Il ragazzo era in casa, impegnato, disse la signora Rosa,  nei compiti per l’indomani.

“E’ molto bravo a scuola, e l’anno venturo intendo mandarlo a scuola pubblica, ora che mio marito non c’è più. Fino alla fine del Ginnasio ho preferito tenerlo come prima dai Gesuiti. Mio marito Vincenzo ci teneva tanto…” I suoi occhi si inumidirono. Si scosse e chiamò ad alta voce: “Roberto!”.

“Si mammà” sentimmo dopo un attimo rispondere.

La voce apparteneva ad un adolescente pallido e sottile che emerse dalla penombra di una grossa poltrona, con la spalliera rivolta verso il salotto, nell’angolo opposto della stanza. Lentamente e con l’aria goffa e dinoccolata propria di tutti gli adolescenti  longilinei, il ragazzo si fece avanti verso la parte della stanza ove eravamo seduti.

Osservandolo da vicino, mentre impacciato ci guardava a turno con le mani dietro la schiena ed il capo abbassato, mi accorsi che era più esile ed ossuto di quanto già non mi fosse apparso a distanza. Aveva i polsi e le caviglie sottili, ed i suoi capelli lisci e lunghi fino quasi al colletto del maglione gli conferivano un’aria debole e malaticcia. La pelle era di un bianco quasi diafano, come se raramente trascorresse del tempo all’aria aperta. Portava le spalle quasi curve e piegate in avanti, frutto probabilmente delle lunghe ore trascorse da solo allo scrittoio.  Lo sguardo, invece, era fiero e teso: quello di un ragazzo ambizioso e testardo, difficile da educare e perfino da aiutare, senza prima averne conquistato l’assoluta fiducia. Il soggetto ideale, mi dissi, per fenomeni di poltergheist; sarebbe stato bene tenerlo presente durante le lunghe riflessioni che avrei dovuto certamente fare per aiutare Morelli a venire a capo della storia. In compenso, ricordai, non avevo avuto nessuna impressione, entrando nella casa, di presenze  o di negatività: meno male!

“Ciao, giovanotto, come va lo studio?” chiese il dottor Morelli  al ragazzo.

“Come sempre” rispose quello in modo asciutto.

“Abbiamo chiesto di te, io ed il mio amico dottor Von Walddreihausen, perché volevamo farti alcune domande su quanto è accaduto giorni fa. Ti spiace sederti con noi ed aiutarci ad aiutare la mamma?”

“Certo che non  mi dispiace” – rispose Roberto – “anche se non so proprio come la si possa aiutare. Quel che è accaduto è assolutamente illogico, irrazionale e spaventoso; neanche nel film L’esorcista  c’è niente del genere.”

Si voltò verso di me e guardandomi fisso negli occhi mi chiese: “Lei non è per caso un esorcista, vero?”

“No” mi affrettai a rispondere, e soggiunsi “solo che quello che è capitato a tua madre è sorprendente; in forme diverse, di cui ho visto e conosco vagamente le manifestazioni, ciò è già accaduto e continua ad accadere in molte parti del mondo. Per puro caso ho incontrato il dottor Morelli l’altro ieri ed ho accettato di  venire di persona per capire se è la stessa cosa, che può risolversi abbastanza facilmente e presto, oppure no. Ma il solo modo di capirlo è rendersi conto di come siano esattamente andate le cose. Ti va di parlarne con me?”

“Sarà – mi rispose – ma secondo me si tratta del fantasma di mio padre che ha ripreso anche dopo morto a picchiare la mamma!”

Rimasi sconcertato. “Perché, il tuo compianto padre la picchiava?” gli chiesi. Con la coda dell’occhio vidi la signora Rosa arrossire e piegare il capo per nascondere il  viso.

La voce del ragazzo suonò dura: “Tanto per cominciare, mio padre è morto, ma non compianto se non dalla mamma. Era stupidamente geloso della mamma, ed ogni sera la sottoponeva ad interrogatori del terzo grado; peggio dell’ Inquisizione: cos’ hai fatto, dove sei andata, con chi sei stata? e tante altre domande del genere, e se lei non rispondeva o gli dava rispostacce, erano schiaffi e bastonate. Aveva il bastone da passeggio del nonno, grosso quanto un pollice e nodoso, e con quello giù botte! E se vuole saperlo, i lividi che le faceva da vivo sono gli stessi che ha visto, e che ho visto anch’io; solo che ho fatto chiudere il bastone nella bara, quando lo hanno portato via: non potevo più vederlo!”

La donna piangeva ora sommessamente, e Roberto le si avvicinò, s’inginocchiò dinanzi a lei e le prese il capo sulla esile spalla.

“E quante volte ne ho prese anch’io, di botte, per difenderla! Ora i segni si sono cancellati, ma certe volte ero viola sulle braccia, sulla schiena e sulle gambe, come una melanzana! E sono sicuro che prima o poi me lo rifarà, quel disgraziato, muorto e bbuono!

“Non parlare così di tuo padre” gli intimò la donna con voce tremante.

“Vedete – riprese, rivolta a me e Morelli – sono nata e cresciuta in un basso (abitazione classicamente napoletana al piano-terra degli edifici) ad una decina di metri dal portone. Mio padre era violinista, ma i reumatismi gli consentivano soltanto di fare il posteggiatore (suonatore ambulante). Quel che guadagnava bastava si e no per pagare l’affitto, e da ragazza ho preso tanta di quell’umidità da procurarmi una scoliosi che non sono più riuscita a curare. E’ quella la causa del mio modo di camminare, lo sapete? Ed invece, sin da quando ero giovane tutti pensavano che lo facessi apposta, ad ancheggiare, per attirare l’attenzione. Anche mio marito, il povero Vincenzo, sebbene sapesse che non ero io a voler ancheggiare, riteneva che fossi poco seria e cercassi l’attenzione degli uomini. Era geloso, incredibilmente geloso, ed anche se il suo ufficio, la banca, era a pochi metri dal portone di casa, voleva sempre sapere se dovevo uscire, dove e con chi dovessi andare, e faceva domande, domande, una tortura…”

Grossi lacrimoni ripresero a scivolarle lungo le gote, mentre la voce era divenuta quasi lamentosa; con un fazzolettino, che aveva tenuto fin li chiuso nel pugno, cominciò ad asciugarsi il viso e riprese:

 

“E la sera…. se non gli rispondevo come si aspettava, se avevo incertezze sull’esattezza al minuto di quel che avevo fatto o sul dove ero andata, era come ha detto Roberto… botte, bastonate…” le lacrime scendevano ormai copiose sul suo viso e, dopo pochi secondi, mormorò una scusa e fuggì via verso il bagno.

Roberto sedette sul divano accanto al posto occupato una attimo prima dalla madre, accavallò le ossute estremità inferiori e ci guardò entrambi con durezza. Ora capite perché ce l’ ho con lui.” esclamò “Cristo, ma è possibile che anche dopo morto…”

“Smettila! ” gli dissi seccamente ” e comportati da uomo. Che tu ami tua madre è giusto e naturale, ma che senza sapere o capire nulla di ciò che accade tu condanni ora, dopo anni dalla sua morte, l’uomo che ti ha dato la vita ed ha posto le basi del tuo futuro, mi sembra indegno del ragazzo serio  che vuoi sembrare. E questo, fra l’altro, certo non aiuta tua madre a dimenticare o ad accettare quel che accade.”

Alzò gli occhi, e vidi che le mie parole lo avevano scosso.

“Si, d’accordo, ma cos’è che sta accadendo? Perché forse non sa che è già successo altre due volte, solo che in quelle due altre occasioni non avevamo dovuto andare in ospedale! Ai vicini abbiamo detto che era caduta dalla scaletta mentre lavava i vetri, e forse lo hanno creduto. Ma questa volta non si poteva trovare una scusa, visto che è successo di notte e che la donna delle pulizie era venuta quello stesso mattino. Allora, se non è lui  a perseguitarla ancora, cosa diavolo sta accadendo? E Lei, dottor Frankenstein, è o no un esorcista?”

” Non mi chiamo Frankenstein, e non sono un esorcista. Ma dato che sei curioso, ti dirò che sono uno studioso di fenomeni strani chiamati paranormali, quale quello che sta capitando a te e tua madre. Ora, piuttosto, rispondi a qualche domanda che ti farò; fallo senza esitare e soprattutto non mentirmi neanche una volta!”

“Non è un medico, non è un esorcista, e ne ha approfittato per vedere nuda la mia mamma! Bel maiale! Mi stupisco di Voi, dottor Morelli, che vi siete prestato a questa sporca recita!”

Morelli si sentì punto sul vivo, perché gli rispose piccato: “Roberto, io sono un neurologo, e sono una persona seria. Se ho ritenuto necessario che il dottor Walddreihausen vedesse coi suoi occhi i lividi e tutto il resto delle ferite di tua madre, vuol dire che non ho alcuna idea di quel che è successo né di come sia successo: se preferisci, possiamo pure andarcene, ma dì pure a tua madre che ho già abbastanza clienti, e abbastanza donne anche, senza bisogno di fare lo sporcaccione come tu stupidamente credi. E’ chiaro? Ed ora, penso che sia il caso di andarcene!…”

Stava finendo la sua filippica, quando la signora Rosa riapparve sulla porta.

“Che succede?” chiese allarmata all’udire la voce secca con cui Morelli aveva pronunciato le ultime parole.

Morelli le spiegò che Roberto si era espresso nei nostri riguardi in modo ingiurioso insinuando che la nostra venuta potesse essere una specie di intrusione a scopi libidinosi , e non una visita volta a cercare soluzioni e risposte al suo problema. Ma forse, aggiunse, Roberto cercava in quel modo provocatorio soltanto di  eludere le mie domande.

“Tu sei matto come… ” iniziò la donna rivolta al figlio. Si corresse subito “come un cavallo. Come puoi pensare..!?  Chiedi subito scusa! ”

Roberto era impallidito a causa della sfuriata della madre, e chinò il viso.

“Io… – iniziò – mi spiace; davvero non so… io voglio bene a mammà, e l’idea che… ecco, ero infuriato e non sapevo quel che dicevo. Mi dispiace…”

“… di essere diventato geloso anche tu senza ragione.” completai per lui la frase iniziata. “Vedi Roberto, amare qualcuno comporta naturalmente una certa dose di gelosia: la persona che amiamo è nostra, e niente e nessuno deve trattarla o considerarla meno di quanto noi stessi la consideriamo. Per te la mamma è tutto, ed è naturale così; e almeno fino a quando, fra qualche anno, non incontrerai la donna della tua vita, per te lei sarà madre, sorella, amica e fidanzata. Ma credimi: sia il dottor Morelli che io la consideriamo con il massimo rispetto. Per lui, lei è una paziente che lui non sa come aiutare e curare, e per me, oltre che una padrona di casa eccellente ed una madre tenera e premurosa, ella è un essere umano in difficoltà, che soffre soprattutto dell’incertezza – o dell’ignoranza, se credi – di quel che le è capitato. Se a te capita di conoscere qualcuno in difficoltà, pensi di approfittartene, o non piuttosto di fare del tuo meglio per aiutarlo a superare i suoi problemi?”

Roberto arrossì, questa volta, e guardandomi con palese imbarazzo mi chiese “Cosa voleva sapere, dottor Walddreihausen?” Così, ora lo ricordava, il mio nome!

Mi rilassai nella poltrona, mentre la signora Rosa tornava a sedere sul divano accanto al figlio.

“Cominciamo così. Quella sera tu eri in casa, visto che è successo di notte. Eri nella tua stanza, o…?” chiesi.

“Si, non ho mai dormito nella stanza dei miei genitori, e tanto meno ora dormirei in quella di mia madre.”

“Dormivi?”

“Non ancora. Anche se era già molto tardi ero ancora sveglio per finire di prepararmi a una interrogazione per l’indomani”.

“Hai sentito rumori, o strilli della mamma e sei corso…?”

“No, ho solo sentito dei lamenti sommessi, quasi un pianto, della mamma, e sono andato con calma a vedere.”

“E che cosa hai visto?”

“Nulla di particolare, solo la mamma che si muoveva nel letto e si rigirava. Poi, qualche secondo dopo, lei ha gridato e si è svegliata, ed io le sono corso accanto. L’ ho abbracciata, e le ho chiesto se si sentisse male, ma lei ha continuato a strillare di dolore ed a contorcersi tutta, e ho capito che si stava verificando la stessa cosa di due anni fa. Solo che due anni fa dormivo, e quando sono arrivato tutto stava per finire.”

“Durante quale stagione è successo due anni fa, ricordi il mese?”

“Si, era di agosto e faceva un gran caldo; il balcone era aperto e tutto il vicinato ha sentito gridare; dopo due minuti la gente ha cominciato a bussare alla porta per chiedere se serviva qualcosa, ed io e la mamma ci siamo vergognati da morire”.

“Ma non siete andati all’ospedale neanche il giorno dopo, vero?”

“No, c’erano meno lividi, e meno grandi di tre giorni fa. Dicemmo ai vicini che mamma aveva avuto un incubo perché aveva mangiato qualcosa di pesante a cena. E tutto finì li. Non come questa seconda volta, che dopo la fine dei colpi la mamma continuava a gridare dal dolore ed era viola dappertutto. ”

“Roberto, ora devo farti qualche domanda strana; non ti stupire, ma rispondimi con la stessa sincerità con cui l’ hai fatto finora, ti prego.”

“Va bene.”

“Roberto, mentre stavi accanto alla mamma, ed i colpi continuavano, ricordi di aver visto qualcosa muoversi dentro il letto, o le coperte sollevarsi ed abbassarsi ogni volta che la mamma gridava, o qualsiasi altro movimento, lento o veloce prima di ogni grido di mamma?”

“No, nulla del genere. La mamma strillava e basta.”

“Ed hai visto se qualche oggetto nella stanza si muovesse da solo, che so, un lume, una sedia, un quadro , qualsiasi cosa?”

“No, anche se non mi guardavo certo intorno, abbracciavo la mamma stretto stretto, ed i miei occhi potevano vedere almeno metà della stanza. E avevo acceso la luce, pure.”

“Ricordi di aver trovato qualcosa fuori posto l’altrieri, dopo che siete tornati dall’ospedale? E Lei, signora, ricorda qualcosa del genere?”

“No” mi risposero insieme madre e figlio.

“Posso tornare da solo nella stanza da letto? chiesi. Fecero per alzarsi, ma li fermai con un gesto: “Conosco la strada, grazie.”

Tornai sulla soglia della camera  e mi ci fermai per qualche minuto affinando al massimo le “antenne della mente” per cercare di percepire quelle strane sensazioni che più volte ho provato in luoghi in cui fenomeni di poltergheist si erano verificati, ma non avvertii nulla, nemmeno il più piccolo brivido né rizzarsi di peli sulla nuca. In quella stanza non c’era mai stato alcun fenomeno di poltergheist. Si trattava certamente di altro, ma di qualcosa che nemmeno aveva a che fare con presenze che aleggiassero nel posto o che si fossero manifestate in esso. Inutile seguire sia l’una che l’altra ipotesi; la spiegazione, sempre che ce ne fosse una, non era una di quelle due.

Tornai nel salotto e, restando in piedi, dissi che poteva bastare così, almeno per quel giorno,  che avevamo recato abbastanza disturbo ad entrambi. Si alzarono tutti e tre e io e Morelli ci avviammo verso la porta.

Quando fummo sulla porta, e ci accingevamo a salutarci, dissi a mezza voce a Roberto:

“Ascoltami: anche se sono un estraneo, voglio darti un suggerimento come se fossi – non dico tuo padre – ma un vecchio zio; la mamma non è né tua né di nessun altro, è una donna ed ha diritto di appartenere solo a se stessa. Rispetta la sua volontà e questo suo diritto e continua lo stesso a volerle tutto il bene del mondo, ma con questo rispetto da uomo a donna, non come se non avesse una volontà ed una vita sue proprie. Capito? ”

Mi guardò in modo strano, e deglutendo bisbigliò un “si” poco convinto.

Nel lasciarci alle spalle il portone del fabbricato, mi guardai intorno: La strada era poco più larga di quattro o cinque metri e, su entrambi i lati di essa, si allineavano i negozi ed i “bassi” tipici di ogni strada secondaria nel cuore di Napoli. Pochi metri oltre il portone, un venditore di calzoni con la ricotta aveva installato il tegame con l’olio fumante e gridava a gran voce i pregi delle sue “pizze fritte”. Dall’altro lato della strada , un monumentale affresco che giungeva ai balconi del primo piano ritraeva l’idolo dei tifosi partenopei – Maradona – che tirava un calcio al pallone. A breve distanza si vedeva l’agenzia della Banca in cui il defunto Esposito aveva con estrema probabilità lavorato.

Il profumo delle pizze fritte mi solleticava le nari, ed emisi un sospiro. Morelli, che mi stava guardando, chiese con aria tentatrice.

“Conte, e se ci facessimo una pizza fritta? E’ l’ora giusta per la merenda, no?”

Ci avvicinammo al banchetto dell’ambulante e demmo entrambi vita ad una delle solite dispute su chi dovesse pagare: “La prego, faccia fare a me” “No, voglio il privilegio….” ” Ma Le pare, è un vero piacere….” . La pantomima, che viene eseguita mentre entrambi i contendenti cercano i soldi nelle tasche, è tanto consueta che gli esercenti, fissi od ambulanti che siano, abbassano il capo, preparano quello che i due sembra vogliano acquistare ed aspettano tranquilli che la faccenda si risolva; ciò normalmente accade  con un finto atto di forza che vede vincere il più veloce ad estrarre i soldi ed a metterglieli in mano, mentre con l’altro braccio scansano il perdente designato. Sapevo da lungo tempo che  i napoletani adorano quelle finte dispute, e che di solito il vincitore deve essere quello dei due che nell’ultima occasione è stato ospite dell’altro, quasi fosse in dovere di ricambiare la cortesia di quello per aver pagato l’ultima volta. Questa volta dovevo per forza vincere  io, visto che Morelli mi aveva invitato a pranzo, sicché – emulo dei pistoleri del Far West – riuscii ad “estrarre per primo”  qualche banconota ed a pagare all’omino le due fumanti pizze che ci infilò in mano.

Con passo lento, entrambe le mani strette intorno a quelle roventi ghiottonerie, muovemmo alcuni passi senza profferire parola. Del resto, dato che l’olio di frittura raggiunge temperature astronomiche, l’aprire bocca per altro che per cacciare nuvole di fumo, è impossibile a chiunque. Ci fermammo a guardare l’affresco di Maradona e, con versi incomprensibili accompagnati da un vago gesto di una mano e da buffe espressioni degli occhi, Morelli mi fece capire che quello, si, era stato un vero campione, eh!

Gli occhi mi corsero al balconcino sopra l’affresco: ad un tavolino coperto di libri era chinato un uomo sulla quarantina, che mi presentava il profilo.

I mediterranei sono tutti begli uomini, anche se non sempre di statura elevata. Questo invece sembrava appollaiato sulla sedia, tanto lunghe erano le sue gambe. La metà del viso che riuscivo a scorgere era decisamente pura di lineamenti, ed un perfetto naso greco lo completava. Per un attimo si voltò per guardare giù nella strada, e vidi che  i suoi occhi scurissimi conferivano al suo volto l’espressione nobile di un falco in caccia.

Finii di trangugiare la mia pizza fritta e mi pulii le mani prima col tovagliolino di carta datomi dal pizzaiolo, poi, visto che quello non serviva a niente, col fazzoletto. Morelli finì anche lui e riprendemmo a camminare verso il parcheggio ove aveva lasciato l’auto, commentando la squisitezza dell’ammazza-fegato che avevamo appena finito di mandar giù.

Morelli  mi accompagnò al mio albergo e lungo il tragitto gli dissi che avrei avuto piacere se l’indomani avessi potuto averlo mio ospite a pranzo, in modo da dargli le risposte che cercava, e che avrei trovato nel corso delle ore che sarebbero seguite.

Accettò l’invito e disse che era impaziente di conoscere la mia impressione su quel che avevamo visto e sentito quel giorno. Ci separammo con una stretta di mano e salii nella mia camera.

Il balcone affacciava direttamente sulla Via Caracciolo e sul Castel dell’Ovo. Il tempo era trascorso rapidamente, quel pomeriggio, ed il sole era ormai avviato a dare spettacolo sul Golfo, spargendo pennellate d’oro e di rosso sulle poche nuvole basse sull’orizzonte, fra cui Capri mostrava il suo profilo. L’aria era tenera ed una lievissima brezza faceva ondeggiare  le multicolori bandiere dei tre famosi ristoranti nel braccio di mare fra la bianca fontana di Santa Lucia ed il castello. Spostai una chaise longue di fronte al sole, e mi ci adagiai confortevolmente. Avevo preso un soft drink dal frigo-bar e, con quello in mano, restai a lungo a pensare, godendomi quel magnifico spettacolo.

Dunque non poltergheist, ruminavo nella mente, e neanche manifestazione di una presenza; mi sentivo abbastanza sicuro di escludere entrambe tali cause . Ma allora cosa?

Un raggio del sole che ormai lambiva il filo dell’orizzonte si riflesse su di me dal vetro che proteggeva  un quadro appeso sopra la testata del letto. Non lo avevo notato nei giorni precedenti, e mi alzai per andare a guardarlo. Era una riproduzione del volto della Sindone. Tornai alla chaise longue e mi ci distesi. La Sindone! il mistero più importante che ancora non aveva rivelato tutti i suoi segreti. La Sindone: il sangue, i segni delle frustate, i fori delle mani e dei piedi… No, non delle mani, ma i fori dei polsi! Anche se tutta l’iconografia cristiana aveva mostrato per ormai due millenni i fori nelle mani del Crocefisso, i Romani – quando volevano affrettare la morte dei condannati a quell’atroce supplizio – li fissavano al patibulum ( la trave trasversale della croce) con chiodi anziché con funi. La morte sopravveniva egualmente per asfissia, ma il dolore causato dai chiodi era tale da consentire più difficilmente che i condannati si tirassero su ogni tanto per respirare. L’affissione mediante corde lo consentiva, ma prolungava atrocemente l’agonia per molte ore. E che i carnefici Romani volessero aiutare l’Uomo della Sindone a morire presto era testimoniato anche dalla ferita al costato, che il leggendario Lancino avrebbe inferto col pilum, il giavellotto in dotazione ai legionari. Le ferite ai polsi… e le stigmate? Che collegamento poteva mai esserci fra il supplizio dell’Uomo della Sindone e le stigmate che centinaia di uomini e donne hanno recato o tuttora periodicamente recano sui palmi e sui dorsi delle mani? Senza contare la presenza fra loro di uomini di levatura morale gigantesca come il Poverello di Assisi, Padre Pio e pochi altri, nella maggior parte dei casi i portatori di stigmate erano stati persone comuni, dotate di grande religiosità, che per ore avevano fissato il Crocefisso e… si, c’ero, avevano somatizzato le ferite che apparivano nelle immagini, nelle sculture o nei bassorilievi dinanzi ai loro occhi e che quasi mai riproducevano fedelmente l’immagine della Sindone. Avevano nella loro mente  e nel fondo del loro animo sofferto tanto da rivivere le sofferenze dell’Uomo e da impartire inconsciamente al loro corpo l’ordine di riprodurre fisicamente e dolorosamente quelle stesse piaghe e ferite che essi avevano fissato nella loro memoria del Condannato alla Croce.

Somatizzazione… sofferenza, senso di colpa, rimorso. Si, forse la soluzione del caso della signora Rosa era proprio quella.

Il sole era ormai tramontato e la piacevole brezza che ne aveva intiepidito i bagliori si era trasformata in un venticello pungente e niente affatto piacevole. Rientrai nella stanza e cercai nella tasca della giacca il biglietto di visita che il dottor Morelli mi aveva dato due giorni prima: si, era li, e recava anche il numero telefonico di casa.

Lo chiamai immediatamente e gli esposi il frutto dell’ispirazione di poco prima. Ne fu entusiasta e convenne che non era il caso di parlarne con la donna in presenza del giovane Roberto. Disse che avrebbe organizzato un incontro a tre per l’indomani pomeriggio nel suo studio all’Ospedale e, dopo essersi più volte complimentato con me, mi augurò la buona notte nell’intesa che la mattina dopo, appena possibile, avrebbe lasciato al centralino dell’albergo un messaggio per confermarmi i dettagli dell’appuntamento.

La signora Rosa fu puntualissima: alle tre del pomeriggio successivo bussò alla porta dello studio di Morelli ed entrò col suo passo strano e provocante. Si accomodò senza accavallare le gambe in una delle scomode poltroncine da ospedale e rivolse ad entrambi un timido sorriso.

Morelli prese l’iniziativa.

“Signora Esposito – le disse – il nostro amico dr. Walddreihausen ha considerato a lungo tutti gli aspetti del Suo problema, ed è giunto a delle conclusioni molto promettenti ai fini della Sua guarigione definitiva: ne è contenta?”

Il viso della signora Rosa si illuminò di un sorriso ben più aperto.

“Ma abbiamo bisogno della Sua collaborazione e di tutta la Sua sincerità – riprese Morelli – Innanzi tutto, ci serve di sapere come si chiama il Suo dirimpettaio, il professor…”

Il viso della signora avvampò di colpo.

“Io… si chiama Jovene… Salvatore Jovene; ma che c’entra lui, con quello che succede a me?”

“C’entra – interruppi il dialogo con Morelli – c’entra perché è anche lui un Suo vicino, ma soprattutto… – misurai le parole – perché abbiamo avuto  l’impressione che il professor Jovene Le sia molto caro.”

“E’ vero – rispose la signora Rosa ancora rossa in viso – E’ una persona gentilissima, piena di premure per Roberto a cui dà anche, e gratis, lezioni private per facilitarlo nello studio. Anche grazie a lui Roberto è così bravo a scuola. E poi si è dimostrato tanto premuroso quando il mio povero marito morì: s’interessò di persona di tutto quanto riguardava i funerali, gli annunci sul “Mattino”, ed anticipò addirittura tutte le spese fino a quando la banca non  mi pagò la liquidazione e gli arretrati di pensione di Vincenzo. Brava persona!”

“Signora Rosa – ripresi – Roberto non è presente e la Sua sincerità è ora indispensabile: il Professor Jovene Le è o non Le è molto caro?”

Una nuova vampata di rossore le imporporò le guance.”E’ vero” mormorò infine “ma non pensate a male: non  c’è mai stato nulla fra me e lui, se non buongiorno e buonasera quando c’incontriamo. Ma non potrò mai dimenticare quanto sensibile e dolce si è dimostrato sempre con me e con Roberto: un vero gentiluomo.”

“E Roberto…?”

“Roberto lo stima moltissimo, ne segue i consigli e qualche volta va con lui a sentire concerti, o a teatro, o ai musei. Stanno bene insieme, e qualche volta mi fanno invidia ed un po’ rabbia: con suo padre, Roberto non si è comportato mai così. E poi, Roberto ha preso tutto da suo padre ed anche lui è geloso di me: mi vuole troppo bene!”

“Signora Rosa, Roberto sta crescendo, e comincia a capire della vita molto più di quanto Lei non creda” le feci notare.

“Dottò – osservò la signora Rosa – ma che c’azzecca Salvatore… il professor Jovene, con quello che mi è successo?”

“Signò – le risposi – c’azzecca, c’azzecca. Quello che Le è successo è molto semplice. Lei gli vuol bene, e pure tanto, ma se ne vergogna perché è vedova, ed ogni volta che la Sua solitudine le accende la voglia di affetto e di tenerezza che Lei non ha mai avuto, allora anche durante il sonno, o di giorno, è Lei stessa a punirsi come faceva Suo marito senza che Lei lo meritasse. Lei è stata una brava moglie ed una buona madre, ma come donna non ha mai realizzato la Sua femminilità in termini di gentilezza, di tenerezza e di tranquilla vita familiare. Ora che sa la verità, io non posso più aiutarLa: sta al dottor Morelli di tenere con Lei una decina di sedute psicanalitiche, sperando che siano sufficienti, perché il suo problema sia definitivamente risolto. Un’altra cosa: se questa prossima domenica Roberto ed il professore escono insieme per andare da qualche parte, chieda senza arrossire se può andare con loro: e non se ne faccia uno scrupolo verso nessuno; ricorda quel passo del Vangelo in cui il Cristo dice che i morti debbono stare coi morti, e i vivi coi vivi? Vale anche per Lei, lo sa? Farà un mucchio di bene a tre persone, se lo farà, e Lei sa chi sono, no?”

Mi alzai e dopo stretta la mano ad entrambi mi avviai alla porta. Sia l’uno che l’altra avrebbero voluto trattenermi, ma avevo fretta di uscire: dalla finestra avevo visto che la signora Rosa era venuta accompagnata dal figlio ed aveva lasciato  quest’ultimo ad attenderla all’ombra sul piazzale. Ora era necessario parlare qualche minuto con Roberto; c’era qualcosa da aggiungere alle poche parole che gli avevo detto il giorno prima nel lasciare la casa, e questo era il momento giusto per farlo.

Angelo Marcello

 

 

 

 

 

 

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ALLONS ENFANTS…

16 Novembre 2015 Commenti chiusi

Ho appena finito di ascoltare il lungo e duro discorso di Hollande, a Versailles, alle camere riunite: una dichiarazione di guerra al terrorismo, esplicita e decisa. L’intero parlamento si alza in piedi e applaude a lungo, poi si leva, alto e irrefrenabile il canto corale della Marsigliese, un inno il cui ascolto mi ha sempre profondamente commosso! Grande e coeso paese la Francia! Riusciremo mai ad esserlo anche noi?

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Qualche considerazione sui sindacati

19 Ottobre 2015 3 commenti

Sul fatto che i sindacati dei lavoratori, dopo decenni di giuste lotte e di sacrosante conquiste, siano ormai da troppo tempo diventati dei centri di potere e di guadagno e, per certi aspetti marginali (ma non tanto) dei componenti negativi per lo sviluppo sociale, ne ero e ne sono convinto. Da sempre, per esempio, mi sono chiesto come mai il famoso (e ormai desueto) art.18 dello Statuto dei lavoratori non trovasse applicazione per i dipendenti dei Sindacati. Mi sono anche chiesto come mai, tutti, o quasi tutti, i massimi dirigenti sindacali abbiano trovato una comoda poltrona in Parlamento, o in altri prestigiosi Enti pubblici, dopo essersi dimessi dal loro incarico sindacale. Altri elementi, e non secondari, ce li fornisce questo interessante e ben documentato articolo:

I conti delle grandi associazioni dei lavoratori sono uno dei segreti meglio custoditi d’Italia. “L’Espresso” però ha fatto un po’ di analisi, sommando i proventi delle…
ESPRESSO.REPUBBLICA.IT
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I tristi giorni della non Europa

30 Giugno 2015 1 commento

No, per favore, non chiamatela Europa: quella che stiamo vedendo all’opera non è la nostra Europa, quella sognata da De Gasperi e Spinelli, rafforzata da Kohl e Mitterrand e condotta nel Terzo Millennio da Prodi e Delors; quella che stiamo subendo da anni è la stupida miopia di un’orda di liberisti selvaggi, di guerrafondai senz’arte né parte, di ciarlatani che, evidentemente, non hanno ancora imparato la lezione della storia e stanno ripetendo, uno dopo l’altro, i drammatici errori che condussero il Vecchio Continente nel baratro dei due conflitti mondiali che hanno insanguinato il Novecento.

Non a caso, l’unico esponente politico dotato di un pensiero della crisi e della cultura sufficiente per analizzarne cause e conseguenze, opportunità e drammi, ossia papa Francesco, parla da tempo di Terza guerra mondiale differita, fra i silenzi imbarazzati di molti politicanti e le crescenti preoccupazioni di quell’esigua fetta della classe dirigente mondiale che ha capito perfettamente cosa intenda dire.

Per chi non l’avesse ancora compreso, il Pontefice pone l’accento sull’intrecciarsi di due tipi di guerre: una antichissima, riservata agli ultimi della Terra, condannati in quanto poveri e in quanto ex colonie, respinti alle nostre frontiere, sfruttati alla stregua di schiavi, umiliati, torturati e poi compianti con il giusto grado di ipocrisia quando hanno la balzana idea di affondare a bordo dei gusci di noce con cui tentano di sfuggire alla morte certa nei loro paesi; l’altra moderna, riservata ai futuri ultimi, ai futuri sudditi, ai futuri schiavi, ossia a tutti noi europei, che, per dirla con Primo Levi, siamo “sicuri nelle nostre case” e ci crediamo al riparo dalla barbarie, salvo poi renderci conto, e pare che cominci ad accorgersene persino la cancelliera Merkel, che se crolla Atene, viene giù l’intero castello di carte dell’Europa.

Perché questo è l’Europa, smettiamola di raccontarci favole: un castello di carte disposte alla rinfusa, senza un progetto, senza una visione, senza un orizzonte né alcuna idea condivisa di futuro; un’unione monetaria e finanziaria e nulla più, con i popoli sempre più in sofferenza per i quali nessuno ha alzato un dito mentre le banche venivano salvate con centinaia di miliardi, mentre le multinazionali erano messe in condizioni di spadroneggiare ovunque, mentre in alcuni paesi fondamentali, fra cui il nostro, veniva di fatto sospesa la democrazia per affidarsi a una tecnocrazia di cui solo ora iniziamo a comprendere la dannosità.

Non si vota più o, se si vota, si finisce sempre col dar vita a governi di larghe intese che non servono a garantire la stabilità ma a favorire la perpetuazione degli interessi di pochi a scapito della collettività; e se un esecutivo di larghe intese si sforza di assumere anche qualche decisione nell’interesse del proprio popolo, dopo un po’, guarda caso, viene prontamente sostituito, magari perché ha avuto la dignità e l’intelligenza di rifiutarsi di distruggere la Costituzione o magari perché chi lo guidava, pur essendo un moderato e un convinto europeista, era un galantuomo, contrario alla confusione perenne fra destra e sinistra e per nulla incline a manomettere i capisaldi della convivenza civile, a cominciare dal rispetto sacro per le istituzioni.

Se poi qualcuno osa eleggere un uomo di sinistra che non si piega alla logica barbara delle larghe intese a tutti i costi, allora quel qualcuno, politicamente parlando, deve morire: e giù con richieste insostenibili, ricatti, un isolamento internazionale che mira a renderlo inviso al proprio popolo, avvertimenti e minacce di catastrofi imminenti che non servono a rinsaldare l’Europa ma a scongiurare che altri popoli decidano di spezzare queste catene e di riappropriarsi della propria sovranità. In poche parole, questo trattamento riservato ai greci serve da monito: non osate alzare la testa, non osate mettere in discussione i dogmi del liberismo sfrenato, non osate rivendicare le ragioni stesse per cui fu concepito il sogno dell’Europa unita, non osate pensare di poter vivere in pace col resto del mondo; in poche parole, non osate neanche solo immaginare di poter tornare ad essere cittadini europei perché non ve lo consentiremo.

Per questo, i signori che si riuniscono costantemente a Bruxelles non hanno il diritto di chiamarla Europa né, tanto meno, di definirsi europeisti: loro sono i veri nemici dell’Europa, coloro che ne hanno minato le fondamenta e svuotato dall’interno i valori, i responsabili della nostra subalternità in campo economico e della nostra irrilevanza in ambito geo-politico e geo-strategico; sono loro che stanno spingendo Tsipras a guardare a est, dopo aver imposto assurde sanzioni alla Russia che ci stanno costando milioni di posti di lavoro e perdite irreparabili, come se non bastasse questa maledetta crisi che si protrae ormai da sette anni a metterci in ginocchio.

E sbaglia, spiace dirlo, sbaglia di grosso chi ancora si illude che le cose possano migliorare in futuro: da questo baratro, con questa classe dirigente, non ne usciremo mai, per il semplice motivo che molti di loro rispondono agli interessi privati di quell’un per cento denunciato nel 2011 dai ragazzi di Occupy Wall Street che con la crisi si è arricchita a dismisura a scapito del restante novantanove per cento della popolazione e che, quindi, non ha alcun interesse a porvi rimedio.

Così come sbaglia chi ancora si illude che abbia senso parlare di socialismo europeo e socialdemocrazia: concetti nobili e storicamente importantissimi, espressione di una cultura politica che per tanti anni è stata anche la mia, ma che oggi non hanno più alcun senso né ragione di esistere, essendo i suoi esponenti i principali alleati della parte che dovrebbe essere avversa e, invece, quasi ovunque, è sodale, nella strenua difesa di un sistema capitalista che ormai mostra la corda e sta inducendo persino gli Stati Uniti a rivedere le proprie posizioni.

Anche oltreoceano, infatti, i democratici si stanno accorgendo che la Terza via clintoniana ha avuto come unica conseguenza quella di consegnare il Paese nelle mani di Bush e delle lobby delle armi e del petrolio; e la prima a farsi portavoce di questo pensiero è stata, incredibilmente, la moglie del presidente di allora, quella Hillary Clinton che ha capito benissimo che non può pensare di vincere nel 2016 riproponendo le ricette fallimentari e fallite del ’92 e del ’96.

Peccato che in Europa le posizioni più retrive e fuori dal mondo siano appannaggio non della destra, che pure con i Cameron, le Merkel e i Rajoy ci ha messo del suo, ma della finta sinistra che agisce sull’asse italo-francese, attuando a cuor leggero ricette palesemente sbagliate e socialmente insostenibili, i cui unici risultati sono la svalutazione del lavoro e lo sfarinamento del tessuto civile, con milioni di persone ormai in bilico o, peggio ancora, costrette a vivere sotto la soglia di povertà.

No, questa non è l’Europa e chiamare questo ricettacolo di mezze figure con un nome tanto nobile non è giusto né storicamente accettabile. Questo è il continente degli ipocriti che sono tutti “Charlie” per qualche giorno, salvo poi non far nulla per tutelare la libertà d’informazione; è il continente che si commuove di fronte alle bare schierate a Lampedusa ma poi non sostiene un Mare Nostrum europeo; è il continente che non batte ciglio di fronte alla malvagità nazistoide dell’impresentabile Orbán, con i suoi muri e le sue chiusure vergognose; è il continente che non dice una parola di solidarietà alla Tunisia, sconvolta dagli attentati della jihad islamica, e il cui sguardo non si spinge fino al Kuwait o agli altri paesi del Golfo; infine, è il continente della linea Maginot sulla frontiera di Ventimiglia, dove ad essere respinti non sono però i nazisti ma dei poveri cristi in fuga dalla disperazione e dalla fame.

Questa è oggi la non Europa e, se ci pensate, la logica dell’ISIS in Tunisia, il principio in base al quale l’unica primavera araba riuscita deve essere soffocata nel sangue e nella distruzione, sembra essersi spostata anche da noi, dove l’unica primavera mediterranea deve essere annegata nella miseria e nell’umiliazione definitiva e senza ritorno affinché nessun altro si azzardi ad imitarla.

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E se a salvarci fossero proprio i giovani?

14 Giugno 2015 4 commenti

Opinioni

E se a salvarci fossero proprio i giovani?

Quando leggo sulla bacheca di una ragazza che ha poco più della mia età, una giovane parlamentare del Movimento 5 Stelle, che a breve tornerà a svolgere il proprio lavoro perché, al pari dei suoi colleghi, non vuole “marcire” all’interno delle istituzioni, mi si delinea plasticamente la misura del nostro fallimento.

Perché se Silvia è arrivata a scrivere parole così dure, aspre e convinte, pur essendo una persona di valore, unanimemente stimata e capace di conquistarsi la fiducia di un mondo difficile e dagli umori fragili come quello della scuola, la colpa non è sua: è nostra. Siamo stati noi, infatti, a mostrarle in tutti questi anni il lato peggiore di noi stessi e delle istituzioni che pure abbiamo ripetuto a lungo, con ipocrisia rara, di voler onorare e rispettare. Siamo stati noi, ammettiamolo, a farvi entrare dei personaggi che non avrebbero mai dovuto vedere in cartolina nemmeno un consiglio comunale, figuarsi il Parlamento della Repubblica, per il quale uomini come Giacomo Matteotti hanno perso la vita e ragazzi della nostra età sono saliti in montagna, per poi diventare i pilastri di una democrazia matura e credibile, proprio perché nata dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo e non, come questa putrefatta Seconda Repubblica, dal sangue delle stragi di Capaci e via D’Amelio e dal senso di vuoto e smarrimento collettivo che si protrae ormai da vent’anni.

Se Silvia ha scritto quelle parole è perché, giustamente, ce l’ha anche con noi giornalisti: pavidi, cinici, vigliacchi, capaci di scagliarci contro questi ragazzi entrati in Parlamento in punta di piedi, col solo desiderio di portare una ventata di onestà e d’aria pulita, come mai abbiamo fatto in tutti questi anni contro alcuni dei nobili soggetti oggi travolti da scandali, avvisi di garanzia e, addirittura, richieste d’arresto per reati gravissimi.

Personalmente, me li ricordo bene quei giorni, quando arrivarono e noi, invece di accoglierli con la doverosa curiosità e il rispetto che si deve a ciascun essere umano, demmo vita a un’autentica caccia all’uomo, tentando di metterli in ogni modo in difficoltà, schernendoli di continuo, aggredendoli qualunque cosa dicessero o facessero, andando a cercare con perfidia rara i personaggi più improponibili per mettere in ridicolo l’intero gruppo parlamentare, come se altrove allignassero De Gasperi e Togliatti ad ogni angolo.

Sì Silvia, hai ragione a sfogare la tua rabbia: siamo stati noi a costruire questa democrazia della sfiducia e del disincanto, questa post-democrazia senza rappresentanza, queste istituzioni autoreferenziali in cui chi non è parte del sistema non ha voce né dignità, quest’universo di intollerabili privilegi a causa dei quali è venuto meno, col tempo, ogni afflato etico, fino all’abisso cui stiamo assistendo in questi giorni, con il malaffare annidato ovunque e il sentimento di ribellione e scoramento collettivo che finisce col prevalere su ogni ragionamento lucido e razionale.
Sì, l’abbiamo costruita noi, negli ultimi vent’anni, questa sorta di “casa dei mostri”, nella quale hanno finito col perdersi o col preferire il silenzio persino le tantissime persone perbene che un tempo sarebbero insorte di fronte a forme di ingiustizia che non sono mai accettabili ma superano davvero ogni limite nel momento in cui ci si trova a fare i conti con le macerie fumanti di un Paese ridotto allo stremo.

E non mi riferisco, quando parlo di privilegi, ai tanto vituperati finanziamenti pubblici ai partiti che, personalmente, manterrei, pur comprendendo la necessità di regolarli con norme stringenti e di vincolarli a una rigida supervisione da parte di un’autorità terza, per il semplice motivo che li considero indispensabili se non vogliamo consegnare definitivamente la politica nelle mani delle lobby e dei potentati che già oggi se la stanno spartendo, tenendo scientificamente fuori tutti coloro che vorrebbero cambiarla e renderla migliore. Né mi riferisco al numero dei mandati, anche perché Mafia Capitale insegna che per essere dei personaggi assai poco raccomandabili non bisogna essere dei fossili: basta cedere fin da subito alle lusinghe del potere e a rapporti e pratiche che nulla hanno a che vedere con il bene comune e gli interessi della collettività.

Mi riferisco, ovviamente, ai rimborsi elettorali erogati a partiti morti e sepolti o a partiti non più presenti in Parlamento per via della conclusione anticipata della legislatura; e mi riferisco al fatto che c’è voluta la crisi più grave dal ’29 perché la politica si rendesse finalmente conto dell’indecenza di cifre elevatissime, sconsiderate, per nulla rispondenti alle spese effettivamente sostenute in campagna elettorale, fino ad annegare in questo spreco legalizzato che attualmente rischia di trasformare i partiti, se ancora li si può chiamare così, in meri comitati d’affari o, peggio ancora, in comitati elettorali al servizio di questo o di quel leader.

Al che, leggendo quel messaggio, quello sfogo, quella sana e genuina indignazione, mi è tornata in mente una parte consistente della mia storia personale, la quale mi ha indotto a interrogarmi e a riflettere su dove sarei, su come vedrei il mondo se non avessi avuto la fortuna di incontrare a diciott’anni Beppe Giulietti, il quale mi ha assegnato una rubrica tutta mia su Articolo 21, e, in seguito, Andrea Costi, col quale abbiamo costruito una collana editoriale presso Imprimatur, Sandro Cardulli che mi ha insegnato di molto ciò che so di questo mestiere, oltre ad avermi sempre accolto con affetto nei suoi giornali, e Mariantonietta Colimberti che mi ha preso all’AREL, facendomi trascorrere alcune fra le ore più intense della mia vita nello studio che fu di Beniamino Andreatta, padre dell’Ulivo e del riformismo migliore di cui oggi avremmo più che mai bisogno. E dove sarei se non avessi incontrato Vincenzo Vita, che mi ha fatto conoscere il volto nobile, e spesso per questo umiliato e messo ai margini, della sinistra; se Alfredo Reichlin e Aldo Tortorella non mi avessero narrato in presa diretta l’epopea di Berlinguer; se Raniero La Valle non mi avesse messo a contatto con la feconda saggezza del cattolicesimo democratico; se Stefano Rodotà non mi avesse regalato la testimonianza del miglior pensiero giuridico liberale e se Antonio Ghirelli non mi avesse fornito, a diciassette anni, un ritratto del presidente Pertini? Insomma, se non avessi avuto l’incredibile fortuna di conoscere la parte più bella della politica e del mondo della cultura, siete proprio sicuri che non sarei anch’io un esponente di quel partito trasversale della rabbia, della disperazione e dell’esclusione che ha trovato in questi ragazzi stellini la rappresentanza e l’ascolto che noi, con la nostra insopportabile presunzione, gli abbiamo negato?

Posso escludere a priori che non sarei anch’io uno di loro se, invece di una rubrica personale sul sito di una prestigiosa associazione per la libertà d’informazione, tornando a casa, avessi dovuto fare i conti con la solitudine e il disprezzo di chi ignorava le nostre proteste, disprezzava le nostre idee e le nostre stesse persone e arrivava addirittura a definirci “guerriglieri”?

Può uno come me tenere per se tutto questo patrimonio, questo capitale culturale e politico, questa meraviglia acquisita in anni di lavoro e ottime frequentazioni e pensare di salvarsi da solo mentre la propria generazione affonda? Sono mesi che me lo chiedo e, un bel giorno, davanti al Parlamento, nel corso di una manifestazione in difesa della scuola pubblica, mi sono reso conto di quanto fosse ingiusta e crudele questa mia scelta, e così sto provando ad aprirmi, a condividere questa ricchezza morale, a mettere la mia piccola esperienza di vita al servizio della comunità.

E mi risuonano spesso nelle orecchie le parole di Giulia, anche lei mia coetanea, anche lei stellina, anche lei parlamentare, la quale ama ripetere una frase del giudice Paolo Borsellino: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

Lei si occupa prevalentemente di giustizia e anti-mafia, ma questa frase di Borsellino è perfetta per descrivere anche la voglia di reagire dei liceali, degli universitari, dei precari, dei lavoratori poveri, degli ultimi e degli esclusi che, ormai, sono diventati un popolo, una categoria sociale, un bacino elettorale enorme che spesso, purtroppo, non fidandosi più di nessuno, si rifugia nell’astensione.
È su questo che vorrei interrogare il Movimento 5 Stelle: siete sicuri di riuscire ancora a intercettare la fatica di esistere di questa miriade parcellizzata di solitudini? Perché la mia amara sensazione è che un tempo, sentendosi presa in giro da tutti, scegliesse voi per ritrovare almeno una speranza, mentre oggi sta cominciando ad abbandonare anche voi, vedendo un’ottima opposizione ma non una compiuta prospettiva di governo, non la possibilità di veder davvero rappresentate le proprie istanze, non l’occasione storica di conquistarsi finalmente una possibilità di riscatto. E ancora, mi piacerebbe riflettere con voi su questa rivoluzionaria idea del cittadino che si fa Stato, che diviene nuovamente protagonista, che si riappropria della sua soggettività e torna a fare politica in prima persona, seguendo il modello della democrazia ateniese o, per stare nella modernità, della politica partecipata che Bauman contrappone all’aberrazione della società liquida, caposaldo del pensiero liberista; vorrei discuterne perché la suggestione è affascinante ma temo che il passo verso l’utopia possa rivelarsi breve e senza ritorno.

Ciò che penso di questo movimento, ormai, dovrebbe essere chiaro a tutti: contro le mie stesse convinzioni iniziali, devo ammettere che ha fatto un gran bene alla politica italiana, che ha portato in Parlamento ragazze come Giulia e Silvia che meritano pienamente il titolo di onorevoli, avendo portato una boccata d’ossigeno in un ambiente infestato da troppe incrostazioni di potere e da troppi interessi opachi, e non ho remore ad ammettere che ha in parte risvegliato anche quelli come me, un tempo avviati a una grigia carriera da megafoni del potere e ora, invece, spinti a porsi domande che non si erano mai posti sul destino di un’intera generazione. Ciò detto, penso anche che debba crollare questo muro di incomunicabilità che io stesso ho contribuito a edificare con non pochi mattoni e che ad abbatterlo debba essere, in primo luogo, la nostra generazione. A tal proposito, mi torna in mente una bellissima frase di Carlos Dittborn, organizzatore dei Mondiali cileni del ’62, il quale, di fronte al devastante terremoto che aveva martoriato la sua terra, per reazione, fece scrivere in tutti gli stadi: “Porque nada tenemos, lo haremos todo” (“Proprio perché non abbiamo più nulla, riavremo tutto”). Ecco, questo è il messaggio che sento di inviarvi, questa è la visione del mondo che vorrei condividere con voi: quella di una generazione che, proprio perché è stata privata persino della forza di sperare, si rimbocca le maniche, abbatte i muri che le sono stati eretti intorno e torna a costruire, ispirandosi all’ideologia europea e inclusiva di cui oggi c’è bisogno e scegliendo non di rottamare o di rinnegare l’esperienza di chi è venuto prima di noi ma di coglierne gli aspetti e gli insegnamenti migliori, ben cosciente che solo andando insieme si può andare lontano.

Infine, una volta definiti i punti programmatici, sarà necessario accantonare gli egoismi e trovare un punto di riferimento comune: una figura che abbia idea di come si governa un Paese nelle condizioni in cui versa il nostro, che abbia una certa credibilità in Europa e nel mondo e che sia in grado di immergersi nella modernità, tenendo insieme democrazia diretta e democrazia rappresentativa, tradizione e innovazione, cercando il dialogo al posto dello scontro e rendendo evidente, fin dai toni e dai comportamenti, la sua radicale estraneità al renzismo.

L’alternativa, visto che ormai è chiaro che in primavera si vota, è uno scontro all’arma bianca fra due destre: quella economico-finanziaria-confindustriale di Renzi e quella populista e anti-sistema di Salvini, con una sinistra bella ma irrilevante (Civati e Landini) e un movimento di cittadini (il Movimento 5 Stelle, per l’appunto) forte ma, purtroppo, ininfluente a fare da comprimari.

Al che, in conclusione,  ripenso alla frase di don Hélder Pessoa Câmara che citai, a diciassette anni, candidandomi alla Consulta provinciale degli studenti: “Se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno; se il sogno è fatto insieme ad altri, esso è già l’inizio della realtà”. E poiché finora abbiamo frequentato le stesse piazze senza capirci e lo stesso mondo associativo senza mai compiere lo sforzo di confrontarci, mi chiedo quante altre occasioni crediamo di poter sprecare e, soprattutto, di poter far perdere a un’intera generazione.

Roberto Bertoni

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Primi approcci

9 Giugno 2015 3 commenti

Nel 1964 immaginai l’incontro di una bimba di nove o dieci anni con uno strano personaggio e scrissi un breve racconto che, nelle mie intenzioni, doveva apparire come una pagina del diario della bambina scritto, ovviamente, con un linguaggio abbastanza infantile.
Non ricordo più quale titolo avessi scelto io per il racconto, comunque lo inviai alla Mondadori che il 5 aprile del ’64 lo pubblicò, con il titolo “Primi approcci” nel numero 331 dei Romanzi d’Urania. Ovviamente il mio racconto seguiva al romanzo principale che era “Gli incappucciati d’ombra”
Immaginate quale fu la mia sorpresa, tredici anni dopo, quando andai nel 1977 a vedere il film “L’uomo che cadde sulla terra”, interpretato dal cantante ed attore David Bowie,nel ritrovarvi parecchi elementi ed incredibili somiglianze con il mio racconto: la magrezza del protagonista, la debolezza dei suoi occhi, la sedia a rotelle, l’incredulità della gente e soprattutto la conclusione.
Bowie interpretava magnificamente Thomas Jerome Newton, un alieno che arriva sulla terra per procurare l’acqua e cercare inutilmente di salvare il suo pianeta dalla siccità.
Ovviamente non avevo la più pallida idea che il film fosse stato tratto da un libro di Walter Tevis (scritto nel 1963!) e a me del tutto sconosciuto.

Ad ogni buon fine mi fa piacere riproporre qui il mio racconto.

PRIMI APPROCCI

La casa di fronte alla mia è quella del signor Jones. Papà dice che il signor Jones è un vecchio pazzo ma la mamma dice che è soltanto uno straniero e che forse è così perché è stato sfortunato nella vita e non ha trovato nessuno che si prendesse cura di lui.
Papà scuote la testa e dice dove prenderà i soldi e mamma dice mah.
I vicini hanno paura di lui e dicono a noi bambini di non avvicinarci perché ci mangia.
Il signor Jones è magrissimo, ha la barba rossa e gli occhiali neri neri che non si toglie mai. Non esce mai fuori dal suo giardino e va in giro su una sedia con le ruote.
Durante la settimana lo va a trovare la vecchia Mattia che è una nera grassa grassache si chiama così perché il padre non sapeva che è un nome di uomo.
Mattia cammina lentamente e si muove a destra e sinistra come le oche, ma è fortissima e dice non ho paura neanche del demonio. Un giorno Jeff che è cattivo ed è stato in prigione ha voluto prendere la sua borsetta ma lei con uno schiaffo l’ha gettato in terra e poi gli ha dato anche un calcio.
Mattia va a comprare il latte e i biscotti al signor Jones che mangia solo quello e poi gli sbriga le faccende di casa,
Un giorno sono andata piano piano vicino al signor Jones che stava davanti allo scalino di casa sua, e non sapevo se mi guardava perché con gli occhiali neri non si vede.
Avevo un po’ paura però l’ho guardato e poi gli ho chiesto se è vero che mangia i bambini. Lui mi ha detto di sì ma si è messo a ridere, e così ho visto che è senza denti. Poi mi ha chiesto se volevo comprargli il latte.
Io l’ho comprato e lui mi ha detto che sono una brava bambina e che gli ricordo sua figlia. Io allora mi sono arrabbiata e gli ho detto che dice bugie, perché sua figlia non si è mai vista. Allora il signor Jones mi ha fatto sedere sullo scalino e mi ha chiesto se avevo paura di lui. Io ho detto di no e lui mi ha raccontatoche dove stava prima aveva una figlia e poteva camminare perché era più leggero.
Io ho chiesto perché non tornava dove stava prima e lui non ha risposto ed è rimasto zitto zitto. Dopo un po’ mi sono annoiata e gli ho tirata la giacca per vedere se dormiva e lui si è girato verso di me. Poi ha sospirato e ha detto che tanto a me lo poteva dire che lui era uno straniero e che gli faceva bene dirlo finalmente a qualcuno. Io gli ho detto che lo sapevano tutti e che lo sapevo pure io che era uno straniero e lui si è messo a ridere e mi ha detto tu non sai quanto perché vengo da una stella che sta nel cielo. Gli ho chiesto se stava con babbo Natale e lui mi ha detto di no, che stava più lontano ancora e che era venuto con una macchina speciale che poi si era rotta.
Io allora mi sono ricordata dei giornalini di mio fratello grande che leggo di nascosto perché mamma non vuole e ho chiesto al signor Jones se era uno spaziale. Lui mi ha guardato a lungo senza parlare, poi ha detto di sì, e io gli ho detto che era un bugiardo perché non aveva le antenne e la faccia verde, e lui si è messo a ridere e mi ha detto che non tutti gli spaziali hanno le antenne e che lui però aveva gli occhi diversi. Io gli ho detto di farmeli vedere e lui mi ha chiesto se avevo paura. Io gli ho detto di no e allora si è tolto gli occhiali e mi ha fatto vedere che aveva gli occhi tutti rossi. Gli ho detto che mi sembrava il nostro coniglio e lui si è messo a ridere mi ha dato una moneta e mi ha detto di tornarmene a casa.
A casa ho detto alla mamma che il signor Jones è uno spaziale con gli occhi rossi e lei mi ha detto di non fare la scema. Io ho detto che me l’aveva detto lui e che avevo visto io che aveva gli occhi rossi e la mamma ha gridato che sono una cattiva bambina perché dico le bugie e poi ha detto a papà di non far comprare più a mio fratello grande quei giornalini perché ci riempiamo la testa di sciocchezze.
Io ho gridato che avevo detta la verità e di chiederlo al signor Jones e papà ha fatto la faccia seria seria e mi ha detto che mi dava uno schiaffo e di non permettermi più di andare dal signor Jones.
Quando sono uscita ho visto il signor Jones che mi guardava dalla finestra e sorrideva.
Allora io gli ho tirato fuori la lingua. Non so perché l’ho fatto, lui ha abbassata la testa e sembrava triste ed io mi sono pentita e mi ha fatto dispiacere.

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Self publicing

16 Maggio 2015 6 commenti

Una bravissima e colta giornalista: Flaminia P. Mancinelli ha tracciato una recensione, su di me e sui miei lavori, che mi ha francamente commosso e lusingato. Non sono così modesto da negare l’immenso piacere che ho provato nel leggere quello scritto, che non posso fare a meno di condividere con tutte le persone che mi seguono e che mi vogliono bene. Ecco il link dove si trova:

http://www.leggereonline.com/pianeta-self-publishing/578-un-self-per-tutti-i-gusti.html

Un Self Publisher a 360°, dal racconto al saggio,
passando per il romanzo storico e il mistery

«Ogni opera artistica ci comunica una interpretazione del mondo e della vita che è sempre connessa con la realtà sociale esistente nel momento storico in cui l’opera stessa è stata concepita.

Analizzare un’opera d’arte, qualunque essa sia, vuol quindi dire effettuare un processo di storicizzazione, ossia conoscerne il clima storico culturale che ha caratterizzato, e improntato di sé, la vita e il mondo spirituale dell’artista, percepire la trama ideativa più intima e profonda, talvolta inconscia, della sua opera e decifrare i complessi segni connotativi che trovano la loro origine in una prospettiva culturale che ha un suo preciso radicamento epocale.

Dalla nascita alla morte, l’uomo vive come membro di una società e ne subisce la costante, condizionante e pervasiva influenza. Ogni tipo di società, in qualsiasi epoca, presenta la caratteristica di essere una collettività organizzata di soggetti interagenti che tendono a condividere credenze, comportamenti e modalità di azione, e i cui modi di essere si estrinsecano secondo una serie di convenzioni.

Per quanto una società possa ritenere di essere rispettosa della dimensione umana singola, è inevitabile che il processo di “incorporazione” attraverso il quale l’individuo entra a far parte della comunità, comprenda importanti componenti di destrutturazione della identificazione di sé e debba quindi essere considerato come un vero e proprio condizionamento.

I rapporti tra personalità e sistema sociale sono pertanto un perenne conflitto tra il comportamento interiorizzato, vale a dire la personalità, e il comportamento prescritto, vale a dire il sistema sociale. Questo incontro/scontro viene definito da alcuni sociologi come azione formativa ininterrotta e pressante, esercitata dalla organizzazione esterna sulla personalità individuale allo scopo di renderla più congruente al ruolo che deve svolgere
[tratto da La crisi delle certezze e dei canoni comportamentali in “Candida”di George Bernard Shaw, di Sergio Bertoni]

Basterebbe questa citazione per comprendere il valore del suo autore. Sergio Bertoni

In neanche mezza pagina, difatti, Sergio Bertoni riesce a consegnarci non solo le ragioni personali della scrittura di questo suo saggio su Candida di George Bernard Shaw, ma soprattutto egli ci regala, a costo zero, la sua interpretazione della vita e di quell’aspetto, oggi tanto svalutato, che ha nome Cultura.

Non ho la più pallida idea di come abbia condotto la sua esistenza Bertoni, quale attività lavorativa abbia svolto. Non mi è mai capitato di chiederglielo, e forse poi non è neppure così importante.

Ma è certo che scorrendo la sua bibliografia ci si avventura in una produzione molto vasta per immaginarla soltanto come un hobby. Opere di narrativa, romanzi e racconti, scritti satirici e ora questo, un saggio su una particolare opera scritta per il teatro inglese dell’ultimo ventennio dell’Ottocento e mandata in scena proprio a ridosso del nuovo secolo.

C’è da chiedersi, e immagino voi lo stiate già facendo, cosa può esserci da dire ancora -oggi- su un’opera teatrale così “antica”…

C’è, c’è… e la ragione, se volete, è proprio nel titolo del saggio di Sergio Bertoni che recita: La crisi delle certezze e dei canoni comportamentali in “Candida”di George Bernard Shaw.

Ma questo titolo siamo certi che si riferisca proprio e soltanto all’opera teatrale dell’autore irlandese? La definizione di quello stato - crisi delle certezze e dei canoni comportamentali – sembra, invece, calzare perfettamente come descrizione di questo nostro tempo, qualcosa più di un secolo dopo di quello nel quale Candida è stato scritto…

Ma il saggio che abbiamo in mano ha molti altri pregi, stilistici e contenutistici. Prende il lettore comune e per mano, senza alcuno sforzo apparente, lo conduce nell’Inghilterra vittoriana, gliela racconta con la stessa lieve prosa che potrebbe usare un narratore, e gliela fa conoscere, sia da un punto di vista storico-politico sia sociologico.

Non avete mai letto l’opera di Shaw né vi è capitato di vederla a teatro? Non importa, dopo aver camminato tra i personaggi, i loro caratteri e ciò che devono rappresentare, non solo voi conoscerete Candida più che in originale, ma vi saranno rivelati particolari inediti, non solo della commedia e del suo autore, ma anche dell’irresistibile “commedia umana” che ogni giorno oggi, come ieri, anche noi siamo chiamati a mettere in scena.

Ma Sergio Bertoni, questo autore colto e appartato, ha in serbo per chi ama leggere, per chi è curioso di conoscere e di frequentare nuove regioni una gamma molto ampia di scritture. Verrebbe da chiamarle note, perché mi viene spontaneo immaginarlo alle prese con uno spartito, sul quale, ad ogni libro, egli sceglie nuovi strumenti e accordi inediti, almeno per lui.

È come se la sua produzione nasca, per prima cosa, da un suo desiderio di conoscenza posto in un parallelo simmetrico a un evidente desiderio di misurare se stesso con prove sempre nuove.

Così aprendo le pagine di Bertoni, si accede ad altri mondi, i più differenti, ma tutti infusi di una costante: la vittoria del bene sul male. Anche al di là del tempo e dello spazio, quando il “pareggio dei conti” parrebbe un impossibile onirico, il bene riesce a cancellare il male portato a un innocente. Qualcosa che un po’ rammenta la “provvidenza” di manzoniana memoria.

Cos’è poi il “bene” e cos’è il “male” per il nostro autore, non avete che da scoprirlo leggendolo.

Io dopo il saggio su “Candida”, mi sono goduta L’Anatema di Tihuta un racconto che si snoda dal lontano 1400 agli anni Settanta, in un luogo remoto ma affascinante a due passi dai Carpazi dove si ha la ventura di incontrare il celebre Vlad l’impalatore (che così bene ispirò Bram Stoker per il suo Dracula) ma anche un moderno assassino seriale…

Preferite storie ambientate ancor più nel passato, ad esempio nell’Antico Egitto? Per voi Sergio Bertoni ha scritto la vicenda di Cleoth e Arkh, ambientata appunto nella splendida Alessandria, la città ove aveva sede la leggendaria Biblioteca che raccoglieva tutto lo scibile dell’umanità.

Ma vi è poi la sottile ironia di Paride Passacantando o la satira pungente di Pasquinate Romanesche, e poi i numerosi racconti, singoli o in raccolte… Insomma, non avete che da iniziare, e si sa che: l’appetito vien mangiando!

F.P.M.
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4 chiacchiere con l’autore

In questa pagina dedicata a uno dei Self Publisher che più stimo, non troverete la consueta intervista. Perché? Perché, quando proposi a Sergio la partecipazione a questa rubrica (era il 29 settembre c.a.) egli mi rispose che preferiva lasciare spazio ad autori più giovani e … E questo gesto davvero altruistico gli ha guadagnato questo spazio, of course.

Se volete scambiare 4 chiacchiere con lui, non avete che da contattarlo direttamente, quando gli impegni lo lasciano respirare è sempre molto disponibile al colloquio e allo scambio.
Ad esempio, su Facebook ?

In alternativa, potete visitare dal suo Blog: ? Memorie, Racconti, Considerazioni

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Breve nota biografica trovata sul Web

Sergio Bertoni, nato a Roma, figlio di un impiegato di banca, a soli due anni fu trasferito con la sua famiglia a Padova, dove ha trascorso la sua fanciullezza, subendo il terribile periodo della guerra e sopravvivendo a otto bombardamenti tra i quali quello della sua abitazione.

Conserva di quel periodo un ricordo vivissimo di cui si trova traccia in alcuni suoi racconti.

Precocissimo il suo interesse per la lettura; dopo essere stati sfollati in un paesino dei colli Euganei, a soli otto anni (di nascosto), già divorava di notte, al lume di una candela, tutti i libri della biblioteca paterna, da “Le cose più grandi di lui” di Luciano Zuccoli, al “Decameron” del Boccaccio, alle “Mille e una notte”, fino alle opere di Verga, di Capuana e di molti altri, compresi libri, non proprio facili, come “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj o la trilogia “La nascita, La morte e La Resurrezione degli Dei” di Dimitri Mereskovskij.

Trasferitosi, verso i quattordici anni, prima a Reggio di Calabria, dove ha frequentato il ginnasio e il liceo classico, e poi a Messina, si è definitivamente stabilito, per motivi di lavoro, a Napoli, che è diventata la sua città adottiva, nel 1961.

Laureatosi in lingue e letterature moderne a Milano, con una tesi di ricerca su “Candida” di George Bernard Shaw, ha ora, dopo una vita di lavoro in una delle più grandi aziende italiane, tutto il tempo necessario per dedicarsi alle grandi passioni della sua vita: la lettura e la scrittura.

Trovate tutti i suoi scritti su ? Amazon, ma diversi sono anche in formato carteceo.

 

Tra realtà e mistero -Bertoni  Pasquinate romanesche -Bertoni
L'anatema di Tihuta -Bertoni Cleoth e Arkh -Bertoni
 L'esperimento -Bertoni  La ciocca di capelli-Bertoni
 Delitti misteriosi -Bertoni  Paride Passacantando -Bertoni
La crisi delle certezze e dei canoni comportamentali in: “Candida”  -Bertoni  L'anatema di Tihuta -Bertoni
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